Il video dell'incontro tra il premier e il primo ministro indiano nella cornice di villa Pamphili per il vertice di oggi a Roma.
Narendra Modi e Donald Trump (Ansa)
Dazi scesi al 18% sull’import indiano e zero tasse sui prodotti americani, che New Delhi comprerà per un valore di 500 miliardi. Modi, inoltre, acquisterà l’oro nero solo da Usa e Venezuela. Altro che l’accordo di Ursula...
C’è modo e Modi di fare gli accordi commerciali. C’è chi va in India col cappello in mano offrendo chiacchiere e distintivo, con l’unico malcelato scopo di vendere le auto tedesche che sono state demolite dal Green deal, e chi si presenta al Paese più popoloso della terra dicendo: se volete la pace commerciale le cose si fanno come dico io. Parola di Donald Trump.
Si dovrebbe fare un gioco d’enigmistica tanto popolare: trova le differenze tra la forza degli Usa e le albagie di Bruxelles, ivi compresa l’ennesima boutade di Mario Draghi che vuole un’Europa federale elevata a potenza mondiale scimmiottando Washington, ma con condizioni storiche, culturali, antropologiche, fiscali, normative ed economiche imparagonabili. Per misurare spannometricamente le due intese basta una cifra: l’interscambio Ue-India vale 180 miliardi di euro e i dazi si ridurranno al 10% in un tempo che va dai 7 ai 10 anni; l’accordo che Donald Trump ha stretto con Nerendra Modi parte subito e riguarda merci americane che gli indiani importeranno a dazio zero per 500 miliardi di dollari. Giusto per tornare con la memoria allo «storico accordo» di due settimane fa, così lo ha presentato Ursula von der Leyen agli europei, il valore immediato è un risparmio di circa 4 miliardi sulla dogana da parte degli esportatori Ue, un taglio dei dazi sulle auto dal 110% fino a scendere al 20% in dieci anni con esclusione delle utilitarie (dunque ammesso che l’Italia producesse ancora auto non ce ne accorgeremmo) e un abbassamento dei dazi sul 96% dei prodotti Ue e sul 93% dei prodotti indiani che in dieci anni arrivano a un reciproco 10%. Ci sono delle differenze tra settore e settore, ma il grosso dell’intesa dice questo. Il commissario europeo al commercio Maros Sefcovic, l’ha definita come «il più grande accordo di libero scambio mai realizzato, frutto di oltre un decennio di lavoro».
Prima però di vederlo operativo servono dettagli, approvazioni e ratifiche varie: un paio d’anni se bastano. Ma a Bruxelles tutti hanno battuto le mani in segno di rivincita sulle tariffe trumpiane a un «trattato del secolo - parole della Von der Leyen subito dopo la firma ancora tutta da ratificare, come peraltro per il Mercosur, dall’Eurocamera - che mette insieme un mercato di circa 2 miliardi di persone (due terzi sono gli indiani che hanno un reddito pro-capite dieci volte inferiore a quello degli europei, ndr) e dimostra che l’Europa è per il libero scambio e non per le barriere». La battuta era indirizzata a Donald Trump, che in quei giorni aveva minacciato nuovi dazi ai Paesi che si frapponevano tra lui e la Groenlandia. Ebbene ieri il presidente americano ha fatto sapere al mondo queste due elementari cose: l’India s’impegna a non comprare più petrolio dalla Russia e l’accordo commerciale concluso tra lui e Modi riguarda una riduzione immediata dei dazi americani dal 25 al 18% con l’India che si appresta ad azzerare le tariffe doganali sui prodotti americani che acquisterà per 500 miliardi di dollari. Giusto per avere un’idea, l’interscambio India-Ue è oggi pari a 180 miliardi di euro e il tanto decantato accordo ad esempio sull’agroalimentare con le riduzioni dei dazi sui vini che passano dal 150% al 20% sempre in dieci anni riguarda «l’enorme» cifra di 76 milioni di euro, di cui 2,8 italiani.
Il presidente americano nel descrivere l’intesa sul suo social Truth c’ha messo la consueta enfasi: «È stato un onore parlare questa mattina con il primo ministro Modi. È uno dei miei più grandi amici e un leader potente e rispettato del suo Paese. Abbiamo parlato di molte cose, tra cui il commercio e la fine della guerra tra Russia e Ucraina». Proprio lo stop annunciato da Modi delle forniture di petrolio dalla Russa giustificano l’ottimismo di Trump che continua a usare i dazi come arma geopolitica. L’accordo con l’India gli serve sia per portare Vladimir Putin a trattare con Kiev sia per dare un segnale alla Cina. Che Trump abbia colto almeno uno dei due obiettivi lo conferma il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov che si è affrettato a dichiarare a Ria Novosti - l’agenzia ufficiale russa - che «Mosca non ha ancora ricevuto alcuna comunicazione da New Delhi in merito al rifiuto di acquistare petrolio russo».
