Sembra che si siano decisi a ritoccare gli stipendi degli statali (in alto, meglio precisare di questi tempi) e a dar loro gli arretrati. Ci mancherebbe altro. Nulla da dire: l’inflazione che comincia a trotterellare e speriamo che non cominci a galoppare, il carovita, il caro energia, e il caro contribuente che alla fine, gira che ti rigira, si trova a pagare il conto. Quindi nulla da ridire su questi ritocchi (la media è di 105 euro al mese, con un massimo di 117, e valgono per il 2019/2021 per un arretrato che andrà da quasi 1.400 a oltre 2.600 euro lordi, a seconda della posizione economica) che speriamo siano visibili ad occhio nudo perché, a volte, i ritocchi di cui parla il governo sono come quelle ciprie trasparenti che si usano in televisione, che evitano il lucido della pelle per il sudore ma certo non la cambiano. E in quanto a sudore certamente, spesso, questi ritocchi non lo ripagano. La questione degli stipendi degli statali è un’altra e rappresenta una grandissima ingiustizia: si chiama automatismo delle carriere e conseguentemente degli stipendi. Detto in parole un po’ più grevi, chi lavora meno, e in qualche caso rasenta lo zero, guadagna quanto quello che ci mette entusiasmo e che sgobba, non per un arcano mistero, ma per l’antico e per fortuna ancora presente senso del dovere. Inoltre, altra ingiustizia, spesso chi ha ruoli importanti per la vita dei cittadini come gli appartenenti alle forze dell’ordine, o come coloro che hanno tra le mani la materia più preziosa di una società – i cittadini del futuro –, cioè tutti coloro che hanno il compito di insegnare e di educare, guadagnano cifre che non sono assolutamente all’altezza di ciò che devono fare e anche in questo caso lo stipendio di chi fa di più equivale allo stipendio di chi fa di meno, lo stipendio di chi fa bene equivale allo stipendio di chi fa male, lo stipendio di chi si mantiene competente nella sua materia equivale allo stipendio di chi ancora sfrutta la poca o tanta formazione universitaria alla quale attinge. Purtroppo, nelle classifiche europee l’Italia se non ha la maglia nera ha quella grigio scura negli aumenti degli stipendi negli ultimi anni e questo non va bene perché, come insegnavano i filosofi e i teologi medioevali, anche il lavoro deve godere di una justa aestumatio, cioè della giusta stima, del giusto apprezzamento, del giusto riconoscimento del valore di una cosa o di una persona o di un lavoro. Anche il lavoro ha un prezzo e questo prezzo deve essere un giusto prezzo, sempre come insegnavano i medioevali. E nella considerazione del prezzo giusto occorre considerare il valore di ciò che quella persona fa e se lo stipendio è uno stipendio pubblico questo vale a maggior ragione perché quel valore è un valore pagato giustamente dalla società e in quella società ricopre un valore importante, ma non tutti nello stesso modo e non tutti per lo stesso valore, amen. Detto questo rimane da chiedersi perché agli aumenti degli statali magari non si pensa di far corrispondere un aumento anche per i privati, magari soprattutto per gli appartenenti alle fasce medio basse? E qui arriva la domanda dell’intelligentone di turno: «Ma non lo sai, caro Del Debbio, che i salari sono contratti tra privati e che, escluso i cosiddetti minimi, il resto non può essere imposto per legge: sei così ignorante da non conoscere questi fondamentali del diritto privato e del diritto del lavoro?». Caro il mio intelligentone, ti ringrazio per avermi ricordato i fondamenti del diritto ma, a mia volta, mi permetterò di ricordarti che esiste una materia che si chiama Scienza delle finanze che si occupa delle entrate (tasse, imposte, contributi, ecc.) e delle uscite (la spesa pubblica nella quale, tra l’altro, sono compresi anche gli stipendi di chi lavora negli apparati dello Stato) dello Stato. Detta scienza ci insegna che ci sono due modi fondamentali che ha in mano lo Stato per aumentare gli stipendi: il primo riguarda gli statali e si concretizza in un aumento dello stipendio stesso: guadagnavo 100 e dopo l’aumento guadagno 101. Per quanto riguarda i privati lo Stato ha un’altra forma per aumentare indirettamente gli stipendi di chi lavora nel settore privato: guadagnavo 100 e pagavo 50 di tasse, ora di tasse pago 49 e guadagno 101. Ci scuserà il lettore se abbiamo fatto un esempio semplice semplice ma non abbiamo fatto ciò per lui, perché il lettore sa di cosa parliamo e capisce al volo, lo abbiamo fatto per quegli intelligentoni dietro i quali spesso si nasconde un’intelligenzina, un’intelligenzuccia, un intelligentetta. Come direbbe l’ineffabile governatore De Luca trattasi di «personaggètti». E non ci vengano a dire che i 30 euro medi di diminuzione delle tasse della manovra di dicembre rappresentino qualcosa di significativo perché, viceversa, rientrano nell’ambito dell’irrilevanza, della trascurabilità o, se si vuole, dell’insignificanza. Il contrario di ciò che potrebbe assumere una certa rilevanza nelle ampie ma svuotate (dallo Stato) tasche del contribuente.
