La calza nerazzurra della befana somiglia a quella indossata da Sophia Loren nel siparietto con Marcello Mastroianni in Ieri, oggi e domani ma, anziché far da preludio a invitanti sollazzi amorosi, porta in dote il titolo di campione d’inverno con 48 punti. Una bella alternativa. In buona parte dei casi, significa scudetto. Gli indizi ci sono tutti: l’Inter ha battuto ieri a San Siro l’Hellas Verona 2-1, risultato rocambolesco, considerato che la partita è finita al 101° minuto, gli scaligeri hanno sbagliato un rigore allo scadere, e il secondo gol interista è stato viziato da un fallo a inizio azione non visto dal Var. In parole povere: agli uomini di Simone Inzaghi, oltre a un indubbio valore sul campo, sta venendo incontro la buona sorte, e quando incappi in una stagione in cui ti gira tutto bene, nessuna vetta è preclusa. Peccato per il Verona, agghindato da Babbo Natale fuori tempo massimo. Troppi regali concessi ai padroni di casa durante un match che avrebbero potuto pareggiare se non avessero sperperato il penalty. A guardar le formazioni in campo, con gli ospiti già privi di Terracciano, accasato ormai al Milan, spicca un’evidenza: l’Inter schiera Pavard, Barella, Mkhytarian, Calhanoglu, in avanti torna Lautaro Martinez, c’è Thuram, in panchina i rimpiazzi si chiamano Frattesi, De Vrij, Dimarco. Insomma, è una delle poche compagini italiane sane e attrezzate con una rosa ricca di possibilità, capace di competere su più fronti. Per intenderci, il Milan, squadra laureata in scienze infermieristiche, tutte quelle carte in mano non le ha, pur avendo speso molto in campagna acquisti. Il primo tempo mostra la superiorità nerazzurra, concretizzata dal gol di Lautaro Martinez al minuto 13. Thuram scambia con l’armeno Mkhytarian - artista del pallone dal guizzo creativo e dall’arguzia tattica, proveniente da un paese in cui la strategia, specie bellica, è strumento di fede e sopravvivenza - che serve al bomber argentino un manicaretto. Martinez non sbaglia, infila il portiere Montipò ed è 1-0. Il Verona non alza barricate, prova a ribattere con piglio bisbetico. Il bosniaco Djuric salta, anticipa di testa Dumfries e Pavard, ma non indirizza a dovere, rendendo la palla preda di Sommer. Poi, nella ripresa, il finimondo. Batti e ribatti con occasioni da ambo i lati, tante sostituzioni con un Arnautovic sperperatore di diverse occasioni ghiotte. Ma è il Verona a colpire. Minuto 73: assist di Duda per il neo entrato Henry, che tocca la palla con il ginocchio, segnando il gol del pareggio e mandando fuori giri Acerbi e Sommer. Gli scaligeri ci credono. Alimentano il forcing. Tra i loro ranghi esordisce pure Charlys Matheus Lima Pontes, classe 2004, in luogo di Tomáš Suslov. I nerazzurri non tremano. Si arriva al 93°. Il neo entrato Frattesi sfrutta una ribattuta di Montipò e realizza il vantaggio per i suoi. Ma la rete è viziata da una gomitata del compagno di squadra Bastoni ai danni del povero Duda. Grandi proteste veronesi anche a fine gara, il gol sarebbe da annullare, ma il Var Nasca non se ne avvede. Non finisce così. Al novantottesimo viene assegnato un rigore al Verona per un calcio in area di Darmian su Magnani. Si incarica Henry di tirarlo. La sfera finisce sciaguratamente sul palo, l’Inter vince e i veronesi si leccano le ferite di un’occasione d’oro buttata alle ortiche. Gli interisti si preparano ad accogliere Tajon Buchanan nel migliore dei modi: canadese di madre giamaicana, classe 1999, andrà a rimpiazzare l’infortunato Cuadrado sulle fasce. Proviene dal Club Bruges, Beppe Marotta lo ha acquistato per 7 milioni di euro più 3 di bonus, facendogli firmare un contratto fino al 2028 da 1,5 milioni di euro netti. Si cerca pure un attaccante, in attesa di ingaggiare il forte centrocampista trentenne Piotr Zielinski dal Napoli a fine stagione. La squadra di Inzaghi si tutela: sa