Il museo Leonardo3 di Milano presenta al pubblico la ricostruzione funzionante dell'orologio progettato dal genio toscano tra il 1490 e il 1493.
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2024-03-08
Il Bergognone in mostra a Lodi: la (ri)scoperta di un maestro del Rinascimento lombardo
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Ambrogio da Fossano detto Bergognone, Presentazione al tempio, 1497-1500. Lodi, Tempio civico dell’Incoronata, cappella di San Paolo - Foto Antonio Mazza, Lodi
A 500 anni dalla morte, Lodi celebra con una piccola ma significativa mostra Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone , fra gli artisti più interessanti del Rinascimento lombardo. Dislocata in due diverse sedi - la Fondazione Maria Cosway e il Tempio civico dell’Incoronata - l’esposizione (visitabile sino al 14 aprile 2024) rappresenta una tappa fondamentale nel più ampio progetto di rilancio culturale e turistico della città e del suo territorio.
Origine romane e cuore medioevale, luogo ricco d’arte e di storia, entrato di diritto nel circuito turistico delle Città d’Arte della Pianura Padana, è Lodi - già sede di un’importante manifestazione fotografica e di arti visive, «Il festival della Fotografia Etica » - ad ospitare (sino al 14 aprile 2024) una mostra piccola, ma di grande valore culturale, dedicata ad Ambrogio da Fossano, più noto come il Bergognone (1453 circa/1523), che nella cittadina lombarda fu attivo agli inizi del XVI secolo, all’apice della sua carriera.
Artista dalle origini piuttosto oscure (probabilmente nacque a Fossano, in Piemonte), di lui si sa con certezza che lavorò per quasi un decennio al cantiere della Certosa di Pavia (dove realizzò cicli di affreschi e pale d’altare, di cui due attualmente custodite alla National Gallery di Londra), che fu attivo a Milano - verosimilmente insieme al Bramante - e che, dal capoluogo lombardo, si spostò prima a Bergamo e poi, appunto, a Lodi. Di scuola foppesca (ricordiamoci che Lorenzo Foppa (1427/1515) è stato tra i principali esponenti del Rinascimento lombardo prima che Leonardo Da Vinci, nel 1482, arrivasse a Milano), molto vicino al gusto e alla cultura fiamminga, non immune dall’influenza di Leonardo (come tutti gli artisti che, nel Rinascimento, gravitarono su Milano…) e del già citato Bramante, fu proprio a Lodi, per la Chiesa dell’Incoronata, che il Bergognone realizzò quelle che sono considerate tra i suoi massimi capolavori, espressione somma della sua sensibilità e del suo tratto stilistico: le quattro pale con le Storie di Maria. Tutte e quattro di estrema bellezza, a colpire più delle altre sono forse l’Annunciazione, con quegli interni minuziosamente descritti di chiara derivazione fiamminga e la Visitazione, dove uno stemma della città di Lodi dipinto su una torre che fa da sfondo alle figure delle protagoniste(Maria e la cugina Elisabetta), vuole essere un omaggio del Bergognone alla committenza civica.
La mostra e le due sedi espositive
Ed è proprio la Chiesa dell’Incoronata (o, più precisamente, Il Tempio Civico della beata Vergine dell’Incoronata), straordinario gioiello del Rinascimento lombardo sorto a fine ‘400 su un postribolo e, sin dalle origini, proprietà del Comune (da qui il nome di Tempio Civico) e non della Diocesi , una delle due sedi espositive della mostra Religioso amore. Bergognone a Lodi, realizzata con la prestigiosa curatela di Alberto Cottino e Monja Faraoni, docente, critica e storica dell’arte che al Bergognone ha dedicato tante energie e buona parte dei suoi studi.
