(...) notte a Piacenza (città ancora sotto choc per lo stupro della donna ucraina a fine agosto) è saltato addosso a una ventenne, una cameriera che stava rientrando a casa dopo una giornata di lavoro. I due hanno in comune anche un altro particolare: il percorso burocratico che, nonostante precedenti penali e mancanza di rispetto degli obblighi, gli ha permesso di restare in Italia. Il primo, residente a Monza, sarebbe in Italia dal 2019 e da mesi attende la definizione del procedimento di emersione per motivi di lavoro, al momento sospesa dalla Prefettura perché nel suo curriculum risultavano precedenti di polizia per reati contro la persona e contro il patrimonio. Il secondo è un minore non accompagnato che è ospite di una comunità da alcuni anni e ha fatto scattare diverse segnalazioni d’ufficio per la sua scomparsa, perché spesso non avrebbe fatto rientro nell’alloggio agli orari stabiliti (per poi rientrare quando preferiva). Ciononostante non ha mai subito alcun provvedimento. E se il marocchino è stato bloccato dagli agenti della sezione volanti di Monza proprio nelle vicinanze del luogo dell’aggressione (gli agenti sono arrivati sul posto allertati dalle grida di aiuto della vittima), il giovanotto egiziano è stato individuato mentre cercava di nascondersi tra i ragazzi che ieri notte affollavano il corso principale di Piacenza. L’altro aspetto inquietante riguarda la sicurezza delle due città. A Monza si tratta del secondo caso in meno di tre mesi: un uomo dello Sri Lanka con precedenti penali a fine giugno aggredì in pieno giorno in un parco una ragazza. A Piacenza è il secondo caso in due settimane. Ma il terzo in poco più di due mesi. Prima del caso dell’ucraina, a fine luglio, in via Gobbi Belcredi, ovvero sempre in centro, si era verificato un fatto analogo: una diciannovenne era stata spinta contro un muro, aggredita e palpeggiata ovunque. Urlando aveva attirato l’attenzione di alcuni residenti ed era riuscita a scappare e poi a chiamare il 112. L’aggressore era stato descritto come un giovane straniero dalla carnagione scura. Ma all’arrivo dei carabinieri si era già dileguato in bici. Le modalità e il contesto in cui si sono svolti i fatti sono davvero molto simili. L’aggressione di ieri notte si è consumata tra piazza Sant’Antonino e via Giordani, a ridosso del corso principale. La vittima, stando a quanto ricostruisce il quotidiano online Il Piacenza, sarebbe stata prima seguita, poi aggredita, strattonata e spinta contro un pilone di cemento e, a quel punto, palpeggiata e insultata. Ma è riuscita a divincolarsi e si è messa in mezzo alla strada cercando di fermare le auto che passavano. Mentre l’egiziano fuggiva ha chiamato il 113. I poliziotti, con la descrizione dell’aggressore e l’indicazione sulla via di fuga, lo hanno scovato nei pressi di vicolo Edilizia. Bloccato, è stato portato in Questura dove è stato denunciato per violenza sessuale e porto abusivo di oggetti atti all’offesa, perché negli slip aveva un coltello serramanico. La malcapitata è stata soccorsa e portata in ospedale, dove è stata visitata e curata per i lividi e le contusioni riportate. A Monza, invece, nella centrale via Pavoni non lontano dalla stazione, la vittima è stata afferrata all’improvviso e spintonata contro una ringhiera. Il marocchino l’avrebbe tenuta bloccata stringendole la gola, poi avrebbe cominciato a palpeggiarla nelle parti intime. La ragazza è stata portata al pronto soccorso dell’ospedale San Gerardo, dove le sono stati diagnosticati 15 giorni di prognosi per contusioni multiple e cervicalgia. «Vai dai tuoi poliziotti di merda», le avrebbe detto l’aggressore prima di tentare la fuga. Nonostante la paura e le percosse, la vittima ha avuto la prontezza di divincolarsi e gridare non appena ha visto in lontananza una pattuglia della polizia di Stato. A quel punto l’aggressore ha mollato la presa, ha insultato lei e i poliziotti e ha accennato una corsa. Cinquanta metri dopo, però, si è trovato due agenti davanti ed è stato arrestato in flagranza di reato. L’accusa è di violenza sessuale aggravata. «Come prima cosa bisogna potenziare la presenza delle divise sui territori. Carabinieri, polizia, guardia di finanza, esercito e polizia locale. È l’unico modo per intervenire sul tema della sicurezza nelle nostre città». Ha commentato il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, mentre al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese devono essere fischiate le orecchie. A Piacenza, invece, il capogruppo in consiglio regionale e commissario della Lega, Matteo Rancan, ha bastonato il sindaco: «Tre casi di violenza sessuale in pieno centro rendono l’idea dello stato di abbandono nel quale versa la città. Pertanto sarebbe il caso che il neo sindaco Katia Tarasconi la smettesse col tour elettorale e si mettesse al lavoro per ripristinare legalità e sicurezza».