In Italia il settore degli alberghi e della ristorazione vanta debiti per 37 miliardi e il rischio che questi finanziamenti non vengano ripagati a causa della pandemia è del 78% per le strutture ricettive e del 95% per i ristoranti. La fotografia, aggiornata ad ottobre 2021, è stata scattata in esclusiva per La Verità dall’osservatorio Next generation, coordinato da Giuseppe Arleo e parte del think tank Competere.
Secondo l’indagine, le chiusure hanno spinto gli albergatori e i ristoratori a chiedere, solo nel 2020 e dopo circa un anno di lockdown, 10 miliardi di euro di finanziamenti per evitare di abbassare la serranda per sempre. Così l’ammontare dei debiti del settore è schizzato in soli 12 mesi da 27 a 37 miliardi di euro.
Si tratta di una cifra monstre che ora gli operatori del settore si trovano a dover ridare alle banche in un momento in cui persistono ancora grandi difficoltà per il mondo del turismo e le disdette fioccano di giorno in giorno.
Come spiegano da Competere, in particolare, analizzando ed elaborando i dati diffusi dalla Banca d’Italia, i crediti in sofferenza nel comparto alloggi e ristorazioni sono ancora elevati e in aumento a ottobre rispetto a settembre, per la prima volta da oltre un anno: ammontano secondo Banca d’Italia a circa 1,53 miliardi di euro da 1,51 a settembre, seppure in diminuzione di circa un terzo rispetto a un anno fa (da 2,3 di un anno prima).
In più, secondo lo studio di Competere, gli anni di flusso di cassa necessari a ripagare il debito sono più che raddoppiati con il settore alloggio e ristorazione che è arrivato a 5,9 anni di media.
Come spiega Arleo, «l’effetto congiunto di calo dei profitti e aumento dell’indebitamento indebolisce la struttura patrimoniale delle imprese, peggiora il merito creditizio e accresce i rischi di insolvenza. Secondo l’Istat circa il 45% delle imprese italiane è strutturalmente a rischio di chiusura; la situazione è allarmante soprattutto per le imprese del settore alloggio e ristorazione, già duramente colpite dai provvedimenti introdotti nell’ultimo anno e mezzo».
L’ecatombe, insomma, è sotto gli occhi di tutti. Come rivela uno studio sul settore che Deloitte ha realizzato per La Verità, nel corso del 2020 si è registrata una riduzione nel numero complessivo di alberghi dell’1,6%, riduzione che diventa ancora più sostanziale se si considerano gli alberghi di minori dimensioni (quelli a una o due stelle) attestandosi al 4,4%.
Con questi chiari di luna, dunque, spiega Deloitte, le banche hanno alzato i tassi legati ai finanziamenti del settore turistico, visti i grandi rischi cui andavano incontro nel prestare denaro ad aziende in crisi. Così, i tassi praticati, solo nel 2020, sono aumentati del 13% rispetto al periodo 2010-2019, quando i valori medi erano allo 0,8%.
«Il perdurare dell’incertezza a livello macroeconomico ha portato a un aumento sia del tasso di copertura dei prestiti deteriorati alle imprese del settore turistico, sia dell’incidenza dei crediti classificati in stadio 2 sul totale dei prestiti in bonis», dicono da Deloitte.
Secondo lo studio, la crisi ha interessato in modo particolare i flussi turistici internazionali: nel corso del 2020 le presenze negli alberghi italiani di turisti stranieri sono crollate del 73,2% , a fronte di una riduzione del 39% per i turisti provenienti dalla nostra penisola.
Il netto crollo del flusso di turisti provenienti dall’estero ha impattato maggiormente sulle regioni dove la clientela straniera ha un peso maggiore in virtù della presenza di città d’arte (es. Lazio, Campania e Lombardia).
Non a caso, quindi, i dati Istat per il 2021 relativi al quadrimestre gennaio aprile mostrano un calo delle presenze totali di turisti pari al 61,5% rispetto allo stesso periodo del 2020 e del 81,6% se si fa il paragone con il 2019.
