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2022-06-27
Siccità, quanti buchi nell'acqua. Tubi colabrodo e veti ecologisti: i nostri errori
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Invasi colabrodo, miliardi di litri d’acqua che finiscono in mare invece di irrigare le campagne arse dal sole, dighe abbandonate o con lavori in corso da oltre un secolo. Poi condutture vetuste che perdono per mancanza di manutenzione, reti idriche interrotte e i consueti veti ambientalisti. Come per il gas, anche per l’acqua paghiamo il conto degli sbagli del passato. Così se la guerra ucraina costringe a pentirsi della sfilza dei No (al nucleare, alle trivelle e ai rigassificatori), ora la siccità ci mette davanti allo scenario desolante di decenni di incuria e mancate scelte. Non è solo colpa del cambiamento climatico se alcune regioni sono costrette a decretare lo stato di emergenza e avviare un piano di razionamento fino allo stop all’erogazione durante la notte.
La rete infrastrutturale fa acqua da tutte le parti. In Sicilia c’è il paradosso dell’incapacità di raccogliere le grandi precipitazioni e di dover svuotare i bacini delle dighe perché non riescono a reggere la pressione dell’acqua oltre una certa soglia. Ma anche regioni virtuose del Nordovest non riescono a gestire il cambiamento delle precipitazioni, più violente e circoscritte, che distruggono e vengono immagazzinate solo in piccola parte. In Piemonte, la regione più colpita, sono oltre 200 i Comuni nei quali già si fa ricorso alle autobotti e hanno varato ordinanze che prevedono limiti e divieti. La situazione è pesante soprattutto in 145 centri del Novarese e dell’Ossolano, ma anche in provincia di Bergamo e nell’Appennino parmense e in tutta la pianura padana. Il Po si sta prosciugando e sul delta il cuneo salino, cioè l’acqua del mare che risale lungo il fiume, ha raggiunto i 21 chilometri.
I laghi sono in stato comatoso; il Maggiore ha un riempimento al 20%, quello di Como al 18% e il Garda al 60%. Il lago di Bracciano nel Lazio è a meno 25 centimetri rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’impatto sull’agricoltura è devastante con oltre il 40% dei terreni irrigui colpito da siccità severa, secondo l’Osservatorio siccità del Cnr. Le risaie del Pavese si stanno prosciugando e oltre la metà del raccolto andrà perso con il rischio di chiusura di tante aziende.
Un rubinetto che sgocciola riesce a sprecare circa 10.000 litri di acqua in un anno. Basta una guarnizione un po’ logora per procurare questo danno. Figurarsi gli acquedotti che hanno oltre mezzo secolo di vita. Il 60%, più di 30 anni e il 25% oltre 50. L’Italia è ricchissima di acqua con precipitazioni che superano annualmente i 300 miliardi di metri cubi, però per carenze infrastrutturali riesce a trattenerne solo l’11%. La disponibilità effettiva di risorse idriche, secondo alcune stime, è solo pari a 58 miliardi di metri cubi. Secondo il report dell’Istat riferito al 2018, ma la situazione da allora è rimasta immutata, il 42% dell’acqua immessa nelle reti non raggiunge gli utenti a causa delle tubature che perdono.
E il problema non sono solo gli acquedotti, ma tutta la rete. Ci sono dighe con lavori in corso da oltre un secolo a causa di veti ambientalisti e di trappole burocratiche, bacini pieni di detriti e impianti capaci di trattenere solo il 10% dell’acqua piovana. In Puglia c’è il caso della diga del Pappadai, opera idraulica mai utilizzata e di fatto abbandonata. Sarebbe utile a convogliare le acque del Sinni con 20 miliardi di litri di acqua da utilizzare per uso potabile e irriguo.
In Basilicata sono, invece, quattro gli invasi inutilizzati. La diga di Genzano di Lucania e del Rendina a Lavello sono vuote per mancato completamento di alcuni lavori. Invece, gli invasi di Marsico Nuovo e Acerenza sono a portata limitata. Per il primo invaso vanno completati gli interventi statici allo sbarramento, mentre ad Acerenza devono ancora essere realizzati gli impianti di irrigazione a valle. Per le quattro le dighe, tutte in provincia di Potenza, dopo anni di battaglie portate avanti anche dalla Coldiretti di Basilicata, i lavori sono in via di completamento (Marsico Nuovo e Acerenza) se non ancora in fase di progettazione con le risorse del Pnrr (Genzano di Lucania e Lavello).
In Campania, dopo quasi quarant’anni anni dal finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno, che investì oltre 69 miliardi di vecchie lire, nel 2020 è stato sbloccato il progetto per l’utilizzo potabile e irriguo delle acque dell’invaso della diga di Campolattaro. Una «cassaforte» di 100 milioni di metri cubi d’acqua, il bacino artificiale più grande della Campania. Dopo due anni, mancano però ancora i soldi per la parte irrigua.
Ci sono poi opere bloccate dalle politiche ambientaliste. In Val d’Enza il progetto della diga è fermo da ben 162 anni. Se ne parla dal 1860 e i primi lavori risalgono al 1988, presto interrotti per la tutela della lontra. A Rimini i movimenti ambientalisti contestano le proposte di Romagna Acque per gli invasi appenninici. In Piemonte, sempre gli ultrà dell’ambiente hanno protestato contro il progetto di una nuova diga in Valsessera, un’opera strategica per le risaie, già bloccata tra il 2014 e il 2017 da un contenzioso locale.
Poi ci sono le cattedrali nel deserto. Opere mai completate che hanno solo succhiato fondi. La diga del Melito ha una storia lunga trent’anni. Doveva essere, secondo i piani della Cassa del Mezzogiorno, una delle più grandi opere idriche del Sud: un muro di coronamento lungo 1.500 metri e alto 108 metri per raccogliere l’acqua e spegnere la sete della cinquantina di Comuni calabresi sparsi a valle. A oggi sono stati spesi 104 milioni di euro su un costo stimato di 260 milioni. Ciò che resta è uno scempio ambientale, terreni espropriati e abbandonati.
C’è la diga sul Metramo, in Calabria, mai utilizzata ma con 30 milioni di metri cubi d’acqua che potrebbero irrigare 20.000 ettari di terreni agricoli oltre a produrre energia elettrica. Spostandoci in Sicilia, la diga di Pietrarossa è realizzata al 95%. Per completarla e irrigare 11.000 ettari basterebbero 60 milioni di euro. Paradossale, in Campania, il sistema irriguo dell’Alento, nel Cilento: sono stati spesi 34 milioni di euro ma mancano le condutture per irrigare il territorio.