ABITO
L'abito fa il monaco. Il vestiario è una forma di comunicazione, come è comunicazione sbagliare i congiuntivi o azzeccarli, usare o non usare le parolacce. Il vestiario è comunicazione. Incontrare qualcuno cha ha addosso un giubbotto con sopra la svastica, una donna completamente coperta da un burka, una studentessa in micro short e scollatura abissale, modifica i neurotrasmettitori in maniera particolarmente evidente, ma in realtà la comunicazione è sempre presente in qualsiasi tipo di vestiario senza nemmeno l'eccezione di quelli obbligatori: il camice da medico, la divisa del negozio, che possono essere impeccabili o sudici, personalizzati o volontariamente anonimi. Il camice da medico ci spinge a accettare consigli medici con maggiore facilità. Il fatto che qualcuno porti giacca e cravatta lo rende più autorevole o sospetto a seconda della circostanza. Tutto questo mediante circuiti inconsci che ci permettono «scorciatoie» sul giudizio di attendibilità. Il professor Fabrizio De Benedetti dell'Istituto di neuroscienze di Torino ha dimostrato che lo stesso farmaco somministrato da un medico con un camice sciatto, aperto, non troppo immacolato e con due bottoni in meno ha meno effetto dello stesso farmaco somministrato da un medico che ha dimostrato il suo interesse per il paziente vestendosi decentemente, si rivolge a lui cortesemente, ascolta quello che lui ha da dire, garantisce che sta somministrando il farmaco migliore per quella situazione. L'effetto che quello che facciamo e diciamo, incluso quello che diciamo con il vestiario, ha sugli altri ci deve essere chiaro, fa parte dell'intelligenza emotiva. I jeans sdruciti se vi piacciono metteteli nel tempo libero, non se fate l'anestesista o l'oncologo. Il messaggio che voi avete messo in quei jeans è «sono un trasgressivo, sono indipendente dal giudizio altrui». Il messaggio che il paziente capisce è «di te me ne importa talmente poco che non mi sono nemmeno preso il disturbo di mettere jeans diversi da quelli con cui pulisco il garage».
Saio, jeans, ombelico scoperto, ombelico coperto, dolorosissimo piercing al labbro o alla lingua, anfibi, abitino pastello, abbinamento anfibio-piercing-abitino pastello, sandalo gioiello, ciabattina infradito gioiello, piedi che puzzano-ciabattina infradito gioiello o non tanto gioiello, dodici centimetri di tacchi a spillo che in confronto camminare sui carboni ardenti è una passeggiata, top con spallina di reggiseno di colore dubbio ed esibizione dell'ascella. Tuta di cuoio nero sadomaso con fiocchetti di borchie in corrispondenza dei capezzoli messa addosso a una sedicenne che entrando nello studio cinguetta commossa che è il regalo di papà e mamma per la promozione. Jeans con mutanda Calvin Klein e solco intergluteo in evidenza, e scritta Fuck me in rosa sulla cintura. Li hanno messi addosso a un'undicenne, che, no non lo sa cosa vuol dire, in inglese ha il debito. Sono finita a feste di bambine che sembravano la pubblicità di un bordello tailandese specializzato in clienti pedofili.
