Gli abusi di autorità avvengono nelle grandi cucine (e non solo) e a compierli sono sia maschi sia femmine. Per cambiare sistema non basta puntare il dito su un solo sesso.
(iStock)
Si dà troppo credito ai disegni realizzati dai più piccoli, che crescono in un mondo pieno di pornografia di cui sono vittime. Le famiglie devono essere sostenute e i loro membri invitati a colloqui per capire cosa accade in casa e così aiutare i bambini.
Il sistema italiano di tutela minorile presenta criticità strutturali rilevanti, soprattutto nella gestione dei sospetti di abuso o maltrattamento, fondate su indicatori deboli, isolati o interpretazioni soggettive di comportamenti infantili, come la produzione grafica. In numerosi casi documentati, l’intervento dei servizi sociali e dell’autorità giudiziaria minorile si è tradotto in misure drastiche e irreversibili, quali l’allontanamento immediato del minore dal nucleo familiare, con conseguenze traumatiche gravi e durature, successivamente riconosciute come ingiustificate.
L’interpretazione dei disegni infantili rappresenta uno degli ambiti più problematici. La letteratura scientifica in ambito psicologico e neuroevolutivo concorda nel ritenere che un unico disegno del bambino non possa essere considerato un indicatore probatorio isolato di abuso sessuale o maltrattamento. I contenuti grafici infantili sono il risultato di un complesso processo di interiorizzazione di stimoli ambientali, culturali e mediatici. I bambini crescono immersi in un flusso continuo di immagini provenienti da televisione, cinema, pubblicità e dispositivi digitali; tali immagini, spesso a contenuto sessualizzato, possono essere assorbite inconsciamente e rielaborate in forme espressive prive di consapevolezza semantica.
In una società che produce e distribuisce materiale pornografico su scala industriale, senza efficaci meccanismi di filtro o censura, l’esposizione accidentale dei minori a contenuti espliciti è un evento statisticamente plausibile. Il bambino entra nella stanza dove il nonno o il fratello maggiore sta guardando un porno in una società che produce i porno e non ne permette la censura. Il porno è in questo momento la maggio industria di intrattenimento mondiale. Vede una scena appunto pornografica e ne resta sconvolto. Il guardatore di porno se ne accorge e gli raccomanda di non dire niente. Il giorno dopo a scuola il ragazzino fa un disegno che rappresentala scena che ha visto, e che lo ha sconvolto, la maestra è scandalizzata.
A quel punto lui si ricorda che gli è stato raccomandato di non dire niente e dice: «Oh, no, non dovevo dire niente». In un Paese normale si convocano la madre e il padre e si cerca di capire cosa è successo. In Italia il bambino potrebbe non tornare a casa, essere consegnato ai carabinieri e poi in una casa famiglia. L’osservazione occasionale di una scena pornografica può generare turbamento emotivo e lasciare tracce mnestiche che emergono successivamente sotto forma di rappresentazioni grafiche. Tali rappresentazioni, se considerate isolatamente e fuori contesto, non consentono alcuna inferenza attendibile circa l’esistenza di abusi reali.
Le linee guida internazionali in psicologia forense stabiliscono che i disegni infantili acquisiscono eventuale valore clinico solo se inseriti in una valutazione longitudinale, basata su ripetitività tematica, persistenza nel tempo, coerenza con altri indicatori comportamentali e osservazioni condotte in ambienti emotivamente stabili e non coercitivi. L’uso di un singolo disegno come trigger per l’attivazione di procedure invasive costituisce una violazione dei principi di proporzionalità, prudenza e minimizzazione del danno. Ciononostante, la prassi operativa in diversi casi italiani ha seguito una logica opposta.
Episodi come quelli avvenuti a Basiglio (2008-2011), Ceccano (2020) e altri casi analoghi dimostrano come il sospetto iniziale, spesso basato su segnalazioni scolastiche non verificate, abbia condotto all’applicazione dell’art. 403 del codice civile con allontanamenti immediati e coatti. In tali circostanze, forze dell’ordine e assistenti sociali sono intervenuti nelle abitazioni familiari senza un adeguato accertamento preliminare, determinando la separazione traumatica dei minori dai genitori. Le successive assoluzioni con formula piena dei genitori coinvolti attestano l’infondatezza delle accuse iniziali, ma non riparano i danni psicologici subiti dai bambini.