L’altro polo, che nella prima sala ospita l’opera Cristo in pietà con angeli e un monaco inginocchiato (importante prestito proveniente dalla Collezione d’arte Cagnola di Gazzada Schianno, Varese) e, a seguire, una serie di bellissime formelle lignee scolpite da Giovanni Ambrogio e Giovanni Pietro Donati (che facevano parte dell’altare del Tempio), è il nuovo centro culturale Fondazione Maria Cosway (1760/1838), nobildonna di origini inglesi dalla vita intensa e straordinaria che a Lodi visse, fondò il Collegio della Beata Vergine delle Grazie ( destinato alle civil donzelle della nobiltà e dell'alta borghesia lombarda ed ora, appunto, trasformato in Fondazione) e qui morì nel 1838.
Che si decida di partire dal Tempio dell’Incoronata o dalla Fondazione Cosway, il percorso espositivo di Religioso Amore - che è anche un viaggio alla scoperta della città e delle sue peculiarità – offre al visitatore un’occasione davvero unica per conoscere più da vicino il linguaggio artistico di uno dei più eccelsi talenti artistici del Rinascimento lombardo.
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(iStock)
La più grande retrospettiva online, ideata da Google Arts & Culture, ci porta alla scoperta del genio di Da Vinci. Tra dipinti, macchinari rivoluzionari e manoscritti inediti.
Cosa si nasconde nella mente di un genio? Una domanda a cui molti hanno tentato - invano - di dare una risposta. Questa volta è il turno di Google Arts & Culture che, attraverso l’uso della tecnologia e della realtà aumentata, ha dato vita alla più grande retrospettiva online dedicata a una delle figure più emblematiche del Rinascimento italiano: Leonardo da Vinci.
«Leonardo da Vinci, pioniere dell’arte, della scienza e dell’innovazione, ha ampliato enormemente gli orizzonti della nostra conoscenza. La sua eredità è ancora oggi di grande ispirazione per numerose professioni e discipline» ha raccontato Amit Sood, direttore e fondatore di Google Arts & Culture, presentando il suo ultimo progetto che ha visto il coinvolgimento di ben 28 istituzioni dal respiro internazionale.
Svelare Leonardo - questo il titolo della retrospettiva - mette in mostra codici e manoscritti del genio rinascimentale, insieme ai suoi contributi artistici e scientifici, fornendo ai fruitori una chiara immagine di Da Vinci, maestro in numerose discipline, capace grazie alla sua arte, ricerca e ingegno di trasformare gli orizzonti del genero umano.
Grazie a questo progetto, Google Arts & Culture ha riunito per la prima volta 1.300 pagine tratte dai suoi codici. Manoscritti ricchi di schizzi, idee e osservazioni che aprono una finestra sull’immaginazione sconfinata di uno dei più grandi ed eclettici geni della storia.
Inoltre, la sezione «Inside the Genius Mind» - creata con l’aiuto del Machine Learning dal professor Martin Kemp (esperto di fama mondiale) - «trasforma i diversi contenuti dei Codici in un viaggio visivo interattivo, coinvolgendo il pubblico con un potente strumento per conoscere meglio le complessità e le connessioni che attraversano il genio di Leonardo, rendendo chiaro ciò che sembra oscuro».
«L'obiettivo è lasciare che Leonardo ci parli visivamente nell'arco di 500 anni», ha proseguito il professore.
Tra i documenti consultabili virtualmente possiamo trovare il Codice Trivulziano, conservato al Castello Sforzesco di Milano, un piccolo libro d’appunti su cui l’artista realizzò negli anni del suo primo soggiorno milanese disegni diversi, tra cui bozzetti architettonici per il Duomo di Milano e studi di fisiognomica. Ma troviamo anche il Codice Atlantico, che racchiude il lavoro di tutta la sua vita tra cui la sua ricerca sul volo e il Codice Arundel, conservato alla British Library.
Svelare Leonardo porta anche i suoi visitatori alla scoperta di tutti i capolavori di Leonardo da Vinci, dal ritratto di Ginevra de’ Benci (Washington National Gallery of Art) che anticipa la composizione e lo stile della Gioconda fino alla Dama con l’ermellino (Museo Czartoryski) senza dimenticare il suo iconico autoritratto (Biblioteca Reale di Torino). In mostra anche le sue incredibili invenzioni, 170 delle quali sono ospitate all’interno del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano.