«I soldi del Pnrr? Sono insufficienti. E preparatevi: le tariffe aumentano»
«L’Italia per decenni ha destinato pochi investimenti al miglioramento della rete idrica, non considerato un tema prioritario. Solo a partire dal 2012 c’è stata una inversione di tendenza. In dieci anni si è passati da meno di 1 miliardo a oltre 4 miliardi. Gli effetti si sono visti. Dalla relazione Arera, l’Autorità di regolazione per l’energia e le reti, emerge che per le perdite di acqua dalle tubature si è passati dal 44% del 2016 al 41% del 2019»: lo afferma Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia, la federazione che riunisce le aziende dei servizi pubblici dell’acqua, dell’ambiente, dell’energia elettrica e del gas.
Non un grande risultato.
«Certo, c’è ancora molto da fare, ma è un passo nella direzione giusta. Il fenomeno delle perdite di acqua è infrastrutturale, ci vuole tempo. Inoltre non c’è omogeneità sul territorio. Nel Mezzogiorno lo spreco di acqua che fuoriesce dalle condutture supera il 50% mentre nel Nordovest è sotto il 25%».
Come mai, allora, il Nordovest così virtuoso sulla qualità della rete idrica sta soffrendo di più la carenza idrica in questi giorni?
«C’è un problema di capacità di raccolta delle piogge. Per il cambiamento climatico, oggi abbiamo ancora tanta pioggia che cade però in modo molto intenso e tende a scivolare via; il terreno non fa in tempo ad assorbirla. Occorrono quindi invasi con fondali profondi in grado di raccogliere l’acqua piovana. Bisogna adattare le infrastrutture ai tempi».
Quali sono i responsabili dell’incuria che ha trasformato la rete idrica in un colabrodo?
«La manutenzione degli acquedotti è stata legata per decenni ai finanziamenti pubblici che arrivavano a singhiozzo perché legati alle disponibilità del bilancio statale. Con l’arrivo dei gestori industriali c’è stato un aumento degli investimenti. In molte aree del Sud però, sono ancora i Comuni che si occupano della rete».
Anche l’acqua è uno strumento politico?
«Faccio un esempio. Un Comune può cercare di recuperare consensi calmierando le tariffe o addirittura decidendo di non fatturare il consumo di acqua in una zona: nel calcolo delle perdite, a quel punto figura anche quella prelevata abusivamente, oltre a quella che esce dalle tubature vecchie. Le morosità, invece, non vengono contabilizzate tra le perdite. Per combattere l’illegalità serve un controllo puntuale ma spesso gli organi con questo compito o non hanno fondi o non hanno le competenze. Se invece il servizio è effettuato da un gestore industriale, il monitoraggio è facilitato dalle capacità ed è interesse dell’impresa migliorare la performance».
Vuol dire che per risolvere il problema dell’acqua bisogna privatizzare?
«Non serve la privatizzazione. Basta applicare la legge del 1994 sul passaggio del servizio dell’acqua dalla gestione pubblica diretta dei Comuni alla gestione industriale, nella quale è protagonista un soggetto societario. Questo vuol dire società create dal Comune, o attraverso un mix pubblico e privato o interamente pubbliche o private. Anche se la legge ha circa trent’anni, il processo di applicazione è stato lentissimo e la gestione industriale è tutt’ora poco diffusa, soprattutto al Sud. Nel Mezzogiorno si concentrano il 73% delle procedure di infrazione della direttiva europea sul trattamento delle acque reflue urbane. Soldi che potrebbero essere spesi diversamente, per migliorare la rete idrica e fognaria».
I soldi del Pnrr bastano per rimettere a nuovo gli acquedotti?
«Il Piano di ripresa prevede 2 miliardi per mettere in sicurezza l’erogazione del servizio idrico, 900 milioni per il recupero delle perdite e 600 milioni per la depurazione. Quindi circa 3,5 miliardi. Secondo una stima delle aziende di Utilitalia, per mettere in sicurezza la rete idrica, a fronte del cambiamento climatico, servirebbero 11 miliardi entro il 2026».
La crisi idrica porterà a un aumento delle tariffe come è stato per l’energia elettrica e il gas?
«Quando si migliora un servizio è inevitabile che le tariffe riflettano i maggiori costi. L’acqua in Italia costa meno che nel resto d’Europa proprio perché finora gli investimenti nella rete idrica sono stati molto bassi. A Berlino l’utente spende 6 euro al metro cubo, a Parigi 3,30 euro, a Londra circa 3 euro. A Roma invece 1,5 euro. Nessuno pensa al recupero di questo dislivello ma una partecipazione dell’utenza al miglioramento del servizio è inevitabile».
«Invasi pieni, ma si irriga con il contagocce»
«Gli invasi sono pieni, le dighe straboccano di acqua ma le piantagioni sono irrigate con il contagocce». Andrea Passanisi, è presidente della Coldiretti di Catania e imprenditore agricolo. «Nel trapanese e nel palermitano si rischia di perdere la produzione di ortaggi. Gli agricoltori nella piana di Catania non ricevono acqua da un mese dal Consorzio di bonifica . Anche chi ha sistemi di irrigazione moderni non riesce più a bagnare gli agrumi. Ma anche fichi, seminativi e ortaggi sono a secco e gli imprenditori devono provvedere alle irrigazioni di soccorso con costi aggiuntivi». Passanisi spiega che la stagione irrigua comincia ad aprile e finisce a settembre ma «l’anno scorso, i campi nel catanese hanno avuto un solo passaggio d’acqua, col rischio di desertificazione. E per il territorio è una perdita di competitività».
Ma come mai l’acqua non arriva nei campi se gli invasi sono pieni?
«Le reti sono molto vecchie e appena viene aperta una condotta, salta per la pressione e si crea una falla. Gli invasi sono obsoleti e non riescono a trattenere l’acqua che deve essere scaricata a mare anziché incanalata per l’irrigazione. C’è una condotta scellerata da parte della Regione e del consorzio di bonifica».
Forse qualcuno ci guadagna da questa situazione?
«Non lo so e non posso pensare a un’ipotesi di questo genere. Giorni fa circolava la voce che l’organico del consorzio di bonifica di Catania aveva minacciato il blocco dei lavori di manutenzione se non avesse ottenuto l’assunzione e tempo indeterminato. Gli agricoltori sono sotto pressione. La carenza di acqua si somma allo stress per i rincari del gasolio e delle materie prime. E c’è anche la beffa, perché i soci dei consorzi pagano e non hanno il servizio idrico».
Senza acqua come vi organizzate?
«Alcuni agricoltori hanno proprie riserve idriche e i pozzi ma la maggioranza dipende dalla distribuzione dei consorzi. Non stanno meglio le altre zone della Sicilia».
A quali si riferisce?
