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2024-06-17
Russia nei Caraibi. La nuova sfida di Putin
Vladimir Putin (Ansa)
Il 12 giugno scorso tre navi russe e un sottomarino a propulsione nucleare sono giunti a Cuba per esercitazioni navali nel Mar dei Caraibi, di fronte alle coste statunitensi, che dureranno fino a oggi. Nonostante la capacità di due di queste imbarcazioni di trasportare missili a lungo raggio con testate nucleari, L’Avana dichiara: «Nessuna delle navi trasporta armi nucleari». E secondo Washington, le esercitazioni «non rappresentano una minaccia diretta per gli Stati Uniti». Tutte e quattro le imbarcazioni fanno parte della Flotta settentrionale russa, con sede a Severomorsk, nell’Artico, a oltre 8.500 chilometri da Cuba: durante il loro viaggio attraverso l’Oceano Atlantico, le navi hanno eseguito esercitazioni simulate colpendo bersagli con missili a lunga distanza.
Anche se il luogo di queste esercitazioni potrebbe richiamare alla mente la crisi dei missili di Cuba del 1962, gli esperti hanno dichiarato al Moscow Times che la Russia intende semplicemente inviare un avvertimento all’Occidente senza incrementare le tensioni. Inoltre, le manovre militari mirano a proiettare l’immagine di una Russia come potenza globale con influenza ben oltre le sue acque territoriali. Funzionari degli Stati Uniti avevano previsto che navi da guerra e aerei russi sarebbero giunti nei Caraibi per esercitazioni militari che si sono svolte ogni anno dal 2013 al 2020. Queste manovre sono interpretate come parte della risposta più ampia di Mosca al supporto americano all’Ucraina, soprattutto alla decisione del presidente Joe Biden di autorizzare l’uso da parte dell’Ucraina di armi fornite dagli Stati Uniti per attaccare all’interno della Russia, una mossa che ha notevolmente irritato il Cremlino. Un funzionario statunitense ha dichiarato: «Come parte delle loro esercitazioni militari regolari, prevediamo un aumento dell’attività navale e aerea russa vicino agli Usa questa estate. Queste azioni culmineranno in un’esercitazione navale globale russa quest'autunno».
Secondo la Marina russa, come riportato da Ria Novosti, «le navi arrivano nel Mar dei Caraibi nell’ambito della cooperazione internazionale». In una dichiarazione, il ministero delle Forze armate rivoluzionarie di Cuba ha confermato che il sottomarino avanzato a propulsione nucleare della classe Yasen-M Kazan, dotato di missili da crociera, insieme ad altre tre navi militari russe, farà scalo all’Avana dal 12 al 17 giugno. La flottiglia include la fregata del Progetto 22350 Admiral Gorshkov, la petroliera Pashin e il rimorchiatore di salvataggio Nikolai Chiker. «Nessuna delle navi trasporta armi nucleari, quindi il loro scalo nel nostro Paese non rappresenta una minaccia per la regione», ha dichiarato il ministero, che ha inoltre sottolineato che «le visite di unità navali di altri Paesi sono una pratica storica del governo rivoluzionario con le nazioni che mantengono rapporti di amicizia e collaborazione».
Questa mossa è vista come parte di un più ampio sforzo da parte della Russia per riaffermare la propria presenza in regioni strategicamente importanti, nel contesto dei continui attriti geopolitici con gli Stati Uniti. La presenza del sottomarino nucleare Kazan ha attirato particolare attenzione anche perché, se è vero che in questo caso non trasporta armi nucleari, è in grado di lanciare missili da crociera Kalibr, con una gittata fino a 2.500 chilometri e che possono essere equipaggiati con testate nucleari.
A Cuba è arrivata anche la fregata Ammiraglio Gorshkov, che trasporta missili ipersonici Tsirkon, che secondo il Cremlino sono dotati di capacità nucleare. È supportata dalla nave di rifornimento Akademik Pashin e dal rimorchiatore Nikolay Chiker. Gli Stati Uniti monitorano le attività della Russia nel Mar dei Caraibi. Il sottomarino è seguito da due cacciatorpediniere e da altre due navi dotate di sonar, mentre un altro cacciatorpediniere e un cutter della Guardia costiera americana seguiranno le restanti navi. Nonostante le rassicurazioni delle autorità statunitensi e di quelle cubane, Mosca ha avvertito di possibili «passi asimmetrici» in risposta al sostegno di Washington all’Ucraina. Il presidente russo Vladimir Putin ha suggerito che la Russia potrebbe fornire armi a lungo raggio a regioni del mondo dove potrebbero essere utilizzate contro obiettivi occidentali. Una potenziale area di attività potrebbe essere Cuba, data la relazione storica stretta tra L’Avana e Mosca.