Ma non finisce qui. La sezione «Da Vinci Stickies» permette, con l’aiuto di Google AI Image Generation Research, di creare nuove stravaganti idee trascinando e combinando tra loro i disegni di Leonardo.
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L'elicottero sperimentale di Enrico Forlanini (Getty Images)
Simile a un attuale drone, fu realizzato dal pioniere dell'aviazione Enrico Forlanini. Si alzò in aria davanti ad un pubblico entusiasta nel cuore di una città che cresceva spinta dalle idee del positivismo tecnico-scientifico e industriale.
La Milano dell’anno 1877 era una città in grandissimo fermento. Centro della rivoluzione industriale, scientifica ed intellettuale, il capoluogo lombardo stava diventando un modello considerato attentamente anche dalle altre metropoli europee. La città, sotto la giunta guidata dal sindaco Giulio Bellinzaghi, stava cambiando pelle. Dalla originaria pianta medievale, conservata nei secoli, Milano vide una nuova fase di urbanizzazione e di riassetto sul modello delle grandi capitali come Parigi. Gli effetti furono visibili nel nuovo piano urbanistico elaborato dall’ingegnere e architetto Cesare Beruto principalmente con la sistemazione della Piazza Duomo e la costruzione della Galleria Vittorio Emanuele, la rimozione delle mura spagnole e l’inglobamento dei cosiddetti Corpi Santi, i quartieri situati al di fuori della prima cinta che furono uniti all’area urbana del comune di Milano. Di pari passo procedevano i lavori nell’ambito dei trasporti sia urbani che extraurbani (la stazione Cadorna era in costruzione), nonché quelli che riguardavano i servizi pubblici come la produzione di elettricità e l’illuminazione pubblica. Nel marzo 1877 un esperimento chiamò i milanesi a raccolta nella rinnovata piazza del Duomo. L’ingegnere e fondatore del Politecnico Giuseppe Colombo aveva fatto accendere su una colonna alta circa 20 metri una serie di lampadine elettriche alimentate da una dinamo a vapore. Di lì a pochi anni sarebbe nata la prima centrale elettrica urbana d’Europa, costruita a pochi passi dal luogo di quello strabiliante prodigio della tecnologia. La nuova borghesia industriale era in ascesa costante. L’anno 1877 fu quello della fondazione del primo grande magazzino milanese, «Aux Villes d’Italie» sul modello del «Bon Marché» parigino reso celebre dagli scritti di Emile Zola. Più tardi si chiamerà «La Rinascente».
Enrico Forlanini a Milano ci era nato nel 1848, l’anno delle Cinque Giornate. Figlio di un noto medico e accademico, aveva scelto in gioventù la carriera militare. Negli anni del grande fermento del capoluogo lombardo, futura locomotiva del Paese, si trovava nei reparti del Genio con il grado di tenente. Da sempre appassionato di meccanica e ingegneria, aveva assorbito la lezione di Leonardo da Vinci. Rimase particolarmente colpito dagli schizzi della «vite aerea» contenuta nel Codice Atlantico, foglio 83v. In quei disegni il giovane Forlanini aveva letto il futuro del volo umano, se applicati alle nuove risorse che l’evoluzione tecnico-scientifica forniva alla fine dell’800: il motore a vapore.