L’allontanamento forzato costituisce un trauma acuto: la letteratura neuroscientifica evidenzia come la separazione improvvisa dalle figure di attaccamento possa provocare congelamento emotivo, disregolazione affettiva e alterazioni persistenti dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Tali esiti aumentano il rischio di psicopatologie, disturbi psicosomatici e, secondo alcuni studi, anche di patologie degenerative nel lungo periodo. Il caso di Angela, avvenuto nel 1995, rappresenta uno degli esempi più emblematici. Un disegno interpretato soggettivamente come simbolo sessuale, senza alcuna verifica interdisciplinare, ha innescato una procedura di sottrazione immediata della minore dal contesto familiare.
Gli interrogatori prolungati e suggestivi condotti in stato di forte stress emotivo hanno favorito la costruzione di false memorie, fenomeno ampiamente documentato in psicologia cognitiva. La condanna in primo grado del padre, seguita dall’assoluzione in appello, non ha impedito l’adozione definitiva della bambina da parte di un’altra famiglia, rendendo irreversibile la frattura affettiva originaria. Dal punto di vista logico-giuridico, l’operato delle istituzioni appare incoerente. In presenza del sospetto che l’autore dell’abuso sia uno dei genitori, la misura meno invasiva e più razionale sarebbe l’allontanamento cautelare del presunto responsabile, mediante divieto di avvicinamento, lasciando il minore nel proprio ambiente di vita. Questa soluzione ridurrebbe drasticamente il trauma, eviterebbe l’inquinamento mnestico e non comporterebbe costi economici per l’erario, a differenza dell’inserimento in comunità o famiglie affidatarie retribuite.
La scelta sistematica della rimozione del minore sembra invece fondata su presupposti ideologici: la presunzione implicita di colpevolezza del padre, la presunta collusione o inadeguatezza della famiglia e la sfiducia nella sua capacità di gestire la situazione. Quando ci sono prove certe di abusi gravi, il bambino deve essere allontanato: per inciso in questi casi i bambini vedono l’allontanamento come una liberazione. I bambini non sono scemi. Quando il bambino piange e urla che vuole andare dalla mamma, che vuole che mamma vada a prenderlo, è il caso di starlo a sentire. Ove si sospetti che il bambino sia abusato da, per esempio il padre, il bambino resta dove è e fino a quando le indagini non sono completate, e con grandissima discrezione, con una qualche scusa lavorativa, si allontana il padre con divieto di avvicinamento. Non ci sono traumi. Se è un errore, come spesso è, i bambini non subiscono traumi. Non costa un centesimo all’erario.
Vedo l’orrore davanti a questa proposta sulla faccia di assistenti sociali e psicologhe. Ma lasciando il bambino dove è lo si espone a inquinamento del ricordo: sicuramente la mamma o altri si precipiteranno a dirgli che no, non è vero, ha capito male, e così via. Questo timore si basa su due pregiudizi : il padre è sicuramente colpevole, la famiglia è sicuramente collusa, e se anche non fosse collusa, è incapace di affrontare la situazione e farà pasticci. Nella realtà, la famiglia nella maggioranza dei casi vuole bene al bambino, è perfettamente in grado di capire se riceve spiegazioni chiare e logiche su come si deve comportare. La famiglia deve essere sostenuta, tutti i suoi membri devono essere inseriti in un programma serrato di colloqui, sia per appurare la verità, sia per indicare come sostenere il bambino. Anche nel caso che qualcuno cerchi di influenzare il bambino, di «tappargli la bocca» con promesse o minacce, è molto più facile arrivare alla verità senza allontanare il bambino.
Paradossalmente, è proprio l’allontanamento forzato a creare le condizioni per la contaminazione del ricordo e la suggestione, poiché il bambino, isolato e terrorizzato, diventa estremamente vulnerabile a pressioni e narrazioni indotte. È pertanto necessario un intervento normativo urgente che introduca responsabilità civili e penali effettive per assistenti sociali e magistrati in caso di decisioni manifestamente infondate o negligenti. Deve essere garantita in ogni fase la presenza dell’avvocato della famiglia e devono essere rigidamente applicate le regole del colloquio forense con minori, che escludono interrogatori coercitivi, ripetitivi e suggestivi. La tutela del minore non può coincidere con la distruzione preventiva della sua famiglia. Uno Stato che si proclama garante dei diritti dell’infanzia non può continuare a finanziare e legittimare pratiche che producono traumi irreversibili su basi probatorie fragili e interpretazioni soggettive. La protezione autentica passa attraverso prudenza, competenza scientifica, proporzionalità dell’intervento e rispetto rigoroso del principio di non nuocere.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Papa Leone ha parlato ai vescovi appena nominati toccando i temi della guerra e degli abusi sessuali: «Più solidarietà tra le nuove generazioni per avere pace e fratellanza. Il clero affronterà i suoi sbagli».
