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Un’auto guidata da un saudita si è scagliata tra la folla a Magdeburgo, in Germania. Il bilancio provvisorio è di 11 morti e 60 feriti.
Un’auto guidata da un saudita si è scagliata tra la folla a Magdeburgo, in Germania. Il bilancio provvisorio è di 11 morti e 60 feriti.
Un attacco terroristico con coltello, questa volta in Germania, ha trasformato un evento festoso in un orrore che sconvolge la popolazione. A rivendicarlo è l’Isis attraverso l’agenzia Al-Amaq. Nella nota il gruppo ha affermato che l’aggressore è un «soldato dello Stato islamico», che ha attaccato un «raduno cristiano per vendicare i musulmani in Palestina e ovunque».
Venerdì sera a Solingen, nella Renania settentrionale-Westfalia, due uomini di rispettivamente 67 e 56 anni e una donna di 56 sono stati uccisi da uno sconosciuto ancora in fuga, che li ha pugnalati al collo. L’aggressore ha ferito anche otto persone, quattro delle quali in modo grave, sembra al grido di «Allah Akbar» come hanno riferito alcuni testimoni nel rapporto di polizia visionato da Welt am Sonntag. «Un testimone ferito ha affermato di conoscere lo sconosciuto sospettato di Solingen e che era anche un visitatore di una moschea locale», si legge nel rapporto secondo quanto riferisce il quotidiano tedesco. ll primo ministro della Renania Settentrionale-Vestfalia, Hendrik Wüst, l’ha definito «un atto terroristico», e adesso si conosce la matrice.
Il massacro è avvenuto durante il Festival delle varietà, che rappresentava il momento clou dei festeggiamenti per i 650 anni della città fondata nel 1374. Attorno alle 21.30 nella piazza del mercato di Fronhof, mentre sul palco si stava esibendo la cantante Suzan Köcher con la band Suprafon, molto conosciuti per il loro genere folk rock psichedelico, un uomo ha cominciato a massacrare gli spettatori. Nel panico, mentre la gente fuggiva, anche lo sconosciuto è riuscito a dileguarsi. L’imponente caccia all’uomo quando La Verità è andata in stampa non aveva ancora dato risultati. Allarme in tutta Europa perché si teme un nuovo caso Amri, responsabile dell’attentato a Berlino del 2016, che riuscì ad arrivare in Italia dove venne fermato e ucciso durante uno scontro a fuoco con la polizia.
Secondo le informazioni della Bild, il killer dovrebbe avere tra i 20-30 anni, statura atletica, aspetto meridionale, barba corta e folta. Ieri mattina è stato arrestato un quindicenne che avrebbe parlato con il presunto sospettato prima del delitto, ed è quindi accusato di omessa denuncia di un reato programmato. Spiegel afferma che si tratterebbe di un kirghiso che viveva in un alloggio per rifugiati. Un testimone ha raccontato di aver sentito che l’arrestato e un uomo parlavano di una possibile aggressione con coltello.
Ieri pomeriggio, la polizia ha fatto il punto. «Presumiamo che non si possa escludere il sospetto iniziale di un atto di matrice terroristica», aveva detto Markus Caspers, capo dell’Ufficio centrale contro il terrorismo della procura di Düsseldorf.
Da mesi l’allerta per gli attentati era alta, si temeva che potessero esserci attacchi durante gli Europei di calcio. A Solingen, «la città delle lame», famosa per le sue acciaierie e la produzione dal XIV secolo di utensili da taglio (le spade erano particolarmente apprezzate dai sovrani dell’Europa centrale), la polizia ieri ha sequestrato diversi coltelli. L’arma usata sarebbe stata ritrovata, secondo Der Spiegel, in un bidone della spazzatura nel centro della città; Bild riferisce che era a circa 200 metri dalla scena del crimine. La polizia non ha confermato. È stato creato un portale online dove i testimoni possono caricare foto e video, ed è attivo un numero verde dedicato per qualsiasi altra informazione rilevante sull’aggressione.
