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2026-04-15
Sulle stragi i pm fecero «indagini apparenti»
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De Luca ha anche escluso che la cosiddetta «trattativa» possa aver rappresentato una concausa della strage, fugando ogni dubbio sulle interlocuzioni avute da Mario Mori e Giuseppe De Donno con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, oggetto di un processo durato 10 anni che ha visto alla fine assolti i due carabinieri.
Lo stesso De Luca ha sostenuto che nel procedimento iscritto a Palermo che riguardava le infiltrazioni di Cosa nostra nella gestione delle cave di marmo di Carrara da parte dei fratelli Buscemi (fedelissimi di Totò Riina), procedimento seguito dagli allora pm Gioacchino Natoli e Giusto Sciacchitano «si è fatto un po’ di movimento [...] ma si è trattato di indagini apparenti», mentre nel procedimento assegnato a Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone, è stato commesso «un gravissimo errore procedurale, per l’80%, ammesso dallo stesso Pignatone, che vanificò tutto il risultato». L’audizione di De Luca segue di un giorno la richiesta di archiviazione depositata al gip dalla Procura di Caltanissetta: un vero e proprio atto di accusa di quanto non è stato fatto nella lotta alla mafia da parte della magistratura palermitana, accusata di avere svolto solo «indagini apparenti», e la messa a terra delle conclamate connivenze di alcuni magistrati che hanno concluso anche opachi affari immobiliari con capimafia fedelissimi di Riina. Tale richiesta ha subito scatenato polemiche anzitutto poiché svela, con intercettazioni del senatore del M5s ed ex magistrato Roberto Scarpinato, l’attività di inquinamento dei lavori della commissione parlamentare Antimafia realizzata dall’ex pm. Infatti Scarpinato e Natoli, il quale doveva essere audito proprio dalla commissione e quindi anche dallo stesso Scarpinato, si incontrano a cena il 31 agosto 2023 e Natoli, si attiva «con il procuratore della Repubblica di Palermo (De Lucia, ndr) al fine di recuperare, come suggeritogli da Scarpinato, gli atti inerenti al procedimento penale n. 3589/1991. Durante le sue ricerche, il Natoli appurava, tra l’altro, che, secondo quanto risultante dalle verifiche effettuate dalle cancellerie della Procura di Palermo, la documentazione inerente alle intercettazioni non era stata distrutta poiché il suo provvedimento non era stato eseguito». Scarpinato insomma «guida Natoli» nella selezione degli atti che costui deve produrre alla commissione Antimafia della quale lo stesso Scarpinato è componente.
Non solo: la richiesta di archiviazione riporta l’intercettazione del 29 agosto 2023 in cui vengono dispensati giudizi poco lusinghieri sui magistrati della Procura di Caltanissetta. «Stanno ancora seguendo “Mafia e appalti”, non so se ti rendi conto del livello!», ricevendo a sua volta consigli da Natoli. Non manca un riferimento all’avvocato Fabio Trizzino, genero di Borsellino, il quale ha avuto il merito di segnalare alla commissione Antimafia quanto era accaduto nei procedimenti sule infiltrazioni di Cosa nostra nelle cave di marmo di Carrara. Dice Scarpinato: «A proposito di Mafia e appalti, Trizzino [...] . dice che io, Lo Forte e tu ci siamo messi d’accordo per insabbiare il fascicolo di cui tu eri titolare su Buscemi che veniva da non so quale Procura! Massa-Carrara e compagnia bella... E ora lo vuole ripetere di nuovo alla commissione Antimafia, capisci?». Natoli dice di avere richiesto documenti al procuratore di Palermo e Scarpinato gli consiglia di sollecitare: «E allora fatti vedere in modo che siamo preparati prima che ce la buttino addosso!».