che, considerata la necessità di rifinanziare il suo debito con le banche, dovrà probabilmente cedere un pezzo pregiato della sua boutique di atleti, forse Barella, e prende precauzioni allestendo un reparto mediano con nuovi talenti integri. Sull’altra sponda del Naviglio nel mercato di gennaio si puntella una difesa funestata dagli infortuni. In arrivo il versatile ventunenne Filippo Terracciano dal Verona. L’accordo con il club gialloblù è stato trovato con una parte fissa da circa 4,5 milioni, più uno di bonus, il giocatore è un jolly arretrato impiegabile sia come terzino, sia come centrale. Oltre a lui, torna all’ovile Matteo Gabbia, richiamato dal prestito al Villareal. Giocatori di prospettiva, non fenomeni, in attesa di recuperare la sfilza di indisponibili. In casa Napoli è arrivato Pasquale Mazzocchi dalla Salernitana per 3 milioni di euro, per lui tre anni e mezzo di contratto con opzione per il quarto. Sarà il vice Di Lorenzo, ma anche un’alternativa possibile a Mario Rui. Aurelio De Laurentiis è ingolosito pure da Lazar Samardzic e Radu Dragusin. Il centrocampista dell’Udinese ha già attirato su di sè gli occhi di diverse italiane: la Juventus era interessata, l’Inter la scorsa estate, è andata vicino ad acquistarlo. Per il difensore del Genoa è pronta un’offerta che contempla l’inserimento di Ostigard sul piatto assieme a 15 milioni. Attenzione però all’insidia del Tottenham, a sua volta interessato al genoano. La Roma saluta il direttore sportivo Tiago Pinto, che considera finito il suo ciclo e saluterà a febbraio. Sulla sponda juventina, al di là delle trattative papabili e della mano esperta di Giuntoli, Max Allegri ha trovato il suo nuovo gioiello: il turco Kenan Yildiz, classe 2005, se non disperde il suo potenziale, potrebbe diventare il bomber in più, magari al posto dell’incostante - e ora cedibile - Moise Kean.
Qualche anno fa mi informai sull'altezza del Monte Bianco, la montagna più alta delle Alpi e d'Italia, con i suoi 4.808,72 metri di altitudine sul livello del mare. Una bel primato! Niente di paragonabile, tuttavia, con l'Everest (8848) e il K2 (8611), comunque una delle mete turistiche più note della Valle d'Aosta, il re delle Alpi.
Ok? Immaginate allora, come ho fatto io, di essere uno scommettitore di sovrumana altezza, quasi cinquemila metri, proprio come il Monte Bianco. E mettiamoci di fronte, noi e lui, il re delle Alpi. Mi hanno sempre affascinato le (im)probabilità di vittoria nei giochi d'azzardo. E quando esplose la passione nazionale per il Superenalotto, 23 anni fa, calcolai che le schede delle puntate, un foglio sopra l'altro, avrebbero raggiunto più o meno l'altezza del Monte Bianco.
Qual era dunque la possibilità di vincere il gigantesco primo premio del Superenalotto? Eccola: stendere una mano verso la montagna e i (quasi) cinquemila metri, ed estrarre la cartella vincente! Fantascienza, impresa in apparenza impossibile. Tuttavia il fatidico 6 è stato vinto 120 volte. E decine e decine di migliaia e migliaia di giocatori ci provano (confesso, anch'io). E perché? Perché ogni tanto qualcuno vince e perché il sogno di vincere è, quasi per tutti, consolatorio, irresistibile.
Questi i numeri vincenti di giovedì 29 ottobre: 9-32-41-43-44-84 jolly 28 - superstar 46. Non ci sono stati 6 né 5+. Per vincere il «malloppone» bisogna azzeccare i sei numeri, con la probabilità che prima vi ho illustrato (il confronto con il Monte Bianco... ); poi ci sono premi di minore entità da 6 in giù. Con tre estrazioni settimanali, legate gioco del lotto: al momento di scrivere non sapevo il risultato di quella di ieri, sabato. La sestina del jackpot avrebbe vinto 58 milioni e 500.000 euro. Sette giocatori hanno azzeccato 5 numeri e ciascuno ha vinto circa 23.000 euro; appena una mancia di sei euro hanno vinto chi ne ha beccati solo due (quasi 258.000 giocatori).