«Serve un forte e coraggioso “no” alla guerra e un “sì” alla pace e alla fraternità». È un appello molto chiaro, quello che ieri papa Leone XIV ha scandito nelle prime battute del suo discorso durante l’udienza per il World meeting on human fraternity, organizzato dalla Basilica di San Pietro, dalla fondazione Fratelli tutti, dall’associazione Be Human e dalla fondazione Saint Peter for Humanity. Non senza un «ringraziamento speciale agli illustri Premi Nobel presenti» - tra cui l’irachena Nadia Murad, l’americana Jody Williams, la liberiana Leymah Gbowee, la yemenita Tawakkol Karman, il russo Dimitri Muratov, l’ucraina Oleksandra V’jačeslavivna Matvijčuk, la filippina Maria Ressa e il congolese Denis Mukwege -, il pontefice ha esordito, nel suo intervento, a partire dal racconto biblico.
Prevost ha segnalato che nonostante «il primo rapporto fraterno, quella tra Caino e Abele, fu subito drammaticamente conflittuale», comunque «quel primo omicidio non deve indurre a concludere che è sempre andata così». Per quanto antica, per quanto diffusa, la violenza di Caino non si può tollerare come «normale». «Al contrario», ha proseguito il pontefice statunitense - che fin dal suo primo affaccio su piazza San Pietro, dopo l’elezione, ha fatto della pace un richiamo costante -, «la norma risuona nella domanda divina rivolta al colpevole: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9). È in questa domanda la nostra vocazione, la regola, il canone della giustizia. Dio non si vendica di Abele con Caino, ma gli pone una domanda che accompagna tutto il cammino della storia».
Discostandosi di parecchio da quei venti di guerra che nella politica europea, ormai, vengono guardati non solo senza preoccupazione, ma perfino con un po’ di entusiasmo, papa Leone XVI - che nel suo discorso ha citato un paio di volte il predecessore Francesco - ha poi provato a delineare degli antidoti a quella cultura del conflitto che oggi sembra prevalere. Più precisamente, il Santo Padre ha evidenziato come oggi occorra «individuare percorsi, locali e internazionali, che sviluppino nuove forme di carità sociale, di alleanze tra saperi e di solidarietà tra le generazioni»; tutto ciò senza soluzioni elitarie, per pochi - anche qui è difficile non pensare ad un’Ue che pare allergica alle consultazioni democratiche - bensì con «percorsi popolari, che includano anche i poveri, non come destinatari di aiuto ma come soggetti di discernimento e di parola».
Per avviare con successo questi «percorsi», favorendo quella che ha chiamato «una estesa alleanza dell’umano», il papa ha infine chiesto ai presenti all’udienza - nella consapevolezza, anche questa ribadita sin dal suo primo affaccio su San Pietro, che la vera pace è solo quella di Cristo - di rifarsi alle «parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”».
Questo però non è stato il solo discorso rilevante scandito nelle ultime ore dal pontefice. Infatti già giovedì, parlando ai nuovi vescovi nell’Aula del Sinodo - in un discorso a porte chiuse del quale solo ieri la sala stampa ha diffuso alcuni stralci -, papa Prevost ha formulato, tra gli altri, un significativo richiamo al tema degli abusi. E lo ha fatto sottolineando come le condotte inappropriate da parte del clero non possano essere messe «in un cassetto», meritando al contrario d’esser affrontate, e «con senso di misericordia e vera giustizia, verso le vittime e verso gli accusati». Parole equilibrate, avverse non solo ad ogni ipotesi di insabbiamento, ma anche a tendenze giustizialiste. Giova a questo proposito ricordare come, prima di diventare papa, anche il cardinale americano era stato raggiunto da false accuse - smentite sia giornalisti investigativi occupatisi del caso, sia dalle stesse vittime - di cattiva gestione di casi abusi sessuali.
