- L’ingresso a scuola, il corridoio, la sagoma della docente, l’aggressione e la fuga. Il video (meno di due minuti) trasmesso nel canale Telegram aperto il giorno prima.
- Il giovane aveva persino pubblicato un testo, forse con il supporto dell’Intelligenza artificiale, dove spiega i motivi della «Soluzione finale»: «L’insegnante mi prende di mira. Stanco di una vita piena di ingiustizie».
Lo speciale contiene due articoli.
Dura un minuto e 53 secondi il video trasmesso mercoledì mattina alle 7.41 su Telegram dallo studente tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa di francese, Chiara Mocchi, di 57 anni, davanti a un’aula della scuola Leonardo da Vinci di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. Il filmato, che è agli atti dell’inchiesta, ieri mattina ha mostrato in diretta tutte le fasi dell’aggressione alla docente che ha tentato di difendersi e che poi, caduta a terra ferita, è stata nuovamente colpita dallo studente.
Il video, che per quanto verificato dalla Verità non sembra più essere accessibile sull’app di messaggistica, nonostante la minore età dell’autore è stato diffuso, con varie modalità, da numerose testate giornalistiche, in alcuni casi con riferimenti che rendevano identificabile senza troppa fatica il ragazzo, tanto da scatenare le dure prese di posizione dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione nazionale stampa italiana. Nel filmato, pubblicato su Telegram dallo stesso aggressore, si vede il ragazzo avvicinarsi a scuola, in strada, poi sulle scale, infine nel corridoio delle aule. Sullo sfondo appare poi la sagoma della professoressa di francese ferita. Si intravede anche la punta del coltello usato dal ragazzo, quindi la sua fuga. Un video drammatico, che ha fatto il giro dei social e che, come detto, è stato poi pubblicato anche da alcune testate.
Il segretario della Fnsi, Alessandra Costabile, ha di fatto invocato sanzioni disciplinari: «Questo è uno dei pochi temi sui quali deve intervenire l’Ordine dei giornalisti, che si occupa della tenuta dell’Albo, della formazione e degli obblighi deontologici dei colleghi. Questi i compiti previsti dalla legge istitutiva per l’Ordine, nessun altro».
E la presa di posizione del presidente dell’Ordine Carlo Bartoli non si è fatta attendere: «La pubblicazione del video dell’aggressione, sia pure con qualche timido taglio o pixelatura, rappresenta un fatto grave», ha denunciato Bartoli, che poi ha aggiunto: «L’informazione non può emulare quanto di peggio troviamo sui social media e in questo caso dare amplificazione a un evento che il ragazzo ha voluto mettere in scena e pubblicare. Ci sono elementi che possono indurre all’emulazione e che devono fare riflettere». «Io credo che in alcune redazioni», ha concluso, «si debba riprendere una riflessione attenta su quelle che sono le carte deontologiche e il ruolo dell’informazione».
Parole durissime, in parte motivate dalle modalità con cui alcune testate hanno raccontato nei loro articoli il video che stavano pubblicando, lasciando riferimenti piuttosto espliciti alla denominazione del canale Telegram aperto dal tredicenne il giorno prima dell’accoltellamento e specificando perfino che il link per entrare nel canale era fissato in alto in un profilo social del ragazzo, anche in questo caso con riferimenti al nome dell’account. Dettagli irrilevanti per la cronaca, ma che espongono il tredicenne al rischio di essere identificato.
Ad aggravare il quadro, quasi certamente, è proprio la modalità di diffusione del filmato, che non è stato solo stato rinvenuto dagli inquirenti sul cellulare del tredicenne, ma che era appunto stato reso pubblico da quest’ultimo. Nel primo caso, al netto della spettacolarizzazione della vicenda, i rischi di rendere il minore identificabile sarebbero stati molto più bassi.
Ma il comitato esecutivo del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti va oltre e punta dritto sulla diffusione delle immagini e sulla tutela della docente: «La pubblicazione del video dell’aggressione da parte di molte testate, anche autorevoli, è un fatto grave e ignora le norme deontologiche della professione. Riteniamo che il video dell’accoltellamento nulla aggiunga al racconto dei fatti. Quanto accaduto interpella prima di tutto i giornalisti sull’esercizio responsabile della professione e sulla necessità di non cadere nella spettacolarizzazione. Riteniamo, inoltre, che sia necessario tutelare sia i minori coinvolti che la persona gravemente colpita ed evitare il pericolo di emulazione. L’informazione di qualità si misura anche rinunciando alla caccia dei clic».