Il jackpot più alto è arrivato alla bellezza di oltre 177 milioni; 528 nella storia sono state le vincite milionarie. E delle 120 vincite del malloppone ben 106 sono state ottenute con una giocata singola, 11 tramite un sistema fatto in ricevitoria e 3 grazie alla «Bacheca dei sistemi», la vetrina virtuale di Sisal, tramite la quale è possibile acquistare giocate sistemistiche predisposte dai professionisti di Sisal, a partire da 5 euro l'una. Con la «Bacheca dei sistemi» è stato vinto anche il jackpot più alto di sempre, quello da 177 milioni di euro realizzato grazie al sistema chiamato «La Mamma»; 177.729.043,16 di euro, per la precisione, suddivisi in 70 quote da due milioni e mezzo circa, vendute in 33 Comuni d'Italia: è il jackpot più alto di ogni tempo, realizzato il 30 ottobre 2010 e ormai passato alla storia per aver reso felici decine di italiani. Ben più fortunato è stato però l'unico vincitore del jackpot da 163.538.706 euro realizzato il 27 ottobre 2016 a Vibo Valentia, il premio più alto assegnato a una singola persona in tutta la storia del Superenalotto. Se si cerca invece il jackpot più basso bisogna tornare all'11 luglio 1998: a Treviso furono vinti 1.258.976,38 euro. Il fortunato trevigiano ha portato a casa qualcosa come 1.800 mensilità dell'epoca, uno «stipendio» sicuro per 150 anni. Ancora: il tempo più breve trascorso tra due jackpot è stato di soli tre giorni. Ed è successo cinque volte. La Campania è la regione più fortunata, presumo perché colà c'è il più alto numero di scommettitori sul lotto. Dei 120 sei realizzati, ben 19 sono stati centrati in questa regione. A seguire il Lazio con 16 jackpot e l'Emilia Romagna con 12.
Se invece vogliamo considerare tutte le categorie di vincita Superenalotto e SuperStar, da giugno 2018 a maggio 2019 (ultimi dati disponibili) la regione più fortunata d'Italia è stata la Lombardia, con 10 milioni e mezzo di vincite per un ammontare complessivo di 111,8 milioni di euro, seguita da Lazio e Campania. Nella storia del Superenalotto ci sono anche due date particolari, sul calendario, particolarmente fortunate: il 27 ottobre e il 22 novembre, giorni in cui è stato vinto il jackpot per ben 3 volte.
La Sisal riferisce che la sestina più giocata è 1, 2, 3, 4, 5, 6. Sembra incredibile? No, è proprio così, ad ogni concorso in media viene giocata oltre 3.000 volte. Davanti ai numeri gli italiani si dividono tra chi li sceglie a caso e chi invece affida la sorte a numeri che rivestono un particolare significato, come le date di nascita, feste e occasioni speciali. Ma ancora più curioso è sapere che le altre 4 sestine più giocate sono: 7-22-37-52-67-82; 13-27-41-55-69-83; 15-30-45-60-75-90; 7-21-35-49-63-77.
Questi numeri dicono qualcosa? La spiegazione c'è: gli italiani giocano non solo i primi 6 numeri, ma anche la verticale dal 7 e dal 15 e le diagonali dal 7 e dal 13, un po' come se ricalcassero le password dello smartphone. Siamo o non siamo il Paese dello stile e del design, anche quando si tratta di tentare la fortuna?
Infine, chi ha inventato questa lotteria, regina indiscussa tra tutte le lotterie italiane? Sembra che l'intuizione sia stata di Rodolfo Molo, figlio di Geo, uno dei fondatori della Sisal e inventore del Totocalcio. E gli italiani hanno apprezzato subito, entusiasticamente, con grande soddisfazione per gli incassi dello Stato.
Rispondo ora ad alcune domande che mi hanno rivolto i lettori durante queste numerose settimane, in cui ci siamo occupati di gioco d'azzardo, di casinò e lotterie.
Oreste Mascheroni, da Lecco: chi è stato il giocatore italiano più educato ed elegante? E in assoluto, il più arrogante? Rispondo: la maggior signorilità è un titolo che spetta di diritto ai comportamenti del nostro regista Vittorio De Sica, uno degli inventori del neorealismo. Nei casinò era quasi sempre perdente, ma controllava perfettamente amarezze e delusioni, impassibile. E conservava un po' di denaro, per dare le mance ai valletti, quando alla fine si allontanava, salutando con educazione, rispettosamente, le signore al tavolo e i croupier (tutte e tutti conquistati dalle sue buone maniere).
L'esatto opposto dell'ex re Faruk: celebre la sua impertinenza, quando a Sanremo rifiutò di dichiarare e mostrare le sue carte, in una partita a poker, dicendo «poker di re, parola di re» e mescolò il mazzo, prendendo per sé il denaro puntato dai suoi avversari. Si infischiava di tutto, per il suo rango era tollerato o sopportato dovunque.
