Niccolò Celesti da Kiev
Le informazioni che ci erano arrivate dal personale militare erano giuste: durante la notte a Kiev sono piovuti missili, vicini al centro e vicini a dove dormiamo, in un bunker situato in una zona della città che ha numerosi obiettivi sensibili.
Alle 21 ci sono una quindicina di persone, tra civili e militari, che mangiano e scambiano due parole prima di andare a dormire. Cantano le canzoni della resistenza, quelle vecchie dei guerrieri cosacchi e quelle nuove, come quella riadattata sulle note di Bella ciao e resa celebre dalla cantante ucraina Khrystyna Soloviy. C’è una signora che canta più forte di tutti, viene da fuori città. Gli altri provengono da case che sono state distrutte o gravemente danneggiate oppure sono volontari. Parlano dei nuovi nomi che daranno ai figli e ai nipoti. I più diffusi sono due: Javelina per le ragazze (da Javelin, il missile anticarro che sta spopolando in Ucraina per gli ottimi risultati nel distruggere i carri armati russi), mentre per i maschietti il nome preferito è Bayractar (un drone di fabbricazione turca che sta mettendo a dura prova i convogli di Mosca).
Il clima è reso ancora più tagliente dalla calma apparente (a parte due importanti bombardamenti in zone residenziali) della città. Ci si aspetta un attacco e si ascoltano le agghiaccianti notizie che provengono da Odessa e Mariupol, ma anche da Brovary e Irpin, i due fronti principali più vicini a Kiev. Si parla di ragazze stuprate, vecchi fatti spogliare in strada, persone deportate in Russia, di politici locali uccisi e torturati insieme alle loro famiglie e di soldati russi che stanno commettendo i peggiori crimini contro l’umanità. Le persone sono sempre più impaurite, ma anche più incattivite. A differenza di una settimana o di dieci giorni fa, ora ci sono molti più civili che hanno intenzione di prendere in mano le armi, una volta che i combattimenti su larga scala si sposteranno all’interno della città. Sarà una mattanza ma sarà anche un problema per l’esercito russo, che non ha abbastanza uomini per invadere il Paese e che di conseguenza mette in atto la strategia usata in Siria: radere al suolo le città, uccidere i civili e convincere così il governo a consegnargli il Paese.
Verso le 22 una ragazza irrompe nella stanza folta di gente: una grossa bomba è appena esplosa vicino. Tutti si alzano velocemente, prendono poche cose e corrono verso il bunker. Sono già in un posto bene protetto, ma dicono: «Abbiamo imparato che le bombe di Putin possono distruggere edifici interi e penetrare in profondità». Uscendo dalla stanza, nel corridoio illuminato al neon e con tutte le attrezzature su un lato ora c’è traffico: i civili vanno nel bunker, i militari raggiungono le loro postazioni. Per arrivare al bunker bisogna scendere in profondità utilizzando una grande scalinata che ricorda la vecchia stazione di una metropolitana. La porta di acciaio stondata all’interno (contro la pressione delle esplosioni) porta in un grande ambiente. C’è un viavai di militari e un dormitorio i cui letti sono formati da pannelli isolanti in lana di vetro. Sulla destra un tavolo con due sedie e i telefoni connessi con i vari comandi della zona.
Alcuni militari dormono, anche se è relativamente presto. Chi può recupera di giorno la fatica dei turni di notte. Davanti al tavolo dei telefoni c’è una postazione per il «risveglio», ci spiegano. Ogni militare che viene svegliato dal cambio guardia, dopo aver fatto il suo zaino dove mette il sacco a pelo e le ciabatte, passa da questa postazione dove c’è una stufetta elettrica e un bollitore. Tre minuti per fare il caffè o il tè e poi via, su per la grande scalinata verso la propria destinazione.
