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2023-09-29
Spread a 200 e Btp a un passo dal 5%. Mercati e Ue puntano contro l’Italia
La nota di aggiornamento al Def varata ieri dal consiglio dei ministri (di cui ancora non si conosce il testo, né un numero ufficiale del debito 2023 su cui misurare il calo dello stesso fino al 2026) è una cornice super prudente che abbassa gli obiettivi di crescita del Pil reale allo 0,8% nel 2023 (dall’1% fissato ad aprile) e all’1,2% nel 2024 (dall’1,5% precedente) mentre l’obiettivo di deficit di bilancio è stato alzato al 5,3% del Pil nel 2023 (dal 4,5% fissato ad aprile), a causa dell’impatto dei crediti d’imposta per le ristrutturazioni edilizie, ovvero il superbonus. Questa la cronica in cui verrà incardinata la manovrina, come l’ha definita ieri La Verità sottolineando che a disposizione per la legge di bilancio ci saranno solo 22 miliardi. Eppure questa prudenza non è bastata per fermare il rialzo dello spread tra Btp e Bund che ieri pomeriggio è salito a un passo dai 200 punti base – livelli che non vedeva da marzo – per poi chiudere in ritirata a 195 punti. La progressiva revoca del sostegno della Bce – le cui scelte, lo abbiamo scritto anche ieri, rilanciano il ballo dello spread - e una dinamica del disavanzo peggiore del previsto iniziano a incidere sul costo del debito, sostengono gli analisti. Preoccupati più che altro dalla velocità della salita del differenziale (è già rimbalzato più volte fino a 250-300 punti base negli ultimi quattro anni però l’aumento in questo caso è stato di 50 punti base in soli due giorni) e dal fatto che banche d’affari come Morgan Stanley si aspettassero un balzo di tale entità verso fine anno e invece è avvenuto con tre mesi di anticipo. In un contesto, ricordiamolo, di Quantitative Tightening – ovvero di un alleggerimento - da parte della Bce, che riduce la domanda di obbligazioni e mentre l’aumento dei tassi continua ad alimentare l’incertezza. Nelle sale operative, più che sullo spread i riflettori sono accesi soprattutto sul rendimento del Btp decennale italiano che, sul circuito Mts, ha superato il picco del 4,93% segnato lo scorso 28 settembre portandosi al 4,94%: oltre questa soglia, su livelli più prossimi al 5%, bisogna risalire al 2012 per rintracciare livelli di rendimento ugualmente elevati.
Il disimpegno di Francoforte dall’acquisto dei titoli, pesa. La stessa corsa al rialzo dei rendimenti, evidente già da inizio settimana nel corso delle prime aste di titoli di Stato è conseguenza diretta dell’ultima riunione della Bce. Nel momento in cui il board della banca centrale ha deciso di alzare i tassi dello 0,25%, portando il tasso di riferimento al 4,5%, gli investitori si sono spaventati non solo per i possibili ulteriori rialzi, ma anche per la paura che si possa restare a lungo su valori così alti. Ma è chiaro che i mercati si stanno di nuovo muovendo (con sommo gaudio dei mistici dello spread nostrani). E vengono lanciati messaggi anche politici, tipo: più di così non potete fare ma non basta.
Ieri il Financial Times, nella sua edizione online, ha sottolineato che i rendimenti sul mercato obbligazionario dell’eurozona sono ai massimi da dieci anni per le preoccupazioni degli investitori per le alte previsioni sul deficit di Italia e Francia e le attese che le banche centrali manterranno i tassi di interesse più alti più a lungo. Il rendimento dei titoli a 10 anni dell’Italia è salito di 0,12 punti percentuali al 4,89%, il livello più alto dal 2013.
Il rendimento dei titoli di stato francesi a 10 anni è balzato al 3,5%, il livello più alto dal 2011, dopo che il governo è stato criticato mercoledì dall’autorità di vigilanza fiscale del Paese per non tagliare la spesa pubblica abbastanza da evitare di violare le regole fiscali dell’Ue l’anno prossimo. Ai massimi del decennio anche i rendimenti dei titoli tedeschi a dieci anni, al 2,93%, e di quelli spagnoli, saliti oltre il 4%. «È probabile che i deficit di bilancio siano maggiori di quanto precedentemente previsto. I mercati semplicemente non tollerano quelli che sembrano essere deficit non solo ciclici ma strutturalmente più elevati», ha dichiarato all’Ft Mike Riddell, gestore di Allianz Global Investors.