Sul banco degli imputati rischiano però di finire anche i social network e le app di messaggistica. Interpellato dall’Ansa, Ernesto Belisario, avvocato ed esperto di diritto delle tecnologie ha evidenziato come «questo caso dimostra drammaticamente l’attualità del dibattito giuridico sulla protezione dei minori online». In particolare, il legale evidenzia il fatto che «un tredicenne, verosimilmente esposto a contenuti violenti, ha annunciato un’aggressione su una piattaforma di messaggistica, l’ha trasmessa in diretta e pubblicato contenuti pericolosi, senza che alcun sistema di protezione intervenisse», lasciando quindi i follower del ragazzino liberi di vedere l’accoltellamento in diretta. Per Belisario «questo conferma l’urgenza di un’applicazione effettiva degli obblighi già previsti dal Digital services act per i fornitori di piattaforme, e dà ragione a chi, dall’Australia alle proposte dello Special panel europeo riunito proprio questo mese, chiede restrizioni di accesso ai social per gli adolescenti al di sotto di una certa età», anche per «non lasciare da soli i genitori».
Il «manifesto» per il piano omicida: «Voglio rompere la noiosa routine»
A confermare che sarebbe stata una vendetta consumata in un minuto e 53 secondi, c’è il presunto «manifesto» del tredicenne della Bergamasca, pubblicato nel canale Telegram e inoltrato dal suo profilo. Un testo scritto in inglese, forse servendosi dell’Intelligenza artificiale per articolare frasi, riflessioni che si fatica a credere possano essere tutte di un adolescente.
In diversi punti, quella sorta di proclama dal titolo «La soluzione finale» sembra nascere da un malessere autentico, represso e non condiviso al punto da degenerare in un disegno omicida; in molti passaggi, però, il dubbio è forte: altri possono avere suggerito al ragazzino le «farneticazioni» o addirittura quel gesto estremo, il coltello per eliminare la professoressa Chiara Mocchi che era arrivato a odiare.
«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese», così inizia il testamento del tredicenne. Accenna a un dramma, che se vero deve essere spaventoso: «Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre», si limita a scrivere, ma quella frase è già un pugno nello stomaco. La violenza era forse nata in ambito familiare?
Le indagini e gli psicologi aiuteranno a fare chiarezza, anche se è già intervenuta un’amica del giovane a fornire una spiegazione su Telegram. «Inizialmente aveva pianificato di uccidere suo padre colpendolo con un martello. Poi aveva intenzione di andare a casa di sua madre il giorno dopo e ucciderla. Il metodo non è noto. In seguito aveva pianificato di andare a scuola e uccidere la sua insegnante. Non ha ucciso suo padre perché era spaventato», ha scritto. Per poi aggiungere: «Ha deciso di risparmiare i suoi genitori e di attaccare solo la sua insegnante. Questo piano è stato elaborato sabato, dopo il rifiuto della sua diagnosi di Adhd. Dopo anni di tormenti e maltrattamenti, è crollato e ha colpito».
Il tredicenne avrebbe sofferto del disturbo da deficit d’attenzione e rimproverava alla Mocchi di penalizzarlo, per questo suo disordine dello sviluppo neuro psichico. «Quando mi hanno fatto fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato un punteggio basso per la distrazione e non ha esitato a sottolinearlo in classe e questo mi fa infuriare. Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di sofferenza solo perché non le piaccio», si legge nel lungo post.
Per il ragazzino l’obiettivo da colpire era la prof. «La scelta non è casuale, è mirata», scrive. «Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima». Descrive un episodio: «Quando un ragazzino gracile mi ha dato un pugno, non ho reagito. Gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti. Sono dovuto andare da loro e spiegare l’accaduto […] Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla. È rimasta impunita per una cosa così grave».
Era solo l’Adhd a complicare la vita di questo adolescente o soffriva di qualche forma di bullismo che non trovava il coraggio di denunciare? Al Giorno, alcuni genitori hanno parlato di «gravi episodi, aggressioni ad alunni […] sono due anni che c’è questa situazione». Il tredicenne voleva vendetta, lucidamente scrive di sapere che non verrà processato grazie alla sua età, poi aggiunge considerazioni che sembrano suggerite o prese in prestito.
Spiega che colpire l’insegnante è anche «un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile […] Le regole non sono qualcosa che devo seguire, sono qualcosa che devo infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo che la vendetta, punire chi mi ha fatto un torto. Ho sempre amato infrangere le regole, che fossero etiche, morali o legali, tutte queste cose mi limitano. E se qualcosa mette in discussione la mia libertà, lo sento come un attacco personale alla mia autonomia».
Di sé fornisce altri particolari, scrive di non riconoscersi in alcuna ideologia, di non avere molti amici «perché la maggior parte delle persone mi considera strano o insopportabile. Mi piace socializzare, ma allo stesso tempo detesto uscire. Vedere la gente che ride in gruppo mi fa infuriare». Un ragazzino piuttosto solo, non per scelta malgrado tenti di esibire una superiorità che suona artefatta: «Mi sento anche superiore a tutti i miei coetanei […] mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto a tutti questi comuni mortali. Non sono più uno di loro, sono qualcuno di migliore».
Per questo tredicenne, la vendetta esibita un mercoledì mattina anche sulla maglietta non era «una parola scelta a caso». Davvero tanta rabbia, tanta ostilità non potevano essere intercettate prima dell’esplosione in un’aula di terza media?



