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2023-02-17
Tajani prende tempo sulla Via della Seta
Antonio Tajani e Wang Yi (Ansa)
Sarà «un confronto a trecentosessanta gradi» ma è «ancora prematuro parlare dell’accordo sulla Via della Seta. Al momento ci sono altre urgenze ed emergenze», è stato il commento del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, alla vigilia dell’incontro con il capo dell’ufficio della commissione centrale per gli Affari esteri del Partito comunista cinese, Wang Yi, che si è tenuto ieri sera alla Farnesina quando questo giornale era già andato in stampa. Sottolineando l’auspicio dell’Italia, ovvero che la Cina possa giocare «un ruolo importante nel convincere la Russia a sedersi a un tavolo di pace». Certo, «la Cina è un rivale sistemico dell’Italia ma non per questo non bisogna avere rapporto costante, di confronto e dialogo, la via della diplomazia è sempre preferenziale», ha aggiunto Tajani, confermando che oggi a Roma la delegazione incontrerà anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
L’alto diplomatico di Pechino cercherà di slegare il tema dei rapporti commerciali tra noi e il Dragone da quello, assai più delicato, delle alleanze geopolitiche. E, come ha già sottolineato Tajani, non bisogna attendersi fumate nere o bianche sul rinnovo del memorandum relativo alla Belt and Road Initiative, firmato nel 2019 dal governo gialloverde di Giuseppe Conte (incentrandolo di fatto sui porti di Trieste e Genova) e lasciato in sospeso da Mario Draghi. Memorandum che ricordiamolo, scade a marzo 2024 ma si rinnova automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non comunichi un passo indietro. Roma ha quindi tempo fino a dicembre per decidere e non far scattare la proroga automatica del protocollo. La visita nella capitale forse servirà, dunque, più a preparare il viaggio del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Pechino (l’occasione potrebbe essere il Bo’ao Forum sull’isola di Hainan, una specie di Davos d’Oriente, previsto a primavera), dando seguito all’invito esteso dal leader Xi Jinping in occasione del bilaterale tenutosi a margine del G20 in Indonesia. Quello di novembre era stato un incontro delicato anche perché poche ore prima di stringere la mano al leader cinese, Meloni aveva visto Biden che con la presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, avevano rilanciato da Bali il nuovo piano da 600 miliardi di dollari per finanziare le infrastrutture alternativo alla Via della Seta. La stessa Meloni due giorni prima delle elezioni aveva definito un «grosso errore» gli accordi sulla Belt and Road. Washington ha sempre frenato e cercato di compattare i Paesi europei contro l’espansione economica e commerciale di Pechino. Per Biden è essenziale preservare la sicurezza delle infrastrutture e su questo può contare sulla premier italiana che nell’incontro di un’ora avuto con Xi aveva non a caso parlato solo di interscambio commerciale nell’ottica di un aumento delle esportazioni italiane in Cina, evitando però di fare riferimento al memorandum.
Vedremo se la linea cambierà dopo la visita di primavera ma al momento questa ipotesi sembra assai improbabile. La distanza con Pechino si misura, infatti, anche rispetto alla questione di Taiwan. Tajani ha più volte usato toni netti: nell’isola «deve rimanere lo status quo», ha dichiarato durante una lectio magistralis all’università Luiss di Roma, mettendo, neppure troppo implicitamente, in relazione le tensioni nello Stretto di Taiwan con la guerra in Ucraina. E lo stesso Tajani si recherà la prossima settimana a New York per una serie di incontri economici a livello multilaterale, nell’intento di «rendere sempre più approfondite e dinamiche le relazioni con gli Stati Uniti, a trecentosessanta gradi».
Il governo Meloni sembra deciso a fare delle scelte filo occidentali senza alcun azzardo nei confronti della Nato e degli Usa. Eppure, in Italia resiste qualche «feudo» che continua a gestire autonomamente il «traffico» lungo la sua Via della Seta costruita in questi anni. In Puglia, ad esempio, si sta giocando una partita delicata sul futuro del porto di Taranto (parliamo di una struttura strategica non solo per l’Italia, infatti ospita la base Nato che controlla una parte rilevante del Mar Mediterraneo). Lo dimostra il fatto che nel giro di qualche mese sono spuntate strane società, di cui ha scritto - curiosamente - solo La Verità, collegabili a interessi cinesi. Nel frattempo, ieri il colosso cinese Sinochem ha smentito l’indiscrezione rilanciata dall’agenzia Bloomberg su una possibile uscita dal capitale della Pirelli nell’ambito di una più profonda revisione del proprio portafoglio di partecipazioni. «Sinochem non ha alcun piano di vendere la sua partecipazione in Pirelli», si legge in una nota diffusa da Marco Polo International, la società che fa capo al gruppo cinese e che controlla, appunto, il 37% del gruppo di pneumatici. Non è la prima volta che sul mercato circolano voci su un disimpegno degli azionisti cinesi che nel 2015 avevano investito 8 miliardi di dollari attraverso ChemChina poi fusa in Sinochem, anche per rilevare alcune attività della società guidata da Marco Tronchetti Provera. Che, secondo altri rumors circolati in questi giorni, avrebbe già contattato Unicredit e Intesa Sanpaolo per trovare rapidamente un assetto alternativo e altrettanto valido. Intanto ieri, nonostante la smentita cinese, il titolo della Pirelli ha chiuso la seduta in Piazza Affari mettendo a segno un rialzo del 3,36% a 4,95 euro.
