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“Taiwan”

«Sbagliato farsi troppe illusioni, la pace a Kiev è ancora lontana»

«Sbagliato farsi troppe illusioni, la pace a Kiev è ancora lontana»

L’analista di Med-or Daniele Ruvinetti: «Putin non accetterà mai l’invio di truppe europee a garanzia di una tregua. Si sono creati dei nuovi equilibri, Trump non interverrà in Ucraina».

«Ma Cina e Russia cosa stanno facendo? Dopo l’attacco americano in Venezuela e il caos che si è scatenato in Iran con Trump che sembra pronto a dettare le regole anche su Teheran, un po’ tutti si interrogano sul silenzio di Xi Jinping e Putin. Beh, io non credo a una tacita presa d’atto, io credo che stiamo assistendo a un rimescolamento delle sfere d’influenza globali e che dietro alle reticenze si nascondano strategie abbastanza chiare. Ecco in questo momento starei molto attento a non confondere la tattica e le schermaglie con la strategia di fondo».

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Rampini: «Donald agisce, Xi e Putin impotenti. Contano soltanto i rapporti di forza»

Rampini: «Donald agisce, Xi e Putin impotenti. Contano soltanto i rapporti di forza»

Il giornalista, da mercoledì in seconda serata su Canale 5: «Falso che la mossa di Donald Trump incentivi l’espansionismo sino-russo. Pechino rivendica Taiwan dal 2012, Mosca ha invaso con Barack Obama e Joe Biden».

Federico Rampini, il risiko geopolitico fluido di questi giorni non aiuta a orientarsi. Se dovessi fissare i punti cardinali del nuovo (dis)ordine mondiale, quali sarebbero?

«Primo: in geopolitica i rapporti di forza contano più dei buoni sentimenti. Secondo: usciamo da un trentennio di globalizzazione dove ridurre i costi e massimizzare i profitti era l’imperativo, entriamo nell’era della geoeconomia dove la sicurezza nazionale condiziona le strategie economiche. Terzo: bisogna studiare seriamente la storia, perché molti eventi di questo periodo hanno antefatti illuminanti (per esempio, Trump si è formato negli anni Settanta, è un “allievo” di Nixon). Quarto: nazioni e popoli che hanno una memoria imperiale riattivano velocemente i “muscoli” dei loro imperi passati».

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Il messaggio dell’America alla Cina: colpiremo i tuoi fornitori di energia

Il punto debole di Pechino è la forte dipendenza dall’estero per gas e petrolio. Ecco perché, dopo il Paese sudamericano, gli States potrebbero intervenire in Iran. Il Dragone dovrà aumentare gli acquisti da Mosca.

Dopo la fulminea operazione che ha portato Nicolás Maduro dal palazzo presidenziale di Caracas all’aula di un tribunale di New York, ci si interroga sulle conseguenze economiche e politiche della destituzione.

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L’incognita venezuelana irrompe nel duello tra Washington e Pechino su Taiwan

L’incognita venezuelana irrompe nel duello tra Washington e Pechino su Taiwan

Cresce l’incertezza sul dossier taiwanese. Un nodo che, con ogni probabilità, tornerà al centro delle tensioni tra Washington e Pechino.

La scorsa settimana, la Cina ha avviato delle esercitazioni militari nei pressi dell’isola, sostenendo di voler lanciare un «severo avvertimento» contro quelle che ha definito le «forze separatiste». In particolare, la Repubblica popolare ha schierato 14 navi da guerra e 89 caccia. «Di fronte alle crescenti ambizioni espansionistiche della Cina, la comunità internazionale sta osservando per vedere se il popolo taiwanese ha la determinazione di difendersi», ha dichiarato il presidente taiwanese, Lai Ching-te, riferendosi alle pressioni militari di Pechino.

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Per giocare un ruolo nel contesto globale servono Stati sovrani

Per giocare un ruolo nel contesto globale servono Stati sovrani

Sulla scena dominano le superpotenze, ma l’Ue è rimasta fuori dalla Storia. Bisogna tornare all’Europa pre Maastricht.

La politica internazionale vive per lo più del dietro le quinte: qualcuno può parlare con certezza delle conversazioni bilaterali tra Usa e Russia, tra Cina e Russia, tra Cina e America? Il solo bisbigliare ci fa intercettare che si stiano spartendo il mondo in un giro di compasso che ricrea l’ordine mondiale, ridiscutendo le linee rosse e pure quelle di tutti gli altri colori che il business dispone: fondi sovrani, colossi energetici, multinazionali del settore digitale o delle armi, proprietà e controllo delle aree dove si innervano i minerali preziosi per le industrie moderne; e poi il controllo delle infrastrutture, quelle che poggiano in fondo agli oceani o sulla terra o sono sospese nei cieli.

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Golpe di scena

Golpe di scena

Blitz anti-Cina a Caracas: deposto il dittatore. Cade il mito del diritto internazionale: ogni potenza pensa a sé e pesano sempre più i rapporti di forza, meglio capirlo.

Quando alla metà di marzo di 15 anni fa la Francia di Nicolas Sarkozy, con la scusa di difendere la popolazione civile ma con l’obiettivo di tutelare i propri affari, decise di bombardare la Libia, nessuno si indignò. Anzi, la Gran Bretagna prima, gli Stati Uniti dopo, seguiti poi da altri Paesi tra cui la stessa Italia, decisero di sostenere l’azione militare, giustificando l’intervento con una risoluzione dell’Onu che istituiva una zona d’interdizione al volo nello spazio aereo di competenza dello Stato africano. In quel modo fu fatto fuori Muammar Gheddafi, che certo non era uno stinco di santo, e nemmeno un leader eletto democraticamente, ma era pur sempre la massima autorità della Libia, cioè di un Paese sovrano. Nessuno tra coloro che oggi accusano l’America di Donald Trump di aver compiuto un atto di pirateria internazionale contro il Venezuela, bombardando Caracas e arrestando Nicolás Maduro e la moglie, ai tempi di Gheddafi se la prese. Anzi, fatta eccezione per alcune rarissime obiezioni (ricordo che il giornale che all’epoca dirigevo fu la sola voce critica in Italia), tutti applaudirono perché la coalizione composta da francesi, inglesi e americani esportava la democrazia a Tripoli, ponendo fine a una dittatura durata più di 40 anni. Nessuno si pose il problema del rispetto del diritto internazionale, e quanti misero in luce gli interessi geopolitici ed economici che avevano portato a bombardare Gheddafi rischiarono di passare per sostenitori del colonnello.

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