Si è svolta ieri in commissione Antimafia la terza audizione del procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, che ha spiegato come la gestione da parte della Procura di Palermo dell’indagine dei carabinieri del Ros «Mafia e appalti» rappresenti una sicura concausa delle stragi del 1992. I reati ci sono e sono stati determinati anche da quel movente, ma non vi sono elementi per sostenere l’accusa in giudizio nei confronti di coloro che hanno «gestito» quell’indagine sovraesponendo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, consegnandoli di fatto a Cosa nostra.
De Luca ha anche escluso che la cosiddetta «trattativa» possa aver rappresentato una concausa della strage, fugando ogni dubbio sulle interlocuzioni avute da Mario Mori e Giuseppe De Donno con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, oggetto di un processo durato 10 anni che ha visto alla fine assolti i due carabinieri.
Lo stesso De Luca ha sostenuto che nel procedimento iscritto a Palermo che riguardava le infiltrazioni di Cosa nostra nella gestione delle cave di marmo di Carrara da parte dei fratelli Buscemi (fedelissimi di Totò Riina), procedimento seguito dagli allora pm Gioacchino Natoli e Giusto Sciacchitano «si è fatto un po’ di movimento [...] ma si è trattato di indagini apparenti», mentre nel procedimento assegnato a Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone, è stato commesso «un gravissimo errore procedurale, per l’80%, ammesso dallo stesso Pignatone, che vanificò tutto il risultato». L’audizione di De Luca segue di un giorno la richiesta di archiviazione depositata al gip dalla Procura di Caltanissetta: un vero e proprio atto di accusa di quanto non è stato fatto nella lotta alla mafia da parte della magistratura palermitana, accusata di avere svolto solo «indagini apparenti», e la messa a terra delle conclamate connivenze di alcuni magistrati che hanno concluso anche opachi affari immobiliari con capimafia fedelissimi di Riina. Tale richiesta ha subito scatenato polemiche anzitutto poiché svela, con intercettazioni del senatore del M5s ed ex magistrato Roberto Scarpinato, l’attività di inquinamento dei lavori della commissione parlamentare Antimafia realizzata dall’ex pm. Infatti Scarpinato e Natoli, il quale doveva essere audito proprio dalla commissione e quindi anche dallo stesso Scarpinato, si incontrano a cena il 31 agosto 2023 e Natoli, si attiva «con il procuratore della Repubblica di Palermo (De Lucia, ndr) al fine di recuperare, come suggeritogli da Scarpinato, gli atti inerenti al procedimento penale n. 3589/1991. Durante le sue ricerche, il Natoli appurava, tra l’altro, che, secondo quanto risultante dalle verifiche effettuate dalle cancellerie della Procura di Palermo, la documentazione inerente alle intercettazioni non era stata distrutta poiché il suo provvedimento non era stato eseguito». Scarpinato insomma «guida Natoli» nella selezione degli atti che costui deve produrre alla commissione Antimafia della quale lo stesso Scarpinato è componente.
Non solo: la richiesta di archiviazione riporta l’intercettazione del 29 agosto 2023 in cui vengono dispensati giudizi poco lusinghieri sui magistrati della Procura di Caltanissetta. «Stanno ancora seguendo “Mafia e appalti”, non so se ti rendi conto del livello!», ricevendo a sua volta consigli da Natoli. Non manca un riferimento all’avvocato Fabio Trizzino, genero di Borsellino, il quale ha avuto il merito di segnalare alla commissione Antimafia quanto era accaduto nei procedimenti sule infiltrazioni di Cosa nostra nelle cave di marmo di Carrara. Dice Scarpinato: «A proposito di Mafia e appalti, Trizzino [...] . dice che io, Lo Forte e tu ci siamo messi d’accordo per insabbiare il fascicolo di cui tu eri titolare su Buscemi che veniva da non so quale Procura! Massa-Carrara e compagnia bella... E ora lo vuole ripetere di nuovo alla commissione Antimafia, capisci?». Natoli dice di avere richiesto documenti al procuratore di Palermo e Scarpinato gli consiglia di sollecitare: «E allora fatti vedere in modo che siamo preparati prima che ce la buttino addosso!».
La richiesta di archiviazione evidenzia, inoltre, come «in successive conversazioni, Natoli e Scarpinato si accordavano sulle domande che quest’ultimo avrebbe rivolto al primo». Nella conversazione del 18 gennaio 2024, Scarpinato avrebbe spiegato a Natoli ciò che avrebbe dovuto dire a proposito della «famigerata» riunione del 14 luglio 1992 «al fine di sostenere che Borsellino sapeva ed era d’accordo sulla richiesta di archiviazione dell’indagine Mafia e appalti»: «Tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione», arrivando poi a definire la «scaletta» delle domande che il parlamentare avrebbe rivolto all’ex collega.
Caltanissetta spiega, quindi, che le intercettazioni in cui è rimasto coinvolto Scarpinato in realtà erano casuali in quanto dirette ad altri indagati, ovvero Pignatone, Lo Forte e Natoli che sono stati captati per le «anomalie che hanno riguardato l’indagine Mafia e appalti, probabilmente significative dei fortissimi interessi contrari a che la stessa andasse avanti con i necessari approfondimenti, cosa poi realmente accaduta». Per raggiungere tale obiettivo, scrivono i pm, «i soggetti portatori dei predetti interessi hanno, del tutto verosimilmente, avuto contatti anche con i magistrati che, in quegli anni, si occuparono, a vario titolo, delle indagini relative».
Tranciante il giudizio degli inquirenti sul procedimento che ha riguardato le infiltrazioni di Cosa nostra a Carrara: esso avrebbe presentato uno «sviluppo delle attività di indagine ictu oculi lacunoso, superficiale e del tutto inadeguato, procedimento che, ove scandagliato con diligenza anche minima, avrebbe di fatto consentito di accendere un faro sulla compenetrazione fra l’organizzazione criminale Cosa nostra e importantissime imprese di rilevanza nazionale, come tali aggiudicatarie di commesse pubbliche multi miliardarie».
Tale impietoso giudizio si estende anche alla scelta della polizia giudiziaria delegata individuata da Natoli in «una sezione del neocostituito Gico della Guardia di finanza di Palermo, fortemente sottodimensionata rispetto alla tipologia di attività da espletare e priva del know-how necessario a una visione d’insieme dei fenomeni criminali esplorati». Quindi i pm formulano l’accusa più radicale, quella di collusione di fatto con Cosa nostra: «La brevissima durata complessiva dell’attività delle investigazioni; le sorti di un secondo fascicolo iscritto su impulso della Procura di Massa-Carrara e inizialmente assegnato da Borsellino a Pignatone e Lo Forte, originari titolari del procedimento “Mafia appalti” [...] consentono di affermare che si trattò di un’indagine “apparente”».
Sulle ragioni per le quali a Palermo si facessero «indagini apparenti» su Cosa nostra dovremo, però, attendere la definizione degli atri procedimenti a carico di ben noti magistrati.