Qualcuno ha accostato le considerazioni di Leone XIV su questo tema al caso che in questi giorni vede nell’occhio del ciclone il vescovo di Bolzano, monsignor Ivo Muser, molto contestato - è stata fatta anche una petizione con oltre 15.000 sottoscrizioni per chiederne le dimissioni - perché aveva nominato (reputandolo innocente) un sacerdote prescritto per violenza sessuale su minore a collaboratore pastorale in Alta Pusteria. Onestamente, appare però un po’ forzato l’accostamento tra questo caso e le parole del pontefice. Che, per il suo ruolo, è in genere portato a riflessioni più generali e che, sempre parlando ai vescovi di nuova nomina, ha anche rivolto loro una richiesta di moderazione e prudenza nell’uso dei social, parlando della necessità di essere prudenti nell’uso dei social network, ambiti nei quali si corre il rischio che chiunque «si senta autorizzato a dire quello che vuole, anche cose false». Ieri Prevost, parlando di immigrazione, ha anche annunciato la sua visita a Lampedusa in un videomessaggio per la presentazione della candidatura del progetto «Gesti dell'accoglienza» alla lista del Patrimonio culturale immateriale dell'Unesco.
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don Massimo Biancalani (Imagoeconomica)
Altri due clandestini arrestati a Vicofaro, uno ha palpeggiato una giovane. Negli ultimi mesi c’è una escalation di violenze.
Finiscono ancora una volta nei guai gli ospiti della struttura di don Massimo Biancalani. Due degli immigrati, domiciliati nella comunità di Vicofaro a Pistoia, sono stati arrestati per aver rapinato tre ragazzi minacciandoli con un coltello. Uno dei migranti è accusato anche di violenza sessuale.
Manette ai polsi per Mohamd Lghaoui, il trentaquattrenne marocchino, già noto alle forze dell’ordine, che da alcuni giorni era domiciliato nella struttura del sacerdote. La sera del 6 aprile scorso si sarebbe avvicinato a una coppia di ragazzi (20 anni lui, 15 lei) chiedendo prima del crack e poi dei soldi. Ma al secondo rifiuto, Mohamd avrebbe tirato fuori dalla tasca un coltello puntandolo contro la coppia e riuscendo a rubare l’iPhone al giovane. Subito dopo si è fiondato sulla quindicenne sottraendole il cellulare e dieci euro. Ma non si è fermato qui. Il marocchino, prima di andare via, avrebbe palpeggiato il seno alla ragazza e l’avrebbe baciata. I due giovani, visibilmente sconvolti, sono riusciti a tornare a casa e ad avvisare le forze dell’ordine. La ragazza si è ricordata di avere attivato l’applicazione «find my iPhone» sul suo smartphone ed è riuscita a localizzare il telefono nei pressi della struttura di don Massimo.
Settimana turbolenta per la comunità di Vicofaro. In carcere è finito pure Adel Cherni. Il cinquantaduenne tunisino, senza fissa dimora e ospite nella struttura di Pistoia, lo scorso 7 aprile avrebbe minacciato con un coltello una diciassettenne che passeggiava per strada. Cherni l’avrebbe afferrata per il collo puntandole un coltello in faccia. Si è poi dileguato portandole via il cellulare. La vittima, grazie all’aiuto di un passante, è riuscita ad allertare le forze dell’ordine che si sono messe sulle tracce dell’aggressore. Infatti, il giorno dopo i poliziotti hanno individuato tre magrebini che sostavano nei pressi di un supermercato, vicino al centro di Pistoia.
Uno di questi corrispondeva al responsabile della rapina alla coppia di fidanzati. Grazie al lavoro degli investigatori, attraverso le foto segnaletiche, tutte le vittime hanno riconosciuto i loro assalitori. Da lì è scattata una perquisizione nella parrocchia di Vicofaro dove gli agenti hanno trovato Cherni nascosto in soffitta. Ma non è la prima volta che polizia e carabinieri fanno irruzione in canonica per sedare liti tra immigrati o per portarli in caserma.
Lo scorso 25 febbraio, i carabinieri hanno arrestato un nigeriano accusato di aver tentato di ammazzare un trentunenne del Gambia a seguito di una lite avvenuta nei locali della chiesa. Dalle indagini è emerso che quella sera, dopo le 21, i due migranti ospitati nel centro di accoglienza, hanno iniziato a discutere violentemente per futili motivi: il nigeriano avrebbe per primo colpito il gambiano alla gola rimanendo anche lui ferito alla spalla (prognosi di quattordici giorni). Ma gli ospiti del «prete dell’accoglienza» non sono estranei a gesti violenti.