Nel frattempo, la Bce nell’ultimo bollettino economico scrive che «i mercati dei titoli di Stato hanno mostrato capacità di tenuta anche rispetto alla minore presenza dell’Eurosistema sul mercato. L’assenza di significative pressioni al rialzo sui differenziali, nonostante l’interruzione dei reinvestimenti nell’ambito del programma di acquisto di attività a partire da luglio e il consueto minimo che le condizioni di liquidità registrano nei mesi estivi, suggerisce che gli investitori privati stiano continuando ad assorbire le obbligazioni non più acquistate dall’Eurosistema senza gravi difficoltà».
Incentivi a chi rinuncia a quota 103
Le politiche monetarie restrittive della Bce drenano dal bilancio dello Stato 14 miliardi di euro e a 14 miliardi di euro ammonta il deficit della prossima manovra. Non usa direttamente queste parole, ma è questo il senso del discorso del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Chiamato a commentare la Nadef, il titolare del Mef respinge al mittente i reiterati tentativi dell’opposizione di far passare la legge di bilancio come un terreno di scontro con l’Europa e con i mercati che stanno allargando la distanza, lo spread, tra i nostri titoli di Stato a 10 anni e il benchmark del debito costituito dal bund tedesco, ieri arrivato intorno a quota 200. «La manovra», evidenzia il leghista, «è improntata al principio della responsabilità e della prudenza con interventi indispensabili e necessari per assicurare la coesione sociale. L’aumento dei tassi d’interesse brucia risorse nell’ordine di 14-15 miliardi, sottratti ovviamente a interventi attivi a favore dell’economia e delle famiglie: è un buon motivo per non creare debito ma ovviamente dobbiamo ridurre gli effetti negativi su tutti noi».
Come finanziare diversamente il taglio (un rinnovo del taglio) del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti fino a 35 mila euro di reddito lordo (costo intorno agli 11 miliardi) e come altrimenti trovare le risorse per il primo assaggio di vero taglio delle tasse con l’accorpamento delle prime due aliquote Irpef, portando quella minima fino alla soglia dei 28.000 euro?
Poi ci sarà spazio anche per altro. Ma qui è tutto in divenire. Sono, infatti, 31 i disegni di legge collegati alla manovra e di questi, alcuni sono già all’esame del Parlamento. Si parte dagli interventi a sostegno della competitività dei capitali e si arriva fino alle misure in materia di semplificazione normativa, di disciplina pensionistica, di sostegno alle politiche per il lavoro, di contrasto alla povertà e sostegno alla maternità e alle famiglie numerose. Non solo perché sono allo studio le norme corrette per realizzare le infrastrutture di preminente interesse nazionale e altri interventi strategici in materia di lavori pubblici, anche per il potenziamento del trasporto e della logistica.
Spiccano il capitolo pensioni e infrastrutture.
Sul lato previdenziale uno degli obiettivi è quello di portare le pensioni minime a 700 euro. Centrale quota 103, cioè la possibilità di andare in pensione con 62 anni d’età e 41 di contributi, insieme all’Ape sociale, un assegno fino a 1.500 euro a partire dall’età di 63 anni, con 30 o 36 anni di contributi a secondo dei casi. Da ricordare l’incentivo per restare a lavorare. Chi ha maturato i requisiti per Quota 103 può restare in ufficio vedendosi girati in busta paga i contributi a suo carico.
Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, poi, ha chiarito che in manovra ci sarà un primo finanziamento per il Ponte sullo Stretto: «Quando fai la legge di bilancio cadono tanti uccelli del malaugurio perché o un finanziamento per il ponte c’è o non c’è. Tertium non datur. E siccome ci sarà l’obiettivo è che il primo treno attraversi il collegamento stabile tra Palermo, Reggio, Roma, Milano, Berlino e Stoccolma, nel 2032».
E veniamo alle prossime tappe. La Nadef approvata dal Consiglio dei ministri passa ora al vaglio delle Camere, per il via libera, in tempi brevissimi, anche perché il documento programmatico di bilancio dovrà essere notificato a Bruxelles entro il 15 ottobre. La Commissione europea non si è ancora espressa e ha dato appuntamento al 21 novembre per un parere ufficiale. Il passo successivo sarà la stesura della legge di bilancio, che dovrà essere approvata dal parlamento entro il 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio.
