
In arrivo a stretto giro la revisione del prezzario per la ricostruzione degli immobili danneggiati dal sisma del 2016. L’aumento dovrebbe attestarsi al 20 per cento. Ma non è escluso che la percentuale possa anche essere più elevata. Tutto dipende dall’intesa finale fra tutti i soggetti in gioco per arrivare all’ordinanza del commissario straordinario d’intesa con i governatori di Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche.
Proprio di questo su è discusso ieri nella Cabina di coordinamento costituita dal commissario straordinario, Giovanni Legnini, dai governatori delle regioni interessate, nonché dai rappresentanti dei sindaci e dell’Anci. L’argomento non è del resto di poco conto se si pensa che il valore stimato della ricostruzione, pubblica e privata, è attorno ai 27 miliardi. Una parte del patrimonio edilizio è stato naturalmente già ricostruito.
Ma ancora resta molto da fare. E, con la fiammata inflazionistica e la penuria di materie prime, la macchina si è inceppata. Molti cantieri sono fermi perché non riescono a procurarsi le materie prime e perché il costo dei lavori è improvvisamente lievitato rispetto alle stime iniziali. Di qui la necessità di revisione del prezzario. Sul quantum, Lazio, Umbria e Abruzzo hanno già espresso parere positivo per un ritocco al rialzo del prezzario del 20 per cento.
La Regione Marche starebbe invece ancora facendo le sue verifiche perché teme la quota potrebbe non essere sufficiente a coprire il rincaro dei prezzi. In generale, «l’ordinanza punta a rispondere ai problemi innescati nella ricostruzione pubblica e privata dell’aumento dei prezzi di molti materiali edili con un incremento del contributo per le nuove domande, e consentendo un recupero dei maggiori costi a chi ha redatto i progetti sulla base dei vecchi prezzi e ha già avviato i lavori» si legge in una nota del Commissario straordinario Ricostruzione Sisma 2016.
CANTIERI 2021
La ricostruzione intanto ha fatto passi in avanti. Il 2021 è stato un anno record per la ricostruzione privata con l’approvazione di 5.200 decreti di contributo ed altrettanti cantieri, tanti quanti nei quattro anni precedenti. Secondo quanto riferisce un report del commissario straordinario, la tendenza è confermata nei primi dati del 2022: a gennaio, grazie alla definizione delle domande per i danni lievi presentate in forma semplificata, sono stati approvate altre 900 richieste di contributo, portando il numero totale delle richieste approvate a 13 mila, per un importo di 3,8 miliardi.
«La ricostruzione del centro Italia avanza, grazie alle semplificazioni e a un lavoro corale degli uffici regionali e comunali , che hanno migliorato la loro produttività e grazie all’apporto di professionisti e imprese - ha detto il commissario Legnini -Ma c’è ancora molto da fare».
La prima visita di un leader occidentale nel Golfo dall’inizio della guerra in Iran è il segnale inequivocabile che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha archiviato i dossier spinosi per rivolgere l’attenzione alle vere emergenze del Paese che, come ha scritto il direttore Maurizio Belpietro, sono i soldi, la sicurezza e la salute.
Si comincia dai primi, perché la guerra in corso promette di far schizzare di nuovo l’inflazione alle stesse. Per questo ieri mattina, dopo un vertice di maggioranza convocato la sera precedente, i ministri si sono riuniti in un Cdm organizzato per prorogare le misure adottate per sterilizzare il rincaro energetico. «Il governo è intervenuto con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici. È una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell’energia e sull’economia» ha scritto Meloni sui social, sottolineando che «sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il governo continuerà a monitorare con la massima attenzione l’evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro».
Giancarlo Giorgetti nella conferenza stampa post Cdm ha chiarito che le coperture ci poteranno fino all’inizio di maggio. «L’onere di queste misure sono intorno ai 500 milioni. Per 200 milioni c’è l’autocopertura che deriva dall’incremento del gettito Iva; per 300 milioni sono risorse che sono state recuperate sostanzialmente sulle risorse Ets - CO2 che non erano state ancora utilizzate, avendo premura di non toccare quelle originariamente destinate al sollievo degli energivori» ha precisato, ma per quanto riguarda il futuro bisognerà capire che verso prenderà la guerra. Questo lo scopo della missione di Meloni. Ieri pomeriggio è giunta a Gedda in Arabia Saudita, la prima visita nella regione da parte di un leader di Ue, G20 e Nato dall’inizio del conflitto, con incontri in programma con i principali rappresentanti di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo della missione è rafforzare le relazioni con queste nazioni e ribadire il sostegno dell’Italia di fronte agli attacchi iraniani, consolidando al contempo un partenariato strategico sempre più solido. Il focus principale resta quello della sicurezza energetica nazionale. Il Golfo rappresenta infatti una fonte cruciale di petrolio e gas per l’Italia e ha un ruolo determinante nell’andamento dei prezzi energetici globali.