La richiesta di archiviazione evidenzia, inoltre, come «in successive conversazioni, Natoli e Scarpinato si accordavano sulle domande che quest’ultimo avrebbe rivolto al primo». Nella conversazione del 18 gennaio 2024, Scarpinato avrebbe spiegato a Natoli ciò che avrebbe dovuto dire a proposito della «famigerata» riunione del 14 luglio 1992 «al fine di sostenere che Borsellino sapeva ed era d’accordo sulla richiesta di archiviazione dell’indagine Mafia e appalti»: «Tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione», arrivando poi a definire la «scaletta» delle domande che il parlamentare avrebbe rivolto all’ex collega.
Caltanissetta spiega, quindi, che le intercettazioni in cui è rimasto coinvolto Scarpinato in realtà erano casuali in quanto dirette ad altri indagati, ovvero Pignatone, Lo Forte e Natoli che sono stati captati per le «anomalie che hanno riguardato l’indagine Mafia e appalti, probabilmente significative dei fortissimi interessi contrari a che la stessa andasse avanti con i necessari approfondimenti, cosa poi realmente accaduta». Per raggiungere tale obiettivo, scrivono i pm, «i soggetti portatori dei predetti interessi hanno, del tutto verosimilmente, avuto contatti anche con i magistrati che, in quegli anni, si occuparono, a vario titolo, delle indagini relative».
Tranciante il giudizio degli inquirenti sul procedimento che ha riguardato le infiltrazioni di Cosa nostra a Carrara: esso avrebbe presentato uno «sviluppo delle attività di indagine ictu oculi lacunoso, superficiale e del tutto inadeguato, procedimento che, ove scandagliato con diligenza anche minima, avrebbe di fatto consentito di accendere un faro sulla compenetrazione fra l’organizzazione criminale Cosa nostra e importantissime imprese di rilevanza nazionale, come tali aggiudicatarie di commesse pubbliche multi miliardarie».
Tale impietoso giudizio si estende anche alla scelta della polizia giudiziaria delegata individuata da Natoli in «una sezione del neocostituito Gico della Guardia di finanza di Palermo, fortemente sottodimensionata rispetto alla tipologia di attività da espletare e priva del know-how necessario a una visione d’insieme dei fenomeni criminali esplorati». Quindi i pm formulano l’accusa più radicale, quella di collusione di fatto con Cosa nostra: «La brevissima durata complessiva dell’attività delle investigazioni; le sorti di un secondo fascicolo iscritto su impulso della Procura di Massa-Carrara e inizialmente assegnato da Borsellino a Pignatone e Lo Forte, originari titolari del procedimento “Mafia appalti” [...] consentono di affermare che si trattò di un’indagine “apparente”».
Sulle ragioni per le quali a Palermo si facessero «indagini apparenti» su Cosa nostra dovremo, però, attendere la definizione degli atri procedimenti a carico di ben noti magistrati.
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Il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, dice alla commissione Antimafia che l’inchiesta «Mafia e appalti» fu «sicura concausa» della morte di Falcone e Borsellino. Tra sciatterie ed errori procedurali, il lavoro di Pignatone e Natoli esce a pezzi.Si è svolta ieri in commissione Antimafia la terza audizione del procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, che ha spiegato come la gestione da parte della Procura di Palermo dell’indagine dei carabinieri del Ros «Mafia e appalti» rappresenti una sicura concausa delle stragi del 1992. I reati ci sono e sono stati determinati anche da quel movente, ma non vi sono elementi per sostenere l’accusa in giudizio nei confronti di coloro che hanno «gestito» quell’indagine sovraesponendo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, consegnandoli di fatto a Cosa nostra. De Luca ha anche escluso che la cosiddetta «trattativa» possa aver rappresentato una concausa della strage, fugando ogni dubbio sulle interlocuzioni avute da Mario Mori e Giuseppe De Donno