Così non stupisce che, nonostante qualche mese di sollievo, il settore alberghiero sia ancora in grande crisi. Secondo uno studio di Idealista, il numero di strutture in vendita nel 2021 è salito del 63% negli ultimi 12 mesi per un totale di 1022 alberghi, quasi il doppio rispetto ai 628 dello stesso periodo dell’anno scorso.
La crisi ha interessato maggiormente le città, con le zone costiere che hanno passato la tempesta con un poco di agio in più. Nelle province costiere l’incremento è stato inferiore con un numero di immobili pubblicizzati su Idealista cresciuto del 44% negli ultimi dodici mesi, da 318 a 457 unità.
Le strutture alberghiere in vendita sono distribuite in tutta la Italia, ma più della metà sono concentrate in 4 regioni: Toscana (194 annunci di hotel), Veneto (125), Lombardia (109) e Lazio (96). Seguono Emilia-Romagna (82 annunci), Sicilia (71) e Piemonte (51). Con un numero minore ai 50 hotel annunciati ci sono altre 13 regioni: dalla Liguria (45 annunci), alla Valle d’Aosta (5), Basilicata (4) e Molise (3).
Vista la situazione, insomma, il rischio concreto è che le banche finiscano per ritrovarsi in pancia una enorme quantità di crediti deteriorati in arrivo da mutui che non sono stati estinti. Questo potrebbe avere un impatto negativo sul mercato immobiliare turistico e sulla solidità delle banche che hanno prestato denaro in grande quantità senza essere rimborsate.
Alla fine, insomma, vista la situazione, le associazioni di categoria e i singoli operatori hanno accettato qualunque soluzione, a partire dal green pass, nella speranza che il mercato potesse ripartire. Così, però non è stato e, anzi, il certificato verde si è dimostrato un ulteriore limite per i ricavi (e i ristori) del settore.
- Macché strumento di libertà per non chiudere. Le restrizioni per milioni di italiani non sono solo inutili ma già devastanti sul piano economico. Agenzie di viaggi, città d’arte e settore neve sono in ginocchio per le disdette
- Il presidente degli albergatori Giuseppe Roscioli: «I viaggiatori sono disorientati. Senza cassa integrazione ci saranno moltissimi licenziamenti»
- La numero uno Fiavet Ivana Jelinic: «Non basta una ripresa di due mesi per dire che tutto è a posto»
Lo speciale contiene tre articoli
Aumento dei contagi oltre confine, Paesi che chiudono le frontiere ai voli, super green pass; per il turismo sarà un altro Natale da dimenticare. Dopo la debole ripresa dell’estate scorsa in cui agli operatori era sembrato di vedere la fine del tunnel, ora è tornato l’incubo delle chiusure con la quotidiana minaccia di un’Italia divisa in zone colorate. È evidente che in queste condizioni anche i più temerari, prima di prenotare un viaggio o un semplice soggiorno a pochi chilometri di distanza, ci pensano due volte. A parte alcune località sempre gettonate come Cortina, dove camere in alberghi a tre stelle vengono vendute a 1.000 euro, o Dubai (uno dei corridoi turistici Covid free), che i tour operator si contendono e dove è impossibile trovare per dormire anche una tenda nel deserto, il resto piange.
Le località sciistiche devono fare i conti con una comunicazione governativa poco chiara che ha fatto proliferare interpretazioni diverse sull’uso del super green pass sugli impianti di risalita. Così i maestri di sci come insegnanti usano il certificato normale ma come utenti degli impianti devono essere provvisti della versione super. In Alto Adige le prenotazioni si sono bloccate dopo che una ventina di Comuni sono finiti in lockdown e l’intera provincia autonoma da oggi in giallo. In Veneto, come riferisce il presidente regionale di Federalberghi, Massimiliano Schiavon, mentre il tasso di occupazione medio delle strutture dal 26 dicembre al 2 gennaio è del 68%, sono bloccate le prenotazioni per il periodo successivo: «Ciò che ci preoccupa maggiormente è che al momento il riempimento degli alberghi dal 10 gennaio al 14 febbraio è solo del 26% e successivamente, fino all’8 marzo, è del 31%». Confesercenti Venezia prevede un calo addirittura dell’80% per musei, strutture ricettive, guide turistiche, attività commerciali e ristorazione. Piange Roma dove il 50% degli alberghi è chiuso. Il direttore di Federalberghi Roma, Tommaso Tanzilli, dice che il 20% delle camere prenotate è stato disdetto. E il trend è in peggioramento con altre cancellazioni in arrivo e i turisti che chiamano chiedendo chiarimenti. Le grandi piattaforme come Booking, Trivago, Expedia offrono camere a prezzi stracciati.