Durante la parata militare annuale del Giorno della Vittoria sulla Piazza Rossa nel maggio scorso, Putin ha ospitato il presidente cubano Miguel Diaz-Canel arrivato a Mosca alla caccia di aiuti data la drammatica situazione del suo Paese. I legami tra Diaz-Canel e Putin si sono rafforzati dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Durante l’era sovietica, Cuba fu un importante alleato di Mosca, con regolari dispiegamenti di flottiglie della Marina russa e aerei da pattugliamento marittimo a lungo raggio e il dispiegamento di armi nucleari sovietiche sull’isola portò alla crisi missilistica cubana del 1962. Allo stesso modo, il Venezuela ha mantenuto stretti legami con Mosca, anche militari. All’inizio di questa settimana, un alto funzionario Usa ha suggerito che il recente dispiegamento della Marina russa potrebbe includere uno scalo temporaneo anche in Venezuela: «Ci aspettiamo che la Russia invierà temporaneamente navi da combattimento nella regione dei Caraibi, con possibili scali a Cuba e forse in Venezuela. Potrebbero esserci anche dispiegamenti di aerei o voli nella regione». A complicare il quadro, la Guardia Costiera degli Stati Uniti ha pubblicato foto che documentano le operazioni del cutter di classe Legend della Guardia Costiera statunitense Stone (Wmsl-758) nell’Oceano Atlantico. Queste operazioni, comprese le manovre accanto ai cacciatorpediniere Uss Truxtun (Ddg-103) e Uss Donald Cook (Ddg-75) della classe Arleigh Burke, oltre alla fregata canadese Hmcs Ville de Québec (Ffh-332) della classe Halifax, si sono svolte dal 3 giugno al 6 giugno nell’area operativa della seconda flotta.
La visita della flottiglia russa a Cuba rappresenta un segnale da parte di Mosca a Usa e alleati della volontà russa di riaffermare la propria presenza in regioni storicamente considerate all’interno della sfera di influenza statunitense. Il Pentagono ha risposto inviando a Cuba un sottomarino nucleare: l’Uss Helena è arrivato giovedì nel golfo di Guantanamo, dove si trova la base americana sull’isola. Un comunicato del Comando meridionale Usa ha definito l’operazione «una missione di routine, pianificata da tempo». Tuttavia, è chiaro che si tratta di una risposta ai russi.
Nell’esercito russo cresce il numero dei soldati stranieri
L’esercito russo sta reclutando in Africa uomini da inviare al fronte in Ucraina offrendo loro un bonus d’iscrizione una tantum di almeno 2.000 dollari più uno stipendio di 2.200 dollari al mese, oltre alla promessa della cittadinanza russa: lo scrive il ministero della Difesa britannico in un suo recente report di intelligence. Nel maggio scorso l’intelligence militare ucraina ha reso noto che la Russia stava intensificato i suoi tentativi di reclutamento in Africa e questi sforzi sono concentrati nell’Africa centrale, precisano gli analisti di Londra, in particolare in Ruanda, Burundi, Congo e Uganda. È probabile che questa campagna di reclutamento sia volta a rimpiazzare le perdite russe sul campo di battaglia, che sono «significative», commenta il ministero, oltre a sostenere l’offensiva su molteplici assi lungo tutto il fronte.