Una volta però, a Montecarlo, fu umiliato da una bellissima signora, seduta al suo fianco, a un tavolo di roulette. Faruk vinse in una puntata una somma importante, prese un gettone di grande valore e lo spinse verso la signora, che stava sfacciatamente, ma inutilmente, corteggiando. La signora prese il gettone e subito, mentre già Faruk era rozzamente compiaciuto, e lo lanciò ai croupier: per gli impiegati!, disse, fulminando con un'occhiata ironica l'ex sovrano.
Giovanni Tumbarello, da Napoli, mi chiede quale sia strato il primo casinò. Gli storici affermano (ma non mi sento sicuro delle loro rivelazioni) che la prima casa da gioco sia stata costruita a Venezia nel 1638. E citano Giacomo Casanova. Contesto questo riferimento perché il brillante avventuriero e seduttore (1725-1798) non era ancora nato. Secondo gli storici, Casanova lo ebbe come luogo privilegiato delle sue avventure amorose. La parola deve le sue origini alla parola francese «casino» e alla stessa italiana intesa come casa da gioco: in passato aveva il significato di «casa signorile di campagna, usata per il divertimento e lo svago». Erano inoltre considerati come edifici in cui si tenevano, oltre ai giochi d'azzardo, funzioni civiche cittadine e spettacoli di vario genere.
Ma le prime tracce di gioco d'azzardo furono registrate dai cinesi verso il 2300 a.C.: alcune piastrelle venivano utilizzate per le scommesse tra le varie persone.
Alla signora Evelina Repetto, da Genova, piacerebbe sapere qualcosa di più sulle origini del gioco. Secondo quanto ho appreso, le prime tracce di gioco d'azzardo furono registrate dai cinesi verso il 2300 a. C.: alcune piastrelle venivano utilizzate per delle scommesse tra le varie persone. Sono anche stati trovati degli antichi dadi egiziani risalenti approssimativamente al 1500 a.C. Definire l'esatto momento in cui il gioco d'azzardo è stato inventato è quasi impossibile, né possiamo sapere con certezza quando è stato aperto il primo casinò ufficiale. Si sa invece di altri studi, che dimostrano che è stato il matematico Blaise Pascal ad inventare la roulette. Ma non con lo scopo del gioco, le sue intenzioni erano quelle di costruire una macchina che mantenesse il moto perpetuo.
Fiorentino Mussi, da Pisa, mi chiede se sia attendibile che Aristotele barasse al gioco! Ragazzi miei, mi chiedete accertamenti pressoché impossibili, tra verità e leggende. Per rispetto tenderei a escludere che il grande filosofo (e matematico) sia stato un baro matricolato, come Casanova o Faruk... Ho fatto qualche ricerca. Aristotele (384-322 avanti Cristo) scrisse una guida dettagliata nella quale spiegava come possono essere manipolate le probabilità nel gioco dei dadi o, meglio, ancora, come imbrogliare al gioco. Si esclude che volesse proporre trappole sul gioco, certamente stava solo cercando di dimostrare una teoria. In ogni caso, una riflessione sorge spontanea: Aristotele sarebbe stato un esperti giocatore di dadi.
Claudio Nasini, da Urbino, vorrebbe sapere l'origine dei 4 semi. Non so granché, ma mi sono informato. La convinzione comune è che i 4 semi di un mazzo di carte, picche, cuori, quadri e fiori, derivano dal mazzo di carte francesi. Nel corso degli anni si sono date diverse risposte e interpretazioni alla domanda su cosa rappresentano questi semi. Nelle carte francesi, ad esempio, i semi rappresentano le quattro classi sociali riferite a nobiltà, clero, mercanti e contadini. Altre spiegazioni affermano che ogni seme rappresenta un diverso re della storia: Carlo Magno, Giulio Cesare, re Davide e Alessandro Magno.
Elisa Carboni, da Viareggio, chiede perché ai residenti nelle città in cui si trovano i casinò sia vietato di poter entrare nelle case da gioco. In questo caso, la risposta è semplice: le autorità temono che i residenti, con l'opportunità di frequentare ogni giorno il casinò possano rovinarsi. Meno noto è che fu Carlo III, Principe di Monaco dal 1856 al 1889, il primo a decidere la proibizione. Voleva proteggere i cittadini di Monaco dal pericolo di sofferenze e indebitamenti. Nel tempo, il divieto di è esteso a livelli quasi universali. Una riflessione conclusiva. Davvero molti giocatori finiscono all'inferno e alcuni, pochi, riescono a tornare. Ogni caso è diverso dagli altri.
Una ultima curiosità: la roulette ha anche un altro nome: «Il gioco del diavolo». Perché, sommando tutti i numeri della roulette, si ottiene 666, che del diavolo è notoriamente il simbolo.




