Mentre la Francia mette a terra un piano di investimenti da 50 miliardi di euro per sei nuove centrali nucleari, il futuro dell’atomo in Italia è avvolto da nubi. E non ci riferiamo alla possibilità di abbracciare la fusione o la fissione di nuova generazione, ma alle attività di gestione dell’eredità dei vecchi impianti. Era il 19 gennaio quando il ministro alla Transizione ecologica, Roberto Cingolani, parlava in Aula del futuro di Sogin, la partecipata pubblica incaricata di portare avanti il decommissioning. Con parole non certo rassicuranti. «Si deve constatare che nel corso degli ultimi anni si sono verificate alcune disfunzionalità», ha detto il ministro facendo chiaramente capire che vorrebbe intraprendere la strada del commissariamento. Nonostante il consiglio di amministrazione sia in scadenza il prossimo aprile. Ci sono però dei motivi dietro i desiderata di Cingolani e sono una serie di fari accesi da parte dell’autorità di regolazione, Arera, che si intersecano partendo dal 2015 e si aggiungono a scontri interni al consiglio di amministrazione della controllata Nucleco. Il tutto destinato a una potenziale esplosione quest’oggi quando sarà audito l’ad di Nucleco, Luca Cittadini, dai vertici della stessa Sogin. L’incontro odierno chiude il cerchio delle audizioni condotte dai vertici, Emanuele Fontani e Luigi Perri su una eventuale malagestio di alcuni contratti legati al deposito nazionale. Sotto inchiesta ci sono appalti diretti per la comunicazione delle attività e in generale l’aumento complessivo delle spese nel periodo 2013-2016 sotto il mandato di Giuseppe Zollino. A Cittadini, il quale a quanto ci risulta ha già spedito al Cda un po’ di documenti e risposte, oggi sarà chiesto di rispondere di eventuale omessa vigilanza dal momento che all’epoca, prima di passare in Nucleco, si occupava della divisione Corporate sotto la quale c’era la sezione «acquisti e appalti». Che succederà? Potrebbe essere allontanato dall’incarico e sospeso se gli attuali vertici di Sogin lo ritenessero «colpevole» di omissioni del codice interno. Il condizionale però in questa vicenda complessa è d’obbligo. Perché lo stesso Cittadini è protagonista, ma con veste opposta, di una strana vicenda accaduta lo scorso novembre e relativa a un importante appalto di decommissioning con la società di Stato slovacca Javys. Nel 2014 Nucleco, allora presieduta da Alessandro Dodaro con amministratore delegato Fontani, sottoscrive un primo contratto da 700.000 euro con la società slovacca. Segue l’anno dopo un bando di gara da 40 milioni per incenerire le resine e i fanghi di Caorso. Vince sempre Javys, la quale nel 2018 si vede riassegnare con affidamento diretto un altro appalto da circa 7 milioni. Stavolta sono compresi anche i rifiuti radioattivi del sito ex Cemerad di Statte. Di questi contratti si è già occupata la stampa sottolineando il ruolo dello studio Morandini, legale di Javys, e i rapporti di amicizia con Fontani. La stranezza però si consuma tra il 24 e il 29 novembre del 2021. La prima data corrisponde a un primo Cda nel quale i vertici di Nucleco decidono di far terminare a scadenza il contratto e non rinnovarlo. A sostegno della scelta ci sono almeno tre pareri tecnico legali di Sogin, Enea e dello studio legale Vista. Non sono tra loro concordanti ma comunque suggeriscono semaforo rosso. Due giorni dopo, il consigliere Marco Pagano, anche dirigente Sogin, chiede di riconvocare il Cda. Cosa che avviene appunto il 29. Data nella quale, senza ulteriori pareri, il consiglio si rimangia la scelta di cinque giorni prima e approva il prolungamento del contratto. A quanto risulta alla Verità il vertice di Nucleco avrebbe inviato almeno due mail al Mef per informare prima della scelta di stoppare il contratto e successivamente dell’anomalia occorsa il 29 novembre. Non sappiamo se e quali siano state le risposte. Tanto più che la via gerarchica vede in mezzo Sogin che è appunto la controllante di Nucleco. Il tema potrebbe essere affrontato nel consiglio odierno anche se formalmente non risulta essere all’ordine del giorno. Insomma, attorno all’atomo italiano c’è tempesta. L’inchiesta dell’Arera potrebbe essere a buon punto. Non a caso l’altro giorno un sito sconosciuto, Ageei, ha pubblicato uno scoop, mettendo in rete il rapporto di Ey che dimostrerebbe una serie di spese approvate senza il placet del Mise e del ministero dell’Ambiente. Se ne era occupata anche la Lega con una interrogazione a firma Paolo Arrigoni e datata ottobre 2020. Dal verbale del Cda di Nucleco del 24 novembre si apprende che sono state fornite informazioni alla controllante in modo da ottemperare ai canali informativi sollecitati dal Parlamento. Vedremo quale sarà la risposta ufficiale. Nel frattempo i vari fari accesi potrebbero riunificarsi. A quel punto finire sul tavolo del ministro Cingolani.Il momento è delicato. Tra l’altro il Pnrr potrebbe destinare altri fondi alle attività di smantellamento. Così come potrebbero arrivare fondi Nato per le componenti militari da rottamare. Se servisse stoccaggio anche per mezzi della Difesa chi se ne occuperebbe?