con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, oggetto di un processo durato 10 anni che ha visto alla fine assolti i due carabinieri. Lo stesso De Luca ha sostenuto che nel procedimento iscritto a Palermo che riguardava le infiltrazioni di Cosa nostra nella gestione delle cave di marmo di Carrara da parte dei fratelli Buscemi (fedelissimi di Totò Riina), procedimento seguito dagli allora pm Gioacchino Natoli e Giusto Sciacchitano «si è fatto un po’ di movimento [...] ma si è trattato di indagini apparenti», mentre nel procedimento assegnato a Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone, è stato commesso «un gravissimo errore procedurale, per l’80%, ammesso dallo stesso Pignatone, che vanificò tutto il risultato». L’audizione di De Luca segue di un giorno la richiesta di archiviazione depositata al gip dalla Procura di Caltanissetta: un vero e proprio atto di accusa di quanto non è stato fatto nella lotta alla mafia da parte della magistratura palermitana, accusata di avere svolto solo «indagini apparenti», e la messa a terra delle conclamate connivenze di alcuni magistrati che hanno concluso anche opachi affari immobiliari con capimafia fedelissimi di Riina. Tale richiesta ha subito scatenato polemiche anzitutto poiché svela, con intercettazioni del senatore del M5s ed ex magistrato Roberto Scarpinato, l’attività di inquinamento dei lavori della commissione parlamentare Antimafia realizzata dall’ex pm. Infatti Scarpinato e Natoli, il quale doveva essere audito proprio dalla commissione e quindi anche dallo stesso Scarpinato, si incontrano a cena il 31 agosto 2023 e Natoli, si attiva «con il procuratore della Repubblica di Palermo (De Lucia, ndr) al fine di recuperare, come suggeritogli da Scarpinato, gli atti inerenti al procedimento penale n. 3589/1991. Durante le sue ricerche, il Natoli appurava, tra l’altro, che, secondo quanto risultante dalle verifiche effettuate dalle cancellerie della Procura di Palermo, la documentazione inerente alle intercettazioni non era stata distrutta poiché il suo provvedimento non era stato eseguito». Scarpinato insomma «guida Natoli» nella selezione degli atti che costui deve produrre alla commissione Antimafia della quale lo stesso Scarpinato è componente.Non solo: la richiesta di archiviazione riporta l’intercettazione del 29 agosto 2023 in cui vengono dispensati giudizi poco lusinghieri sui magistrati della Procura di Caltanissetta. «Stanno ancora seguendo “Mafia e appalti”, non so se ti rendi conto del livello!», ricevendo a sua volta consigli da Natoli. Non manca un riferimento all’avvocato Fabio Trizzino, genero di Borsellino, il quale ha avuto il merito di segnalare alla commissione Antimafia quanto era accaduto nei procedimenti sule infiltrazioni di Cosa nostra nelle cave di marmo di Carrara. Dice Scarpinato: «A proposito di Mafia e appalti, Trizzino [...] . dice che io, Lo Forte e tu ci siamo messi d’accordo per insabbiare il fascicolo di cui tu eri titolare su Buscemi che veniva da non so quale Procura! Massa-Carrara e compagnia bella... E ora lo vuole ripetere di nuovo alla commissione Antimafia, capisci?». Natoli dice di avere richiesto documenti al procuratore di Palermo e Scarpinato gli consiglia di sollecitare: «E allora fatti vedere in modo che siamo preparati prima che ce la buttino addosso!».La richiesta di archiviazione evidenzia, inoltre, come «in successive conversazioni, Natoli e Scarpinato si accordavano sulle domande che quest’ultimo avrebbe rivolto al primo». Nella conversazione del 18 gennaio 2024, Scarpinato avrebbe spiegato a Natoli ciò che avrebbe dovuto dire a proposito della «famigerata» riunione del 14 luglio 1992 «al fine di sostenere che Borsellino sapeva ed era d’accordo sulla richiesta di archiviazione dell’indagine Mafia e appalti»: «Tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione», arrivando poi a definire la «scaletta» delle domande che il parlamentare avrebbe