Capisci di avere davanti qualcosa di completamente diverso quando, sullo schermo, appare Elena, una ragazza di 21 anni, con la divisa grigioverde addosso e un'espressione molto seria disegnata sul viso. Si sta candidando a guidare la sua squadra e si presenta dicendo: «Penso di poter portare disciplina e rispetto delle regole». Qualche minuto dopo, ecco un altro ragazzo, Andrea, anche lui in divisa, anche lui serio. Sta parlando delle qualità di un capo, e spiega: «Servono responsabilità e attitudine militare, e io finora ho dimostrato di averle». Eccola qui, la diversità radicale: due ragazzi giovani che dicono cose fuori dall'ordinario. Una tesse l'elogio della disciplina, l'altro fa professione di umiltà.
Elena e Andrea appartengono a quella che molti osservatori amano chiamare «Generazione Z». L'intellettuale radical Claire Fox, anni fa, ne diede una definizione molto calzante, presentandola come la «generazione dei fiocchi di neve». La Fox voleva descrivere i ventenni odierni, «incapaci di affrontare tutto ciò che si pone come problematico o che viene percepito come offensivo, solo perché contrasta con il loro modo di pensare, che poi è quello del mainstream generale». Secondo la studiosa, i post adolescenti odierni «sono così fragili che, di fronte a un'idea diversa dalla loro, chiedono che venga eliminata per essere lasciati in pace. Accade perché non sono assolutamente in grado di opporsi a visioni differenti con argomentazioni ragionevoli. Sono inconsistenti».
I giovani fiocchi di neve sono così: convinti di essere speciali, unici, e pronti a sciogliersi alla prima difficoltà. Ma Elena e Andrea appaiono diversi, e così pure i compagni che con loro partecipano al reality show di Rai 2 intitolato La caserma. I protagonisti del programma sono «quindici ragazzi e sei ragazze appena maggiorenni, provenienti da tutta Italia, che non hanno mai sperimentato un mondo senza internet e social media e che vivranno per un mese un'esperienza estrema e sconosciuta. Una sfida a mettersi alla prova, per imparare a credere nel gruppo e nell'amicizia». Questi giovani tra i 18 e i 23 anni sono rimasti per un mese a Levico, in provincia di Trento, dentro a una struttura allestita come se fosse una caserma. Con loro c'erano cinque istruttori militari professionisti (Simone Cadamuro, Germano Capriotti, Deborah Colucci, Giovanni Rizzo, Salvatore Rossi) che li hanno trattati come se fossero reclute. I ragazzi e le ragazze della Caserma non hanno imparato a fare le mossette su un palco o a misurarsi con una besciamella come se lottassero per salvarsi la vita. No, questi ventenni sono stati educati a diventare adulti. Sono stati disciplinati, cioè hanno imparato attraverso l'esempio e tramite la fatica.
Di questi tempi sul piccolo schermo siamo abituati a vedere il trionfo del narcisismo. Non c'è format, film o serie tv che non metta in scena le minoranze risentite che richiedono diritti e, più spesso, privilegi. I personaggi adolescenti che vanno per la maggiore sono di solito vittime dei bulli, o vagano spaesati alla ricerca di sé stessi. Annegano nei social network, o si presentano come «ribelli» che «infrangono le regole» allo scopo di «essere davvero sé stessi». Cioè, per essere chiari, sono ragazzotti arroganti che si perdono in un bicchiere d'acqua e pretendono di fare quello che gli pare, a discapito degli altri.
La Caserma propone un modello alternativo. Osservare un gruppo di ventenni che partecipa - imbracciando un fucile mitragliatore - a un'esercitazione militare è uno spettacolo inaudito per gli occhi anestetizzati del pubblico italico. Ma, a dirla tutta, le divise e i mitra sono soltanto l'elemento superficiale e spettacolare. Perché gli aspetti più interessanti del programma sono molti più semplici, quasi banali. I giovani imparano a rifarsi il letto, a rispettare gli ordini. Imparano le regole della comunità, l'attenzione nei riguardi dei compagni e dei superiori. Sono, almeno per qualche giorno, immersi in un ordine gerarchico, in cui i limiti contano eccome. Vivono in una situazione che la politologa Chantal Mouffe chiamerebbe «agonistica». Imparano, cioè, ad affrontare le difficoltà, a vivere come avversari che si rispettano e non come spietati «competitor» che si affrontano sul mercato con l'unico obiettivo di schiacciarsi.
Questi giovani, insomma, fanno tutto ciò che i loro coetanei, normalmente, non fanno. Stanno a contatto con la natura, con il mondo reale. Sudano, si allenano allo scopo di diventare più forti e migliori, non per perdere qualche chilo in palestra. Il loro esercizio fisico, come nel ginnasio di Platone, è anche esercizio spirituale.
Chiaro: La Caserma resta un reality show. Conserva alcuni dei vizi e dei luoghi comuni del pensiero predominante. Non può prescindere dagli sfoghi, dalle litigate e dall'esibizione del privato dei protagonisti. Non va fino in fondo, nel senso che presenta una versione un po' edulcorata dalla vita militare. Ma rappresenta comunque un soffio di vento diverso. Persino le lezioni di storia di Aldo Cazzullo, sviando dai sentieri consueti, offrono talvolta emozioni forti. Pensate: i ragazzi hanno sentito parlare della Grande guerra. Hanno ascoltato una celebrazione dell'eroismo degli alpini, un inno all'amor patrio e non la solita tirata dedicata a militanti politici che si sono battuti «per i diritti». Il ministro dell'Istruzione dovrebbe prendere esempio.
Disciplina, umiltà, fatica, comunità, eroismo, dignità. Se fossimo abituati a trovare più spesso questi valori, La Caserma sarebbe un programma più banale e il mondo sarebbe un posto migliore. E invece, purtroppo, La Caserma è un programma originalissimo.