«Nel trapanese la Diga Trinità perde acqua che va a finire in mare a causa delle paratie aperte. Senza un intervento, il quantitativo scenderà a 3 milioni di metri cubi a fronte di una capacità massima di 18 milioni, limitando l’irrigazione di emergenza. Quando piove la Sicilia si allaga ma non una goccia viene conservata, tutto il risparmio è disperso. Scontiamo una gestione delle acque regionali critica con molteplici dighe ancora non collaudate, incompiute, mancanza di connessioni tra le provincie per il travaso e scarsa sicurezza che causa continui furti d’acqua».
«Non escludo che qualcuno lucri sulle condutture che perdono»
«Qualcuno ci guadagna dalle condutture che perdono? Nessuno può escluderlo». Però l’agricoltore dovrà pur comprare l’acqua da qualcuno. È facile pensare che, in questa situazione in cui i bacini artificiali si riempiono con le piogge ma poi l’acqua si perde, ci sia qualcuno che guadagna dalla scarsa manutenzione. È sbagliato? «Ripeto, non si può escludere», commenta Massimo Gargano, direttore dell’Associazione dei consorzi di bonifica (Anbi).
Quale è la situazione degli invasi?
«In Italia ci sono 90 bacini idrici, la cui capacità è ridotta di oltre il 10%, perché pieni di sedime. Sono sporchi. Ripulirli costa quasi 291 milioni di euro, un’operazione che darebbe 1.450 posti di lavoro. Riportare la potenzialità degli invasi alle quote originarie significa dotare il territorio di un enorme serbatoio. Ci sono anche 16 bacini incompiuti; servirebbero 451 milioni per ultimarli, attivando 2.258 posti di lavoro».
Ma allora perché non si fa una bella pulizia?
«Questi sedimenti sono considerati dalla legge rifiuti speciali e quindi devono essere portati in discarica per lo smaltimento. Difficile e costoso».
Sembra che si faccia di tutto per complicare le cose.
«La norma è figlia di una certa cultura ambientalista, una delle cause della mancata efficienza dei bacini. Serve una modifica che è difficile da ottenere».
Come mai in Sicilia l’acqua dei bacini viene riversata in mare invece di essere convogliata verso le campagne?
«I bacini sono svuotati in mare quando manca una rete di distribuzione e bisogna quindi alleggerire l’invaso per questioni di sicurezza. Sono opere pubbliche gestite, in Sicilia, dalla Regione e probabilmente manca la determinazione e la rapidità di un soggetto privato, perciò l’opera rimane inutilizzata. Il commissariamento trentennale dei consorzi ha determinato le condizioni per cui venga gestito il quotidiano ma non il loro traghettamento al futuro».
Come si risolve il problema della manutenzione dei bacini?
«Anbi ha presentato 729 progetti per opere di efficientamento e manutenzione straordinaria sulla rete idraulica italiana. Costo previsto: oltre 2 miliardi 365 milioni di euro in grado di assicurare 11.800 posti di lavoro. Le proposte potrebbero rientrare nel Pnrr, i cui tempi sono dettati dai cronoprogrammi europei».
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Non è solo responsabilità dei cambiamenti climatici se la grande sete ci flagella. Metà delle risorse idriche non arriva a destinazione, i serbatoi perdono, tante dighe sono incompiute, solo l’11% delle piogge è recuperato. Un quarto degli acquedotti ha oltre 50 anni. Dal 1860 si parla di sfruttare il fiume Enza: i lavori partirono nel 1988 ma gli animalisti fermarono tutto. Preferiscono tutelare le nutrie.«I soldi del Pnrr? Sono insufficienti. E preparatevi: le tariffe aumentano». Il direttore di Utilitalia Giordano Colarullo: «Decenni di scarsi investimenti perché ritenuti secondari. Ora arrivano 3,5 miliardi ma ne servono 11».«Invasi pieni, ma si irriga con il contagocce». Il presidente dei coltivatori di Catania Andrea Passanisi: ortaggi a rischio per mancata manutenzione.«Non escludo che qualcuno lucri sulle condutture che perdono». Il direttore Anbi Massimo Gargano: «La capacità dei bacini è ridotta perché nessuno pulisce i fondali».Lo speciale comprende quattro articoli. Invasi colabrodo, miliardi di litri d’acqua che finiscono in mare invece di irrigare le campagne arse dal sole, dighe abbandonate o con lavori in corso da oltre un secolo. Poi condutture vetuste che perdono per mancanza di manutenzione, reti idriche interrotte e i consueti veti ambientalisti. Come per il gas, anche per l’acqua paghiamo il conto degli sbagli del passato. Così se la guerra ucraina costringe a pentirsi della sfilza dei No (al nucleare, alle trivelle e ai rigassificatori), ora la siccità ci mette davanti allo scenario desolante di decenni di incuria e mancate scelte. Non è solo colpa del cambiamento climatico se alcune regioni sono costrette a decretare lo stato di emergenza e avviare un piano di razionamento fino allo stop all’erogazione durante la notte. La rete infrastrutturale fa acqua da tutte le parti. In Sicilia c’è il paradosso dell’incapacità di raccogliere le grandi precipitazioni e di dover svuotare i bacini delle dighe perché non riescono a reggere la pressione dell’acqua oltre una certa soglia. Ma anche regioni virtuose del Nordovest non riescono a gestire il cambiamento delle precipitazioni, più violente e circoscritte, che distruggono e vengono immagazzinate solo in piccola parte. In Piemonte, la regione più colpita, sono oltre 200 i Comuni nei quali già si fa ricorso alle autobotti e hanno varato ordinanze che prevedono limiti e divieti. La situazione è pesante soprattutto in 145 centri del Novarese e dell’Ossolano, ma anche in provincia di Bergamo e nell’Appennino parmense e in tutta la pianura padana. Il Po si sta prosciugando e sul delta il cuneo salino, cioè l’acqua del mare che risale lungo il fiume, ha raggiunto i 21 chilometri. I laghi sono in stato comatoso; il Maggiore ha un riempimento al 20%, quello di Como al 18% e il Garda al 60%. Il lago di Bracciano nel Lazio è a meno 25 centimetri rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’impatto sull’agricoltura è devastante con oltre il 40% dei terreni irrigui colpito da siccità severa, secondo l’Osservatorio siccità del Cnr. Le risaie del Pavese si stanno prosciugando e oltre la metà del raccolto andrà perso con il rischio di chiusura di tante aziende.Un rubinetto che sgocciola riesce a sprecare circa 10.000 litri di acqua in un anno. Basta una guarnizione un po’ logora per procurare questo danno. Figurarsi gli acquedotti che hanno oltre mezzo secolo di vita. Il 60%, più di 30 anni e il 25% oltre 50. L’Italia è ricchissima di acqua con precipitazioni che superano annualmente i 300 miliardi di metri cubi, però per carenze infrastrutturali riesce a trattenerne