Maglietta Dolce e Gabbana, jeans Dolce e Gabbana, occhiali Dolce a Gabbana, piercing, tatuaggio maori su polso e braccio, iperlampadato, iperpalestrato: è il padre di due adolescenti dannatamente problematici, chissà come mai. Insieme ai due pargoli si fuma di tanto in tanto uno spinello, perché lui più che un padre è un amico, il che vuol dire che i due adolescenti il padre non ce l'hanno, cioè sono orfani. Si presenta come un ragazzo di cinquantacinque anni e si offende quando mi informo se c'è un adulto a casa sua con cui poter parlare. È venuto a chiedermi come mai i figli suoi sono gli ultimi della classe, gli unici che riescono a farsi bocciare in questi tempi di indulgenze cronicamente plenarie. I suoi figli sono inequivocabilmente quelli che nella vita adulta si contenderanno i posti di collaudatori di protesi dentarie per alligatori, ammaestratori di scolopendre, gestori di agenzie matrimoniali per Talebani e/o guerriglieri cingalesi, esperti di enologia araba e talassoterapia uzbeca, perché tutti gli altri posti, quando arrivano loro, se li sarà già presi qualcun altro. L'abito fa il monaco. È la nostra più potente forma di comunicazione dopo il linguaggio verbale. Gli abiti esprimono l'identità oppure, come in questo momento, con la loro eccessiva cacofonia la mancanza di un'identità definita e aiutano a sopportarne l'assenza. L'abito testimonia l'affiliazione al gruppo. Tutti i gruppi, Amish, Mormoni, Maori, hanno sempre espresso l'appartenenza al gruppo mediante vestiario o altro (tatuaggi, perline). Chi non si uniformava al vestiario si dichiarava come quello a cui, di far parte del gruppo, non gliene importava un fico e ne veniva immediatamente estromesso, anche se questo non sarebbe stato compatibile con la sopravvivenza. Tra i Masai le perline avevano un senso preciso. Informavano sullo stato civile, numero dei figli, discendenza, ascendenza, possesso o meno di vacche. Chi si metteva le perline sbagliate veniva buttato fuori dal villaggio e se ne andava nella savana, solo, di notte, a discutere con leoni e scorpioni, sciacalli e avvoltoi i significati reconditi dell'esistenza e i parallelismi tra l'oroscopo occidentale e quello cinese. All'interno di un gruppo un vestiario consono esprime il desiderio di far parte del gruppo, un vestiario dissonante esprime estraneità. Il gruppo è un insieme di persone all'interno del quale vige un patto di non aggressione reciproca. Quando mi trovo di fronte a un estraneo al gruppo (e il vestiario dissonante o le perline non a norma dichiarano estraneità al gruppo) il mio rischio di aggressione aumenta.
Quindi a questo punto possiamo stabilire una definizione di norma. La norma esiste? Certo che esiste: non è un valore universale, e si modifica a seconda del luogo e del tempo, ma esiste. La norma all'interno di un gruppo è il comportamento che non causa picchi di adrenalina a nessun appartenente del gruppo. Se mi trovo di fronte un uomo nudo mentre passeggio in centro, il mio tasso di adrenalina aumenta: la nudità è anormale, e quindi provocatoria. Poi posso anche fare lo sforzo di fingere che tutto sia normale e comportarmi normalmente, ma il picco di adrenalina c'è. In altri tempi l'uomo nudo in via Roma sarebbe arrestato, oggi è tollerato, e questo ha un prezzo, perché in cambio di un aumento di libertà abbiamo rinunciato ai segni di riconoscimento di appartenenza al gruppo, e alla punizione contro chi non li manifesti, e quindi ci siamo condannati a una costante crisi di identità. In questa maniera è però aumentata anche l'ansia: i segni di affiliazione al gruppo sono rassicuranti. Diminuito il senso di identità, abbiamo moltiplicato all'infinito la ricerca di segni alternativi di gruppi minoritari, la firma sull'abito, i lineamenti spianati e resi simili dal trucco o dalla chirurgia estetica, fino ai contrassegni tribali, come il tatuaggio o il piercing. Tatuaggi e piercing dimostrano come la causa vera della moda e dei suoi vertiginosi cambiamenti (per cui tutto è contemporaneamente di moda e fuori moda) sia la perdita di identità, non il vertiginoso giro di quattrini che c'è dietro la moda. Fosse solo per i soldi la moda sarebbe bella. Invece è sempre più strampalata e impresentabile.