Quanto al secondo obiettivo si è fatto interprete di timori di allontanamento da Pechino il partito del Congresso che guida l’opposizione indiana. La quale ha chiesto che Modi condivida con il parlamento i dettagli dell’accordo commerciale. «È stato affermato che l’accordo è stato raggiunto su richiesta di Modi e Trump sostiene che l’India si muoverà per ridurre a zero le barriere tariffarie e non tariffarie. Ciò - sostiene l’opposizione - avrà un impatto sull’industria, i commercianti e gli agricoltori indiani». Va ricordato che l’India è la seconda agricoltura mondiale con 200 milioni di ettari coltivati su cui campa circa il 40% della popolazione. Il «Congresso» vuole anche sapere se è vero che il governo Modi «non acquisterà petrolio dalla Russia, ma da America e Venezuela» perché l’India ha una continua fame di energia e si teme una dipendenza troppo marcata da un’unica fonte. L’accordo però prevede un’espansione dell’export indiano verso Washington che resta per New Delhi il principale mercato, visto che l’interscambio nel 2025 ha superato i 131 miliardi di dollari. E che l’intesa funzioni per gli indiani lo dimostra un immediato rialzo dei corsi azionari (più 5% ieri in Borsa all’apertura) e un apprezzamento dell’1,08% della rupia sul dollaro.
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Il primo ministro indiano Narendra Modi e il cancelliere tedesco Olaf Scholz (Ansa)
Il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è recentemente recato, assieme ai ministri competenti, in India, dove ha siglato col governo guidato da Narendra Modi 27 accordi, miranti a implementare la cooperazione tra i due Paesi in tre settori strategici: ricerca, energie rinnovabili e difesa.
In cambio Berlino ha offerto la possibilità di aumentare il numero di visti di ingresso per quei lavoratori indiani titolari di un'elevata formazione professionale, in settori chiave del mercato del lavoro tedesco.
Ufficialmente l'accordo rientrerebbe all'interno del quadro costituito dal crescente numero di domande per un permesso di lavoro proveniente da cittadini indiani.
Secondo i dati forniti dall'ufficio immigrazione tedesco, da giugno sarebbero oltre 2.500 le richieste provenienti dall'India per un'opportunity card, il nuovo permesso temporaneo fino a un anno per cittadini non europei, per poter cercare lavoro in Germania.
In realtà il governo di Berlino intenderebbe sostituire quello che fino a ora sarebbe stato il partner strategico principale, la Cina, a causa dei recenti attriti derivanti dai dazi introdotti dalla Commissione europea alle vetture elettriche cinesi.
Il mercato cinese dell'auto è stato sottoposto a un'indagine di otto mesi da parte dei vertici dell'Unione europea. L'indagine, conclusasi recentemente, ha stabilito che gli aiuti da parte del governo di Pechino ci sarebbero stati, e che per riequilibrare il mercato europeo rispetto a quello cinese è necessario imporre dei dazi, di importo differenziato a seconda del livello di aiuti ricevuti.
A essere colpiti da queste misure sarebbero Byd, con un 17% rispetto al 7,8% applicato a Tesla, Geely con 18,8%, fino all'aliquota più elevata del 35,5% applicata a Saic, società partecipata dal governo di Pechino.
Per le auto straniere prodotte in Cina, come Bmw e Volkswagen, il dazio unitario si attesta al 20,7%.
Nelle more dell'indagine conoscitiva, Pechino aveva già adottato misure ritorsive nei confronti dell'Ue, dando il via a un'analoga indagine nei confronti della carne di maiale e del brandy, importati dal Vecchio Continente.
Inoltre sempre il ministro del Commercio aveva annunciato di volere incontrare i produttori tedeschi di veicoli commerciali, ventilando la possibilità di voler introdurre delle restrizioni.
L'anno scorso le esportazioni di veicoli commerciali dalla Germania verso la Cina avrebbero fatturato 1,2 miliardi di dollari.
Oltre al ricorso al Wto, i produttori cinesi colpiti dai dazi hanno nove mesi di tempo per fare appello alla Corte di Giustizia Europea.
