Sentire il Beppe pronunciare assieme le parole «casa» e «banca», confesso, mi fa venire i brividi. Non per un pregiudizio ma per un giudizio che nemmeno si basa sulle inchieste della Procura (di cui comunque non si può tacere) quanto sulla Milano che abbiamo visto edificare a botte di riqualificazioni, riconversioni e cose del genere. Una impressione che evidentemente ha mosso, con ben altri punti di riferimento, anche la Procura di Milano, secondo la quale - scriveva l’Ansa - «in un sistema tentacolare e sedimentato, una parte della classe politica, dei dirigenti comunali, dell’imprenditoria e delle libere professioni prospera piegando a proprio uso le regole esistenti».
Una ricostruzione accolta dal gip e che aveva comunque obbligato anche il centrosinistra a imbarazzanti precisazioni sia rispetto alle accuse sia rispetto al reale fermo immagine della Milano di Beppe Sala: una città per le élite finanziarie a scapito dei residenti o di chi avrebbe l’esigenza di abitarvi per motivi di lavoro. L’uomo che a Trento chiede al governo di dare i soldi esclusivamente ai Comuni per comprare dalle banche e dalle assicurazioni immobili, è lo stesso sindaco che in questi anni ha privilegiato un modello di sviluppo trainato dal mercato immobiliare privato che ha aggravato le disuguaglianze abitative.
Come si può allora prendere sul serio l’idea del borgomastro meneghino? Perché usare la leva pubblica per alleggerire gli asset immobiliari del solito club, tutt’altro che in crisi? Cosa c’è di progressista o riformista?
La mossa di Beppe Sala al Festival dell’Economia (mica alla Festa dell’Unità) sembra in primis finalizzata a una interlocuzione con i mondi che finora ha dimostrato di prediligere; e poi sottende un marcato posizionamento all’interno del centrosinistra, dove i sindaci non vogliono essere tagliati fuori dal dibattito nazionale. Il sindaco di Milano è quello che più di tutti i big ha il fiato corto, stretto tra il napoletano Gaetano Manfredi e la genovese Silvia Salis. Vincenzo De Luca la sua forza ce l’ha; Sala no.
L’invito al governo di dare ai sindaci i soldi del piano casa non risolve né il deficit di case né incrocia l’intenzione sociale che anima la scelta di Giorgia Meloni, ossia aiutare chi è tagliato fuori da un mercato immobiliare impazzito. A Sala verrebbe da domandare perché in tutti questi anni non sia riuscito a equilibrare l’evidente asimmetria del grande capitale immobiliare rispetto ai bisogni dei residenti, tanto da aver costretto, su impulso dei comitati di cittadini, la magistratura ad accendere un faro.
A proposito della torsione milanese dallo spirito ambrosiano a capitale della «riccanza cafona», vale la pena ricordare che tra il 2015 e il 2021 il valore degli immobili è cresciuto del 41%, quello degli affitti del 22%, mentre l’incremento dei redditi è stato solo del 13%. «Milano è diventata una città per ricchi che espelle chi non può permettersela, un modello basato solo sul profitto», scriveva il quotidiano della Cei, Avvenire. Beppe Sala parla alla platea del Festival dell’Economia di Trento come a voler rafforzare lo stesso patto che ha tagliato fuori il ceto medio, ha penalizzato studenti e lavoratori. La giunta Sala ha creato il presupposto politico perché i fondi miliardari si prendessero l’anima di Milano, contribuendo a creare una delle peggiori crisi abitative della storia di Milano. È come se il primo cittadino non riuscisse a disaccoppiarsi dalle banche e dalle assicurazioni, quasi fossero - absit iniuria verbis - un pezzo dell’alleanza di governo.
Io penso che oggi Sala sia un leader ammaccato, in forte crisi di identità; imballato come sono imballati i cantieri della «sua» Milano. Il «modello Milano» sperava di essere sanato dalla maggioranza di centrodestra col Salva Milano, ma non si poteva fare. Ora Sala spera in uno scatto che lo smarchi, ma al di là delle accuse della Procura, è proprio il «governo della città» che non funziona perché mancano i cittadini.
Col piano casa il governo ora si gioca la sua carta più ambiziosa (forse tardiva: certi progetti si fanno all’inizio non nella coda della legislatura) e più urgente. Lo fa restituendo agli immobili ciò che la casa rappresenta per gli italiani: il baricentro delle scelte. Lo fa sul piano nazionale e lo farà anche a Milano, dove il centrodestra si deve dare una mossa a lavorare sul suo candidato. Basta figurine, per favore. Ci manca solo un altro Sala.