Dopo la tappa in Algeria e quella nei Paesi del Golfo, Meloni ha in programma un viaggio in Azerbaigian. Una missione che potrebbe svolgersi a maggio o giugno.
La missione serve anche per il nodo sicurezza che si intreccia a doppio filo con l’emergenza degli immigrati irregolari. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo. Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi Paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate. Intanto l’ambasciata iraniana in Italia ieri su X ha scritto: «Se l’Italia è preoccupata per il blocco dello Stretto di Hormuz, allora pretenda la fine della guerra».
«Le interlocuzioni con Teheran esistono, a livello diplomatico» spiegano le fonti italiane, «noi come altri non le abbiamo mai interrotte». Quindi alla domanda se vi siano interlocuzioni in corso «la risposta è sì», e si sta cercando di negoziare «per arrivare a una cessazione delle ostilità come tutti stanno cercando di fare, a livello quantomeno europeo».
Sul fronte interno, dopo lo spacchettamento delle deleghe lasciate da Andrea Delmastro al ministero della Giustizia, è stato trovato un nome per il ministero del Turismo. A sostituire Daniela Santanchè è il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, stimato da tutti i colleghi della maggioranza, che ieri ha giurato al Colle dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Meloni, inoltre, in un’intervista al Tg1 ieri sera, è tornata sulla questione Sigonella: «Continuo a ritenere che sul piano geopolitico l’Europa non abbia molto da guadagnare da una divaricazione con gli Stati Uniti, però il nostro lavoro è soprattutto quello di difendere i nostri interessi nazionali e quando non siamo d’accordo dobbiamo dirlo e, stavolta, noi non siamo d’accordo».
«Che il governo va avanti l’ho detto un minuto dopo l’esito del referendum. Non abbiamo tempo da perdere, particolarmente in un momento come questo. A me divertono le ricostruzioni su dimissioni e rimpasti che però per me sono alchimie di palazzo, chi vuole continui pure a parlare di questo che noi intanto continuiamo a fare il nostro lavoro per il bene di questa nazione», ha aggiunto il premier.
- Il ministro dell’Economia avverte che, se la crisi persiste, sarà inevitabile ripensare il tetto al disavanzo. Ma dall’Unione frenano: non si tocca finché non scorre il sangue.
- Intervistato dal «Financial Times», il commissario all’Energia Dan Jorgensen spiega che i controlli sui consumi sono una possibilità all’orizzonte. Il modello è sempre quello dei lockdown.
Lo speciale contiene due articoli
Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.
In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».
Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».
Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.
Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».
La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.
Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.
E l’incubo razionamenti si avvicina
Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorgensen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.
Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».
Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.
La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».
Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.
L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.
E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.
Il disastro della Nazionale e il conseguente terremoto in Figc che ha portato alle dimissioni del presidente Gabriele Gravina, del capo delegazione Gianluigi Buffon e del ct Gennaro Gattuso aprono ora due mesi e mezzo di transizione tanto delicata quanto decisiva per il futuro del calcio italiano. Un vuoto di potere che imporrebbe scelte rapide, ma soprattutto credibili, costruite più sulle idee e sui programmi che sui nomi, in vista delle elezioni federali del 22 giugno.
Tra manovre di palazzo, candidature in via di definizione e la necessità di ricostruire dalle macerie di un fallimento storico che ha di fatto cancellato l’Italia dalla mappa mondiale del pallone, la domanda che in molti si fanno in questi giorni, oltre a chi prenderà in mano la Figc e con quale progetto, è se davvero si potrà arrivare a un profondo cambiamento strutturale. Ne abbiamo parlato con Michele Criscitiello, giornalista e conduttore televisivo di Sportitalia, per capire cosa sta succedendo dietro le quinte di via Allegri e quali scenari si aprono da qui alle urne.
Direttore, come vedi questi mesi che ci porteranno alle elezioni?
«Parto dal fatto che Gravina si è dimesso, ma è stato obbligato a farlo. Non l’ha fatto con una forza e una volontà reale. C’è stata la politica che si è messa di mezzo e l’aspetto mediatico della mancata qualificazione ai Mondiali è stato troppo forte. Se avesse voluto farlo, non avrebbe convocato un’assemblea elettiva in 49 giorni. Non c’è nemmeno il tempo di convocare le call tra le varie componenti. Ecco, se si fossero dimesse tutte le componenti, allora il segnale sarebbe stato forte. E invece si è dimesso solo Gravina. Qua c’è un inciucio da evitare».
Quale?