Il festival, che doveva concludersi oggi, è stato annullato venerdì sera. «Dobbiamo piangere morti e feriti. Mi si spezza il cuore che ci sia stato un attacco contro le persone nella nostra città», ha dichiarato il sindaco di Solingen, Tim Kurzbach.
Il cancelliere Olaf Scholz ha definito l’attentato «un evento terribile che mi rattrista molto», e ha detto che «l’autore del reato deve essere catturato rapidamente e punito nella misura massima consentita dalla legge». Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, su X ha scritto: «Sono profondamente scioccata dall’attacco brutale e insidioso di Solingen [...] Dobbiamo fare chiarezza sui retroscena di questo crimine il prima possibile».
Ieri sera si è svolta una cerimonia commemorativa, mentre da subito le chiese, cattoliche e protestanti, sono rimaste aperte per offrire momenti di preghiera e di conforto. L'Associazione regionale della Renania ha offerto a tutti, parenti delle vittime e testimoni del massacro, l’opportunità di ricevere gratuitamente sostegno psicoterapeutico e consulenza nelle cliniche traumatologiche, senza prenotazione.
Il capo della polizia di Wuppertal, Markus Röhrl, ha detto che non c’erano prove di una minaccia concreta per il festival, quindi non c’era motivo di dichiararlo zona con divieto delle armi. Però ha aggiunto: «Gli incidenti stanno diventando più frequenti. Noi come polizia dobbiamo reagire a questo».
Scriveva a maggio il quotidiano locale Solinger Tageblatt: «La parola criminalità clandestina provoca ancora reazioni allergiche in alcuni gruppi dei Verdi e dell’Spd». Ieri pomeriggio è arrivato l’annuncio: la presenza delle forze dell’ordine verrà aumentata in tutto il Land e non solo in occasione di grandi eventi. «È ora di mostrare di nuovo maggiore presenza», ha affermato il ministro degli Interni del Nord Reno-Westfalia, Herbert Reul.
C’erano un nobile decaduto, un pensionato e un no vax. No, non è l’incipit di una barzelletta, ma la reale dimensione del presunto colpo di Stato che, nella mattinata di mercoledì, avrebbe fatto tremare la Germania intera. Un golpe che, comunque, a una barzelletta assomiglia davvero parecchio.
Riassumiamo brevemente i fatti, e non le invenzioni di certa stampa tedesca e internazionale. Alle prime luci del 7 dicembre, un dispiegamento di forze di polizia mai visto (circa 3.000 agenti mobilitati, inclusi i reparti speciali) ha portato alla perquisizione di centinaia di persone, sospettate di star pianificando un rovesciamento dell’ordine democratico tedesco attraverso l’uso della violenza e della forza militare. A capo di questa fantomatica organizzazione eversiva ci sarebbe il principe Heinrich XIII Reuss, rampollo di una nobile casata della Turingia (che oggi ha 71 anni, fa l’imprenditore immobiliare e ha interrotto i rapporti con il resto della famiglia, che lo reputa un «complottista svitato»).
Oltre a Heinrich, che avrebbe dovuto essere incoronato re di Germania dai suoi accoliti, sono stati tratti in arresto altri presunti cospiratori (un paio di dozzine), quasi tutti provenienti dalla scena dei Reichsbürger. Questi «cittadini del Reich» non riconoscono la legittimità della Repubblica federale tedesca, giudicata uno Stato fantoccio creato dagli Alleati alla fine della seconda guerra mondiale, ma sono convinti che l’unica entità statuale sovrana sia il Reich germanico che ha avuto vita dal 1871 al 1945, cioè dall’unificazione sino alla disfatta militare. Per tutti questi motivi, i Reichsbürger non pagano le tasse e in molti si definiscono Selbstverwalter, cioè «autonomi» rispetto al governo di Berlino e al suo ordinamento giuridico.
