«La società multi-religiosa vuole mettere in dubbio il diritto a non emigrare»

Esiste un diritto a emigrare ma anche - e forse prima - quello a non dover emigrare perché spinti da miseria, persecuzioni o magari da operazioni pianificate e imposte per altri motivi. Non esiste invece un diritto assoluto ad immigrare in un altro Paese, il quale deve poter stabilire regole per l’accesso e l’integrazione degli immigrati nella propria società, salvaguardando il bene comune. Se l’immigrazione è diventata un’emergenza ingovernabile è anche perché si tiene poco conto di questi criteri della Dottrina sociale della Chiesa, il cui insegnamento - lontano da certi luoghi comuni del cattolicesimo odierno su accoglienza e carità - fa luce con realismo cristiano sui vari aspetti del complesso fenomeno. Di questi orientamenti, preziosi per affrontare il momento epocale che viviamo, parliamo con Stefano Fontana, teologo, filosofo e direttore dell’Osservatorio Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa.
L’idea diffusa, ed erronea, è che la Chiesa appoggi un’accoglienza cieca e illimitata. Ci sono invece dei criteri che la sua Dottrina sociale indica e che sono essenziali per gestire il fenomeno migratorio: quali?
«Al centro della visione della Dottrina sociale della Chiesa sta il concetto di “bene comune”. Il bene comune ha un significato analogico e non univoco. Ciò significa che c’è il bene comune dei migranti, ma anche quello delle comunità da cui essi migrano ed anche quello delle nazioni che li accolgono. Inoltre, il bene comune è un fine che non può ammettere ogni mezzo, come per esempio la tratta di persone umane e la pianificazione delle morti in mare. Il criterio dell’accoglienza indiscriminata riduce il senso del bene comune ed è di fatto una abdicazione alla ragione politica. Fingere che le Ong del mare siano fate benefattrici e che traggano i loro finanziamenti dal nulla significa congelare il bene comune. Esiste il diritto ad essere soccorso nel pericolo ma non esiste il diritto assoluto ad immigrare».
L’invito cristiano all’accoglienza e alla solidarietà come va dunque compreso e applicato?
«Accoglienza e solidarietà applicate alle migrazioni sono categorie politiche che devono seguire i criteri della ragione politica, secondo la quale non si può accogliere tutti né si può accogliere tutto. La solidarietà, quando è cieca, produce danni da qualche parte».
Una parola molto usata è «integrazione» ma resta vuota e di conseguenza disattesa: cosa significa e cosa comporta?
«Il concetto di integrazione è ideologico perché alla sua luce non ci si chiede se quanti vogliamo integrare siano integrabili e vogliano integrarsi. Si pensa che chi integra lo debba fare comunque, e si presuppone che la società che integra sia disposta a cambiare di identità a seguito dell’integrazione. Questi tre presupposti non realistici impediscono l’integrazione, e infatti nell’Europa dell’integrazione non prevalgono le società integrate ma una balcanizzazione di comunità chiuse e di Stati nello Stato, con leggi, economie e sistemi di solidarietà propri».
Due temi di cui si parla poco sono il diritto - evidenziato da Benedetto XVI e prima ancora da Giovanni Paolo II - a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra - e la posizione di tanti vescovi africani che dissuadono i propri figli a emigrare: perché?
«Oggi c’è l’obiettivo di una società multi-religiosa, voluta certamente dai molti poteri del Deep State e anche da molti organismi istituzionali. L’appello al principio del diritto a non emigrare ha questo senso di non porre la società multireligiosa al di sopra del bene comune. Le persone hanno diritto alla loro terra, alla loro nazione, alla loro cultura e alla loro storia come fattori identificanti, non assoluti certamente, ma elementi realistici del bene comune. Certo, hanno anche il diritto di emigrare in caso di bisogno o per una libera decisione personale, ma non devono essere costretti a farlo, perché diventerebbero degli sradicati e indebolirebbero le loro comunità di origine. I vescovi africani hanno ragione, sono quelli europei a non vedere bene le cose, perché qui le ideologie hanno fatto più strada».
Chi non sa più chi è non può nemmeno accogliere: quanto conta quello che papa Francesco ha chiamato «il dovere dell’identità» per la riuscita del dialogo (Discorso ai Partecipanti alla Conferenza internazionale per la Pace, 2017, ndr) e il senso di «nazione» per la riuscita della convivenza?
«È vero, l’Occidente che non sa più chi sia non può accogliere e tantomeno integrare. Così il pluralismo religioso diventa un nuovo elemento del relativismo soggettivistico delle nostre società del privatismo consumistico. Senza sapere cosa siano vita e morte, uomo e donna, mamma e papà … senza più nessun riferimento ad una dimensione di indisponibilità, vale a dire di trascendenza, cosa abbiamo da proporre alle civiltà che entrano in casa nostra con le migrazioni? Giovanni Paolo II, però, diceva che uno dei criteri per governare le immigrazioni era anche quello di preservare la propria identità culturale, la propria anima spirituale da parte delle nazioni ospitanti. Il che rimanda ad un diritto a selezionare le immigrazioni, un principio, questo, oggi politicamente molto scorretto».
Il crescente numero di sbarchi suscita in molti la sensazione che quello che viene presentato come un fenomeno naturale e spontaneo nasconda un’organizzazione e una pianificazione, non solo «logistica» ma culturale: la condivide?
«Ormai è più di una sensazione. Non c’è dubbio che dietro a tutto ciò ci sia un piano. Ci sono autorevoli testimonianze in questo senso, da Kissinger a Ban-Ki-moon. Spiace che il magistero ecclesiastico attuale non solo non tocchi questo tema ma dia il proprio contributo ad una ideologia mondialista che intende attuare una società multireligiosa per arrivare infine ad una unica religione mondiale di tipo sincretistico».