Pechino vuole il ruolo della Turchia «Sulla guerra ora mediamo noi»
La Cina è «pronta a lavorare per una soluzione politica in Ucraina, ha dichiarato Wang Yi, direttore dell’ufficio della commissione Affari esteri del Comitato centrale del Partito comunista, in un colloquio con il presidente francese Emmanuel Macron avuto a Parigi mercoledì. Poi Wang Yi lo ha ribadito in un comunicato pubblicato sul sito del ministero degli Esteri cinese, sottolineando che Pechino attribuisce importanza al ruolo della Francia come grande Paese indipendente negli sforzi per risolvere la crisi. «La Cina è pronta a cooperare con la comunità internazionale, inclusa la Francia, per promuovere un percorso di soluzione politica e raggiungere un cessate il fuoco in tempi brevi», ha scritto il capo della diplomazia cinese sottolineando anche che «la Cina ha adottato un atteggiamento obiettivo e imparziale nella questione Ucraina e si è sempre impegnata a promuovere i colloqui di pace».
Sembra, dunque, che il Dragone punti a sostituirsi alla Turchia nel ruolo di mediatore con Putin. Così come è chiara la necessità cinese di trovare una sponda europea per evitare il decoupling minacciato dagli Usa, mantenendo però un funambolico equilibrio rispetto ai rapporti con Mosca di cui Xi Jinping resta un alleato: non ha ancora condannato l’invasione iniziata quasi un anno fa. Intanto Pechino e Parigi hanno concordato di contribuire «alla pace» in Ucraina, ha spiegato al termine dei colloqui tra i due leader l’ufficio di Macron. Che spera che la Cina faccia pressione sulla Russia affinché torni al tavolo dei negoziati. Ieri è stato discusso della guerra e delle sue «conseguenze sui Paesi più vulnerabili, in particolare in termini di sicurezza alimentare e capacità di finanziamento», viene aggiunto dall’Eliseo. Spiegando che sia Macron che Wang hanno «espresso lo stesso obiettivo di contribuire alla pace in conformità con il diritto internazionale», senza però specificare quali potrebbero essere i contributi di ciascun Paese.
Dopo la visita in Francia e in Italia, Wang proseguirà il suo viaggio con una tappa alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, in programma da oggi a domenica: vi parteciperanno anche i massimi funzionari statunitensi, tra cui la vicepresidente Kamala Harris e il segretario di Stato Antony Blinken (molto si è letto sulla possibilità che i due possano avere un faccia-a-faccia, ma al momento questo incontro non appare in programma e Blinken ha cancellato la sua visita in Cina che doveva preparare il terreno a un futuro summit tra Xi e Biden). Poi Wang si recherà anche in Ungheria (che ospita il più grande centro di approvvigionamento di Huawei fuori dalla Cina), e infine a Mosca. L’obiettivo del tour è migliorare le relazioni nella regione in un momento di intensa tensione con gli Stati Uniti e di preoccupazione da parte dei Paesi europei per la partnership con Mosca. Dove anche Xi Jinping dovrebbe volare probabilmente dopo le sessioni legislative della Cina a marzo. Nel frattempo, il commercio tra la Cina e la Russia dovrebbe superare i 200 miliardi di dollari quest’anno, rispetto ai 140 miliardi del 2021. Pechino ha acquistato petrolio e gas russi, contribuendo a compensare il calo delle esportazioni di Mosca in Europa. E la Russia ha aumentato le importazioni di droni, semiconduttori e microchip dalla Cina. Inoltre, la Russia, la Cina e il Sudafrica terranno esercitazioni navali nell’oceano indiano a partire da oggi.