coprire i costi
Nella capitale un albergo quattro stelle sull’Aventino, per due notti, chiede sui 300 euro. Ormai nessuna struttura pretende l’anticipo. La formula più ricorrente è che non si paga nulla fino all’arrivo e si può disdire all’ultimo minuto senza alcuna penale. L’obiettivo per tanti alberghi è di riuscire a coprire almeno i costi con la speranza che la situazione possa volgere al meglio nel giro di un paio di settimane e si riempia qualche camera in più. Per gli alberghi rimasti chiusi e quelli con riempimenti fino al 30%, c’è la spada di Damocle della fine della cassa integrazione per i dipendenti, prevista per dicembre. Gennaio è un salto nel buio e tanti saranno costretti a licenziare. A Roma sono circa 100.000 gli addetti al settore dell’ospitalità. Gli alberghi subiscono la concorrenza dei b&b e delle case vacanza, dove l’obbligo del green pass è rimasto nel limbo ed è più facile sfuggire ai controlli. Per chi non vuole avere il nuovo certificato verde è la soluzione ideale.
Assoutenti ha ricevuto numerose segnalazioni di utenti che avevano prenotato le vacanze in Austria, Olanda o Slovacchia e che dopo il peggioramento della situazione pandemica non possono più usufruire dei biglietti aerei e dei soggiorni, perdendo quanto pagato a causa del rifiuto di compagnie aeree e strutture ricettive di rimborsare quanto pagato. Manca infatti una normativa adeguata, come sottolinea Assoutenti, per regolare i rimborsi in questa situazione di emergenza in cui migliaia di italiani stanno annullando le partenze.
Un’indagine di Confturismo-Confcommercio, in collaborazione con Swg, condotta tra il 15 e il 19 novembre, dà la misura della situazione buia del turismo. Appena un mese fa le partenze degli italiani per le festività di fine anno erano stimate in 35 milioni: 10 milioni per il ponte dell’Immacolata, 12 milioni per Natale e 13 milioni per Capodanno. Al 19 novembre le disdette erano già a quota 2,5 milioni. Ci sono poi 8,5 milioni di italiani che dichiarano di avere cambiato meta scegliendone una più vicina, o hanno ridotto i giorni di vacanza, che peraltro erano in media ampiamente al di sotto dello stesso periodo del 2019. A indurre un cambio di programma, secondo il report, sarebbero state le notizie sulla diffusione dei contagi.
C’è comunque uno «zoccolo duro» del 35,5% (oltre 12 milioni) costituito da coloro che non cambiano idea per nessuno dei periodi programmati e dichiarano che partiranno. Va però specificato che, nella metà dei casi, si tratta di persone che trascorreranno le vacanze presso familiari o amici, e con un impatto di spesa in servizi turistici veri e propri ridotto rispetto alla media.
effetto freezer
Dati sul trend a ridosso del varo del super green pass non ve ne sono ancora, ma da quanto dicono gli operatori ci sarebbe stato un ulteriore «effetto freezer» sulla stagione. Molti si spostano in auto propria ed erano abituati ad entrare in albergo senza il filtro del certificato. Ora chi si muove in famiglia e non vuole far fare il tampone ai figli, o raggiunge parenti e amici o sceglie le case vacanza. Il turismo straniero che in condizioni di normalità rappresenta oltre la metà del flusso sarà quasi assente. Austria, Germania e Svizzera tedesca sono sempre state capofila, ma ora sono alle prese con l’esplosione dei contagi interni. A questo va aggiunto il crollo dei movimenti intercontinentali, con voli ridotti all’osso e costosissimi. Mancano americani e giapponesi. In allarme le compagnie aeree. Il ceo di Ryanair, Michael O’Leary, si aspetta un periodo difficile per Natale. La fiducia dei viaggiatori, secondo il manager, è compromessa nel periodo dell’anno in cui di solito iniziano le prenotazioni per la stagione estiva. Le preoccupazioni per la quarta o quinta ondata del Covid hanno fatto precipitare una situazione che, dice O’Leary, si stava riprendendo. Sparito l’ottimismo nato il mese scorso dopo la riapertura dei voli intercontinentali, ora un’ombra scura si proietta sulla prossima estate.
