Street Art: come i murales cambiano il volto alle città
  • Ultimamente si parla molto di street art. Perché piaccia tanto è presto detto: è un tipo di arte che potremmo definire popolare, impattante. Gli edifici smettono il loro abito di strutture anonime, per indossarne un altro, variopinto e significativo.
  • Alla scoperta di Sant’Angelo di Roccalvecce, frazione di Viterbo conosciuta anche come «il paese delle fiabe».
  • L’altra faccia di Napoli. Tra Maradona e San Gennaro le facciate dei palazzi rivivono grazie all’arte di strada.
  • La capitale della street art? Bologna.
  • I writers di Taranto ridanno vita ai quartieri periferici e meno agiati della città.
  • A Roma Tor Pignattara diventa il regno dei murales.

Lo speciale comprende sei articoli.

È un tipo di arte che poco ha a che fare con musei e luoghi chiusi: la street art si impossessa della città e dialoga con i suoi abitanti, anche per via dei temi che mette al centro, la maggior parte delle volte aventi a che fare con problematiche attuali.

Difficile rimanere indifferenti di fronte a un murale, a volti che talvolta sembrano fotografie, a colori che si impongono alla vista quasi con prepotenza. Insomma, l’arte di strada non ha nulla di accademico, a prescindere dall’abilità degli artisti che le danno forma.

Alcuni nomi si sono imposti all’attenzione già da qualche anno: Banksy con la sua Balloon Girl, Alice Pasquini e le mille interpretazioni del femminile, Jorit e i dipinti-fotografia. E ancora: Blu, che ha cambiato il volto dell’Ostiense, a Roma; 3ttman, che ha regalato magnifici intrecci di colore a luoghi periferici; Kraser, creatore di opere che si posizionano a metà tra arte classica e Surrealismo.

Una lista da cui emerge un tratto comune alla maggior parte di queste personalità: lo pseudonimo con il quale si presentano in società, quasi a nascondersi dietro alle loro opere. Del resto è stato proprio Banksy (che ancora non si sa se sia un autore singolo o un collettivo) a dire: «Non so perché le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata, dimenticano che l’invisibilità è un super potere».

Se Jorit è il nickname di Ciro Cerullo, il nome Blu è tutto ciò che conosciamo del suo possessore, oltre ai suoi murales; Louis Lambert è il francese 3TTMAN (3 têtes man, l’uomo con tre teste) e Kraser è un artista spagnolo il cui nome rimane ancora sconosciuto.

Un artista, infatti, mostra se stesso attraverso i propri lavori, consapevole che a comunicare è il risultato finale, non certo un volto ripreso da tutti i media. Questo rende gli street artist degli influencer sui generis: modellare la società – o una sua piccola parte – attraverso messaggi dall’alto impatto visivo, emotivo e intellettuale ha risvolti tanto durevoli quanto poco patinati.

Farsi influenzare da un’arte che non sia di regime è un modo per acculturarsi e combattere le ingiustizie, ma anche per cominciare ad apprezzare la pittura o per rafforzare un sentimento già saldo.

Pare che la street art sia nata negli Stati Uniti intorno agli anni ’70. In Italia (e in Europa), invece, è un tipo di arte relativamente giovane: le prime manifestazioni vere e proprie nascono infatti all’inizio del nuovo millennio, soprattutto in città come Berlino, Parigi e Dublino.

Nel nostro Paese, sono tre le città che mostrano con maggior orgoglio muri colorati, graffiti e immagini che sono spesso come schiaffi alla coscienza: Roma, Milano e Bologna. Ci sono però anche realtà più piccole in cui disagio sociale e arte di strada vanno di pari passo: Taranto è l’esempio più chiaro. È in quartieri come Paolo VI e la Salinella che se ne possono ammirare gli effetti.

Ma quali sono le tematiche trattate? La guerra e il mondo delle emozioni, la libertà e il razzismo, le malattie causate dall’industria e l’infanzia.

La street art – da distinguere dal vandalismo dei graffitari, che imbrattano, impuniti, i luoghi pubblici – comprende un’infinità di tecniche. Non solo murales: camminando per le strade possiamo ammirare lo yarn bombing (la copertura, in stoffa o in maglia all’uncinetto, di oggetti presenti nei luoghi pubblici), gli stencil, gli adesivi o i cut-out (frammenti inseriti in elementi urbani, come i cartelli stradali).

Esistono poi la wheatpaste (un gel con cui si creano e incollano poster e collage) e la tecnica dello sticker, senza dimenticare le installazioni urbane.

La street art può essere commissionata dalle amministrazioni, ma sua branca fondante è la guerrilla art. Con questa espressione ci si riferisce a tutte quelle tracce d’arte lasciate – spesso nel cuore della notte – da autori anonimi alle città, sorta di benefattori ribelli e senza nome, ben lontani dagli imbrattatori seriali.

Infine la street art è motivo di viaggi: non sono poche le persone che si spostano proprio per fotografare i più bei murales d’Italia e non solo. Nell’approfondimento che segue ci si soffermerà su 5 luoghi, tutti italiani, in cui andare a caccia di street art.

Un viaggio da nord a sud che richiede solo curiosità e animi ribelli, che hanno voglia di mettersi a caccia. Perché di questo si tratta: le opere dei cosiddetti writers sono spesso nascoste e si aprono all’improvviso dietro a una curva o a un palazzo. Non saranno certo le coordinate di Google Maps a penalizzare l’effetto sorpresa che l’arte, in ogni sua forma, riesce a generare.

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