Le luci rimangono accese tutta la notte. C’è un punto, in cima alle scale vicino alla porta, dove prende Internet. Qui diventiamo i protagonisti di una videochiamata con la madre di un giovanissimo militare, che vive in Italia. Quando la schermata si accende troviamo una signora bionda sulla cinquantina che fa la badante vicino a Rimini. Lui in cima a quelle scale cerca il segnale verso il soffitto, poi il segnale arriva e continua a parlare con la madre visibilmente preoccupata.
Fuori dal bunker ci sono cinque soldati al buio. Arrivano informazioni sulla bomba e con il vento arriva anche l’odore dell’incendio che ne è scaturito. Dalle radio escono comunicazioni disturbate, i militari di guardia parlano fitto fitto tra di loro: l’attacco ancora una volta si è avvicinato al centro, nel quartiere di Podilsky. Ci sono morti, arrivano immagini dai primi pompieri intervenuti, non si capisce molto ma ci sono fiamme alte. Nello stesso istante si sentono bene le esplosioni sul fronte di Irpin. Ufficialmente, i combattimenti sono ricominciati stanotte sulla linea del fronte più vicina della città.
Mentre scriviamo, una fonte da Irpin, un militare che ci aveva accompagnati in precedenza, ci avvisa di un fatto inquietante: alcune schegge di colpi di mortaio hanno raggiunto i primi palazzi di Kiev, quelli davanti al punto di raccolta dei profughi, in una zona considerata sicura.
Il 13 marzo sul ponte distrutto di Irpin, poco dopo la morte dell’americano Brent Renaud (il primo giornalista caduto in questo conflitto) eravamo stati sotto altri colpi di mortaio, ma da quella zona ai primi palazzi di Kiev ci sono circa sei chilometri di strada. I mortai russi quindi potrebbero essere molto più vicini. Non a caso il punto di raccolta dei profughi è stato spostato più indietro, in un luogo protetto dai palazzi. Le difese e la presenza militare sono aumentate. La zona è assolutamente vietata a civili e giornalisti. Nessuno lo dice ma gli occhi parlano: è qui che si gioca la battaglia cruciale, la battaglia di Kiev.
Niccolò Celesti da Kiev
Proprio come nella peggiore delle situazioni che avevamo previsto, le bombe stanno cadendo sulla città. Questa mattina alle 5 siamo stati svegliati da una grande deflagrazione, per la prima volta abbiamo sentito lo spostamento d’aria fare oscillare il palazzo di 30 piani dove alloggiamo.
Si contano due morti e vari feriti in una vecchia palazzina colpita in pieno da un missile, ma sotto di noi la vita scorre tranquilla. Davanti al supermercato il camion scarica le merci, le persone fanno la fila.
Mezz’ora dopo un altro missile cade sull’isolato davanti. Sono sempre di più le colonne di fumo nero che si alzano in città.
I bersagli non sono obbiettivi sensibili, non ci sono motivazioni per questi attacchi se non quella di generare il caos.
In città ci sono ancora il 50% delle persone, molti sanno che rimarranno fino alla fine, molti invece stanno cominciando oggi a considerare la possibilità di scappare da questa città che fino a oggi sembrava quasi sicura e che se non fosse per la presenza dei checkpoint e dei tuoni bellici in una giornata di sole come oggi in alcuni momenti sembra quasi una giornata normale.
In taxi ci spostiamo in un nuovo appartamento, più centrale. Il nostro collaboratore che fino ad oggi ci ha fatto da factotum, compreso da cameraman, se ne andrà domani mattina (oggi per chi legge) con la madre verso una zona più sicura del Paese. Anche lui dopo la pioggia di bombe di ieri, i cecchini e i morti di Irpin si è convinto a lasciare la città.