«Da due anni a Roma chiuso un hotel su tre. Rischiano il posto migliaia di persone»
«Questa estate si intravedeva la luce in fondo al tunnel, ora l’hanno spenta. Quando si paventa che il virus è in agguato e si lanciano messaggi di pessimismo prospettando chiusure e nuove restrizioni, le persone si spaventano con conseguenze disastrose sul turismo. Il green pass rafforzato di sicuro non aiuta». Giuseppe Roscioli, presidente di Federalberghi Roma, sciorina i numeri del dramma del settore alberghiero nella capitale.
Che cosa dicono le cifre?
«La situazione è sempre più preoccupante. Su 1.250 strutture presenti a Roma, 380 sono ancora chiuse da marzo 2020: ormai sono due anni. Di queste, circa il 50% potrebbe non riaprire o essere destinato alla vendita. Alcuni albergatori pensano di riavviare l’attività tra marzo e aprile del prossimo anno, ma altri sono propensi ad abbandonare tutto».
Quanto sta incidendo il super green pass sulle prenotazioni natalizie?
«Questa operazione mica l’ho capita. Sia chiaro, per gli albergatori controllare il certificato non è un problema, ma è un ulteriore filtro. Per un anno e mezzo non è stato necessario nessun lasciapassare per accedere negli hotel, eppure c’erano 1.000 morti al giorno e 50.000 contagi. Con tutto questo, non si è registrato nessun focolaio negli alberghi».
E oggi?
«Adesso che la situazione è molto migliorata, ecco l’obbligo del certificato. È evidente che la decisione è stata dettata non dalla situazione sanitaria, ma dalla volontà di aumentare il numero dei vaccinati e spingere verso la terza dose. Però questa cosa andrebbe spiegata ai turisti che non capiscono ciò che sta succedendo».
In che senso?
«Fino a una settimana fa potevano accedere negli alberghi senza limitazioni, ora tutto è cambiato a fronte di un calo dei contagi».
Ma il green pass era già richiesto a chi viaggia in aereo e in treno o sui pullman a lunga percorrenza. Che cosa cambia?
«Cambia per chi viaggia in auto e proviene dai Paesi limitrofi come Austria, Germania, Francia e Spagna. Così si favoriscono le case vacanza e i bed & breakfast dei privati che non richiedono il green pass. Si accentua la concorrenza sleale di queste strutture, molte delle quali operano in modo fiscalmente irregolare».
Quante disdette sono arrivate finora?
«Difficile dare un numero o una percentuale. Di sicuro le prenotazioni si sono bloccate. Sono aumentate le richieste last minute. E per last minute intendo anche il giorno prima. Per gli alberghi è davvero un problema. Non si possono fare programmi, impossibile pianificare una stagione, si naviga a vista».
In varie zone d’Italia molti piccoli albergatori hanno deciso di cedere l’attività. Succede anche a Roma?
«So che gruppi stranieri stanno approfittando di prezzi di acquisto vantaggiosi. I ribassi superano il 30% rispetto al mercato del 2019».
Se ci sono compravendite significa che comunque qualcuno scommette sulla ripresa del turismo anche a breve.
«Sono grandi catene internazionali e fondi stranieri che possono investire con una logica di medio-lungo termine. E mentre imperversa la crisi, fanno i lavori di ristrutturazione. Il turismo riprenderà, ne siamo tutti convinti, ma bisogna vedere quando. Chi si era affacciato nel settore alberghiero tra il 2010 e il 2020, il periodo d’oro del mercato in cui era più facile aprire una struttura ricettiva, ora si trova spiazzato da questo crollo e se non ha le spalle forti rischia di fallire. Non bisogna poi dimenticare che a fine anno termina la cassa integrazione».
In prospettiva quindi ci sono chiusure?
«In prospettiva ci sono i licenziamenti oltre alla definitiva chiusura delle strutture in crisi. Senza un prolungamento della cassa integrazione, gli alberghi ora chiusi saranno costretti a licenziare. Un migliaio di posti sono a rischio».
«Nelle agenzie siamo allo stremo schiacciati anche dai colossi Web»
«Siamo ripiombati nel tunnel. Il settore è paralizzato. Contiamo solo le disdette. Ogni giorno c’è una nuova destinazione che chiude e l’incertezza aumenta. Ma le agenzie di viaggio non ne possono più, sono allo stremo e a fine anno terminerà la cassa integrazione. Oltre 40.000 posti sono a rischio. La crisi è aggravata dalla concorrenza delle piattaforme di prenotazione online, che continuano a fare affari e non devono sottostare ai nostri obblighi fiscali». Ivana Jelinic, presidente della Fiavet (Federazione delle imprese di viaggi), è un fiume in piena: «Senza un intervento dello Stato le 10.000 imprese del settore rischiano di essere falcidiate». Le agenzie turistiche avevano appena riacceso i motori, dopo un’estate di lieve ripresa degli spostamenti e ora sono ripiombate nella crisi nera. «Ci sono stati proclami trionfalistici sull’andamento della scorsa stagione ma non è sufficiente che la macchina giri per due mesi per dire che è tutto a posto. Equivale a curare un malato terminale con la tachipirina».