Nella caserma di Casale Monferrato, alla quale era stato assegnato, l’irrequieto e geniale Forlanini (già protagonista di notevoli imprese alpinistiche, altra sua grande passione) si mise a studiare la dinamica delle eliche usando legno e tela. In uno dei suoi esperimenti usò un pozzo per far scendere un peso collegato ad un elastico che dava il moto all’asse delle eliche di un rudimentale elicottero per verificarne la portanza. Nonostante un temporaneo trasferimento a Catanzaro, Enrico Forlanini riuscì a proseguire gli studi sul volo del più pesante dell’aria tramite corrispondenza continua con il suo assistente Torresini. In questo periodo Forlanini chiese ed ottenne un congedo temporaneo, che lo portò alla laurea in ingegneria al Politecnico di Milano, dove fu allievo proprio di Giuseppe Colombo, nel 1874. Tornato nei ranghi del Genio nella caserma di Alessandria, il neo ingegnere portò a termine il primo modello del suo elicottero. Costruito con canna di bambù, tela e ferro, fu equipaggiato con un piccolo motore a vapore. Quest’ultimo sviluppava la potenza di un quinto di cavallo vapore e pesava meno di due chilogrammi. I cilindri erano due, portati in pressione da un apparato esterno mentre le eliche, lunghe 1.70 metri, erano in configurazione coassiale controrotante, come quelle montate oggi sui piccoli elicotteri radiocomandati. La piccola caldaia, di forma sferica, si trovava all’estremo inferiore della macchina volante. L’elicottero sperimentale si staccò da terra per la prima volta nella piazza d’Armi della caserma di Alessandria. La prossima tappa, per Forlanini, sarebbe stata la dimostrazione a Milano, la sua città. L’estate del 1877 vide l’esperimento di Forlanini portato nella città all’avanguardia della scienza e della tecnica. Qui le fonti scritte (quotidiani, libri e documenti dell’epoca) si dividono sul luogo della dimostrazione dell’ingegnere milanese. Alcune di queste riportano quale luogo di svolgimento dell’evento il Teatro alla Scala, altre i vicini Giardini Pubblici presso il Salone del parco cittadino, che in età napoleonica aveva preso il posto del chiostro del convento delle Carcanine. Non è da escludere che la dimostrazione si sia tenuta in entrambi i luoghi. Tra il pubblico di accademici del Politecnico sedeva anche il mentore di Forlanini, Giuseppe Colombo. La macchina volante, con le sue eliche e aste in bambù si sollevò da terra spinta dal piccolo propulsore a vapore e riuscì ad alzarsi in un volo stabilizzato all’altezza di 13 metri dal suolo. L’elicottero, il primo a volare con propulsione a motore, rimase in aria per circa una ventina di secondi per poi posarsi docilmente esaurita la spinta dei piccoli cilindri, discesa attutita dalla rotazione inerziale delle eliche. Era un piccolo volo, che passò quasi in sordina. Ma un grandissimo passo per il futuro dell’aviazione. Un futuro, ai tempi di Forlanini, ancora lontanissimo perché dopo i voli del 1877 l’ingegnere si dedicò alla sperimentazione di piccoli alianti spinti da polvere pirica e quindi allo studio dei velivoli per i quali salirà nell’empireo dei pionieri dell’aviazione: i dirigibili.
La strada era però tracciata e fu Milano a posare la prima pietra: oggi l’elicottero-drone di Enrico Forlanini è conservato nella stessa città che lo vide in volo tra gli alberi dei giardini e gli eleganti palazzi del centro, in una sala del Museo della Scienza e della Tecnica «Leonardo da Vinci». Il genio che ispirò un altro genio.
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Fiat-Revelli mod.1914 durante la Grande Guerra (Getty Images)
Nel 1883 Hiram Maxim brevettò la prima mitragliatrice automatica al mondo, che cambiò per sempre la storia bellica. Largamente utilizzata nella Grande Guerra, fu caratterizzata da numerosi primati italiani. E italiano fu il primo fucile mitragliatore.