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A Bruxelles e ai fondi non basta la prudenza della manovra che non dovrebbe superare i 22 miliardi. Pesano le decisioni della Bce. Preoccupa la crescita del rendimento del decennale ai massimi da 10 anni.Si punta ad aumentare l’assegno minimo. Previsti più soldi per restare al lavoro una volta raggiunti i requisiti minimi. Matteo Salvini: ci saranno risorse per costruire il PonteLo speciale contiene due articoliLa nota di aggiornamento al Def varata ieri dal consiglio dei ministri (di cui ancora non si conosce il testo, né un numero ufficiale del debito 2023 su cui misurare il calo dello stesso fino al 2026) è una cornice super prudente che abbassa gli obiettivi di crescita del Pil reale allo 0,8% nel 2023 (dall’1% fissato ad aprile) e all’1,2% nel 2024 (dall’1,5% precedente) mentre l’obiettivo di deficit di bilancio è stato alzato al 5,3% del Pil nel 2023 (dal 4,5% fissato ad aprile), a causa dell’impatto dei crediti d’imposta per le ristrutturazioni edilizie, ovvero il superbonus. Questa la cronica in cui verrà incardinata la manovrina, come l’ha definita ieri La Verità sottolineando che a disposizione per la legge di bilancio ci saranno solo 22 miliardi. Eppure questa prudenza non è bastata per fermare il rialzo dello spread tra Btp e Bund che ieri pomeriggio è salito a un passo dai 200 punti base – livelli che non vedeva da marzo – per poi chiudere in ritirata a 195 punti. La progressiva revoca del sostegno della Bce – le cui scelte, lo abbiamo scritto anche ieri, rilanciano il ballo dello spread - e una dinamica del disavanzo peggiore del previsto iniziano a incidere sul costo del debito, sostengono gli analisti. Preoccupati più che altro dalla velocità della salita del differenziale (è già rimbalzato più volte fino a 250-300 punti base negli ultimi quattro anni però l’aumento in questo caso è stato di 50 punti base in soli due giorni) e dal fatto che banche d’affari come Morgan Stanley si aspettassero un balzo di tale entità verso fine anno e invece è avvenuto con tre mesi di anticipo. In un contesto, ricordiamolo, di Quantitative Tightening – ovvero di un alleggerimento - da parte della Bce, che riduce la domanda di obbligazioni e mentre l’aumento dei tassi continua ad alimentare l’incertezza. Nelle sale operative, più che sullo spread i riflettori sono accesi soprattutto sul rendimento del Btp decennale italiano che, sul circuito Mts, ha superato il picco del 4,93% segnato lo scorso 28 settembre portandosi al 4,94%: oltre questa soglia, su livelli più prossimi al 5%, bisogna risalire al 2012 per rintracciare livelli di rendimento ugualmente elevati.Il disimpegno di Francoforte dall’acquisto dei titoli, pesa. La stessa corsa al rialzo dei rendimenti, evidente già da inizio settimana nel corso delle prime aste di titoli di Stato è conseguenza diretta dell’ultima riunione della Bce. Nel momento in cui il board della banca centrale ha deciso di alzare i tassi dello 0,25%, portando il tasso di riferimento al 4,5%, gli investitori si sono spaventati non solo per i possibili ulteriori rialzi, ma anche per la paura che si possa restare a lungo su valori così alti. Ma è chiaro che i mercati si stanno di nuovo muovendo (con sommo gaudio dei mistici dello spread nostrani). E vengono lanciati messaggi anche politici, tipo: più di così non potete fare ma non basta. Ieri il Financial Times, nella sua edizione online, ha sottolineato che i rendimenti sul mercato obbligazionario dell’eurozona sono ai massimi da dieci anni per le preoccupazioni degli investitori per le alte previsioni sul deficit di Italia e Francia e le attese che le banche centrali manterranno i tassi di interesse più alti più a lungo. Il rendimento dei titoli a 10 anni dell’Italia è salito di 0,12 punti percentuali al 4,89%, il livello più alto dal 2013.Il rendimento dei titoli di stato francesi a 10 anni è balzato al 3,5%, il livello più alto dal 2011, dopo che il governo è stato criticato mercoledì dall’autorità di vigilanza fiscale del Paese per non tagliare la spesa pubblica abbastanza da evitare di violare le regole fiscali dell’Ue l’anno prossimo. Ai massimi del decennio anche i rendimenti dei titoli tedeschi a dieci anni, al 2,93%, e di quelli spagnoli, saliti oltre il 4%. «È probabile che i deficit di bilancio siano maggiori di quanto precedentemente previsto. I mercati semplicemente non tollerano quelli che sembrano essere deficit non solo ciclici ma strutturalmente più elevati», ha dichiarato all’Ft Mike Riddell, gestore di Allianz Global Investors. Nel frattempo, la Bce nell’ultimo bollettino economico scrive che «i mercati dei titoli di Stato hanno mostrato capacità di tenuta anche rispetto alla minore presenza dell’Eurosistema sul mercato. L’assenza di significative pressioni al rialzo sui differenziali, nonostante l’interruzione dei reinvestimenti nell’ambito del programma di acquisto di attività a partire da luglio e il consueto minimo che le condizioni di liquidità registrano nei mesi estivi, suggerisce che gli investitori privati stiano continuando ad assorbire le obbligazioni non più acquistate dall’Eurosistema senza gravi difficoltà».