Il nuovo appartamento è situato in un’area di grattacieli, con locali alla moda (potrebbe essere la parte di Milano dove vivono i Ferragnez) dopo aver lasciato le valigie ci spostiamo ancora verso Kurinovka, un quartiere della città abbastanza centrale, una bella zona. Qui, da poche ore, in pieno giorno e con la gente a fare provviste per la strada un missile si è schiantato sul marciapiede distruggendo tutto nell’arco di 20 metri. Arriviamo sul posto e ci sono i colleghi della stampa, anche loro nervosi dopo quanto accaduto di ieri. Il razzo ha aperto una voragine nella strada, ha accartocciato un autobus usato come sbarramento. Non sappiamo con esattezza quanti morti o feriti ci siano, ma certamente ce ne sono e mentre siamo lì ci rendiamo conto che un altro missile potrebbe cadere nello stesso punto come in qualsiasi altra parte della città.
Sembra primavera a Kiev, e la gente per la strada è molta di più. Nei giardini vediamo persone sedute sulle panchine, al sole. Incontriamo una ragazza di circa 35 anni, bellissima, con il figlio per mano. Sembra che vadano a far la spesa come in un giorno qualsiasi del mese scorso, quando tutto questo non era ancora successo.
Ci fermiamo a parlare con lei, le chiediamo perché sia ancora a Kiev, oggi che molti altri che ancora erano indecisi stanno iniziando a partire. Lei guarda nel vuoto, negli occhi spuntano le lacrime, ma non le fa scendere e dice: «Anche noi fra un paio di giorni andremo via». La salutiamo, pensando al dolore inimmaginabile che si possa provare sapendo di dover mettere tutto in una valigia e lasciare il proprio Paese e vedendo ciò che accade ai palazzi e alle case che finiscono in mano ai russi.
Proseguendo in questa nostra passeggiata nel giorno più caldo da quando siamo qui, girando l’angolo, torniamo all’improvviso in tempo di guerra: un’altra fila, un’altra distribuzione di viveri, un’altra scena di questo momento in cui tutto sembra surreale.
Ci fermiamo a vedere e capiamo, sapendo che molti supermercati sono aperti anche se con poche scorte, che questa è una distribuzione riservata a chi non ha la possibilità di fare acquisti nei negozi e anche se non c’è un controllo dell’Isee come farebbero in Italia: basta guardare questa gente per capire che sono tutte persone con pochi mezzi e che sono disponibili a fare 2-3 ore di fila per ricevere scatolette, succhi, verdura e ciò che i volontari portano con le loro auto.
La fila è ordinatissima, non c’è bisogno di numeri, ognuno aspetta il proprio turno senza spingere e senza fare il furbo. Un sacchetto a testa e le persone fanno ritorno da dove sono venute.
In realtà sono in tanti a mettersi in fila scendendo dai palazzi di questo quartiere che sarà uno dei primi a essere invaso in caso i russi riescano a entrare da Irpin. Nel giro di una mezz’ora la serpentina si allunga sempre di più, finiscono le scorte, ma gli abitanti restano in attesa un’altra macchina di volontari che, ci raccontano, hanno allestito questi punti in tutta la città.
Kiev è una grande metropoli e in città sono rimaste persone di tutte le estrazioni sociali. La resistenza è fatta di un mix di tutti loro. Oggi, però, che abbiamo cambiato alloggio e ci troviamo in uno dei posti più ricchi della città, ci fa impressione il signore che con l’ultimo modello di Tesla e che vive nel grattacielo davanti a noi scenda dalla sua macchina per entrare al supermercato armato di un fucile d’assalto di ultima generazione. Mentre osserviamo e scriviamo sul cellulare ci arriva un messaggio di un combattente ucraino con cui siamo in contatto e che tenta di decrittare i nostri articoli. Ci chiede esplicitamente di non scrivere più nei nostri pezzi «Kiev», ma «Kyiv», perché «Kiev», ci spiegano, è la maniera russa di chiamare la città. Capiamo che la situazione sta diventando sempre più tesa e a poco vale la spiegazione che Kiev è come chiamiamo in italiano la loro capitale.


