«Se non si dimettono l’avvocato Viglione, Brunelli, in sostanza gli uomini di Gravina che vogliono portare avanti il suo progetto, si profila la candidatura di Giancarlo Abete. Se passa il nome di Abete sarà comunque un Gravina bis. Anche peggio, perché non cambierà nulla. Per scardinare il sistema devono cambiare gli uomini».
Tra gli altri nomi che circolano, ci sono anche Paolo Bedin e Matteo Marani.
«Ecco. Questo è il secondo scenario. Se passa Bedin significa che Gravina ha fatto un accordo con Andrea Abodi (ministro dello Sport, ndr), perché Bedin è uomo di Abodi. Se invece passa il nome di Marani, è sempre un’ipotesi spalleggiata da Gravina. Ma poi vedrai che Marani, come ha fatto con la Lega Pro, ignorerà Gravina e farà tutto quello che vuole».
E poi c’è Giovanni Malagò.
«Malagò è l’unico nome per il cambiamento. Ma non perché Malagò sia il futuro. Malagò fa parte di un cambiamento perché romperebbe con il sistema Gravina. Farebbe altri tipi di accordi, però in questo momento ha l’ostruzionismo di Abodi, perché tra i due c’è da sempre una guerra in atto».
E gli altri nomi di ex campioni come Maldini, Rivera, Del Piero?
«Quelli sono solo nomi di facciata per il popolo, ma sono figure completamente fuori dalla politica sportiva e a cui non farebbero nemmeno toccare palla in uno scenario come questo. Ripeto: l’unica soluzione credibile per me è che la Lega di A porti avanti Malagò».
Ma quindi, tracciando una mappa del potere che c’è adesso in Figc, pare di capire che Gravina può ancora muovere una fetta consistente di voti in vista delle elezioni per la sua successione. Così non cambierà davvero nulla nel sistema?
«Non è detto. C’è una battaglia politica che durerà 49 giorni. Se passa Malagò, significa che il sistema Gravina è messo da parte. Se non passa Malagò, il sistema Gravina è uscito dalla porta e rientrato dalla finestra. Dobbiamo vigilare su questo. Ma il grande nemico di questo inciucio, sai qual è?
Quale?
«Che di ’sta roba ne parla solo Criscitiello su Sportitalia tutti i giorni da dieci anni. Altrove non gliene frega niente a nessuno. Esce l’Italia dal Mondiale: ok ne parlano tutti. Poi? Ora c’è Pasqua, Pasquetta, le grigliate. Riparte il campionato. C’è Inter-Roma, Napoli-Milan. E tutti si dimenticano di quello che è successo e che il 22 giugno ci sono le elezioni federali. Invece no. L’aspetto mediatico è fondamentale per continuare a battagliare fino a che non salta il sistema che è sempre più marcio».
A proposito, come giudichi l’intervento del presidente dell’Aiac Renzo Ulivieri che ha detto che Gravina non avrebbe dovuto dimettersi?
«Uno schifo totale. Ma è naturale. Ulivieri guadagna 150.000 euro di stipendio, ha 85 anni ed è attaccato alla poltrona. Perché non dimentichiamoci che qua non è solo una volontà di potere, è una volontà economica».
Cioè?
«Gravina guadagna più di un milione di euro. Ulivieri 150.000 euro. Marani, 250.000 da presidente della Lega Pro e altri 120.000 da presidente del Museo di Coverciano. Parliamo di 370.000 euro quando il premier in Italia, Giorgia Meloni, ne guadagna 180.000 per guidare il Paese. Questo ti fa capire che il sistema è morto».
Anche il presidente dell’Uefa, Čeferin, è intervenuto in difesa di Gravina, minacciando anche l’Italia in vista di Euro 2032 per gli stadi.
«Čeferin si deve fare i fatti suoi. Primo perché il calcio italiano non lo conosce nemmeno. Secondo perché ha fatto fare uno spareggio mondiale su un campo di Serie C senza nemmeno la goal-line technology. E va a difendere l’amichetto Gravina a cui, vedrai, darà qualche incarico per l’Europeo del 2032. Questo è poco, ma sicuro».
Ieri per ultimo si è dimesso Gattuso. Cosa succede sulla panchina fino a giugno?
«Per l’amichevole di giugno possono far salire uno degli allenatori delle giovanili. Tra l’altro noi abbiamo allenatori bravi nel settore giovanile. Alberto Bollini nell’Under 19, Carmine Nunziata nell’Under 20. Tutta gente seria. Si va ad interim con un allenatore, anche se Abodi ha già fatto invasione di campo contattando personalmente Mancini. Una cosa senza alcun senso perché non rientra nelle competenze del ministro dello Sport la scelta del prossimo ct».