solo l’11%. La disponibilità effettiva di risorse idriche, secondo alcune stime, è solo pari a 58 miliardi di metri cubi. Secondo il report dell’Istat riferito al 2018, ma la situazione da allora è rimasta immutata, il 42% dell’acqua immessa nelle reti non raggiunge gli utenti a causa delle tubature che perdono. E il problema non sono solo gli acquedotti, ma tutta la rete. Ci sono dighe con lavori in corso da oltre un secolo a causa di veti ambientalisti e di trappole burocratiche, bacini pieni di detriti e impianti capaci di trattenere solo il 10% dell’acqua piovana. In Puglia c’è il caso della diga del Pappadai, opera idraulica mai utilizzata e di fatto abbandonata. Sarebbe utile a convogliare le acque del Sinni con 20 miliardi di litri di acqua da utilizzare per uso potabile e irriguo. In Basilicata sono, invece, quattro gli invasi inutilizzati. La diga di Genzano di Lucania e del Rendina a Lavello sono vuote per mancato completamento di alcuni lavori. Invece, gli invasi di Marsico Nuovo e Acerenza sono a portata limitata. Per il primo invaso vanno completati gli interventi statici allo sbarramento, mentre ad Acerenza devono ancora essere realizzati gli impianti di irrigazione a valle. Per le quattro le dighe, tutte in provincia di Potenza, dopo anni di battaglie portate avanti anche dalla Coldiretti di Basilicata, i lavori sono in via di completamento (Marsico Nuovo e Acerenza) se non ancora in fase di progettazione con le risorse del Pnrr (Genzano di Lucania e Lavello).In Campania, dopo quasi quarant’anni anni dal finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno, che investì oltre 69 miliardi di vecchie lire, nel 2020 è stato sbloccato il progetto per l’utilizzo potabile e irriguo delle acque dell’invaso della diga di Campolattaro. Una «cassaforte» di 100 milioni di metri cubi d’acqua, il bacino artificiale più grande della Campania. Dopo due anni, mancano però ancora i soldi per la parte irrigua.Ci sono poi opere bloccate dalle politiche ambientaliste. In Val d’Enza il progetto della diga è fermo da ben 162 anni. Se ne parla dal 1860 e i primi lavori risalgono al 1988, presto interrotti per la tutela della lontra. A Rimini i movimenti ambientalisti contestano le proposte di Romagna Acque per gli invasi appenninici. In Piemonte, sempre gli ultrà dell’ambiente hanno protestato contro il progetto di una nuova diga in Valsessera, un’opera strategica per le risaie, già bloccata tra il 2014 e il 2017 da un contenzioso locale. Poi ci sono le cattedrali nel deserto. Opere mai completate che hanno solo succhiato fondi. La diga del Melito ha una storia lunga trent’anni. Doveva essere, secondo i piani della Cassa del Mezzogiorno, una delle più grandi opere idriche del Sud: un muro di coronamento lungo 1.500 metri e alto 108 metri per raccogliere l’acqua e spegnere la sete della cinquantina di Comuni calabresi sparsi a valle. A oggi sono stati spesi 104 milioni di euro su un costo stimato di 260 milioni. Ciò che resta è uno scempio ambientale, terreni espropriati e abbandonati. C’è la diga sul Metramo, in Calabria, mai utilizzata ma con 30 milioni di metri cubi d’acqua che potrebbero irrigare 20.000 ettari di terreni agricoli oltre a produrre energia elettrica. Spostandoci in Sicilia, la diga di Pietrarossa è realizzata al 95%. Per completarla e irrigare 11.000 ettari basterebbero 60 milioni di euro. 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Dalla relazione Arera, l’Autorità di regolazione per l’energia e le reti, emerge che per le perdite di acqua dalle tubature si è passati dal 44% del 2016 al 41% del 2019»: lo afferma Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia, la federazione che riunisce le aziende dei servizi pubblici dell’acqua, dell’ambiente, dell’energia elettrica e del gas. Non un grande risultato. «Certo, c’è ancora molto da fare, ma è un passo nella direzione giusta. Il fenomeno delle perdite di acqua è infrastrutturale, ci vuole tempo. Inoltre non c’è omogeneità sul territorio. Nel Mezzogiorno lo spreco di acqua che fuoriesce dalle condutture supera il 50% mentre nel Nordovest è sotto il 25%». Come mai, allora, il Nordovest così virtuoso sulla qualità della rete idrica sta soffrendo di più la carenza idrica in questi giorni? «C’è un problema di capacità di raccolta delle piogge. Per il cambiamento climatico, oggi abbiamo ancora tanta pioggia che cade però in modo molto intenso e tende a scivolare via; il terreno non fa in tempo ad assorbirla. Occorrono quindi invasi con fondali profondi in grado di raccogliere l’acqua piovana. Bisogna adattare le infrastrutture ai tempi». Quali sono i responsabili dell’incuria che ha trasformato la rete idrica in un colabrodo? «La manutenzione degli acquedotti è stata legata per decenni ai finanziamenti pubblici che arrivavano a singhiozzo perché legati alle disponibilità del bilancio statale. Con l’arrivo dei gestori industriali c’è stato un aumento degli investimenti. In molte aree del Sud però, sono ancora i Comuni che si occupano della rete». Anche l’acqua è uno strumento politico? «Faccio un esempio. Un Comune può cercare di recuperare consensi calmierando le tariffe o addirittura decidendo di non fatturare il consumo di acqua in una zona: nel calcolo delle perdite, a quel punto figura anche quella prelevata abusivamente, oltre a quella che esce dalle tubature vecchie. Le morosità, invece, non vengono contabilizzate tra le perdite. Per combattere l’illegalità serve un controllo puntuale ma spesso gli organi con questo compito o non hanno fondi o non hanno le competenze. Se invece il servizio è effettuato da un gestore industriale, il monitoraggio è facilitato dalle capacità ed è interesse dell’impresa migliorare la performance». Vuol dire che per risolvere il problema dell’acqua bisogna privatizzare? «Non serve la privatizzazione. Basta applicare la legge del 1994 sul passaggio del servizio dell’acqua dalla gestione pubblica diretta dei Comuni alla gestione industriale, nella quale è protagonista un soggetto societario. Questo vuol dire società create dal Comune, o attraverso un mix pubblico e privato o interamente pubbliche o private. Anche se la legge ha circa trent’anni, il processo di applicazione è stato lentissimo e la gestione industriale è tutt’ora poco diffusa, soprattutto al Sud. Nel Mezzogiorno si concentrano il 73% delle procedure di infrazione della direttiva europea sul trattamento delle acque reflue urbane. Soldi che potrebbero essere spesi diversamente, per migliorare la rete idrica e fognaria». I soldi del Pnrr bastano per rimettere a nuovo gli acquedotti? «Il Piano di ripresa prevede 2 miliardi per mettere in sicurezza l’erogazione del servizio idrico, 900 milioni per il recupero delle perdite e 600 milioni per la depurazione. Quindi circa 3,5 miliardi. Secondo una stima delle aziende di Utilitalia, per mettere in sicurezza la rete idrica, a fronte del cambiamento climatico, servirebbero 11 miliardi entro il 2026». La crisi idrica porterà a un aumento delle tariffe come è stato per l’energia elettrica e il gas? «Quando si migliora un servizio è inevitabile che le tariffe riflettano i maggiori costi. L’acqua in Italia costa meno che nel resto d’Europa proprio perché finora gli investimenti nella rete idrica sono stati molto bassi. A Berlino l’utente spende 6 euro al metro cubo, a Parigi 3,30 euro, a Londra circa 3 euro. A Roma invece 1,5 euro. Nessuno pensa al recupero di questo dislivello ma una partecipazione dell’utenza al miglioramento del servizio è inevitabile». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siccita-quanti-buchi-nellacqua-tubi-colabrodo-e-veti-ecologisti-i-nostri-errori-2657565547.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="invasi-pieni-ma-si-irriga-con-il-contagocce" data-post-id="2657565547" data-published-at="1656282309" data-use-pagination="False"> «Invasi pieni, ma si irriga con il contagocce» «Gli invasi sono pieni, le dighe straboccano di acqua ma le piantagioni sono irrigate con il contagocce». Andrea Passanisi, è presidente della Coldiretti di Catania e imprenditore agricolo. «Nel trapanese e nel palermitano si rischia di perdere la produzione di ortaggi. Gli agricoltori nella piana di Catania non ricevono acqua da un mese dal Consorzio di bonifica . Anche chi ha sistemi di irrigazione moderni non riesce più a bagnare gli agrumi. Ma anche fichi, seminativi e ortaggi sono a secco e gli imprenditori devono provvedere alle irrigazioni di soccorso con costi aggiuntivi». Passanisi spiega che la stagione irrigua comincia ad aprile e finisce a settembre ma «l’anno scorso, i campi nel catanese hanno avuto un solo passaggio d’acqua, col rischio di desertificazione. E per il territorio è una perdita di competitività». Ma come mai l’acqua non arriva nei campi se gli invasi sono pieni? «Le reti sono molto vecchie e appena viene aperta una condotta, salta per la pressione e si crea una falla. Gli invasi sono obsoleti e non riescono a trattenere l’acqua che deve essere scaricata a mare anziché incanalata per l’irrigazione. C’è una condotta scellerata da parte della Regione e del consorzio di bonifica». Forse qualcuno ci guadagna da questa situazione? «Non lo so e non posso pensare a un’ipotesi di questo genere. Giorni fa circolava la voce che l’organico del consorzio di bonifica di Catania aveva minacciato il blocco dei lavori di manutenzione se non avesse ottenuto l’assunzione e tempo indeterminato. Gli agricoltori sono sotto pressione. La carenza di acqua si somma allo stress per i rincari del gasolio e delle materie prime. E c’è anche la beffa, perché i soci dei consorzi pagano e non hanno il servizio idrico». Senza acqua come vi organizzate? «Alcuni agricoltori hanno proprie riserve idriche e i pozzi ma la maggioranza dipende dalla distribuzione dei consorzi. Non stanno meglio le altre zone della Sicilia». A quali si riferisce? «Nel trapanese la Diga Trinità perde acqua che va a finire in mare a causa delle paratie aperte. Senza un intervento, il quantitativo scenderà a 3 milioni di metri cubi a fronte di una capacità massima di 18 milioni, limitando l’irrigazione di emergenza. Quando piove la Sicilia si allaga ma non una goccia viene conservata, tutto il risparmio è disperso. Scontiamo una gestione delle acque regionali critica con molteplici dighe ancora non collaudate, incompiute, mancanza di connessioni tra le provincie per il travaso e scarsa sicurezza che causa continui furti d’acqua». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siccita-quanti-buchi-nellacqua-tubi-colabrodo-e-veti-ecologisti-i-nostri-errori-2657565547.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-escludo-che-qualcuno-lucri-sulle-condutture-che-perdono" data-post-id="2657565547" data-published-at="1656282309" data-use-pagination="False"> «Non escludo che qualcuno lucri sulle condutture che perdono» «Qualcuno ci guadagna dalle condutture che perdono? Nessuno può escluderlo». Però l’agricoltore dovrà pur comprare l’acqua da qualcuno. È facile pensare che, in questa situazione in cui i bacini artificiali si riempiono con le piogge ma poi l’acqua si perde, ci sia qualcuno che guadagna dalla scarsa manutenzione. È sbagliato? «Ripeto, non si può escludere», commenta Massimo Gargano, direttore dell’Associazione dei consorzi di bonifica (Anbi). Quale è la situazione degli invasi? «In Italia ci sono 90 bacini idrici, la cui capacità è ridotta di oltre il 10%, perché pieni di sedime. Sono sporchi. Ripulirli costa quasi 291 milioni di euro, un’operazione che darebbe 1.450 posti di lavoro. Riportare la potenzialità degli invasi alle quote originarie significa dotare il territorio di un enorme serbatoio. Ci sono anche 16 bacini incompiuti; servirebbero 451 milioni per ultimarli, attivando 2.258 posti di lavoro». Ma allora perché non si fa una bella pulizia? «Questi sedimenti sono considerati dalla legge rifiuti speciali e quindi devono essere portati in discarica per lo smaltimento. Difficile e costoso». Sembra che si faccia di tutto per complicare le cose. «La norma è figlia di una certa cultura ambientalista, una delle cause della mancata efficienza dei bacini. Serve una modifica che è difficile da ottenere». Come mai in Sicilia l’acqua dei bacini viene riversata in mare invece di essere convogliata verso le campagne? «I bacini sono svuotati in mare quando manca una rete di distribuzione e bisogna quindi alleggerire l’invaso per questioni di sicurezza. Sono opere pubbliche gestite, in Sicilia, dalla Regione e probabilmente manca la determinazione e la rapidità di un soggetto privato, perciò l’opera rimane inutilizzata. Il commissariamento trentennale dei consorzi ha determinato le condizioni per cui venga gestito il quotidiano ma non il loro traghettamento al futuro». Come si risolve il problema della manutenzione dei bacini? «Anbi ha presentato 729 progetti per opere di efficientamento e manutenzione straordinaria sulla rete idraulica italiana. Costo previsto: oltre 2 miliardi 365 milioni di euro in grado di assicurare 11.800 posti di lavoro. Le proposte potrebbero rientrare nel Pnrr, i cui tempi sono dettati dai cronoprogrammi europei».