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Il ministro degli Esteri vede il capo della diplomazia del Partito comunista cinese, Wang Yi, ma glissa sul pericoloso accordo siglato da Giuseppe Conte: «Ci sono altre urgenze». Il memorandum si rinnova automaticamente a fine anno. Salvo passi indietro.Il funzionario di Xi Jinping a Emmanuel Macron: «Promuoviamo una soluzione politica al conflitto».Lo speciale contiene due articoli.Sarà «un confronto a trecentosessanta gradi» ma è «ancora prematuro parlare dell’accordo sulla Via della Seta. Al momento ci sono altre urgenze ed emergenze», è stato il commento del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, alla vigilia dell’incontro con il capo dell’ufficio della commissione centrale per gli Affari esteri del Partito comunista cinese, Wang Yi, che si è tenuto ieri sera alla Farnesina quando questo giornale era già andato in stampa. Sottolineando l’auspicio dell’Italia, ovvero che la Cina possa giocare «un ruolo importante nel convincere la Russia a sedersi a un tavolo di pace». Certo, «la Cina è un rivale sistemico dell’Italia ma non per questo non bisogna avere rapporto costante, di confronto e dialogo, la via della diplomazia è sempre preferenziale», ha aggiunto Tajani, confermando che oggi a Roma la delegazione incontrerà anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L’alto diplomatico di Pechino cercherà di slegare il tema dei rapporti commerciali tra noi e il Dragone da quello, assai più delicato, delle alleanze geopolitiche. E, come ha già sottolineato Tajani, non bisogna attendersi fumate nere o bianche sul rinnovo del memorandum relativo alla Belt and Road Initiative, firmato nel 2019 dal governo gialloverde di Giuseppe Conte (incentrandolo di fatto sui porti di Trieste e Genova) e lasciato in sospeso da Mario Draghi. Memorandum che ricordiamolo, scade a marzo 2024 ma si rinnova automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non comunichi un passo indietro. Roma ha quindi tempo fino a dicembre per decidere e non far scattare la proroga automatica del protocollo. La visita nella capitale forse servirà, dunque, più a preparare il viaggio del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Pechino (l’occasione potrebbe essere il Bo’ao Forum sull’isola di Hainan, una specie di Davos d’Oriente, previsto a primavera), dando seguito all’invito esteso dal leader Xi Jinping in occasione del bilaterale tenutosi a margine del G20 in Indonesia. Quello di novembre era stato un incontro delicato anche perché poche ore prima di stringere la mano al leader cinese, Meloni aveva visto Biden che con la presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, avevano rilanciato da Bali il nuovo piano da 600 miliardi di dollari per finanziare le infrastrutture alternativo alla Via della Seta. La stessa Meloni due giorni prima delle elezioni aveva definito un «grosso errore» gli accordi sulla Belt and Road. Washington ha sempre frenato e cercato di compattare i Paesi europei contro l’espansione economica e commerciale di Pechino. Per Biden è essenziale preservare la sicurezza delle infrastrutture e su questo può contare sulla premier italiana che nell’incontro di un’ora avuto con Xi aveva non a caso parlato solo di interscambio commerciale nell’ottica di un aumento delle esportazioni italiane in Cina, evitando però di fare riferimento al memorandum. Vedremo se la linea cambierà dopo la visita di primavera ma al momento questa ipotesi sembra assai improbabile. La distanza con Pechino si misura, infatti, anche rispetto alla questione di Taiwan. Tajani ha più volte usato toni netti: nell’isola «deve rimanere lo status quo», ha dichiarato durante una lectio magistralis all’università Luiss di Roma, mettendo, neppure troppo implicitamente, in relazione le tensioni nello Stretto di Taiwan con la guerra in Ucraina. E lo stesso Tajani si recherà la prossima settimana a New York per una serie di incontri economici a livello multilaterale, nell’intento di «rendere sempre più approfondite e dinamiche le relazioni con gli Stati Uniti, a trecentosessanta gradi». Il governo Meloni sembra deciso a fare delle scelte filo occidentali senza alcun azzardo nei confronti della Nato e degli Usa. Eppure, in Italia resiste qualche «feudo» che continua a gestire autonomamente il «traffico» lungo la sua Via della Seta costruita in questi anni. In Puglia, ad esempio, si sta giocando una partita delicata sul futuro del porto di Taranto (parliamo di una struttura strategica non solo per l’Italia, infatti ospita la base Nato che controlla una parte rilevante del Mar Mediterraneo). Lo dimostra il fatto che nel giro di qualche mese sono spuntate strane società, di cui ha scritto - curiosamente - solo La Verità, collegabili a interessi cinesi. Nel frattempo, ieri il colosso cinese Sinochem ha smentito l’indiscrezione rilanciata