All’inizio furono gli «organi», armi sperimentali del Rinascimento. Leonardo da Vinci, genio poliedrico, non mancò di progettarne uno nel Codice Atlantico. L’antenato della moderna mitragliatrice, strumento sognato lungo i secoli per aumentare la potenza di fuoco in battaglia, constava sostanzialmente di un numero variabile di canne ad avancarica di piccolo calibro che sparavano contemporaneamente un numero variabile di pallettoni. Nota anche come ribadocchino, non ebbe ampia diffusione a causa delle difficoltà e dei tempi di caricamento delle armi dell’epoca. Solo nel XVIII secolo, precisamente nel 1718, in Inghilterra fu realizzata un’arma a ripetizione che per forma e principio può essere considerata una progenitrice del fucile mitragliatore. La Puckle gun, inventata dall’avvocato londinese James Puckle, era sostanzialmente un revolver a canna lunga al cui tamburo fu applicato un meccanismo a ingranaggi che permetteva lo sparo a ripetizione. La curiosità che riguarda questa proto-mitragliatrice è che il suo utilizzo (molto limitato) ebbe un risvolto religioso. Si inserì infatti nelle lotte interne tra Protestanti e Cattolici in Gran Bretagna e Irlanda e l’arma era pubblicizzata come «arma per la causa protestante», senza mezzi termini. Ma anche contro i pirati musulmani del Mediterraneo come strumento efficace per arrestare gli arrembaggi alle navi. Per i Turchi l’inventore suggeriva l’uso di pallottole quadrate invece dei normali pallettoni, in quanto «maggiormente dannose». Alla fine l’arma di Puckle fu rifiutata dall’esercito britannico al quale era stata proposta per l’inaffidabilità dell’innesto a pietra focaia.
Alla metà del secolo XIX nel campo delle armi a ripetizione vi fu un ulteriore passo in avanti con un modello che, pur non ancora automatico, sparava colpi alternati e non simultanei come le precedenti mitragliatrici pluricanna. Si trattava della Claxton .690 (dal nome del colonnello americano che la inventò, F.S. Claxton), una delle prime mitragliatrici prodotte in piccola serie anche dalla licenziataria belga Désiré Lachaussée. Tecnicamente la .690 (dal calibro che in Italia corrisponde a 25mm) era dotata di un cilindro che alloggiava sei canne rotanti alimentate da un meccanismo che prevedeva un pozzo munizioni gestito da un servente, le quali venivano immesse nelle due canne centrali. Tramite una leva posta in fondo all’arma un sistema meccanico garantiva lo sparo alternato di due canne, che al loro surriscaldamento venivano sostituite da quelle successive contenute nel cilindro. La cadenza era di 80 colpi al minuto. Quest’arma era presente in Vaticano il giorno della presa di Porta Pia a disposizione del generale Hermann von Kanzler, a capo delle truppe pontificie. Posizionata nei pressi di Porta San Giovanni, non entrò tuttavia in azione il 20 settembre 1870.
Tredici anni dopo, nel 1883, la nascita della prima mitragliatrice automatica progenitrice di quelle attuali. Il brevetto fu depositato da Hiram Maxim, inventore americano di stanza a Londra. La rivoluzione della sua mitragliatrice stava nella completa automatizzazione del colpo a ripetizione, grazie allo sfruttamento meccanico della forza di rinculo che azionava un sistema di ricarica dei proiettili per mezzo di molle e ingranaggi. La Maxim aveva una cadenza di fuoco fino a 600 colpi/minuto con proiettili calibro 303 britannici (cal 7,7 in Italia) ed era raffreddata per la prima volta ad acqua grazie al manicotto cilindrico attorno alla canna. La Maxim fu la progenitrice di molte mitragliatrici prodotte nei diversi Paesi e alla base della britannica Vickers, colosso delle armi del Regno Unito che assorbirà più tardi l’azienda fondata dall’inventore della moderna mitragliatrice. La Maxim fu una delle armi protagoniste delle guerre coloniali britanniche di fine Ottocento, come il conflitto Anglo-boero del 1899 e fu usata anche durante la Grande Guerra. Anche il Regio Esercito ne fece uso all’inizio del conflitto, avendola inizialmente preferita a quelle di produzione nazionale.