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La vendita di denaro falso è una delle attività criminali più diffuse e, al tempo stesso, più sottovalutate nel dibattito pubblico. Non si tratta solo di piccoli truffatori che immettono banconote contraffatte nel circuito commerciale: dietro questo fenomeno esistono reti organizzate, spesso transnazionali, che sfruttano tecnologia avanzata, canali digitali e sistemi di pagamento difficilmente tracciabili. Il commercio di banconote false avviene principalmente attraverso il dark web, piattaforme criptate e, sempre più spesso, anche tramite social network e app di messaggistica. I venditori propongono «pacchetti» di contanti contraffatti con sconti progressivi: più si acquista, meno si paga. In alcuni casi, 1.000 euro falsi o mille dollari possono essere venduti per poche centinaia di euro reali. Le organizzazioni criminali utilizzano stampanti professionali, inchiostri speciali e tecniche sofisticate per replicare elementi di sicurezza sempre più complessi. Tuttavia, la qualità varia: accanto a copie grossolane esistono falsi di alta fattura, difficili da individuare a occhio nudo. «Buongiorno, sono interessato all’acquisto di 50.000 euro in banconote da 50, 100, 20 e 10 euro. Tuttavia, vorrei sapere quale qualità potete garantire, che tipo di pagamento prevedete e i tempi di consegna. Resto in attesa di una vostra risposta». Così inizia, su Tor Market, il nostro viaggio nel dark web alla ricerca di soldi falsi. Nel sito si possono acquistare non solo euro falsi, ma anche dollari americani, dollari australiani, dollari canadesi e rupie indiane. La risposta arriva dopo pochi minuti: «Salve, noi utilizziamo la nuova tecnologia 2026! Stampiamo e vendiamo banconote contraffatte di qualità Grade-A di tutte le valute in tutto il mondo. Le nostre banconote sono stampate utilizzando fibra di cotone (80-99%), originariamente derivata da comuni stracci di lino bianco, fibra di legno (1-3%), biossido di titanio (2-3,5% del peso totale della fibra di legno), poliammide epicloridrina (0,5-2% del peso totale della fibra di cotone), cloruro di alluminio, resina melamminica-formaldeide e colla animale. Superano i test Uv e della penna allo iodio e possono quindi essere utilizzate in negozi, banche locali, casinò, sportelli Atm e cambiavalute. Le nostre banconote contengono le seguenti caratteristiche di sicurezza che le rendono apparentemente autentiche».
Le organizzazioni criminali che operano nel settore non sono improvvisate. Si tratta spesso di reti transnazionali che utilizzano tecnologie avanzate per replicare gli elementi di sicurezza delle banconote: filigrane, ologrammi, inchiostri speciali. Accanto a falsi di bassa qualità, facilmente individuabili, circolano copie sempre più sofisticate, difficili da riconoscere senza strumenti adeguati. Non a caso, i tagli più contraffatti restano quelli da 20 e 50 euro, più semplici da spendere e meno soggetti a controlli approfonditi. Il cuore del business, però, non è solo la produzione, ma la distribuzione. La vendita di denaro falso si è progressivamente spostata online, sfruttando piattaforme criptate, circuiti del dark web e canali di messaggistica difficilmente monitorabili. Qui le banconote vengono offerte in veri e propri «listini»: mille euro falsi oppure dollari americani possono essere acquistati per poche centinaia di euro reali, con sconti crescenti al crescere dei volumi. Il pagamento avviene quasi sempre in criptovalute come Bitcoin, che garantiscono un certo grado di anonimato e rendono più complesso il lavoro delle forze di polizia. Una volta acquistato, il denaro contraffatto viene immesso nel circuito economico attraverso canali difficili da tracciare. Piccoli esercizi commerciali, mercati affollati, locali notturni: sono questi i contesti in cui le banconote false riescono più facilmente a passare inosservate.
In altri casi, il contante viene utilizzato all’interno di economie parallele, legate al traffico di droga o ad altre attività illegali, dove i controlli sono praticamente assenti. Il dato economico complessivo, seppur difficile da quantificare con precisione, è significativo. Considerando un valore medio di 50 euro per banconota, si può stimare che ogni anno vengano intercettati oltre 20 milioni di euro falsi nell’Eurozona. Ma si tratta solo della punta dell’iceberg: una parte consistente sfugge inevitabilmente ai controlli. A rendere il fenomeno ancora più insidioso è la sua evoluzione tecnologica. L’accesso a strumenti di stampa sempre più avanzati e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale stanno abbassando la soglia d’ingresso per nuovi attori criminali. In questo contesto, la digitalizzazione dei pagamenti non ha eliminato il contante, che continua a essere ampiamente utilizzato e, proprio per questo, resta un obiettivo privilegiato. La geografia del denaro falso non ha più confini netti, ma segue rotte precise. Le indagini europee e internazionali delineano una mappa ricorrente, fatta di hub produttivi, snodi logistici e canali di distribuzione che attraversano più continenti. L’Europa orientale – in particolare Bulgaria, Romania e Ucraina – resta uno dei principali poli di produzione. Qui i costi contenuti e la disponibilità di competenze tecniche favoriscono la nascita di laboratori clandestini capaci di realizzare falsi anche sofisticati. Diverso il ruolo di Italia e Spagna, che si configurano soprattutto come piattaforme di distribuzione: il denaro contraffatto arriva, viene smistato e immesso nei circuiti economici. In Italia, diverse inchieste hanno individuato centri attivi tra Campania e Lazio, spesso collegati alla criminalità organizzata. A fare da cerniera tra Europa e Medio Oriente è la Turchia, utilizzata come crocevia per il transito delle banconote. Sul fronte sud, il Nord Africa – con Marocco e Algeria – svolge un ruolo chiave nella diffusione locale e nel passaggio verso l’Europa. Più a est, la Cina è spesso associata alla produzione di materiali, strumenti e, in alcuni casi, di banconote di qualità elevata.
Il fenomeno resta globale. Anche il dollaro è un bersaglio prioritario, con reti attive in Sud America e nel Sud-Est asiatico, come evidenziato dall’Us Secret Service. In questo scenario, l’Italia rappresenta un caso emblematico. Il Paese ha una lunga storia legata alla contraffazione di valuta: negli anni, le forze dell’ordine hanno smantellato vere e proprie «fabbriche» di banconote false. Alcune organizzazioni hanno raggiunto livelli tali da costruirsi una reputazione internazionale per la qualità dei falsi, poi esportati in tutta Europa. Nel mondo della contraffazione esiste una storia che, più di altre, restituisce il livello raggiunto da alcune reti criminali: quella della cosiddetta «superdollar», la banconota da 100 dollari falsa quasi indistinguibile dall’originale. Non si tratta del classico falso grossolano, ma di un prodotto realizzato con una cura maniacale: carta simile a quella autentica, inchiostri sofisticati e dettagli di sicurezza riprodotti con precisione tale da mettere in difficoltà persino gli esperti. Secondo diverse indagini dell’Us Secret Service, la qualità di queste banconote ha alimentato per anni sospetti su una possibile produzione sostenuta da strutture ben più avanzate rispetto alla criminalità tradizionale. Ma il vero elemento sorprendente non è solo tecnico: è strategico. A differenza dei falsi comuni, immessi sul mercato in grandi quantità, la «superdollar» veniva utilizzata con estrema cautela: piccole dosi, distribuite nel tempo, per evitare di attirare l’attenzione e mantenere intatto il valore del falso.
