Il generale Giorgio Battisti lancia l'allarme: nel mirino non c'è solo il Medio Oriente, ma anche il Mediterraneo e il Sud Italia, dove si trovano basi strategiche NATO e americane.
Ansa
La logica «buoni contro cattivi» risponde a un bisogno di giustizia ma da sola non porta a ideare possibili soluzioni politiche. E l’appello alla competenza, alla fine, è un metodo per orientare o annullare il dibattito.
La tragedia ucraina ha prodotto, soprattutto in Italia, un non banale - anche se spesso goffo - dibattito sul perimetro di legittimità di interventi, posizioni e idee «riportabili» sui media, a protezione della qualità della discussione e a tutela dell’opinione pubblica.
Al cuore della faccenda, depurata dai copiosi regolamenti di conti personali, ci sono due problemi che meritano di essere inquadrati. Il primo, già esploso in pandemia, riguarda il ruolo dei mezzi di comunicazione: il compito che questi si danno, l’aspettativa su di essi da parte del pubblico, della politica, degli attori internazionali. Atteso che neppure un elenco della spesa può essere «neutro», la portata degli eventi scatenatisi lo scorso 24 febbraio approfondisce inevitabilmente la domanda che sempre accompagna l’informazione: in che cornice di senso sono inseriti articoli scritti, titoli proposti, interlocutori scelti, postura complessiva, anche rispetto alle azioni dei governi? Insomma: qual è la «linea» e quali sono i binari sui quali essa viaggia giorno dopo giorno, coprendo un racconto su fatti inevitabilmente mediati, e quasi impossibili da definire nella loro «verità» inoppugnabile? Che criteri si possono usare per stabilire un confine di liceità, o di opportunità, una volta superata l’ipocrisia di una presunta informazione «pura», che non orienti ma mostri in modo asettico? E soprattutto: chi decide ed eventualmente fa rispettare questi criteri, fuori dal rapporto costante con i lettori/spettatori?
Forse è più importante avere presenti tali domande che accampare risposte ultimative. Qualche certezza in più, invece, si può raggiungere sul secondo problema: quello della evidente, mostruosa confusione di piani cui da settimane stiamo assistendo in tv, sui giornali e nella maggior parte delle dichiarazioni politiche. È inevitabile che chiunque si ponga davanti a un conflitto riecheggi un desiderio di pace e giustizia che porta anche alla domanda su chi abbia «ragione». Nel merito, identificare aggressore e vittima è un’operazione che non può lasciare dubbi. Il problema è che questo (il piano per così dire «morale») è contemporaneamente facile e inutile, almeno in questo frangente. Sovrapporre questo livello e confonderlo con quelli, complicatissimi, degli equilibri di potenza, delle forniture militari, delle conseguenze economiche, ha senso? Conduce a un approfondimento cognitivo, a una maturazione dell’opinione pubblica? L’impressione è che accada esattamente il contrario.
Pensare che all’informazione tocchi il compito di indicare moralisticamente «buoni» e «cattivi» contiene un rischio, che è appunto quello di confondere i piani, facendo apparire inevitabili o a portata di mano soluzioni estranee all’ambito del possibile: le atrocità commesse in guerra ovviamente vanno raccontate come tali, ma ciò non le farà cessare. Non è una questione di idealismo, ma di metodo di conoscenza, che appare decisamente fallace.
È possibile che questo approccio «morale» al racconto dell’Ucraina sia in qualche modo doloso, e funzionale a escludere alcune posizioni facendole appunto ricadere fuori dal dicibile, dal lecito, con ciò che ne consegue. Ma non è neppure questo il punto più importante: il fatto è che questa commistione di piani allontana una possibilità di comprendere cosa stia accadendo e, forse, anche di arrivare a una soluzione. Non serve essere Hans Morgenthau per realizzare che i rapporti di forza tra Paesi e le relazioni internazionali non sono fondati sulla «morale», e dunque subordinare a questa le analisi, gli articoli, i servizi, implica il pericolo di allontanarsi da un quadro realistico.