Quali sono le previsioni per questo inverno?
«La stagione è compromessa. L’attività turistica è paralizzata, le persone hanno paura di spostarsi. Nelle ultime due settimane le agenzie hanno ricevuto disdette del 70% delle prenotazioni. I corridoi turistici Covid free sono partiti con il contagocce, i flussi sono molto contenuti. A fine dicembre termina la cassa integrazione. Il prolungamento è necessario per evitare il tracollo di tante imprese che hanno preso commesse dagli alberghi, hanno investito e ora devono far fronte alle disdette. In estate chi ha lavorato bene ha recuperato solo il 30%. Ancora oggi tante aziende lamentano cali del 70% rispetto al pre Covid. I viaggi all’estero sono crollati dell’80%. Gli italiani che hanno scelto di passere il Natale oltre confine sono meno del 13% rispetto a un periodo normale».
Ma il turismo italiano la scorsa estate è stato intenso e anche questo inverno potrebbe fare il bis. Non compensa la mancanza degli stranieri?
«È una visione del settore sbagliata. Un americano in visita in Italia soggiorna per almeno due settimane e spende 4 volte un italiano che si sposta per sette giorni. Oltre la metà delle presenze è di stranieri. La verità è che c’è stato il boom delle case vacanza, affittate in nero a prezzi da capogiro. Se non riprendono provvedimenti c’è il pericolo che le nostre aziende di viaggi siano sostituite dai grandi gruppi internazionali. C’è già lo strapotere delle agenzie online».
Si riferisce a Booking?
«Sì e non solo Booking. Sono piattaforme che esercitano in Italia ma senza gli oneri a cui sono sottoposte le aziende che operano in Italia. Se ne discute da anni ma non è stata applicata nemmeno una minima tassa. Il fenomeno delle prenotazioni su tali piattaforme si è amplificato con in Covid. Anche il semplice sul territorio nazionale è scelto su Internet. Bene l’uso della tecnologia ma il problema è la parte fiscale. Le piattaforme usufruiscono di fiscalità più vantaggiose e possono applicare prezzi più bassi».
Quante agenzie di viaggio hanno chiuso e quante rischiano di smettere l’attività?
«In due anni è scomparso il 20% delle aziende e ora con il disastro invernale un altro 10% rischia. Avete mai visto proclami di aiuto da parte di Booking?».
Non sarà che sulle piattaforme di prenotazione si trovano soluzioni a buon mercato?
«È un’illusione. Spesso sono prezzi civetta che attirano l’utente. Poi però vengono inseriti una serie di servizi e il costo del viaggio lievita. Inoltre prima appare il prezzo più basso che però sale appena le richieste aumentano. Le strategie di marketing sul Web sono sofisticate. I vantaggi sono apparenti».
- «Green pass», coprifuoco, vaccini che tardano: l'estate si avvicina e le prenotazioni mancano Ecco i dubbi di chi non sa cosa fare per le ferie
- Il presidente di Federalberghi Bernabò Bocca, preoccupatissimo: «L'obiettivo non può essere di replicare la stagione 2020, con gli alloggi pieni e gli alberghi mezzi vuoti. Spagna e Grecia ci rubano i clienti migliori: tra quarantena e coprifuoco, chi ha voglia di venire in Italia?»
Lo speciale contiene due articoli
Passaporto vaccinale europeo, certificazione verde italiana, chiusure a singhiozzo, quarantene, coprifuoco, zone che cambiano colore ogni 15 giorni, poi l'incognita delle varianti e della vaccinazione. Sarà un'estate a ostacoli, paradossalmente più difficile della scorsa quando avevamo appena superato la prima ondata della pandemia. A luglio 2020 ci pareva di essere vicini alla fine del tunnel, ora la strada è tutta in salita. All'incertezza normativa, con il balletto tra le misure restrittive e le ipotesi di riaperture, si somma una campagna vaccinale che non tiene i ritmi promessi. Non da ultimo, a gettare un'ombra scura sui prossimi mesi, ci sono le notizie drammatiche dell'esplosione dei contagi in India.