Così i nuovi dollari sfidano l'IA
Negli Stati Uniti il denaro falso continua a circolare, ma i numeri raccontano una realtà molto distante dall’allarme spesso percepito. Non siamo di fronte a un fenomeno fuori controllo, bensì a una minaccia costante ma contenuta, monitorata con attenzione dalle autorità federali e progressivamente ridimensionata grazie all’evoluzione tecnologica. Secondo le stime della Federal reserve, il valore complessivo delle banconote contraffatte in circolazione oscilla tra i 15 e i 30 milioni di dollari. Una cifra che può sembrare rilevante, ma che cambia radicalmente significato se confrontata con la massa monetaria statunitense: oltre 2.000 miliardi di dollari in contanti. In termini pratici, si parla di una banconota falsa ogni decine di migliaia di esemplari autentici.
Il rischio, per il cittadino medio, resta quindi estremamente basso. Il contrasto operativo è affidato in gran parte allo United States Secret Service, che ogni anno sequestra decine di milioni di dollari contraffatti. Le operazioni colpiscono soprattutto reti organizzate, spesso legate a circuiti internazionali, ma non mancano casi più rudimentali. In diverse città americane sono state smantellate tipografie clandestine capaci di produrre migliaia di banconote, soprattutto da 20 e 100 dollari, i tagli più utilizzati nella vita quotidiana e quindi più facili da «spendere» senza destare sospetti.
Un caso emblematico riguarda un sequestro avvenuto nel Midwest, dove le autorità hanno individuato una rete che distribuiva dollari falsi attraverso piccoli esercizi commerciali e distributori automatici. In un’altra operazione sulla costa Ovest, invece, è stato scoperto un sistema più sofisticato che utilizzava stampanti ad alta definizione e carta trattata chimicamente per imitare le caratteristiche tattili delle banconote originali. Nonostante questi episodi, il trend generale è in calo. Le nuove banconote statunitensi integrano elementi di sicurezza sempre più avanzati: filigrane tridimensionali, inchiostri cangianti, microstampe e bande di sicurezza difficili da replicare. A questo si aggiunge il ruolo crescente della tecnologia digitale: software di analisi, scanner intelligenti e sistemi di tracciamento permettono di individuare le anomalie con maggiore rapidità.
Ma la vera trasformazione riguarda il fronte della falsificazione. Se in passato il rischio principale era legato alle tipografie clandestine, oggi emergono nuove minacce ibride. L’Intelligenza artificiale consente di migliorare la qualità delle riproduzioni, mentre le reti criminali sfruttano il web e le criptovalute per distribuire e monetizzare il falso con maggiore discrezione. Non è un caso che le autorità stiano spostando sempre più risorse sul monitoraggio digitale, dove il confine tra contraffazione, frode e cybercrime diventa sempre più sottile.
In definitiva, il denaro falso negli Stati Uniti esiste e continua a rappresentare un problema operativo per forze dell’ordine e commercianti. Tuttavia, i dati indicano con chiarezza che si tratta di un fenomeno marginale rispetto alla dimensione complessiva dell’economia. La vera sfida, oggi, non è tanto la quantità di banconote contraffatte in circolazione, quanto la capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi a un contesto tecnologico che continua ad essere in rapida evoluzione.
La «fabbrica di euro» è l’Est Europa, Madrid e Roma hub di smistamento
Il denaro falso continua a circolare nei sistemi economici europei, ma i dati restituiscono un quadro meno allarmante rispetto alla percezione diffusa. Non si tratta di un’emergenza sistemica, bensì di un fenomeno stabile, attentamente monitorato e, negli ultimi anni, in progressiva riduzione. Resta però una minaccia concreta per cittadini ed esercenti, soprattutto nei contesti di pagamento rapido. Secondo la Bce, nel 2025 sono state ritirate circa 444.000 banconote contraffatte, in calo rispetto alle oltre 550.000 individuate nel 2024. Numeri che, se considerati isolatamente, possono apparire rilevanti, ma che cambiano significato se rapportati alla massa di denaro autentico in circolazione: decine di miliardi di banconote. In termini proporzionali, si parla di circa 14 falsi per ogni milione di esemplari veri, una probabilità estremamente bassa per il singolo cittadino.Il fenomeno, tuttavia, non è scomparso: si è trasformato, adattandosi alle logiche delle organizzazioni criminali. I tagli più colpiti restano quelli da 20 e 50 euro, che rappresentano circa l’80% delle banconote false intercettate. La scelta è strategica: sono i tagli più utilizzati nella quotidianità e quindi più facili da immettere in circolazione senza attirare controlli. Al contrario, le banconote da 100 e 200 euro risultano meno appetibili, perché più soggette a verifiche. Dal punto di vista geografico, oltre il 95% dei falsi viene individuato all’interno dell’area euro. Questo conferma l’esistenza di reti criminali radicate in Europa, spesso con basi operative nei Paesi dell’Est, ma capaci di operare su scala transnazionale. La contraffazione non è più un’attività artigianale isolata, bensì un sistema organizzato e flessibile. In questo scenario, l’Intelligenza artificiale rappresenta un fattore di evoluzione. I modelli di generazione di immagini ad alta risoluzione consentono di riprodurre con crescente precisione dettagli complessi: sfumature cromatiche, microelementi grafici e texture. Software avanzati permettono di simulare effetti ottici e imperfezioni tipiche delle banconote autentiche. Il risultato non è perfetto, ma spesso sufficiente a superare controlli superficiali.Anche la fase di stampa ha subito una trasformazione: le tipografie clandestine sono state in parte sostituite da stampanti di alta gamma, abbinate a sistemi di elaborazione digitale. Questo consente produzioni più rapide e meno costose. L’Intelligenza artificiale interviene inoltre nel miglioramento continuo: analizza gli errori, corregge i difetti e aumenta progressivamente la qualità delle copie. La tecnologia gioca un ruolo anche nella distribuzione. Le reti criminali utilizzano piattaforme digitali, chat criptate e social network per vendere banconote false a intermediari di basso livello. In alcuni casi, sistemi automatizzati selezionano i potenziali acquirenti e gestiscono i contatti, riducendo il rischio di infiltrazioni e rendendo la filiera più difficile da intercettare. Le indagini condotte negli ultimi anni in diversi Paesi europei confermano questo salto qualitativo. In Italia, a Napoli, è stata smantellata una delle principali centrali di produzione di euro falsi, con il sequestro di migliaia di banconote da 20 e 