Un altro enorme fattore di confusione è quello relativo alla «competenza». È scontato che interlocutori preparati, seri e documentati siano il sale di qualunque dibattito, e che l’opinione di un cabarettista in materia di conflitti sia meno qualificata di quella di un politologo. Tuttavia, non è un’altra enorme confusione di piani aggrapparsi alla «competenza» come criterio di legittimazione? Sulla Stampa, la direttrice dell’Istituto Affari internazionali di Roma, Nathalie Tocci, è parsa indicare esattamente questa strada: «Il dibattito pubblico in Italia», ha scritto, «tiene certamente alto il nome della diversità di opinione, ma non di una diversità che emana da competenze diverse tutte attinenti al tema in discussione. [...] Nei media italiani - soprattutto televisivi -, l’impressione è che non si cerchino competenze diverse per aiutare i cittadini-spettatori a comporre il proprio mosaico di conoscenza, ma opinioni divergenti e basta. A prescindere dalle (in)competenze dalle quali emanano».
Ecco, a parte l’eterno dilemma su chi distribuisca «certificati» di tale competenza, perfino l’antico adagio sulla guerra che sarebbe «cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari» suggerisce che anche quello della competenza è un piano falsante, distorsivo, potenzialmente violento, che tende - esattamente come accaduto con il Covid - a squalificare e ridurre la più incomprimibile delle categorie umane: il politico.
Purtroppo non ci sono strade facili, ma cominciare a distinguere i piani - quello morale, quello economico, quello militare, quello geopolitico sono ambiti diversi con metodi conseguenti - è un primo esercizio forse utile. La gigantesca sproporzione tra ciò che sta accadendo (un letterale, tragico cambiamento del mondo sotto i nostri occhi) e ciò che si riesce a dirne non sarà colmata attraverso le scorciatoie dei settarismi e delle scomuniche, anche se percorse con le migliori intenzioni.
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Gianni Riotta (Ansa)
Mentre Gianni Riotta stila la lista dei collaborazionisti di Putin, Massimo Recalcati demolisce la psiche di chi lo difende. E Federico Fubini invoca l’austerità per provare a rimediare ai deliri green.
«È davvero qualcosa di straordinario, un segno di incredibile umanità, portare gli uomini a rinunciare alla discriminazione e alla diffamazione dei loro nemici». Così scriveva Carl Schmitt negli anni Sessanta, accingendosi a esporre la teoria del «nemico assoluto». Il giurista tedesco riteneva che fosse stato Lenin il primo a introdurre un radicale mutamento di concezione, una sorta di slittamento dal piano politico a quello morale. Ai sedicenti illuminati della rivoluzione non basta più sconfiggere l’avversario: essi devono, appunto, annientarlo anche moralmente. L’élite che si ritiene depositaria della conoscenza suprema si sente in dovere di redimere l’umanità, e chiunque le si opponga diviene - per forza di cose - uno strumento delle forze oscure. Ecco allora che gli illuminati «devono bollare la parte avversa come criminale e disumana, come un disvalore assoluto. Altrimenti sarebbero essi stessi dei criminali e dei mostri». Questa logica allucinante conduce, inevitabilmente, a «creare sempre nuove e più profonde discriminazioni, criminalizzazioni e svalutazioni, fino all’annientamento di ogni vita indegna di esistere».
Di questi tempi, purtroppo, si procede alla creazione di «nemici assoluti» non soltanto nelle guerre vere, ma persino nelle grottesche guerricciole dell’informazione, combattute da partigiani di cartapesta convinti d’essere diventati guerriglieri perché hanno pubblicato un paio d’articoletti a sostegno della resistenza ucraina. Si tratta sempre degli stessi personaggi che provano emozioni per interposta persona: si sentono accoglienti perché invitano altri a farsi carico dei migranti; si sentono eroi perché spingono altri a morire e probabilmente si sentirebbero seduttori se altri intrattenessero le loro mogli. La loro foga militarista ricorda un po’ l’eccitazione con cui, negli Anni di piombo, alcuni intellettuali si baloccavano con la lotta armata («Immediatamente mi sento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna», scriveva Toni Negri). E dunque mentre altri, in altri luoghi, si prendono bombe e fucilate, i nostri italici eroi s’ingegnano dal loro tinello a colpire i «nemici interni», cioè coloro che non rispettano l’ortodossia dell’armiamoci e partite.