dall’agenzia Bloomberg su una possibile uscita dal capitale della Pirelli nell’ambito di una più profonda revisione del proprio portafoglio di partecipazioni. «Sinochem non ha alcun piano di vendere la sua partecipazione in Pirelli», si legge in una nota diffusa da Marco Polo International, la società che fa capo al gruppo cinese e che controlla, appunto, il 37% del gruppo di pneumatici. Non è la prima volta che sul mercato circolano voci su un disimpegno degli azionisti cinesi che nel 2015 avevano investito 8 miliardi di dollari attraverso ChemChina poi fusa in Sinochem, anche per rilevare alcune attività della società guidata da Marco Tronchetti Provera. Che, secondo altri rumors circolati in questi giorni, avrebbe già contattato Unicredit e Intesa Sanpaolo per trovare rapidamente un assetto alternativo e altrettanto valido. Intanto ieri, nonostante la smentita cinese, il titolo della Pirelli ha chiuso la seduta in Piazza Affari mettendo a segno un rialzo del 3,36% a 4,95 euro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tajani-cina-jinping-2659432397.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pechino-vuole-il-ruolo-della-turchia-sulla-guerra-ora-mediamo-noi" data-post-id="2659432397" data-published-at="1676633624" data-use-pagination="False"> Pechino vuole il ruolo della Turchia «Sulla guerra ora mediamo noi» La Cina è «pronta a lavorare per una soluzione politica in Ucraina, ha dichiarato Wang Yi, direttore dell’ufficio della commissione Affari esteri del Comitato centrale del Partito comunista, in un colloquio con il presidente francese Emmanuel Macron avuto a Parigi mercoledì. Poi Wang Yi lo ha ribadito in un comunicato pubblicato sul sito del ministero degli Esteri cinese, sottolineando che Pechino attribuisce importanza al ruolo della Francia come grande Paese indipendente negli sforzi per risolvere la crisi. «La Cina è pronta a cooperare con la comunità internazionale, inclusa la Francia, per promuovere un percorso di soluzione politica e raggiungere un cessate il fuoco in tempi brevi», ha scritto il capo della diplomazia cinese sottolineando anche che «la Cina ha adottato un atteggiamento obiettivo e imparziale nella questione Ucraina e si è sempre impegnata a promuovere i colloqui di pace». Sembra, dunque, che il Dragone punti a sostituirsi alla Turchia nel ruolo di mediatore con Putin. Così come è chiara la necessità cinese di trovare una sponda europea per evitare il decoupling minacciato dagli Usa, mantenendo però un funambolico equilibrio rispetto ai rapporti con Mosca di cui Xi Jinping resta un alleato: non ha ancora condannato l’invasione iniziata quasi un anno fa. Intanto Pechino e Parigi hanno concordato di contribuire «alla pace» in Ucraina, ha spiegato al termine dei colloqui tra i due leader l’ufficio di Macron. Che spera che la Cina faccia pressione sulla Russia affinché torni al tavolo dei negoziati. Ieri è stato discusso della guerra e delle sue «conseguenze sui Paesi più vulnerabili, in particolare in termini di sicurezza alimentare e capacità di finanziamento», viene aggiunto dall’Eliseo. Spiegando che sia Macron che Wang hanno «espresso lo stesso obiettivo di contribuire alla pace in conformità con il diritto internazionale», senza però specificare quali potrebbero essere i contributi di ciascun Paese. Dopo la visita in Francia e in Italia, Wang proseguirà il suo viaggio con una tappa alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, in programma da oggi a domenica: vi parteciperanno anche i massimi funzionari statunitensi, tra cui la vicepresidente Kamala Harris e il segretario di Stato Antony Blinken (molto si è letto sulla possibilità che i due possano avere un faccia-a-faccia, ma al momento questo incontro non appare in programma e Blinken ha cancellato la sua visita in Cina che doveva preparare il terreno a un futuro summit tra Xi e Biden). Poi Wang si recherà anche in Ungheria (che ospita il più grande centro di approvvigionamento di Huawei fuori dalla Cina), e infine a Mosca. L’obiettivo del tour è migliorare le relazioni nella regione in un momento di intensa tensione con gli Stati Uniti e di preoccupazione da parte dei Paesi europei per la partnership con Mosca. Dove anche Xi Jinping dovrebbe volare probabilmente dopo le sessioni legislative della Cina a marzo. Nel frattempo, il commercio tra la Cina e la Russia dovrebbe superare i 200 miliardi di dollari quest’anno, rispetto ai 140 miliardi del 2021. Pechino ha acquistato petrolio e gas russi, contribuendo a compensare il calo delle esportazioni di Mosca in Europa. E la Russia ha aumentato le importazioni di droni, semiconduttori e microchip dalla Cina. Inoltre, la Russia, la Cina e il Sudafrica terranno esercitazioni navali nell’oceano indiano a partire da oggi.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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