Circa un mese fa hanno preso a sassate una troupe di Rete 4 che si trovava nella chiesa di Santa Maria Maggiore nei pressi dei locali dove sono ospitati oltre cento migranti. Da quanto è emerso, a un certo punto alcuni migranti hanno iniziato a lanciare sassi contro un giornalista e un cameraman. Quel gesto violento ha provocato la reazione dei residenti della zona, giunti davanti alla parrocchia dopo aver saputo delle sassate ai giornalisti. Alcuni di loro hanno raccontato quello che è successo, parlando di lanci di pietre, spintoni e urla. Da tempo, gli abitanti di Vicofaro esprimono il loro dissenso sulla presenza degli immigrati nel centro di don Massimo, denunciando situazioni di degrado, risse e reazioni violente. A volte hanno protestato anche davanti alla sede della prefettura.
La situazione è sempre più esplosiva e preoccupante. Un’escalation senza fine. Basti pensare a quanto accaduto nel dicembre di un anno fa quando un trentaduenne, domiciliato da un mese nella struttura di Vicofaro, ha cercato di abusare di una ragazza all’interno della parrocchia. Il giovane, di origini liberiane e irregolare in Italia, è stato arrestato per violenza sessuale aggravata. Secondo quanto è stato ricostruito dagli inquirenti, l’uomo aveva conosciuto una ventenne la sera prima alla stazione ferroviaria di Montecatini. Dopo aver fatto abuso di droghe e alcol, l’avrebbe convinta a seguirlo in parrocchia. Lì avrebbe iniziato ad abusare di lei. La giovane ha urlato attirando l’attenzione di altri migranti che sono intervenuti per aiutarla. Uno di questi ha minacciato il liberiano con una lametta. La ventenne è stata trasportata in pronto soccorso in ambulanza e lì ha presentato denuncia contro il giovane. Gli agenti della polizia sono riusciti a individuare l’immigrato attraverso il riconoscimento fotografico anche perché l’uomo aveva precedenti penali per spaccio di droga. Così, i poliziotti sono tornati nella parrocchia di Vicofaro arrestando il trentaduenne che si trovava in cortile.
Nell’immediatezza dei fatti don Massimo aveva cercato di riportare la calma dopo quell’episodio estremamente grave: aveva spiegato che gli immigrati sanno che non possono portare donne nella struttura, ma che in quel caso si trattava di un giovane con problemi psicologici. Quella spiegazione non tranquillizzò i residenti della zona che continuano a essere preoccupati soprattutto alla luce dei recenti e sempre più frequenti episodi di violenza dei migranti del centro.
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Klaus Schwab (Getty Images)
Una inchiesta del «Wall Street Journal» mette sotto accusa il World Economic Forum e il suo fondatore, Klaus Schwab, che ora prepara le valigie: molestie alle dipendenti e insulti a chi si ribellava. Le possibilità di carriera? Solo ai belli e magri.
Potrebbe essere solo l’inizio della dimostrazione dell’incoerenza che regna all’interno di molti ambienti che pretendono di insegnare al mondo come si fa a «diventare migliori». In questo caso si parla di Davos. Un’inchiesta del Wall Street Journal sulle condizioni di lavoro cui sono costretti i dipendenti del World Economic Forum, rischia di avere degli effetti devastanti sulla credibilità dell’evento che dal 1971, per volere dell’economista ed accademico Klaus Schwab, ogni anno riunisce le élite di tutto il mondo per confrontarsi su come migliorare le condizioni di vita sul nostro pianeta. Proprio il fondatore di Davos però avrebbe ordinato al responsabile delle risorse umane Paolo Gallo di licenziare un gruppo di dipendenti con più di 50 anni. Motivo? Ringiovanire l’immagine del personale. Gallo rifiutò, spiegando che per licenziare una persona debba sussistere un motivo ragionevole, ma il suo diniego non fu preso bene e venne licenziato a sua volta. Altre tre donne che lavoravano a Ginevra a stretto contatto con Schwab, una receptionist, un’assistente personale e una dipendente, hanno dichiarato che il per diversi anni il presidente ha rivolto loro commenti allusivi che le hanno messe a disagio. Il Forum ha mantenuto in servizio, e in alcuni casi promosso, una dozzina di manager contro i quali sono stati presentati reclami specifici nel corso degli anni.
