La sinistra perde la testa, insulta e proclama lo sciopero del brindisi

Quando passi il tempo a eleggerti da solo - nel senso che la maggioranza non ti vota ma tu finisci al governo lo stesso - qualche disturbo insorge. L’universo progressista italiano (con l’aggiunta di qualche presunto liberale) ha evidentemente sviluppato una forma particolarmente perniciosa di demofobia, che letteralmente sarebbe la paura della folla, ma qui si tramuta in paura del popolo e delle sue decisioni, e si manifesta sotto forma di terrore della democrazia. La prima crisi a sinistra l’hanno avuta con l’elezione di Ignazio La Russa a Palazzo Madama, ma han dovuto controllarsi, se non altro perché qualcuno di loro ha contribuito. Poi, però, il leghista Lorenzo Fontana è diventato presidente della Camera, e i fragilissimi argini psichici del gauchiste medio si sono sbriciolati.
A quanto sembra, i principali esponenti della sinistra istituzionale hanno dovuto fare immediato ricorso ad appositi farmaci, e dunque sono stati costretti a evitare l’assunzione di alcolici, fortemente sconsigliata in questi casi. Dev’essere per questo che Debora Serracchiani del Partito democratico e Francesco Silvestri del Movimento 5 stelle non si sono presentati al tradizionale brindisi con cui, a Montecitorio, si accoglie da anni ogni nuovo presidente. Nella sua piccolezza, questo sciopero della bevuta esala una tristezza sconfinata e risulta pateticamente emblematico. Gli stessi politici che - quando si tratta di occupare posti nell’esecutivo - si riempiono ogni orifizio con «l’unità nazionale» hanno deciso di non mostrare nemmeno il minimo (dovuto) rispetto nei confronti di un collega dell’opposto versante. Per altro, esponente di un partito con cui hanno governato fino all’altro ieri, e con cui hanno condiviso plurimi voti. Il punto, però, non è tanto il disprezzo esibito nei confronti di Fontana, ma quello nei riguardi della maggioranza che ha liberamente votato per defenestrare Enrico Letta e i suoi sodali.
Manco a dirlo, è stato proprio il segretario del Pd a dare il via al delirio collettivo. «Peggio di così nemmeno con l’immaginazione più sfrenata. L’Italia non merita questo sfregio. Putin festeggia», ha twittato Letta. Che poi ha proseguito col batticuore: «Mi sembra che la scelta che è stata fatta oggi come presidente della Camera sia stata assolutamente contro l’interesse del Paese», ha detto. «Una scelta sbagliata e che conferma quello che abbiamo sempre pensato, che questa è una maggioranza sempre più verso il sovranismo e la destra». Già: è proprio una maggioranza «verso la destra», e per un motivo semplice: gli elettori hanno votato a destra, pensa te. Ovviamente non è stato l’unico a dare di matto. Laura Boldrini è semplicemente esplosa: «Putiniano mai pentito, antiabortista, contro le persone Lgbtqia+, tifoso dell’ultradestra euroscettica e antimmigrazione nell’Ue. Un nemico di diritti civili e autodeterminazione delle donne», ha scritto la fu presidenta. Piccolo inciso: la Boldrini, da presidente della Camera, si premurò di invitare a Montecitorio il grande imam della moschea di Al-Azhar, quello che difendeva il diritto del maschio di tirare sberle alle donne.
Ivan Scalfarotto ha delirato di «orbanizzazione dell’Italia». Il segretario pd in pectore, Stefano Bonaccini, è stato appena più morbido, lamentando la mancanza di inclusività, antifascismo ed europeismo. Carlo Calenda ha definito Fontana «filo putiniano della prima ora». E meno male che non hanno brindato, se no chissà che altro avrebbero scritto questi fenomeni.
Tweet e ragli si sono susseguiti per tutta la giornata di ieri senza un attimo di sosta. E non sono mancate le imperdibili esternazioni del cosiddetto ceto intellettuale (giornalistici, attori, Vip assortiti). Rula Jebreal si è premurata di informare i vertici di Nato e Unione europea che Fontana è «un noto supporter di Putin». Luca Bizzarri si è speso per ricordare a tutti che il neopresidente è un ultracattolico e dunque ha «una malattia». Purtroppo la cantante Francesca Michielin, che aveva promesso di fare «resistenza», era troppo impegnata a promuovere il nuovo singolo e non ha regalato perle.
Ora, proviamo per un attimo a mettere da parte la psicopatia, e cerchiamo di ragionare sulle accuse mosse a Fontana. Lo definiscono putiniano, ed è senz’altro vero che si oppose alle sanzioni alla Russia (cosa per altro saggia, visto che hanno danneggiato soprattutto l’Italia). Pensate: lo fece nello stesso periodo in cui Enrico Letta si recava da Putin a baciargli la pantofola. Di recente, poi, non ci risulta che la Lega abbia votato sulla questione ucraina diversamente dai progressisti.
Dicono poi che il novello presidente della Camera sia razzista e omofobo. Ma non ci risulta che, nemmeno da ministro della Famiglia, abbia mai firmato leggi persecutorie nei riguardi di qualche minoranza. Infine, a Fontana viene rimproverato con virulenza di essere cattolico, cosa che dovrebbe far sorgere nei cattolici italiani tutti un filo di preoccupazione.
Lo ripetiamo: non ci importa di difendere Fontana, che può farlo da sé. Qui si tratta, semmai, di notare con quale arroganza un intero universo politico-culturale si permetta di svilire la democrazia. La destra ha vinto, ha votato i suoi presidenti (con un aiutino, per giunta) e tutto questo dovrebbe rappresentare un pericolo, uno «sfregio»? Tanto più che a cianciare di rischio autoritario e di putinismo è una parte politica che ha imposto presidenti della Camera come Roberto Fico, Fausto Bertinotti e, appunto, Laura Boldrini: non esattamente dei moderati.
Ulteriore precisazione. Fontana, come La Russa, non è stato incoronato re: è stato chiamato a svolgere un ruolo istituzionale che lo obbliga all’imparzialità. Entrambi, nei loro discorsi, hanno affermato di avere a cuore la pluralità delle visioni (La Russa ha detto addirittura che festeggerà il 25 aprile). Eppure vengono linciati mediaticamente dalla stessa sinistra che, nel corso degli anni, ha utilizzato la presidenza della Camera per le più limacciose manovre politiche. Vogliamo ricordare le trame di Pierferdy Casini (ora ricompensato con un posto in quota Pd) contro il centrodestra di cui faceva parte? Vogliamo parlare di quel che fece Gianfranco Fini con l’appoggio di tutti i media progressisti?
Sapete che c’è? Che non bisogna scandalizzarsi più di tanto. A sinistra s’arrabbiano e strepitano perché hanno perso il controllo, solo per quello. Non gliene frega niente dei diritti, dell’Ucraina, dei migranti: vogliono i soldi e il potere. E allora facciamo così, rendiamoli felici. Diamo a tutti gli scioperanti del brindisi un posto sicuro: nominiamoli ministri per il Turismo della democrazia.