il primo test di un supermagnete che dovrebbe contenere e gestire la fusione nucleare di deuterio e trizio». Obiettivo, realizzare il primo reattore sperimentale entro il 2025 e produrre energia per la rete già nel prossimo decennio. Tempistiche precise e nemmeno troppo in là nel tempo. Il Cane a sei zampe da tempo è coinvolto in progetti estremamente innovativi sul fronte della fusione. Oltre a quello citato ieri e in tandem con il Mit, l’Eni ha messo un piede anche nel progetto Dtt, sviluppato con l’Enea, finanziato in parte dalla Bei. Circa 600 milioni per realizzare in sette anni un mini reattore in grado secondo le stime di iniettare ricadute positive sul Pil pari a 2 miliardi. Senza contare che l’Italia è anche coinvolta nel mega progetto Iter e osserva fino a ora a debita distanza gli sviluppi complessivi dell’energia da atomo.
Il passo in avanti annunciato ieri ha però un forte senso politico perché può essere finalmente il calcio di avvio di un nuovo percorso praticabile solo con la caduta del tabù nucleare. Non è così importante che il ministro Roberto Cingolani la scorsa settimana si riferisse a sua volta ad altri progetti di fissione nucleare di nuova generazione. Un metodo completamente diverso dalla fusione, ma in ogni caso proiettabile anche nel nostro Paese. Un esempio su tutti, se Fincantieri dovesse decidere di alimentare le navi con l’atomo applicherebbe mini reattori a fissione.
Ciò che conta è chiudere il cerchio e avviare una filiera produttiva con la consapevolezza che la transizione ecologica si fa solo con il giusto mix tra rinnovabili, idrogeno e nucleare. Per Eni, «la fusione a confinamento magnetico occupa un ruolo centrale nella ricerca tecnologica finalizzata al percorso di decarbonizzazione, in quanto potrà consentire all’umanità di disporre di grandi quantità di energia prodotta in modo sicuro, pulito e virtualmente inesauribile e senza alcuna emissione di gas serra, cambiando per sempre il paradigma della generazione di energia», ha spiegato ieri Descalzi, aggiungendo che «contribuirà a una svolta epocale nella direzione del progresso umano e della qualità della vita». E soprattutto - ciò che più conta - dovrebbe riuscire a fermare una pericolosa deriva che Bruxelles sembra voler abbracciare senza remore e senza porsi interrogativi. Come più volte ha sottolineato Cingolani, spingere per una transizione totale in tempi troppo brevi renderà da un lato non più sostenibile il fare azienda in Europa e dall’altro creerà colli di bottiglia sulla supply chain energetica insostenibili per l’intero continente. L’allarme non è campato per aria. Visto che i primi campanelli stanno già suonando.
La scorsa settimana per una serie di coincidenze e problemi, in Gran Bretagna il costo di un kilowattora ha superato le 30 sterline. Se la stretta sulle non rinnovabili non dovesse essere allentata, una famiglia rischierebbe di pagare quella cifra nella quotidianità. Tradotto migliaia di sterline o euro ogni trimestre per riscaldare anche solo un trilocale. Ieri l’Handelsblatt ha riportato uno studio del centro di ricerca Instituts fur Witschaftsforschung nel quale si spiega che per raggiungere gli obiettivi stabiliti dall’Ue ci «sarà un aumento fiscale della benzina di circa 70 centesimi al litro». Il tutto a seguito del fatto che la Germania «registrerà, alla fine di quest’anno, un’eccedenza nella produzione di carbonio (CO2) pari a 7 milioni di tonnellate, destinata a salire a 22 milioni di tonnellate l’anno prossimo».
Per via dei meccanismi di penalizzazione Ets ogni tonnellata è tassata e il trading registrerà picchi crescenti fino a 90 euro per ogni chilogrammo di CO2. Risultato, sempre secondo il quotidiano: dopo le elezioni Berlino potrebbe decidere di portarsi avanti e alzare il prezzo della benzina (per autofinanziarsi) fino a un prezzo di 2,5 euro al litro. Un segno plastico dei problemi che derivano da una transizione troppo hard che tra l’altro cade in un momento di difficile gestione delle materie prime e di ingorghi nella logistica. Quest’inverno ci sarà anche la fiammata dovuto ai trend dell’inflazione.
Il problema starà tutto in quanto tempo dureranno questi picchi o - cosa ancor più grave - se diventeranno la norma. Certamente se non si pongono dei rimedi e se non si prova a calmierare la follia green dell’Ue i prossimi anni saranno vittima dell’escalation. Se non vogliamo trovarci a soccombere sarà fondamentale considerare la notizia diffusa ieri dall’Eni come l’avvio di un nuovo percorso che prevede lo sviluppo di una filiera tutta nostrana. D’altronde sarebbe ottuso tornare a usare il nucleare e acquistare la tecnologia di altri Paesi, come la Francia. Ci auguriamo che quei tempi di autolesionismo energetico siano finiti.