Proprio durante la prima guerra mondiale, dove le armi automatiche fecero la differenza nella prima vera guerra tecnologica, l’industria delle armi italiana progredì rapidamente, fatto che portò alla realizzazione di una delle mitragliatrici medie più diffuse di tutto il conflitto: la Fiat-Revelli modello 1914. Già nel 1908 un capo tecnico dell’esercito, Giuseppe Perino, realizzò la prima arma automatica di fabbricazione italiana, la Modello 1908. Come la Maxim, la mitragliatrice Perino era completamente automatica ed era alimentata con il calibro 6,5 dei fucili Carcano in dotazione al Regio Esercito, pesava 27 kg ed aveva una cadenza di fuoco di 450 colpi al minuto. Si trattava di un’arma all’avanguardia, che tuttavia non fu mai prodotta in grandi numeri per l’iniziale diffidenza dei Comandi nei confronti delle armi pesanti, una visione ristretta che fece rischiare gravi svantaggi allo scoppio delle ostilità. Alle poche Perino in dotazione e alle mitragliatrici straniere, si affiancò quella che più tardi risulterà la mitragliatrice più diffusa di tutta la Grande Guerra, costruita dall’unica grande azienda in grado di offrire una grande capacità produttiva in serie, la Fiat del Senatore Giovanni Agnelli. Progettata dall’ingegnere Bethel Abiel Revelli de Beaumont, l’arma fu presentata nel 1911 per le prove e il periodo sperimentale previsto dalle normative. Tra gli esperti, i pareri sulla Fiat-Revelli si sono divisi. Alcuni la ritengono meno affidabile e maneggevole della Perino, puntando il dito sul potere politico della Fiat che avrebbe imposto il proprio modello. Altri invece ne sottolineano la longevità e la grande diffusione come contributo all’armamento dell’esercito durante la Grande Guerra. Tecnicamente, l’arma aveva un peso di 38,5 Kg senza treppiede con cadenza di tiro da 500 colpi/minuto (teorica) con gittata a 2.500 metri. I proiettili erano i classici Carcano cal 6,5 usati anche dai fucili modello 91. Fu costruita presso le officine della Società Metallurgica Bresciana (SMB) e nella città lombarda fu fondata la scuola mitraglieri dell’Esercito, dalla quale uscivano gli uomini delle Compagnie mitraglieri Fiat della quali fece parte anche il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini. La modello 1914 fu la mitragliatrice standard per tutti i conflitti successivi che interessarono l’Italia, dall’Etiopia alla Guerra di Spagna. In queste ultime due campagne la mitragliatrice fu soggetta ad un aggiornamento dal quale nacque la Revelli 14/35, frutto della modifica delle esistenti 1914 ma con calibro portato agli 8mm come la mitragliatrice Breda e il raffreddamento ad aria, che permetteva l’eliminazione del serbatoio dell’acqua da 18 kg e relativo servente.
Nel primo dopoguerra un’altra grande azienda meccanica sviluppò una delle mitragliatrici pesanti protagoniste del secondo conflitto mondiale, la Breda. Già attiva nella produzione di armi automatiche leggere, fece partire il progetto della nuova mitragliatrice, dalla Modello 5C, di fatto un fucile mitragliatore. Ne uscì una delle armi più diffuse tra il 1940 e il 1945, la Breda Mod. 30 attiva su tutti i fronti, dall’Africa, alla Grecia, alla Russia. Era un’arma dalla meccanica raffinata, sebbene altrettanto delicata. Dotata di otturatore solidale e corto rinculo, aveva un sistema di lubrificazione del proiettile in canna ad olio, molto sensibile alla polvere ed alle basse temperature. Precisa nel tiro, era tuttavia soggetta a frequenti inceppamenti e a surriscaldamenti a causa sia degli agenti atmosferici come sabbia e gelo (costantemente presenti in Nord Africa come in Russia) che per l’elevato calore durante lo sparo che avveniva peraltro ad otturatore chiuso. Nonostante questi non trascurabili difetti, fu prodotta in oltre 30.000 pezzi ai quali si aggiunse un altro modello del colosso italiano, la Mod. 37, a tutti gli effetti una «pesante». A differenza della Mod.30 la nuova mitragliatrice aveva una gittata molto più lunga (ben 5.000 metri) e usava proiettili appositi calibro 8x 59mm simili a quelli tedeschi. Molto più affidabile della Mod.30, poteva anche essere utilizzata come pezzo contraerei una volta montata su apposito affusto. L’unica pecca di un’arma molto affidabile era il peso rispetto ad altre armi equivalenti, di quasi 20 kg senza treppiede, ma nonostante ciò rimaneva l’arma automatica più avanzata tanto che sarà impiegata a lungo anche nel dopoguerra e all’estero, quando fu usata durante la guerra coloniale portoghese. La Breda 37 fu l’ultima pesante progettata e costruita in Italia e alcuni pezzi rimasero in servizio fino alla fine degli anni Sessanta. Con l’ingresso dell’Italia nella Nato infatti, la standardizzazione degli armamenti e delle munizioni vedrà la predominanza di modelli inglesi e americani o evoluzioni di armi dell’ultima guerra come la Beretta Franchi MG42/59 introdotta alla fine degli anni Cinquanta, che altro non era se non una versione ammodernata della mitragliatrice tedesca, la MG42.