rivolto all’ex collega.Caltanissetta spiega, quindi, che le intercettazioni in cui è rimasto coinvolto Scarpinato in realtà erano casuali in quanto dirette ad altri indagati, ovvero Pignatone, Lo Forte e Natoli che sono stati captati per le «anomalie che hanno riguardato l’indagine Mafia e appalti, probabilmente significative dei fortissimi interessi contrari a che la stessa andasse avanti con i necessari approfondimenti, cosa poi realmente accaduta». Per raggiungere tale obiettivo, scrivono i pm, «i soggetti portatori dei predetti interessi hanno, del tutto verosimilmente, avuto contatti anche con i magistrati che, in quegli anni, si occuparono, a vario titolo, delle indagini relative».Tranciante il giudizio degli inquirenti sul procedimento che ha riguardato le infiltrazioni di Cosa nostra a Carrara: esso avrebbe presentato uno «sviluppo delle attività di indagine ictu oculi lacunoso, superficiale e del tutto inadeguato, procedimento che, ove scandagliato con diligenza anche minima, avrebbe di fatto consentito di accendere un faro sulla compenetrazione fra l’organizzazione criminale Cosa nostra e importantissime imprese di rilevanza nazionale, come tali aggiudicatarie di commesse pubbliche multi miliardarie».Tale impietoso giudizio si estende anche alla scelta della polizia giudiziaria delegata individuata da Natoli in «una sezione del neocostituito Gico della Guardia di finanza di Palermo, fortemente sottodimensionata rispetto alla tipologia di attività da espletare e priva del know-how necessario a una visione d’insieme dei fenomeni criminali esplorati». Quindi i pm formulano l’accusa più radicale, quella di collusione di fatto con Cosa nostra: «La brevissima durata complessiva dell’attività delle investigazioni; le sorti di un secondo fascicolo iscritto su impulso della Procura di Massa-Carrara e inizialmente assegnato da Borsellino a Pignatone e Lo Forte, originari titolari del procedimento “Mafia appalti” [...] consentono di affermare che si trattò di un’indagine “apparente”».Sulle ragioni per le quali a Palermo si facessero «indagini apparenti» su Cosa nostra dovremo, però, attendere la definizione degli atri procedimenti a carico di ben noti magistrati.
Papa Leone XIV (Ansa)
Ha ribadito che la dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Egli ha precisato che la democrazia rappresenta «una delle più alte espressioni del potere legittimo» e che essa non deve essere ridotta a una «mera procedura», poiché il suo valore risiede nel riconoscimento della dignità di ogni persona e nella partecipazione attiva di ciascun cittadino al bene della collettività. Tuttavia, ha sottolineato il Papa, la democrazia «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana». In assenza di tali fondamenti, essa rischia di degradarsi in «una tirannia della maggioranza o in una maschera del dominio delle élite economiche e tecnologiche». Queste parole confermano come il Papa, e con lui la Chiesa, intervenga nel dibattito politico non come un attore di parte, ma come un’autorità morale che indica la via della giustizia e della virtù, necessarie per evitare che la concentrazione del potere nelle mani di pochi minacci la pace e la partecipazione dei popoli.
Questa missione di testimonianza morale e spirituale è stata rappresentata anche ieri in Algeria, dove appunto si è aperto il viaggio africano che proseguirà oggi in Camerun. Ieri Leone XIV si è recato ad Annaba, l’antica Ippona, compiendo quello che è stato definito come un ritorno alle origini della sua vocazione. Come «figlio di Sant’Agostino», che fu vescovo di questa città tra il 396 e il 430, il Papa ha visitato il sito archeologico nonostante il forte maltempo. Presso le rovine della Basilica Pacis, dove Agostino esercitò il suo ministero, il Pontefice ha deposto una corona di fiori, accompagnato dai canti in latino, berbero e arabo della corale locale, incentrati sui temi della pace e della fratellanza.