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spread-a-200-e-btp-a-un-passo-dal-5-mercati-e-ue-puntano-contro-litalia-2665755613.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="incentivi-a-chi-rinuncia-a-quota-103" data-post-id="2665755613" data-published-at="1695928603" data-use-pagination="False"> Incentivi a chi rinuncia a quota 103 Le politiche monetarie restrittive della Bce drenano dal bilancio dello Stato 14 miliardi di euro e a 14 miliardi di euro ammonta il deficit della prossima manovra. Non usa direttamente queste parole, ma è questo il senso del discorso del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Chiamato a commentare la Nadef, il titolare del Mef respinge al mittente i reiterati tentativi dell’opposizione di far passare la legge di bilancio come un terreno di scontro con l’Europa e con i mercati che stanno allargando la distanza, lo spread, tra i nostri titoli di Stato a 10 anni e il benchmark del debito costituito dal bund tedesco, ieri arrivato intorno a quota 200. «La manovra», evidenzia il leghista, «è improntata al principio della responsabilità e della prudenza con interventi indispensabili e necessari per assicurare la coesione sociale. L’aumento dei tassi d’interesse brucia risorse nell’ordine di 14-15 miliardi, sottratti ovviamente a interventi attivi a favore dell’economia e delle famiglie: è un buon motivo per non creare debito ma ovviamente dobbiamo ridurre gli effetti negativi su tutti noi». Come finanziare diversamente il taglio (un rinnovo del taglio) del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti fino a 35 mila euro di reddito lordo (costo intorno agli 11 miliardi) e come altrimenti trovare le risorse per il primo assaggio di vero taglio delle tasse con l’accorpamento delle prime due aliquote Irpef, portando quella minima fino alla soglia dei 28.000 euro? Poi ci sarà spazio anche per altro. Ma qui è tutto in divenire. Sono, infatti, 31 i disegni di legge collegati alla manovra e di questi, alcuni sono già all’esame del Parlamento. Si parte dagli interventi a sostegno della competitività dei capitali e si arriva fino alle misure in materia di semplificazione normativa, di disciplina pensionistica, di sostegno alle politiche per il lavoro, di contrasto alla povertà e sostegno alla maternità e alle famiglie numerose. Non solo perché sono allo studio le norme corrette per realizzare le infrastrutture di preminente interesse nazionale e altri interventi strategici in materia di lavori pubblici, anche per il potenziamento del trasporto e della logistica. Spiccano il capitolo pensioni e infrastrutture. Sul lato previdenziale uno degli obiettivi è quello di portare le pensioni minime a 700 euro. Centrale quota 103, cioè la possibilità di andare in pensione con 62 anni d’età e 41 di contributi, insieme all’Ape sociale, un assegno fino a 1.500 euro a partire dall’età di 63 anni, con 30 o 36 anni di contributi a secondo dei casi. Da ricordare l’incentivo per restare a lavorare. Chi ha maturato i requisiti per Quota 103 può restare in ufficio vedendosi girati in busta paga i contributi a suo carico. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, poi, ha chiarito che in manovra ci sarà un primo finanziamento per il Ponte sullo Stretto: «Quando fai la legge di bilancio cadono tanti uccelli del malaugurio perché o un finanziamento per il ponte c’è o non c’è. Tertium non datur. E siccome ci sarà l’obiettivo è che il primo treno attraversi il collegamento stabile tra Palermo, Reggio, Roma, Milano, Berlino e Stoccolma, nel 2032». E veniamo alle prossime tappe. La Nadef approvata dal Consiglio dei ministri passa ora al vaglio delle Camere, per il via libera, in tempi brevissimi, anche perché il documento programmatico di bilancio dovrà essere notificato a Bruxelles entro il 15 ottobre. La Commissione europea non si è ancora espressa e ha dato appuntamento al 21 novembre per un parere ufficiale. Il passo successivo sarà la stesura della legge di bilancio, che dovrà essere approvata dal parlamento entro il 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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