Abitudini
Il cervello umano funziona grazie alle abitudini. Per fortuna. Se così non fosse dovremmo reimparare a guidare tutte le mattine. Le cose imparate e ripetute diventano riflessi condizionati, fuori della coscienza, quindi stampati nel cervello come sinapsi rese preferenziali dall'uso. Possiamo creare il cervello del violinista, oppure il cervello del guidatore. Possiamo abituare il nostro cervello a comportamenti disfunzionali. La psicologia parla di dipendenze. La religione usa la parola vizio. All'inizio si tratta di un comportamento volontario, ma più si va avanti, più questa struttura si stampa nel cervello. Il comportamento smette di essere volontario, è addirittura paragonabile a una malattia, una malattia autoindotta. Un esempio che vale per tutti è la bulimia: mangiare e vomitare. Vomitare è ripugnante. Non ho mai incontrato un bambino che dicesse: ieri ho vomitato due volte, come mi sono divertito. Il vomito della persona bulimica è meno terribile del vomito della persona con la gastrite, non c'è la nausea, ma all'inizio è sgradevole. All'inizio la persona che vomita lo fa perché ha mangiato troppo e teme di ingrassare. E all'inizio odia vomitare. Vomitare è dolore. Il nostro cervello si abitua al dolore. Il nostro cervello, fabbricato per sopravvivere, sopravvivere sempre, ha capacità di adattamento. È in grado di adattarsi addirittura al dolore e a fare un'inversione del senso del dolore e senso del piacere: dopo un po' a queste persone vomitare dà piacere. Prima si vomitava perché si era mangiato troppo, poi si va al supermercato a fare la spesa per poter vomitare. Moltissime persone riferiscono che il piacere di vomitare è superiore a quello del mangiare.
Mi scuso per l'argomento ma è un esempio che rende perfettamente l'idea di cosa succede. Dopo che una persona ha vomitato per trent'anni è certa che è impossibile smettere. L'idea di smettere le sembra folle. Se qualcuno le dice che può smettere lo aggredisce. Quindi abbiamo formato il cervello bulimico. Oppure il cervello del masochista. 50 sfumature di sadomaso. Noi possiamo fabbricare il cervello masochista che prova piacere nel dolore nella sottomissione. Per questo le regole devono essere rigide. Questa cosa non si fa e non si fa e basta. Per questo la frase: «l'importante è che stiano facendo qualcosa che vogliono fare», spesso non è vera. A volte uno che sembra fare qualcosa di propria volontà, in realtà è ingabbiato, ma la gabbia ce l'ha nel cervello, dall'esterno non si vede, ma c'è. Ed è per questo che ogni tanto qualcuno deve andare con molto coraggio a dire: questa cosa è sbagliata, è un comportamento disfunzionale. Quelli che hanno la gabbia del cervello all'inizio si indigneranno, ma poi si ricorderanno che esistono maniere di essere liberi, senza dolore, senza sottomissione. Quindi vale la pena di alzarsi in piedi e dire: quella cosa ti fa male, quindi è sbagliata. E se devo farmi linciare per dirtelo, te lo dirò lo stesso, perché io ti amo.
Secondo qualcuno l'interpretazione etimologica della parola amore individua nel latino a-mors = senza morte l'origine del termine, senza morte, non voglio che tu muoia. Onestamente è una teoria molto contrastata, ma a me piace moltissimo.



