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Sigfrido Ranucci (Getty Images)

È quasi l’alba del 5 luglio quando comincia la ricerca di un alibi. O, per usare le parole del giudice, di una «spiegazione plausibile». Quel giorno Valter Lavitola, il funambolico adulatore di Sigfrido Ranucci, ha appena subito una perquisizione con l’accusa di aver ordito l’attentato proprio contro l’amico che sognava di spedire a Palazzo Chigi.

Gli investigatori gli hanno rappresentato una coincidenza difficile da spiegare: il 15 settembre 2025 il suo telefono e quello di Clesio Tavares Gomes, suo uomo di fiducia probabilmente conosciuto durante una detenzione comune a Secondigliano (e che Lavitola chiama «figlio mio»), erano insieme a Torvaianica, proprio nella zona in cui abita Ranucci. Il giornalista quel giorno non era in casa. E Lavitola non lo aveva chiamato né gli aveva scritto.

I due ex codetenuti erano rimasti lì soltanto una mezz’ora. Per la Procura di Roma quello era un sopralluogo. Quasi dieci mesi dopo Lavitola ha bisogno di capire come spiegare quel breve lasso di tempo. E ad aiutarlo, «in buona fede», secondo il gip Iole Moricca, è proprio l’uomo che per mestiere dubita delle versioni altrui: Ranucci.

Le giustificazioni dell’indagato, è annotato nell’ordinanza che ha privato Lavitola della libertà personale, vengono infatti cercate «addirittura con il contributo […] della persona offesa». Ed è questo uno dei cortocircuiti più singolari e imbarazzanti dell’inchiesta sulla bomba esplosa il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del conduttore di Report. Mentre gli investigatori stanno cominciando a mettere Lavitola al centro della loro ricostruzione, Ranucci continua a considerarlo un amico. E quell’amico, appena perquisito, lo chiama. Terminate le operazioni di perquisizione, intorno alle 3.56 del mattino, parte la chiamata attraverso un canale che gli inquirenti definiscono «non monitorato».

Lavitola è in automobile con la compagna. E una captazione ambientale permette agli investigatori di ascoltare almeno una parte della conversazione e il confronto all’interno dell’auto. I tre, in un passaggio paradossale, cercano insieme di ricostruire il luogo in cui Lavitola potesse trovarsi quel 15 settembre. Ranucci rovista nella memoria. Propone percorsi, pranzi, incontri. Cerca un episodio capace di far combaciare i ricordi con le celle telefoniche. Forse, sostiene, per andare a Terracina Lavitola era costretto a passare davanti a casa sua per via di una deviazione: «Non puoi passare con la macchina… è crollato il ponte… devi passare davanti casa mia per forza».

Ma è solo uno dei «vani tentativi», così li definisce il gip, «compiuti da Ranucci» per «giustificare» la presenza dell’amico nella zona. Perché ricorda anche «un paio di situazioni» in cui Lavitola gli avrebbe detto di essere passato da quelle parti «per mangiare insieme» o per «bere una cosa». Ed emerge un pranzo. La compagna di Lavitola lo fissa attorno al 7 settembre. Ranucci conferma: «Si è vero… sei venuto a mangiare». Ma Lavitola corregge l’amico: «Gomes non c’era… eh sicuro». E il giudice scrive: «I tre cercavano una giustificazione alla circostanza contestata nel decreto di perquisizione senza però trovare una soluzione».

Ranucci cerca una spiegazione per Lavitola

I pezzi, insomma, non combaciano. Ed è Lavitola a dover, di volta in volta, scartare l’alibi che Ranucci gli offre. Il problema è quella mezz’ora a Torvaianica. Per comprendere il peso della telefonata bisogna tornare al 7 settembre 2025. Il giorno precedente Lavitola aveva scritto a Ranucci: «Domani prima o dopo pranzo, riusciamo a vederci 10-15 minuti, sarò proprio dalle tue parti». Ranucci aveva accettato.

Il giorno seguente Lavitola gli aveva chiesto dove incontrarsi. Il giornalista aveva proposto casa propria perché, altrimenti, avrebbe dovuto chiamare la scorta. A quel punto Lavitola aveva fatto una richiesta destinata, dieci mesi dopo, a diventare importante: «Mi scrivi l’indirizzo, perché non so dove». Ranucci glielo aveva mandato, aggiungendo anche un riferimento visivo per individuare l’immobile: «Trovi villetta bianca con auto posteggiata. Due auto». Le celle telefoniche confermano l’incontro. Per il gip quel dialogo dimostra soprattutto una cosa: il 7 settembre Lavitola non sapeva ancora dove abitasse Ranucci. Era la prima volta che andava a casa sua. E Clesio non era con lui. Otto giorni dopo accade qualcosa di diverso.

Il 15 settembre Lavitola è insieme a Clesio. I due arrivano nella zona di casa Ranucci, rimangono circa mezz’ora e tornano verso Roma. Il giornalista non è lì e, secondo quanto ricostruito nell’ordinanza, Lavitola non tenta neppure di contattarlo. Tre giorni dopo la perquisizione, l’8 luglio, Lavitola si presenta davanti agli inquirenti. Si avvale della facoltà di non rispondere, ma rende dichiarazioni spontanee. E la versione sulla giornata del 15 settembre cambia forma.

