Per costruire una grande menzogna, ci vogliono tante piccole verità. Altrimenti nessuno ci crederebbe fin dal principio. Il concetto, attribuito al filosofo tedesco Ernst Bloch, descrive bene la maldestra conferenza stampa con cui i leader di Avs, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, hanno cercato ieri di utilizzare lo scandalo degli Epstein files come clava contro la Lega e la maggioranza. Proprio mentre emergono legami tra il loro partito e i responsabili dell’uccisione di Quentin Deranque, il ventitreenne francese ammazzato a Lione da frange dell’estrema sinistra transalpina legata a Jean-Luc Mélenchon.
Prima verità: Matteo Salvini compare negli Epstein files, in particolare nelle conversazioni tra il finanziere ebreo e Steve Bannon, ex «stratega di Trump». Seconda verità: Epstein aveva contatti con tanti potenti del mondo e, benché non vi sia una verità giudiziaria che lo attesti in maniera inequivocabile, ci sono molti elementi per ritenere che registrasse materiale a sfondo sessuale per ricattarne alcuni. La grande menzogna sarebbe usare queste due verità per attaccare la Lega, senza prima aver letto i documenti originali e aver valutato il contesto del periodo cui si riferiscono. Tanto più che, nella rete del faccendiere, vi è una netta prevalenz di individui legati alla galassia liberal, come dimostra la cronaca americana ed europea delle ultime settimane.
«Sto andando a Milano per incontrare Salvini», scrive Bannon a Epstein il 4 marzo 2018. Data che a qualcuno suonerà familiare, perché quel giorno si tennero le elezioni in cui il M5s superò il 30%, consegnandoci alla legislatura di lockdown e green pass. In una chat su iMessage del 9 marzo successivo, Bannon si spaccia già per consigliere dell’allora Front National di Marine Le Pen, della Lega, di Afd, dello Swiss People's Party e dei partiti di Viktor Orbán e Nigel Farage. L’americano pensa già alle europee del maggio 2019, in cui prevede un boom di 200 seggi per le forze sovraniste. Non andò così. Infatti, grazie ai voti «decisivi» dei pentastellati nacque la prima commissione Ursula, e con lei la legislatura del Green deal. Un altro incontro, dai file, sembra essere avvenuto a settembre dello stesso anno. «Sono solo concentrato a raccogliere fondi per Le Pen e Salvini in modo che possano presentare liste complete [di candidati]», si legge invece in un’altra chat del 5 marzo 2019, pochi più di due mesi prima delle elezioni.
Questo è quanto si trova su Salvini nei file desecretati dal Dipartimento della Giustizia americano (per altro stando alle sole parole di Bannon). E questo è quanto basta al duo di Avs per chiedere una commissione d’inchiesta per verificare un’eventuale «manipolazione dell’opinione pubblica» nel nostro Paese e in Europa. Fratoianni e Bonelli parlano di «moltissimi riferimenti» che ci sono all’interno dei file «al vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e soprattutto alla Lega»: «La Lega ha smentito», affermano, «ma da Bannon non c’è una parola». Tentativo patetico, e nemmeno troppo fantasioso: ci hanno già provato nel 2018, col caso Metropol, a screditare il Carroccio denunciando presunti finanziamenti russi. Morale della vicenda, finita archiviata: non basta che due persone si incontrino, o perfino che intavolino una presunta trattativa, affinché si configurino reati di corruzione.
Steve Bannon è stato il direttore della campagna elettorale di Donald Trump nel 2016, considerato la mente dietro al primo, impronosticabile successo di The Donald: peccato che dopo i primi mesi di mandato, nei quai ricopriva il ruolo di capo stratega della Casa Bianca, fu licenziato. E poi Trump ha rivinto nel 2024, ancora più inaspettatamente visti i fatti di Capitoll Hill, ma senza di lui. Evidentemente, non era così fondamentale. Dal 2017, Bannon si è autoritagliato il ruolo di punto di riferimento globale del mondo Maga e identitario, senza ricoprire alcun incarico ufficiale. In altre parole, Bannon dal 2017 conta poco nulla. Tanto è vero che, come mostrano le conversazioni con Epstein, cercava in tutti i modi di finire sulla stampa internazionale: chi conta veramente qualcosa, e sta realmente muovendo pedine sulla scacchiera del potere mondiale, non ha tutta questa voglia di apparire. Tutt’altro. Tant’è che, in un altro scambio del 2018 con Epstein, Bannon invoca il ricorso al venticinquesimo emendamento perché considera Trump mentalmente instabile (letteralmente: «oltre il bordeline»). Ed Epstein cerca più volte di frenare questa sua idea dell’internazionale sovranista.
Tuttavia, agli occhi degli europei Bannon era un volto del nuovo Gop targato Trump. E qualunque partito che conti qualcosa tesse legami con forze politiche estere di ispirazione simile. Non sfuggirà certo ad Avs, non solo erede, con vari avvicendamenti, del fu Partito comunista italiano - che ai tempi non disprezzava i rubli (questi accertati) dei sovietici - ma anche in ottimi rapporti con l’estrema sinistra francese, come dimostrano i fatti di questi giorni. O come insegna Ilaria Salis, accolta a braccia aperte e candidata all’europarlamento, anche lei affiliata a reti antifa europee.
Oltre al fatto che chiunque aspiri a governare l’Italia debba avere rapporti con la prima potenza mondiale, è a maggior ragione ovvio che chiunque in Europa si ponga l’obiettivo di mettere in discussione i dogmi dell’Ue, moneta unica e vincoli di bilancio in primis, debba per forza avere il sostegno di Washington. Sarebbe stato folle, al contrario, se la Lega e Salvini non avessero avuto interlocuzioni con i repubblicani Usa. E, al di là del soggetto, Bannon stava cercando col suo «The Movement» di unire i partiti populisti e sovranisti d’Europa. Un flop, proprio come il soggetto, e infatti non se n’è fatto più nulla. E come la coppietta di Avs, cui fa comodo dire il contrario.