Particolarmente significativo è stato l’incontro privato con le suore agostiniane missionarie a Bab El Oued. In questo popoloso comune di Algeri, il Papa ha reso omaggio alla memoria di suor Esther Paniagua e suor Caridad Álvarez Martín Alonso, martiri uccise nel 1994 durante la guerra civile. Rivolgendosi alle religiose, il Papa ha sottolineato che il martirio e la testimonianza sono dimensioni iscritte nel cuore della vita agostiniana e che la loro presenza in terra algerina è un segno prezioso. Egli ha richiamato l’eredità del Vescovo di Ippona, che ancora oggi insegna come sia «possibile vivere in pace, valorizzando le differenze» e promuovendo il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
Infine, sempre ieri, è stata diffusa la lettera che il Papa ha inviato ai cardinali per convocare il prossimo Concistoro, fissato per il 26-27 giugno 2026. Leone ha tracciato le linee guida del lavoro che li aspetta, ponendo al centro l’esortazione Evangelii gaudium del predecessore Francesco. Il Papa chiede una missione che sia «cristocentrica e kerigmatica», capace di ricentrare l’identità cristiana sull’annuncio del cuore del Vangelo. Tra i principali punti di lavoro figurano la necessità di riformare i percorsi di iniziazione cristiana e l’urgenza di rendere la comunicazione ecclesiale, inclusa quella della Santa Sede, più chiaramente orientata alla missione.
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Carlo De Benedetti (Imasgoeconomica)
Egregi signori,vi scriviamo in nome e nell’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti, che ci ha incaricate di chiedervi la rettifica di alcune affermazioni non rispondenti al vero, pubblicate in data 11.4.2026 sul quotidiano La Verità nell’articolo a firma di Maurizio Belpietro, anticipato sulla prima pagina del giornale con il titolo «Il complotto Renzi-De Benedetti» e poi pubblicato, alla pagina 3, con il titolo «De Benedetti vuole cacciare Meloni e benedice il governo del presidente»; articolo pubblicato anche nella versione online del quotidiano.Nell’indicato articolo, l’ing. De Benedetti viene presentato ai lettori come «l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti». Si sostiene, inoltre, che «Matteo Renzi gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari», ma la «magistratura [...]- guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato». Il tutto corredato, sia nella versione cartacea sia nella versione online del quotidiano, da fotografie del nostro assistito.Con riguardo alle predette affermazioni, volte a gettare cattiva luce sull’ing. De Benedetti all’evidente scopo di minare la sua credibilità e delegittimare le opinioni dallo stesso espresse in occasione dell’intervista rilasciata nella trasmissione Otto e mezzo del 9 aprile 2026, si precisa che, come certamente noto al dott. Belpietro, l’ing. De Benedetti, con riferimento alla vicenda della fornitura di telescriventi alle Poste, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione, caduta solo in parte per prescrizione. Quanto alle «notizie» che Matteo Renzi gli avrebbe fornito sulla riforma delle banche popolari, si precisa che il caso è stato archiviato sia dalla Consob che dalla Procura della Repubblica di Roma, non certo per favorire l’Ingegnere, come insinuato dal dott. Belpietro, ma in quanto è emerso che l’informazione allo stesso fornita, che si supponeva riservata, era in verità già pubblica.Quanto alla «tessera del Pd», si evidenzia che l’ing. De Benedetti non l’ha mai richiesta né ricevuta. Vi invitiamo, pertanto, a rettificare le informazioni non veritiere sopra riportate, mediante la pubblicazione della presente lettera da effettuarsi sul quotidiano La Verità, anche nella versione online, entro e non oltre il 16 aprile p.v., con evidenza pari a quella dell’articolo cui la smentita si riferisce.