50 euro pronte per la distribuzione. Il laboratorio disponeva di macchinari sofisticati, capaci di riprodurre con buona precisione gli elementi di sicurezza.In Spagna, la Guardia Civil ha individuato una rete attiva lungo la costa mediterranea, dove i falsi venivano immessi soprattutto nel circuito turistico, sfruttando l’elevato volume di transazioni e la minore attenzione nei pagamenti in contanti. In Germania, invece, un’operazione coordinata ha portato alla scoperta di un sistema di vendita online, con banconote contraffatte cedute a prezzo ridotto a intermediari incaricati di inserirle nel mercato. Questi casi dimostrano come la contraffazione sia oggi un vero business criminale, capace di adattarsi sia ai contesti economici sia all’innovazione tecnologica. Nonostante ciò, le banconote della serie «Europa» mantengono un elevato livello di sicurezza. Filigrane, ologrammi dinamici, numeri in rilievo ed elementi visibili sotto luce ultravioletta rendono estremamente complessa una riproduzione completa e convincente.I falsari, infatti, non puntano alla perfezione assoluta, ma a copie «abbastanza credibili» da non destare sospetti immediati. È su questa soglia di ambiguità che si gioca la partita. Per questo il contrasto si basa su un doppio livello: da un lato l’aggiornamento continuo dei sistemi di controllo, dall’altro la prevenzione. Le autorità europee e nazionali investono nella formazione degli operatori e nella diffusione di pratiche di verifica semplici ma efficaci: controllare al tatto, osservare in controluce, verificare gli elementi di sicurezza. In definitiva, il denaro falso rappresenta una minaccia reale ma contenuta. I numeri indicano che il sistema regge, ma la presenza costante di reti criminali e l’evoluzione tecnologica impongono attenzione. La sfida resta aperta e si gioca ogni giorno tra innovazione e vigilanza quotidiana.
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Un precedente incontro tra il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed al-Nahyan (Ansa)
Il ritiro di Abu Dhabi dall’Opec non è solo economico: riemergono le tensioni con l’Arabia Saudita tra accuse sulla sicurezza e divergenze regionali. Una frattura che indebolisce Riad, complica i piani di Trump e riapre i giochi nel Golfo.
Alla base dell’addio di Abu Dhabi all’Opec c’è (anche) una ragione di natura geopolitica: il riemergere della tensione tra emiratini e sauditi.
Ufficialmente, il ritiro degli Emirati è legato alla loro volontà di svincolarsi dal sistema di quote di produzione petrolifera. Il che già di per sé rappresenta uno schiaffo a Riad che riveste de facto nell’Opec una posizione di preminenza politica. Un Opec più fragile rende quindi potenzialmente l’Arabia Saudita più debole sotto il profilo geopolitico ed economico.
In secondo luogo, il giorno prima che Abu Dhabi annunciasse l’addio, il consigliere presidenziale emiratino, Anwar Gargash, aveva accusato i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo di non aver fatto abbastanza per assistere il proprio Paese contro gli attacchi iraniani. «La posizione del Consiglio di cooperazione del Golfo è stata la più debole nella storia, considerando la natura dell'attacco e la minaccia che ha rappresentato per tutti», aveva dichiarato in quella che era una stoccata soprattutto all’Arabia Saudita.
Non dobbiamo del resto dimenticare che, negli ultimi anni, il rapporto tra Abu Dhabi e Riad era diventato teso su vari dossier: dal Sudan al Somaliland, passando per lo Yemen. Tuttavia, la guerra in Iran sembrava aver ricompattato l’asse tra i due vecchi alleati nel nome della loro storica opposizione al regime khomeinista. Un ricompattamento che, a quanto pare, non è durato granché. Lo schiaffo emiratino all’Opec, lo abbiamo visto, sta lì a dimostrarlo. Il punto è adesso capire che cosa succederà.
Donald Trump, com’è noto, ha plaudito all’addio di Abu Dhabi: in passato, l'inquilino della Casa Bianca aveva accusato l’Opec di manipolare i prezzi del petrolio. Inoltre, il presidente americano scommette sul fatto che, in caso di riapertura di Hormuz, la mossa emiratina possa contribuire a far scendere più celermente il costo del greggio. Non è un mistero che Trump tema l’alto prezzo della benzina negli Stati Uniti: un fattore, questo, che indebolisce il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Dall’altra parte, però, il ritorno della tensione tra emiratini e sauditi potrebbe mettere in crisi quel rilancio degli Accordi di Abramo a cui Trump notoriamente mira. Abu Dhabi ha aderito a quei patti nel 2020, mentre Riad non lo ha ancora fatto. Il presidente americano vorrebbe che Mohammad bin Salman li sottoscrivesse al più presto, ma questa situazione rende la strada decisamente in salita. Mentre infatti l’asse tra Gerusalemme e Abu Dhabi si rafforza, i rapporti tra l’Arabia Saudita e lo Stato ebraico sono attraversati da qualche significativa fibrillazione. Non è inoltre escluso che il principe ereditario saudita possa essersi irritato per il sostegno di Trump al ritiro emiratino dall'Opec.
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Il campo largo non ha ancora leader, programmi e idee. Per questo spera che il governo Meloni duri fino al termine della legislatura, infrangendo ogni record. Nonostante le accuse di Renzi, Conte e Schlein.
L’inflazione consiste nell’aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi in un determinato periodo di tempo, con la conseguente riduzione del potere d’acquisto della moneta: con la stessa quantità di denaro si riesce a comprare meno.
In condizioni normali, l’inflazione si sviluppa quando la domanda supera l’offerta: se beni e servizi non bastano a soddisfare i consumatori, i prezzi salgono. Al contrario, quando l’economia rallenta o entra in stagnazione, la domanda tende a diminuire e i prezzi dovrebbero stabilizzarsi o scendere.
La stagflazione rompe questo schema: si verifica quando l’economia cresce poco o si contrae, ma i prezzi continuano comunque a salire.
Questo fenomeno si manifesta spesso in seguito a uno shock di offerta, cioè un evento straordinario che riduce la disponibilità di beni o aumenta i costi di produzione — ad esempio una crisi energetica o un forte aumento del costo delle materie prime — spingendo verso l’alto i prezzi anche in presenza di un’economia debole.
La stagflazione è considerata particolarmente difficile da gestire perché le politiche economiche tradizionali per combattere l’inflazione (come alzare i tassi) possono aggravare la stagnazione, mentre quelle per stimolare la crescita rischiano di alimentare ulteriormente l’aumento dei prezzi.
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