Peraltro, come spiegavamo l’altro ieri sulla Verità, secondo i dati forniti dai servizi di sicurezza interna, i «cittadini del Reich» dovrebbero essere circa 21.000 su tutto il territorio nazionale. Non sono organizzati in un’unica associazione, ma possono riunirsi in piccole comunità (anche social). Nella maggior parte dei casi, si tratta comunque di cani sciolti. Spesso si parla di «estrema destra», eppure la loro conformazione ideologica è ben più frastagliata, pescando anche da teorie del complotto di matrice sinistrorsa.
Ora, i 27 presunti eversivi arrestati (attualmente solo indagati) sono per la maggior parte persone piuttosto attempate, se non addirittura pensionati. Non proprio un commando pronto a tutto pur di restaurare la monarchia e capace di dare l’assalto al Bundestag. Inoltre, come riferisce Die Welt, in circa 150 perquisizioni effettuate, finora sono stati rinvenuti i seguenti oggetti: un’arma da fuoco «carica» (dettaglio fondamentale), alcune pistole scacciacani (quelle che si usavano pure a carnevale), equipaggiamento da survivalisti e qualche migliaio di euro. Mancavano giusto una mazza da baseball, un coltellino svizzero e un tirapugni per completare il quadro di questo poderoso arsenale. Ma diamo tempo al tempo: gli inquirenti sono ancora al lavoro.
Insomma, pur tralasciando altri dettagli succosi, è evidente che la bellezza di 3.000 agenti non è riuscita a cavare un ragno dal buco. Alla fine, questa enorme «azione antiterrorismo» – così l’hanno definita le autorità – non è stata poi tanto diversa dalla retata che Draghi e la Lamorgese ordinarono contro i pericolosissimi «Guerrieri di Telegram», una banda eversiva composta da cinquantenni, disoccupati e casalinghe.
Non a caso, in molti hanno ormai iniziato a sospettare che si sia trattato di un mero spot autopromozionale della coalizione «semaforo». Se i media filogovernativi continuano a parlare di «vittoria della democrazia contro l’estrema destra», diversi altri giornalisti hanno fatto luce su tutto quello che non torna.
A cominciare dal fatto che, negli ambienti politici e mediatici berlinesi, in parecchi sapevano di questa retata da settimane (con enorme rischio di far arrivare la voce ai sospettati). E infatti intere troupe televisive erano presenti sui luoghi delle perquisizioni, dove hanno filmato in diretta gli arresti. Delle due l’una: o la polizia tedesca ha messo in pericolo decine e decine di giornalisti, oppure non sussisteva alcun rischio reale (e infatti non ci sono stati neanche feriti).
Tant’è che numerosi altri commentatori hanno iniziato a mettere in discussione la narrazione ufficiale. La reporter Anna Schneider della Welt, ad esempio, ha parlato di «isteria» e «messinscena spettacolare», mentre il giornalista conservatore Roland Tichy ha ironicamente ribattezzato questo presunto golpe «il putsch del deambulatore». Inoltre, se Ralf Schuler, inviato della Bild al parlamento, ha detto di aspettarsi prove ben più consistenti di una scacciacani, Alexander Marguier, direttore del mensile Cicero, ha scritto che molti suoi colleghi gli hanno confessato: «Se la concorrenza drammatizza così gli eventi, noi non possiamo certo cuocere la faccenda a fuoco lento».
La protesta, però, non si è limitata alle redazioni dei giornali. Anche la portavoce della Linke presso il Bundestag, Martina Renner, ha parlato apertamente di uno «show» orchestrato dal governo: «Le soffiate su questa retata erano talmente tanto diffuse che è sembrata più che altro una campagna pubblicitaria». Insomma, se il «golpe del deambulatore» non è propriamente una barzelletta, poco ci manca.