Secondo i dati forniti dalla Commissione Ue, la quota di mercato dei veicoli elettrici cinesi in Europa è passata da un 3,9% nel 2020, al 25% del settembre 2023.
D'altra parte il primo produttore di auto tedesco Volkswagen, ha comunicato per il terzo quadrimestre 2024 un calo dei profitti netti pari al 64%, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Per il quotidiano di affari tedesco Handelsblatt, il gruppo VW avrebbe intenzione di fare cassa sui salari dei dipendenti, tagliandoli in media di un 10%, cosa che permetterebbe al gruppo di risparmiare 800 milioni di euro, obbiettivo intermedio verso quello finale di arrivare a un risparmio complessivo di 4 miliardi di euro.
Il gruppo avrebbe già pianificato di chiudere tre impianti produttivi e di tagliare decine di migliaia di posti di lavoro. A partire dallo stabilimento Audi di Bruxelles, con la perdita di tremila posti di lavoro. L'Associazione degli Industriali Tedeschi dell'Automotive, Hildegard Muller, ha dichiarato che il passaggio dai motori termici a quelli elettrici comporterà un taglio di 140.000 posti di lavoro in un periodo di dieci anni.
In questo contesto la scelta di Pechino quale partner strategico a partire proprio dall'auto elettrica, ma anche in quello fondamentale delle batterie per auto, spinge Berlino a rivedere radicalmente le sue scelte. Bmw, attraverso il suo centro studi Battery Cell Competence Center di Monaco, aveva deciso di rivolgersi al produttore cinese Eve e a quello ungherese Catl, dopo avere chiuso i rapporti con la svedese Northvolt. La prima generazione di batterie per veicoli elettrici era composta per un 30% di cobalto, per un altro 30 di manganese e per un ulteriore 30 di nickel. Oggi il nickel rappresenta il 90% del materiale impiegato, e l'obbiettivo è di abbassare la percentuale al 60%, cercando di mantener il cobalto a livelli minimi. Lo schema era quello delle batterie Nmc (Nickel, manganese, cobalto), più performanti e leggere ma più costose e vincolanti dal punto di vista delle materie prime, oltre che dei produttori. La scelta della Cina, da questo punto di vista, garantiva alla Germania una certa sicurezza, tenuto conto del fatto che Pechino controlla tutti i mercati delle materie prime essenziali grazie proprio agli investimenti statali. Ora sia Bmw che Berlino dovranno tornare sui loro passi e rivedere alcune scelte. A partire dalle batterie Lff (Litio, ferro, fosfato), meno costose ma che garantiscono una maggiore durata in termini di impiego. E soprattutto costruite con materiali più facilmente reperibili.
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Narendra Modi, Vladimir Putin e Xi Jinping (Ansa)
L’analista: «Modi sceglie i partner in base ai casi specifici, è iperpragmatico. La tregua con la Cina sui confini è tattica per entrambi. Il disgelo? Effetti contenuti per l’Europa».
Mercoledì scorso il premier indiano Narendra Modi ha avuto un colloquio con il presidente della Cina, Xi Jinping, a Kazan, in Russia, a margine del vertice Brics. Il bilaterale è avvenuto dopo pochi giorni da un primo accordo per allentare le tensioni lungo la «Linea di controllo effettivo» (Lac), il confine semiufficiale tra i due Paesi introdotto dopo che nel 1962 la Cina invase territori formalmente indiani. Nel corso dei decenni le ostilità alla frontiera si sono ripetute, fino allo scontro diretto tra militari nel 2020, che causò la morte di 20 soldati indiani e quattro cinesi. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Di Muro, analista di Limes.
Possiamo parlare di una tregua tra le due potenze?
«Sì, si può parlare di una tregua tattica che fa comodo a entrambe, perché entrambe hanno bisogno di stabilità, essendo due Paesi in via di sviluppo. In tal modo, i cinesi possono occuparsi meglio e con più risorse del dossier per loro più importante, ovvero Taiwan. Per gli indiani significa invece poter concentrarsi sullo sviluppo economico e sul piano del riarmo, che però chiaramente avvengono con ritmi e risorse molto diversi da quelli cinesi. Ciò non toglie però che l’India e la Cina restano due rivali strategiche, sono due Paesi con delle potenzialità enormi dal punto di vista demografico, economico, geografico, che esistono nello stesso teatro geografico e strategico, quello che oggi chiamiamo “indopacifico”. La rivalità tra questi due Paesi è strutturale, e il modo in cui questa rivalità viene gestita dipende anche dalla situazione alle frontiere».