Prima mette in dubbio persino di essere stato a Torvaianica: «Io ho avuto altri impegni in quella data quindi credo veramente difficile che sia andato a Torvaianica». Ma si tiene una porta aperta: «Se ci fossi andato, ci sarebbero stati vari motivi». Uno di questi è immobiliare: «Mia moglie aveva affittato una casetta da quelle parti a 200 euro al giorno». Lavitola sostiene di essere andato varie volte in zona per cercare un immobile da acquistare. Ma introduce anche altre possibilità: «Non è escluso che io sia andato da Sigfrido con Gomes o che sia andato a Torvaianica con Gomes a vedere degli appartamenti».

Gli investigatori controllano. Sul telefono non trovano iniziative o trattative per comprare o affittare immobili a Torvaianica. E nella chiamata a tre con Ranucci crolla anche questa possibilità. Lavitola chiede alla compagna quando avesse preso la casa da 200 euro al giorno. La risposta lo spiazza: era giugno. Lui osserva: «Eh giugno… quello dice un mese prima dell’attentato a te…». A settembre, invece, la casa era a Terracina. L’alibi alla fine non c’è.

L’alibi non regge: «Una confusione terribile»

Ma Lavitola sembra comunque valutare come utile quella conversazione con Ranucci. Parlandone successivamente con un’altra interlocutrice afferma: «Questo (Ranucci, ndr) andrà a determinare con certezza se lui dirà la verità, come mi ha detto ieri notte. Siamo stati due ore a parlare al telefono, mi ha dato molte informazioni, mi ha aiutato a chiarire le cose. Questo porterà a una confusione terribile». È probabilmente il punto più delicato. Perché Lavitola, che in quel momento profetizza il suo arresto («mercoledì sono sicuro che mi arrestano», dirà a un amico), sembra ricercare una certa utilità in quella conversazione. Niente alibi, ma almeno «una confusione terribile». Non abbastanza, comunque, da confondere il giudice su quella mezz’ora a Torvaianica.

Valter tentato di scaricare Sigfrido

L’ultima volta che avevamo sentito Valter Lavitola era stato giovedì scorso. Era preoccupato, non voleva parlare. Problemi di soldi. E, soprattutto, la preoccupazione di non trovare un altro avvocato che avrebbe accettato di difenderlo nel caso in cui avesse parlato per l’ennesima volta con un giornalista. Non abbiamo insistito più di tanto.

Poi, di fronte al nostro desiderio di comprendere maggiormente alcuni dettagli della tormentata vicenda, Lavitola ci aveva fatto una promessa: tra qualche giorno, off the record, ti racconto tutto. «Devo avere chiare alcune cose almeno ti dico cose serie e comprovate».

Ancora una volta l’abbiamo assecondato e abbiamo fatto passare qualche giorno, pensando di scrivergli nuovamente lunedì all’ora di pranzo. Poi lunedì è arrivato, insieme all’arresto dell’amico fraterno, ammesso e non concesso che lo sia ancora, di Ranucci. Non ci potrà dire più niente. Nel caso in cui davvero sia riuscito a raccogliere informazioni «serie e comprovate», le racconterà agli investigatori.

Prima di essere arrestato, però, domenica scorsa Lavitola ha parlato con MowMag, che stava seguendo una pista rilevante sul suo socio in affari, Clesio Gomes Tavares. Prima una mail per chiedere udienza con il giornale, poi la telefonata. «Se l’ha fatto Gomes, vuol dire che l’ho fatta fare io, e se l’ho fatta fare io, vuol dire che l’ho fatto d’accordo con Sigfrido», ha detto Lavitola a MowMag.

Un messaggio in codice? Un’esagerazione? Un messaggio al suo ormai ex amico Sigfrido? Del resto, nelle stesse del gip, si può leggere di un Lavitola pronto a scaricare «Sig», come amava chiamarlo durante le loro conversazioni. «Dovrò attaccare un mio fratello? Cavolo, sempre con mio fratello? Dovrò mettermi contro un fratello?», dice Valter.

E ancora, in una conversazione intercettata in auto: «Questo sarà un merda. E la cosa sai qual è? Che il giornalista che ha avuto l’attentato, la vittima che io avrei mandato a fare l’attentato, praticamente lui, ieri notte siamo rimasti due ore al telefono, incazzato nero, dicendo “questi sono matti”, difendendomi. Ora io spero che continui a fare questo. Questo è un giornalista più potente, più vicino ai giudici che ci sono in Italia». Dubbi che Lavitola si poneva mesi fa, quasi come un ossesso, e che oggi potrebbero esser diventati ancora più forti e pressanti.

Il nodo cruciale di tutta questa vicenda è proprio questo: Lavitola scaricherà o meno Ranucci? Ma non solo. Perché l’arresto del faccendiere, insieme ai giudizi sul direttore dell’approfondimento Rai, Paolo Corsini, e i giudizi sull’ad, Giampaolo Rossi, del conduttore di Report hanno aggiunto un nuovo capitolo che è andato ad aggiungersi al lavoro del comitato etico della tv di Stato. Che potrebbe completare il proprio report a stretto giro. Poi sarà la volta dell’audit, che però richiederà più tempo del previsto, dato il gran numero di persone da sentire.

Ieri abbiamo provato a contattare anche Tavares, che si troverebbe ancora in Camerun. «Non posso dire niente, non posso dire niente». Ad ogni nostra domanda ha sempre risposto così. Nulla di più. Se non l’esprimere il proprio desiderio di raccontare tutto agli investigatori molto presto. Quando? Non si sa. Questi erano gli amici con i quali si accompagnava «Sig». E, come afferma il detto, con amici così non servono nemici.

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