Gli operatori del turismo sono allo stremo. Il crollo delle presenze della scorsa estate rischia di riproporsi anche quest'anno. Secondo un consuntivo di Confturismo Confcommercio e Assoturismo, nel 2020 sono andati persi 100 miliardi di euro, mentre tra giugno e agosto sono state registrate 65 milioni di presenze in meno. Una batosta per un settore che vale il 13% del Pil nazionale. I «pienoni» di agosto sono un ricordo lontano. Gli americani, che sono i clienti più affezionati al Bel Paese, porterebbero in estate un indotto, calcolato da Coldiretti, di 1,8 miliardi di euro fra spese legate ad alloggi, alimentazione, trasporti, divertimenti, shopping e souvenir. C'è il rischio che preferiscano la Grecia e la Spagna che hanno posto condizioni più soft per l'accesso e già a Pasqua avevano riaperto. Le restrizioni ancora in vigore nel nostro Paese sono un disincentivo alle prenotazioni. Inoltre sul sito dell'ambasciata americana a Roma, il 20 aprile scorso è comparso un «travel advisory» che raccomanda ai connazionali di «non viaggiare» in Italia perché ad elevato rischio Covid. E ricorda che sono attualmente in vigore una serie di restrizioni. Per chi arriva in Italia è prevista la quarantena e un test negativo nelle 48 ore precedenti. È partita la sperimentazione, estesa fino al 30 giugno, dei voli Covid-tested con imbarco consentito a seguito di un tampone obbligatorio. Al momento le rotte sono da Atlanta e New York per Fiumicino e Malpensa. Non si sa se l'iniziativa prevederà in estate altre destinazioni.
Ma le vacanze sono un rebus soprattutto per noi italiani. La fine di aprile e l'inizio di maggio sono il periodo in cui di solito si comincia a prenotare case vacanza, alberghi, ombrelloni, traghetti, villaggi all'estero. Oggi però le incertezze delle norme e le restrizioni stanno condizionando pesantemente le prenotazioni. «I numeri sono inferiori dell'80% rispetto alla situazione pre Covid. Chi chiama per fissare una stanza chiede prima di tutto se sarà rimborsato qualora dovessero scattare altre chiusure o limitazioni negli spostamenti», afferma Mario Micheletto, product manager del progetto My Safe Hotel, un circuito di hotel, appena lanciato, che garantisce alti standard di sicurezza sanitaria nelle strutture. «Per far ripartire il mercato stiamo suggerendo agli alberghi che hanno spazi all'aperto di organizzare eventi. Sarebbe fondamentale poter tenere aperto il ristorante anche dopo le 22».
Se gli alberghi stentano a ripartire, si sta riproponendo il grande interesse per le case vacanza come la scorsa estate. Gli affitti permettono agli ospiti di contare su indipendenza e privacy. Il portale Italianway, leader nelle locazioni brevi, ha raccolto a febbraio 1,2 milioni di prenotazioni anche se il 12% è stato cancellato per la chiusura della stagione sciistica e per il blocco degli spostamenti tra regioni. Airbnb ha invece registrato che un italiano su due ha già fatto ricerche per individuare l'alloggio per la vacanza.
Ma sulle prenotazioni pende sempre l'incognita delle restrizioni. Molti interrogativi restano aperti. In queste pagine ne elenchiamo i principali cercando di capire come comportarsi.
«Stiamo spingendo i vacanzieri altrove»
C'è da domandarsi se Giuseppe Conte abbia mai sostenuto un esame di geografia, se Roberto Speranza il ministro della Salute, quello del libro fantasma Perché guariremo, affermazione che non trova risposta - che pure viene da una regione non estesa come la Basilicata - conosca l'Italia. C'è da chiedersi se il ministro dei Trasporti, la piacentina Paola De Micheli, o la sua collega agricola Teresa Bellanova, appassionata gourmet, sappiano che non tutte le strade portano a Roma e dove si trovano i migliori ristoranti e alberghi d'Italia.
Perché il dpcm di Natale è una barzelletta se visto dalla parte di ristoratori, albergatori, gestori di piste da sci o di negozi che non siano affiliati alle multinazionali dell'e-commerce, sempre più ricche e sempre più esentasse. Stabilisce che ristoranti e alberghi possono restare aperti a Natale, Santo Stefano e primo dell'anno, ma impone il blocco degli spostamenti da Comune a Comune.
