Ma è solo l'altro ieri che è arrivata la vera beffa. Nel contratto l'Aran, agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, ha inserito l'obbligo degli straordinari. In poche parole, aumenta lo stipendio, ma al tempo stesso aumentano anche le ore da lavorare. Fino a un massimo di 250 all'anno e comunque a discrezione del dirigente sanitario. I dipendenti per sottrarsi alle ore richieste dovranno avere una sorta di giustificazione scritta, ovvero un reale impedimento diretto e legato a familiari stretti. Una vera novità per un contratto della Pa, che potrebbe essere destinata a scardinare anche futuri contratti nell'ambito del pubblico.
Cgil, Cisl e Uil avevano chiesto la modifica dell'articolo capestro. Nonostante la protesta formale l'Aran, ha portato avanti il testo senza fare una piega. Il mistero però resta. Perché le tre principali sigle hanno comunque firmato il nuovo contratto? Tanto più che dubbi sulla fregatura incombente non ce n'erano. Primo, perché sul tema era intervenuto il 14 marzo scorso anche Luca Benci, celebre giurista e attento ai temi della sanità, mettendo un punto fermo sulla questione. «Una politica che realizza un aumento surrettizio dell'orario di lavoro nei confronti del personale del Servizio sanitario nazionale, fortemente invecchiato e gravato da prescrizioni e limitazioni del medico competente non può essere una risposta alla grave carenza di personale», aveva scritto su Quotidianosanità.it.
«Gli allarmi sulla mancanza di personale sanitario nelle strutture sono ormai quotidiani e il contratto di lavoro decide un impiego intensivistico del personale presente non è certo garanzia di un servizio di qualità, che permette la contemporanea sicurezza dei pazienti e degli operatori posti a tutela dei pazienti». Secondo aspetto, perché l'Aran meno di un mese fa aveva fatto capire di essere disposta a fare un passo indietro. D'altronde l'obbligo di straordinari consente anche alle Asl di mantenere il limite di spesa sotto l'1,4% rispetto al budget del 2004. La gabola degli straordinari obbligatori non è l'unica anomalia dentro il testo. Ad esempio, l'elemento perequativo che compensa ai redditi più bassi il venir meno del bonus previsto dal governo, termina al 31 dicembre 2018 e non è prevista la copertura per il 2019. Le indennità di turno in diversi casi non saranno più erogate (con conseguente perdita economica) perché è stata definita una soglia più elevata rispetto a quanto stabilito in molti contratti aziendali.
Non solo, scompare il diritto alla pausa mensa per il personale che garantisce i servizi nelle 24 ore anche se lavora nelle 12 consecutive. Infine, si estendono le indennità di area critica ad alta funzione infermieristica al personale di supporto, ma solo dove l'impegno richiesto è notevolmente inferiore rispetto allo stesso personale che lavora nelle aree internistiche o chirurgiche. Nonostante le condizioni peggiorative solo due sigle non hanno aderito. «Non abbiamo firmato perché è un contratto in perdita per i lavoratori», spiega alla Verità Andrea Bottega, segretario nazionale del Nursind. «Tuteleremo i nostri diritti e quelli dei lavoratori nelle sedi giudiziarie. L'obbligo di svolgere lavoro straordinario è inaccettabile per la dignità dei lavoratori. Il nostro è un atto di coraggio e coerenza», conclude Bottega, «perché abbiamo fin da subito evidenziato come questo testo sia peggiorativo per la categoria e per molti lavoratori che garantiscono ogni giorno il diritto costituzionale alla salute». L'astensione non è però servita a bloccare l'operazione politica a fini elettorali. Con una mano il governo Gentiloni ha dato e con l'altra ha tolto. Ora è tardi. Resta solo da sperare che i budget per il 2019 vengano aumentati in manovra, almeno per garantire che con il nuovo contratto nazionale non si intaccheranno i fondi destinati ai malati.