Avv. Elisabetta Rubini
Avv. Alessandra Grissini
Le amnesie dell’ingegnere su tangenti, affari e Pd
Gentili Signori Avvocati, capisco che Carlo De Benedetti tenda a rimuovere una serie di fatti del passato, ma la mattina del 16 maggio del 1993 l’Ingegnere (così era chiamato) si presentò in una caserma dei carabinieri e di fronte ad Antonio Di Pietro ammise di aver pagato tangenti per una ventina di miliardi di lire, di cui 10 per fornire apparecchiature alle Poste.
La Repubblica, il giornale che aveva comprato da Eugenio Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo e da lui trasformato in straordinario strumento per accreditarsi con la politica, titolò: «Era un clima da racket, o pagavi o non lavoravi». Un paio di giorni dopo quella confessione, De Benedetti rilasciò un’intervista al Wall Street Journal e la giornalista introdusse l’argomento dicendo che l’Ingegnere non chiedeva scusa per le tangenti pagate, ma anzi assicurava di non essere pentito per ciò che gli veniva contestato, «perché queste erano le regole del gioco negli anni Ottanta». Insomma, il grande imprenditore ammetteva tutto, ma si dichiarava vittima. Nicola Porro, in un articolo di parecchi anni fa, ricostruì i fatti, calcolando anche quanto fatturava l’Olivetti prima del «taglieggiamento» subito dall’Ingegnere e quanto invece incassò dopo. Nel 1987 Ivrea riceveva dalle Poste ordini per 2 miliardi di lire, ma l’anno dopo passò a 205 miliardi. «Quanto è valso all’Olivetti di De Benedetti sottoporsi a questo racket (pagando una tangente da 10 miliardi di lire, ndr)?» si chiese Porro: «In cinque anni, 600 miliardi di lire». Dunque, quale sarebbe l’affermazione non rispondente al vero?
Nel procedimento che una decina di anni fa lo ha opposto a Marco Tronchetti Provera fu lo stesso Ingegnere a ricordare in Aula di essersi spontaneamente presentato a Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi «la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo». Nonostante ciò, De Benedetti è stato assolto e prosciolto? Trascrivo qui una cronaca del Fatto quotidiano del 2015: «De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione». Ma che quelle telescriventi fossero state acquistate grazie a una mazzetta non è in discussione: è storia, anche se De Benedetti preferisce rimuovere la faccenda.
Quanto al resto, cioè alla riforma delle banche popolari, capisco che, come ha ammesso in Aula durante il procedimento contro Marco Tronchetti Provera, l’Ingegnere molte cose non le ricordi; tuttavia, questa è l’intercettazione tra lui e Gianluca Bolengo, il broker che all’epoca gestiva i suoi investimenti personali.
De Benedetti: «Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane».
Bolengo: «Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso Sondrio, città di 30.000 abitanti».
De Benedetti: «Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?».
Bolengo: «Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono».
De Benedetti: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».
Bolengo: «Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggior impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualche cosa».
Così l’Ingegnere guadagnò 600.000 euro senza fatica. Che altro c’è da aggiungere rispetto a quanto da me scritto? Anche per questo fatto De Benedetti è stato assolto? L’ho evidenziato. Ma l’indiscrezione sulla riforma, la telefonata al broker di fiducia dopo aver ricevuto l’informazione da Renzi e il guadagno da 600 mila euro restano. Sono fatti, che nessuna tentazione di sbianchettamento può cancellare.
E a proposito dell’operazione pulizia, ad annunciare al quotidiano di casa l’iscrizione al Pd fu lo stesso Carlo De Benedetti. Il 14 ottobre 2007, in occasione della fondazione del nuovo soggetto politico, sulla Repubblica uscì una sua intervista a Ezio Mauro, dal titolo «Il mio voto per Walter, sognando una forza riformista», in cui dichiarò: «Andrò a votare e chiederò la tessera numero uno». Si è poi pentito e non ha più voluto la tessera o quella frase gli serviva solo per accreditarsi con il nuovo partito? Non lo so, ma francamente poco mi importa e credo che, conoscendo le tendenze politiche dell’Ingegnere, poco importi anche ai lettori.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
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