Gli albergatori parlano di offesa alla dignità, i ristoratori di mazzata definitiva. Ad accorgersi che il governo sta andando alla deriva sono anche 25 senatori del Pd che hanno scritto ad Andrea Marcucci, il loro capogruppo, per chiedere: «Il governo ci ripensi sui divieti di spostamento, così si fa un danno ai cittadini». Ma un danno certo il governo lo fa all'economia: gli alberghi perderanno sui 12 miliardi, i ristoranti 6, gli impianti da sci almeno 8 dei 12 che fatturano durante tutto l'anno, altri 10 se ne vanno per lo stop ai regali, con il vino che solo di mancati brindisi ci rimette 1 miliardo secco. Il conto totale fa 36 miliardi. Non c'è che dire, un bel regalo di Natale con il rischio di mettere sul lastrico almeno 200.000 imprese. Ora, così giusto per saperlo, degli 11 ristoranti tre stelle Michelin solo tre stanno in città al di sopra dei 50.000 abitanti. Un divo dei fornelli come Antonino Cannavaciolo, con la sua Villa Crespi, può contare su una clientela potenziale di 1.262 abitanti, tanti quanti sono quelli di Orta San Giulio. Nadia Santini, che da sei lustri si fregia del massimo riconoscimento gastronomico, ne ha 4.400 di abitanti a Canneto sull'Oglio, Da Vittorio a Brusaporto ha un bacino potenziale di 5.570 clienti e Gianfranco Vissani, ormai il leader riconosciuto delle forchette arrabbiate a Baschi può trovare clienti tra i 2.700 abitanti del paesello umbro.
Se si ragiona dei grandi alberghi la faccenda diventa ancora più comica: 929 i potenziali clienti al Sestriere, 3.900 quelli di Positano, non arrivano a 6.000 i cortinesi. Serve sapere queste cifre per capire perché ristoratori, albergatori sono imbufaliti.
I primi a protestare sono stati però i presidenti di Regione. Giovanni Toti, che presiede ad interim la conferenza Stato-Regioni, dalla Liguria con un tweet si è chiesto: «Ma chi scrive queste norme ha mai vissuto nella province italiane o solo nelle grandi città? Sa che il nostro Paese è composto da tanti piccoli comuni, uno vicino all'altro e che così separeremo milioni di italiani senza valide motivazioni scientifiche legate alla lotta contro il virus?». Gli ha fatto eco anche un piddino come Michele Emiliano, che dalla Puglia dice: « Il divieto di spostamento tra comuni è surreale». Attilio Fontana dalla Lombardia contesta con durezza i provvedimenti e poi dantescamente dice: Il modo ancor m'offende. La Conferenza delle Regioni ha messo nero su bianco la protesta con una lettera indirizzata a Palazzo Chigi in cui esprime «stupore e rammarico» per il metodo usato nell'approvare il decreto alla faccia di Sergio Mattarella, che ha più volte invitato alla collaborazione. Luca Zaia, presidente del Veneto, è tranchant: «Per il Veneto questo è un mini lockdown, spero che il governo ci ripensi».
Non ci sperano più invece le categorie economiche che sono pronte anche a forme di protesta molto forti. Lo dice senza mezzi termini Alessandro Massimo Nucara, direttore di Federalberghi che si è fatto due conti: «Durante le festività riceviamo 19 milioni di clienti che spendono più o meno 730 euro a testa, così vanno in fumo 14 miliardi». Quasi comico è il dpcm per Maria Carmela Colaiacovo, vicepresidente di Confindustria Alberghi: «Ci lasciano fare il room service, cioè portare il pasto in camera. A chi? Non verrà nessuno. Vi immaginate alberghi cinque stelle lusso che possono contare solo sui clienti di Stresa? Stiamo perdendo il 90% dei fatturati, ci promettono ristori per il 10% mentre ad esempio Francia e Spagna hanno coperto fino al 70% delle perdite». La Colaiacovo fa anche i conti delle tasse che sono continuate a correre e dell'impossibilità di gestire così le strutture. Come sottolinea Nucara, di fatto quest'anno il turismo invernale non ci sarà, va in fumo una stagione che solo per gli impianti di risalita vale 12 miliardi.
Ancora più severo il commento della Fipe, l'organizzazione dei pubblici esercizi aderenti a Confcommercio, che ha fatto i conti. Dice Aldo Cursano, che è il vicepresidente: «Abbiamo messo a tavola lo scorso anno circa 5 milioni di persone tra Natale e Capodanno. Il dpcm stabilisce che il pranzo di Natale sarà consentito solo nelle zone gialle, quindi nel 30% del Paese. E lì i ristoranti sconteranno circa il 50% dei coperti per il distanziamento. Così passiamo da 5 milioni di clienti a meno di 800.000 potenziali, vuol dire chiudere definitivamente i ristoranti». Se ne vanno in fumo 6 miliardi di incassi. Ma Giuseppe Conte rassicura: questo deve essere un Natale diverso.