Sono decine le testimonianze raccolte dal Wall Street Journal che dichiara di aver intervistato 80 dipendenti ed ex dipendenti che hanno lavorato all’interno dell’organizzazione fin dagli anni Ottanta. In una delle testimonianze, confermata da più fonti, si riporta che nel 2017 il presidente del Forum scelse una giovane donna per dirigere un’iniziativa dedicata alle start up, salvo poi allontanarla dal posto di lavoro dopo che la donna aveva comunicato di essere incinta. Decisione surreale se si tiene conto del fatto che ogni anno lo stesso World Economic Forum pubblica il Global Gender Gap Report che descrive in dettaglio i progressi di vari paesi verso la parità di genere.
«È un’istituzione psicologicamente violenta e non capisco come possano avere la credibilità necessaria per scrivere questo rapporto sul divario di genere e dettare il modo in cui le economie e le industrie vengono gestite a livello globale» ha commentato una dipendente.
Cheryl Martin, un’ex funzionaria del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti che ha ricoperto il ruolo di alto dirigente del Forum ha detto che: «La cosa più deludente è stata quella di constatare la distanza tra ciò a cui afferma di puntare il Forum e ciò che invece accade dietro le quinte».
Nell’inchiesta si legge che «Almeno sei dipendenti sono state allontanate o hanno visto le loro carriere penalizzate, mentre aspettavano figli o quando erano tornare dalla maternità». Topaz Smith ha raccontato che la sua posizione era stata eliminata, una settimana prima di rientrare al lavoro dopo aver partorito due gemelli. Barbara Erskine ha rivelato che Schwab avrebbe incaricato un membro del consiglio di amministrazione di dirle che doveva perdere peso. Un’altra dipendente ha confessato che «Mai nella mia carriera avevo visto l’aspetto fisico avere così tanta rilevanza come in questa organizzazione», altre dipendenti dello staff hanno detto che i loro colleghi, soprattutto quelli maschi, spesso facevano commenti sul loro aspetto. «C’era molta pressione per essere belli e indossare abiti attillati» ha detto una donna che ha lavorato lì negli anni 2010. Myriaam Boussina ha confermato di aver ricevuto complimenti dal fondatore che l’avevano messa in imbarazzo.
Non solo violenza di genere. Anche molestie sessuali e razzismo: nel 2018 Justyna Swiatkowska aveva denunciato alle Risorse umane il manager George Karam, perché dopo averla invitata a bere, l’aveva palpeggiata e baciata senza il suo consenso. Nel 2010 addirittura il responsabile della tecnologia e dei servizi digitali, Malte Godbersen durante una campagna di vaccinazione antinfluenzale si è finto medico all’arrivo di una giovane collega. Ha posto domande personali sul suo stato di salute e le ha fatto togliere la maglietta prima di farla muovere in diverse posizioni. All’ingresso del vero medico la donna ha capito di esser stata ingannata.
Tiffany Hart ha raccontato che il senior executive Roberto Bocca l’aveva insultata chiamandola «bitch». «Cosa puoi aspettarti da una negra?» Avrebbe detto il dirigente Jean-Loup Denereaz.
Un’inchiesta ricchissima e piena zeppa di nomi e testimonianze. Alcuni di loro si sono uniti in un gruppo WhatsApp chiamato «WEFugees» di cui fanno parte centinaia di ex dipendenti. «È stato angosciante vedere i colleghi chiudersi in se stessi in seguito alle molestie da parte di personale di alto livello, passare dall’essere socievoli e allegri all’autoisolamento» ha commentato uno di loro.
Uno scandalo, che il fondatore Schwab, contattato dai giornalisti del quotidiano americano, non ha voluto dare commento. Anzi, dopo la loro richiesta di intervista, ha mandato una lettera all’editore e al direttore del Wall Street Journal per lamentarsi della loro inchiesta. Il 21 maggio scorso, dopo l’invio di questa lettera, Schwab ha annunciato di voler dimettersi dalla carica di presidente esecutivo del Wef. Non per lo scandalo, ma nell’ambito di una transizione pianificata, resterà nel consiglio di amministrazione ricoprendo anche la presidenza non esecutiva.
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