Il rischio che si riaccendano le tensioni, infatti, non è da escludere...
«Assolutamente, può accadere in qualsiasi momento, anche perché è tutto da verificare poi come verrà implementato questo accordo di principio. Su come verrà concretizzato non ci sono dettagli».
L’India sta intensificando la propria presenza in Africa. È una strategia per contrastare la massiccia influenza cinese nel continente? Il recentissimo disgelo avrà conseguenze anche lì?
«Non credo. È vero che l’India investe sulle relazioni con l’Africa anche per contrastare l’espansione cinese, ma non soltanto. L’India è un Paese che con l’Africa ha un rapporto molto importante dal punto di vista sia economico sia geopolitico. L’India si ritiene il dominus dell’oceano Indiano, in particolare del versante occidentale, cioè quello che tocca anche le coste dell’Africa. Nuova Delhi sta investendo molto, anche per quanto riguarda il suo soft power, alimentando le sue aspirazioni di essere guida di quello che oggi viene chiamato il Sud Globale, proprio in competizione con la Cina».
E nello specifico, per quanto riguarda il punto di vista militare?
«L’India e la sua marina sono tra le più attive nel contrasto alla pirateria, in particolare al largo dello stretto di Bab al-Mandab, quindi anche sulle coste della Somalia. Inoltre vende molte armi, addestra molti soldati, molte forze armate dei Paesi africani, sia in ambito militare sia in ambito civile. È molto attiva anche dal punto di vista infrastrutturale in Africa. In sostanza, il rapporto con l’Africa è sì utile in funzione anticinese, ma è anche sintomatico del modo in cui l’India pensa alla geopolitica e alla sua strategia per diventare una grande potenza».
La tregua con Pechino può quindi essere letta anche come una strategia di Modi per proporsi come leader più affidabile verso gli alleati della Cina?
«Sì, anche perché se esistono il Washington Consensus e il Beijing Consensus, esiste anche una sorta di - come l’ha chiamato Larry Summers, all’epoca consigliere economico americano - Mumbai Consensus, ovvero quel modello in cui si cerca un bilanciamento tra la liberal democrazia di stampo occidentale e il nazionalismo che, invece, caratterizza Paesi appunto come l’India, tra il protezionismo e il libero commercio. L’India ha abbracciato la globalizzazione dagli anni Novanta, ma ha un approccio molto protezionista in alcuni ambiti e anche in generale verso l’integrazione nel sistema globale. L’India punta alla preservazione di una strategia autonoma, autocentrata, che cerca appunto di non farsi legare in alleanze formali né con l’Occidente, né con i cosiddetti “rivali” dell’Occidente, che siano cinesi, russi o altri Paesi».
Un atteggiamento che si rispecchia anche nel suo (non) posizionamento rispetto ai conflitti in corso in Ucraina e Medio Oriente.
«Assolutamente. Questi due conflitti sono indicativi della strategia dell’India, chiamata “multialllineamento”, o “multivettoriale”, o “autonomia strategica”. Tutte formule che indicano l’essere un Paese sostanzialmente autocentrato, iperpragmatico che, come dice il suo ministro degli Esteri, si sceglie i partner in base ai dossier specifici. Modi cerca di ottenere ciò che gli serve dall’Occidente, ma ottiene dai rapporti con il resto del mondo tutta un’altra serie di asset».
Per esempio da Mosca...
«Esatto. Modi non applica sanzioni contro la Russia, anzi aumenta in maniera esponenziale le importazioni di petrolio, di cui è terzo importatore al mondo. Nel momento in cui la Russia è costretta a offrirlo a prezzi vantaggiosi, viste le sanzioni occidentali, l’India ne fa incetta. Tuttavia, che la guerra continui non è negli interessi di Modi, perché il conflitto allontana la Russia sempre di più dall’Occidente e la avvicina la Cina».
E in Medio Oriente?
«La strategia è sempre quella di tenere una sorta di equidistanza tra i due contendenti, anche se poi in realtà in questo momento le relazioni tra India e Israele sono al loro massimo storico. Israele ormai è una partner molto importante per l’India dal punto di vista economico, soprattutto per quanto riguarda la cessione di tecnologia. Ma soprattutto Tel Aviv fa comodo a Modi dal punto di vista infrastrutturale. Uno dei più grossi conglomerati indiani ha avuto in concessione il porto di Haifa, anche qui in competizione con i cinesi».