Il primo fucile mitragliatore era italiano.
Un primato italiano riguarda invece la storia dei fucili mitragliatori o submachine gun. E’il caso del fucile mitragliatore OVP 1918, dove la sigla sta per «Officine di Villar Perosa», una azienda specializzata in costruzioni meccaniche e cuscinetti a sfera dell’orbita Fiat. L’archetipo del mitra moderno nacque nelle officine piemontesi dove si costruivano biciclette per bersaglieri, serbatoi per autocarri e altre forniture militari ancora una volta dal genio di Revelli de Beaumont. In origine la pistola mitragliatrice battezzata Fiat- Revelli mod.1915 fu impiegata in modo limitato e spesso montata sugli aeroplani da caccia per il suo peso contenuto. A terra invece fu trattata erroneamente come un’arma difensiva e dotata di un pesante scudo protettivo che ne limitava la mobilità. Solo nel 1917 e per iniziativa del generale Luigi Capello la pistola mitragliatrice, appaltata definitivamente alle Officine di Villar Perosa e marchiata da queste ultime, fu finalmente impiegata per azioni offensive portate avanti in particolare dagli Arditi e fu sottoposta ad importanti modifiche che la resero sempre più vicina ad un moderno fucile mitragliatore. Originariamente la OVP era un’arma binata, con due canne e due singoli caricatori di forma semilunata da 25 colpi ciascuno rivolti verso l’alto. Il manico era quello tipico a doppia maniglia delle mitragliatrici e poteva essere dotata di un bipiede. Per permettere la rapidità di trasporto e la prontezza al fuoco fu applicato all’arma un supporto a cinghia che passava attorno al collo del mitragliere e fu aggiunto un calcio in legno per agevolarne l’impugnatura, che rendeva l’arma della OVP esteticamente molto vicina ad un fucile più che ad una mitragliatrice leggera. La potenza di fuoco era da record: la cadenza di fuoco (teorica) era di ben 3.000 colpi/minuto, velocità che faceva esaurire i due caricatori in circa un secondo, risultando superiore ad ogni altra arma automatica in uso nella Grande Guerra. Non mancavano i difetti, come ad esempio la mancanza di un sistema di raffreddamento che imponeva lunghe pause. Verso la fine della guerra, nel 1918, una singola canna della Villar Perosa mod. 1915 fu impiegata fornita di calciolo e ribattezzata OVP 1918. Era il primo fucile mitragliatore italiano, dotato di selettore per colpo singolo o a raffica regolato da due distinti grilletti per le due cadenze di fuoco e caratterizzato da un calcio molto simile a quello del Carcano '91. Utilizzando lo stesso schema tecnico, la Beretta progettò il suo primo fucile mitragliatore, Il Moschetto Automatico Beretta 1918 o MAB/18, che fu utilizzato anch’esso dagli Arditi e in seguito durante la guerra d’Etiopia, affiancato più tardi dalla sua evoluzione, il Beretta MAB/38, che rimarrà in servizio fino agli anni Settanta in dotazione ad Esercito, Polizia e Arma dei Carabinieri. Sia la Villar Perosa che i MAB utilizzarono i proiettili Glisenti calibro 9mm, nati per utilizzo sulle pistole.
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