Quando c’è da svalutare qualcuno, nessuno è più efficace di Massimo Recalcati che, in qualità di psicoanalista, può rapidamente decretare il pessimo stato di salute mentale del nemico. Ieri, su Repubblica, l’illustre intellettuale ha ribadito ciò che altrove era stato già scritto ripetutamente, e cioè che Vladimir Putin è un folle narcisista. E fin qui poco male. Il fatto è che, subito dopo, Recalcati ha allargato il campo ai presunti fan del leader russo. A suo dire, «la sconcertante continuità antropologica tra i nostrani sostenitori di Putin e i no vax più ideologici riflette bene la totale insensibilità e mancanza di solidarietà nei confronti della vita degli altri». Cristallino: chiunque osi esibire un pensiero critico della vulgata dominante viene descritto prima come un sabotatore e una quinta colonna, poi come una specie di sociopatico incapace di empatia.
Se Recalcati si è limitato a tracciare il consueto profilo psicologico del nemico, a far nomi e cognomi dei reprobi ci ha pensato Gianni Riotta in versione «fedele alleato Galeazzo Musolesi». L’artigliere Gianni ha stilato un «identikit dei putiniani d’Italia» e per la sua acuta analisi si è basato su un articolo pubblicato dai suoi amici de Linkiesta, che cita un saggio stampato dalla casa editrice della Columbia University (di cui Riotta ha frequentato il master in giornalismo). Nel calderone dei «giustificazionisti del Cremlino», ovvero dei collaborazionisti, finiscono le personalità più disparate, da Massimo Cacciari a Barbara Spinelli, passando per Gianluca Savoini e Marcello Foa per finire a Ugo Mattei e Diego Fusaro. Ci sono tutti: no vax, no green pass, «fascio-putinisti», addirittura qualche illustre defunto come Carlo Terracciano, colpevole di aver collaborato con Claudio Mutti e Maurizio Murelli, e di aver diffuso le idee dell’eurasiatista Aleksandr Dugin. Riotta compie un raid spietato e travolge persino Stefano Fassina e Laura Boldrini, colpevoli di aver compiuto troppi «distinguo», segno che nessuno è più al sicuro. Curiosamente, l’artigliere Gianni evita di condannare per le smancerie con Putin il suo stesso giornale, che tempo fa pubblicava un inserto sulla Russia finanziato dai russi, si vede che tout est pardonné.
Al netto delle pietose contraddizioni e delle ridicole intemerate, il punto vero sono gli effetti dell’interventismo da operetta dei partigiani di cartapesta. La russofobia dilagante e delirante, ad esempio, è chiaramente alimentata dalle sparate di costoro. Certo, sono tutti capaci a prendere le distanze dalla cancellazione di un corso su Fëdor Dostoevskij, ma intanto la frittata discriminatoria è fatta. E c’è persino qualcuno che, subdolamente, insinua l’opportunità dell’autodafé. Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera, si spinge a dire che dovremmo risparmiare i comuni cittadini russi, ma a «quelli famosi e legati a Putin», che siano riccastri o artisti, va imposta l’abiura.
Tale logica binaria e militarizzata, fatalmente, impedisce i ragionamenti articolati e oscura le posizioni di buon senso, anche se persino il Financial Times pubblica editoriali in cui si invitano gli «alleati occidentali» a «rispondere a Putin senza rischiare l’escalation» (così Samuel Charap della Rand corporation). La retorica bellica, inoltre, permette di coprire con un bel tappeto di ipocrisia i clamorosi errori commessi dall’Europa e dagli Stati Uniti negli ultimi anni. Ad esempio il fatto che a livello energetico siamo quasi totalmente dipendenti dalla Russia. È lo scotto da pagare per politiche miopi e del tutto concentrate sulla «transizione verde» ideologica e farlocca, come ha notato Michael Shellenberger su Common Sense. Così, mentre deliriamo di sanzioni che danneggeranno più noi che Mosca, il Vecchio Continente continua a versare 800 milioni al giorno ai russi per petrolio e gas. Lo ha certificato ieri, sempre sul Corriere della Sera, Federico Fubini, che ha pure proposto un’eccellente via d’uscita: «Diminuzione delle temperature in casa, meno illuminazione notturna, limiti di velocità ridotti e ora legale prolungata».
Già, qualcuno deve pur pagare per gli errori degli altri. Gli ucraini resistenti pagano con la vita gli errori della Nato e l’ingerenza americana; noi, più modestamente, dovremo pagare i disastri europei. Ma che volete farci, l’importante è combattere il nemico assoluto russo con ogni mezzo. Già vediamo i titoli a tutta pagina: «L’Ue prolunga l’ora legale, panico fra i putinisti».
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