Si parla molto anche del corridoio Imec, che dovrebbe connettere Mumbai all’Europa, passando per la penisola arabica.
«Infatti, anche se i rapporti con Israele sono ottimi, l’India ha rapporti stretti anche con le monarchie del Golfo, fondamentali per il suo approvvigionamento energetico. Certo, la reazione “blanda”, per usare un eufemismo, delle petromonarchie sulla guerra tra Israele e Palestina, non mette l’India nella posizione di scegliere da che parte stare».
E per quanto riguarda la Turchia, che invece blanda verso Israele non è?
«La Turchia è uno dei Paesi che l’India, infatti, vede con più sospetto, anche perché Ankara sta stringendo molto i rapporti con il Pakistan, il nemico giurato dell’India. E soprattutto vede con sospetto questa nuova espansione della Turchia, che dal Medio Oriente fino all’Asia meridionale sta cercando di tornare ai fasti della sua storia antica».
Il disgelo sino indiano può avere gravi conseguenze sulla dipendenza europea da materie prime?
«Non credo ci saranno grosse scosse rispetto alla struttura e gli assetti attuali. Si fa un gran parlare di Brics, ma è un insieme di Paesi che vorrebbero un sistema multipolare, ovvero dove non siano più gli Usa a dettare legge, ma alla fine, molti di questi Stati, a cominciare proprio da India e Cina, hanno tra loro delle dispute che sono, se non insanabili, sicuramente strutturali».
L’India sta accrescendo però il suo peso a livello diplomatico in tutto il mondo...
«Certo, a febbraio per esempio ci sarà il Raisina Dialogue a Nuova Delhi, conferenza che organizzano ogni anno. L’anno scorso c’erano qualcosa come 17 capi di Stato e di governo, c’erano i ministri degli Esteri, quasi tutti, buona parte dei Paesi europei. Noi eravamo rappresentati da Elisabetta Belloni. È un evento partito quasi 10 anni fa, con 3.000 ospiti. Quest’anno ne ha avuti 15.000».
D’altronde anche il governo italiano ha un ottimo rapporto con quello indiano.
«Assolutamente sì, l’India è uno dei Paesi più corteggiati a livello mondiale, proprio per quello che dicevo prima, il fatto che è un Paese che non ha alleati, l’unico alleato dell’India è l’India stessa, per cui si mette nella condizione di essere corteggiato. Giorgia Meloni è uno dei presidenti che lo sta facendo, Emmanuel Macron ha ricevuto Modi come ospite d’onore alla Parata del 14 luglio dell’anno scorso, Vladimir Putin gli ha conferito l’ordine di Sant’Andrea, Joe Biden l’ha avuto come ospite d’onore alla cena di gala l’anno scorso alla Casa Bianca. L’Italia è solo uno dei Paesi che in questo momento vuol salire sul treno India».
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I militari della 24° Brigata meccanizzata sparano verso i russi a Chasiv Yar nella regione di Donetsk (Ansa)
Il leader indiano Modi, che oggi sarà a Kiev, invita alla diplomazia: «Solo il dialogo può portare la pace». Putin torna a evocare lo spettro dell’incidente nucleare: «Il nemico ha cercato di colpire la centrale».
Vladimir Putin torna a evocare lo spettro dell’incidente nucleare svelando che Kiev avrebbe tentato, per la seconda volta in pochi giorni, di bombardare il reattore di Kursk, nonostante l’annunciata visita che il direttore generale dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) terrà la prossima settimana nel sito. «Il nemico ha cercato di colpire la centrale nucleare nella notte tra mercoledì e giovedì», ha aggiunto lo zar senza però portare prove a sostegno di quest’accusa.
L’Ucraina sembra comunque aver ripreso a martellare la regione occupata di Kursk, da dove è in corso un esodo di oltre 120.000 civili, con azioni congiunte dal cielo (droni) e da terra (brigate meccanizzate). Una morsa a tenaglia che ha costretto Mosca ad avviare l’installazione di rifugi antiaerei modulari direttamente in strada per offrire un rifugio ai cittadini non in grado di proteggersi da soli. In una sola notte, Kiev ha lanciato sul territorio russo un’offensiva con 28 droni che segue quella di due giorni fa con una squadriglia composta da una settantina di velivoli-kamikaze che volevano addirittura arrivare fino alla Piazza Rossa. Incursioni vincenti da parte di Kiev si sono registrate, inoltre, presso l’aeroporto militare di Marynivka, nella regione di Volgograd, dove sono stati rasi al suolo i magazzini di armi e carburante, e nel porto di Kavkaz dove gli ordigni sganciati da Kiev hanno affondato un traghetto ferroviario.
«Le nostre operazioni di difesa nella regione di Donetsk, nella regione di Kharkiv, nell’Ucraina meridionale, la nostra liberazione dalla flotta russa del Mar Nero, la nostra operazione nella regione di Kursk rappresentano il nostro modo sistemico di difendere l’Ucraina, il modo per porre fine a questa guerra alle condizioni di un’Ucraina indipendente», ha detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Portando la guerra dove la Russia l’ha portata nella nostra terra, la stiamo rimandando a casa. Questo è assolutamente giusto. Oltre alla giustizia, è anche molto efficace», ha aggiunto il capo di Stato. «Dobbiamo tutti capire che per espellere l’occupante dalla nostra terra, dobbiamo creare quanti più problemi possibili allo Stato russo sul suo territorio. Questo è il lavoro eroico dei nostri soldati. E questo lavoro eroico tanto più è accurato e a lungo raggio e più efficace», ha specificato. Un evidente riferimento alle autorizzazioni, ancora negate da parte dei leader occidentali, per l’utilizzo di armi offensive nel territorio ex sovietico che, nella dottrina bellica del presidente ucraino, dovrebbero rappresentare l’arma finale per costringere Putin alla resa. Una strategia rischiosa considerato che non tutti i Paesi sono convinti che aggredire Mosca rappresenti la strada più veloce per far cessare il conflitto. Come pure ha ricordato il primo ministro dell’India, Narendra Modi, che proprio oggi incontrerà Zelensky. Da New Delhi hanno più volte ribadito, infatti, che solo «la diplomazia e il dialogo possono risolvere questo conflitto e portare a una pace duratura». Difficile però riprendere i negoziati ora che Kiev è passata al contrattacco invadendo Kursk. Un raid peraltro avvenuto senza, pare, alcuna autorizzazione degli alleati. Certamente non della Germania, come ha spiegato il cancelliere tedesco Olaf Scholz. «L’Ucraina ha preparato l’operazione militare nella regione di Kursk in modo molto segreto e senza dare feedback, il che è sicuramente dovuto alla situazione», ha sottolineato. «Si tratta di un’operazione molto limitata in termini di spazio e probabilmente anche in termini di tempo», ha assicurato il politico di Berlino assestando, quindi, un micidiale colpo in termini politici e d’immagine al piano elaborato da Kiev.
Particolarmente duro è l’esito delle operazioni di Mosca nel Donetsk dove i soldati hanno conquistato il villaggio di Mezhevoje, nei pressi di Pokrovsk. In Crimea, invece, le forze di sicurezza hanno arrestato tre 007 ucraini che, secondo il Cremlino, stavano pianificando degli attentati e raccogliendo informazioni sulle Forze armate russe. Si tratterebbe della quarta spia che i Servizi ex sovietici assicurano alla giustizia dopo l’identificazione e la cattura, nei giorni scorsi, di un docente universitario che avrebbe effettuato attacchi informatici contro infrastrutture strategiche russe. E non solo: l’intelligence americana e quella cinese si attendono, peraltro, una intensificazione dei bombardamenti sull’Ucraina in concomitanza con la festività dell’Indipendenza del Paese che ricorre proprio domani.
Ma se Zelensky può contare su una articolata rete di alleanze internazionali, che garantiscono soldi, armi e munizioni, allo stesso modo Putin sta muovendo sullo scacchiere geopolitico della regione le sue pedine. Prima tra tutte la fedele Bielorussia che firmerà con la Cina un accordo per la creazione di una zona di libero scambio per i servizi e gli investimenti. Ad annunciarlo è stato proprio il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, durante un ricevimento a Minsk per il premier cinese Li Qiang. Si tratta di un «accordo sulla creazione di una zona di libero scambio per i servizi e gli investimenti», ha dichiarato Lukashenko, che consentirà alla Bielorussia di incrementare le esportazioni di servizi in Cina tra il 12 e il 15% e di attrarre maggiori investimenti cinesi in Bielorussia per almeno il 30%.
In conclusione una nota sull’altro conflitto (quello della propaganda) che si sta infiammando dopo l’invasione di Kursk: il servizio segreto russo ha aperto una inchiesta contro un giornalista della Cnn e due corrispondenti ucraini accusati di aver oltrepassato «illegalmente» il confine nella regione russa invasa il 6 agosto scorso. In guerra si spara a vista alla verità.
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