Dall’inizio della guerra, sono arrivati in Ucraina almeno 249 mercenari provenienti da 14 Paesi africani e 103 sono stati uccisi. La Nigeria è in cima alla lista con 97, seguita da Algeria con 60 e Sudafrica con 35. Secondo funzionari europei, il Cremlino ha anche costretto migliaia di migranti e studenti stranieri a combattere al fianco delle truppe russe nell’offensiva di Kharkiv. Nei mesi di settembre e ottobre 2023, sono trapelati online i dettagli dei passaporti di oltre 200 cubani presumibilmente arruolati nell’esercito russo. Questi dettagli, come riportato dalla Bbc, sono stati pubblicati da una piattaforma filo Ucraina chiamata InformNapalm, che afferma di aver ottenuto le informazioni hackerando le email di un ufficiale di reclutamento militare russo a Tula, a sud di Mosca. Una ricerca su Facebook ha rivelato che 31 dei nomi menzionati nelle fughe di notizie ucraine corrispondono ad account i cui proprietari sembrano essere in Russia o collegati all’esercito russo. Il governo del Nepal ha dichiarato di essere a conoscenza di circa 400 giovani nepalesi reclutati dalla Russia. La decisione dell’India di interrompere il reclutamento dei Gurkha nepalesi per il proprio esercito, ponendo fine a una tradizione lunga 200 anni, potrebbe aver spinto molti nepalesi a cercare opportunità di lavoro in Russia e in altri Paesi. Mentre la Reuters ha riferito l’anno scorso che il gruppo mercenario Wagner aveva reclutato diversi cittadini africani come parte di uno sforzo per arruolare detenuti dalle carceri russe per le sue operazioni in Ucraina.
Attualmente, secondo Yevgeny Primakov, capo di Rossotrudnichestvo, un’organizzazione che promuove la Russia all’estero, ci sono tra 35.000 e 37.000 studenti africani in Russia. Durante il recente Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Primakov ha affermato: «Ogni anno accogliamo circa 6.500 studenti africani che studiano gratuitamente in Russia». Queste informazioni evidenziano come la presenza di studenti africani in Russia possa essere sfruttata in contesti diversi, inclusi quelli di reclutamento militare. Secondo funzionari a conoscenza della situazione, i russi stanno sempre più minacciando di non estendere i visti agli studenti africani e ai giovani lavoratori, a meno che non accettino di arruolarsi nell’esercito. È noto che Mosca ha anche arruolato detenuti dalle sue prigioni, mentre alcuni africani con visto di lavoro in Russia sono stati detenuti e costretti a scegliere tra la deportazione o il servizio militare forzato, ha affermato un funzionario europeo. Tuttavia, queste truppe soffrono di un tasso di vittime particolarmente elevato perché sono spesso impiegate in manovre offensive rischiose per proteggere unità addestrate più professionalmente.
Secondo rapporti che citano l’intelligence ucraina, la Russia ha avviato una campagna di reclutamento per arruolare mercenari stranieri in almeno 21 Paesi, inclusi vari stati africani. Le campagne di reclutamento dell’esercito offrono generosi bonus e stipendi per chi decide di arruolarsi come soldato a contratto. I reclutatori hanno mirato anche a migranti e studenti che precedentemente cercavano lavoro in Russia, attirandoli con promesse di opportunità di lavoro ben retribuito prima di obbligarli ad addestrarsi e a essere schierati sul fronte. La capacità della Russia di mobilitare un numero significativo di truppe potrebbe diventare un fattore determinante nel corso del conflitto. Finora le forze russe stanno avanzando lentamente nel nord-est dell’Ucraina e stanno subendo pesanti perdite, nonostante le carenze di truppe e munizioni da parte ucraina. Secondo il ministero della Difesa britannico, a maggio l’esercito russo ha subito perdite superiori a 1.200 persone al giorno, il tasso di vittime più alto della guerra. Dall'inizio dell'invasione, la Russia ha visto circa 500.000 morti o feriti, secondo le stime del Regno Unito che però non sono state confermate in modo indipendente.
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Navi militari e un sottomarino nucleare sono a Cuba, dove stanno conducendo esercitazioni missilistiche che finiranno oggi. La mossa del Cremlino segue il via libera Usa all’uso di armi ucraine oltre confine. E punta a rilanciare il ruolo di Mosca come potenza globale.Nell’esercito russo cresce il numero dei soldati stranieri. Per gli 007 britannici i nuovi arrivati ottengono una paga di 2.200 dollari al mese e la cittadinanza. Il ruolo degli studenti immigrati.Lo speciale comprende due articoli.Il 12 giugno scorso tre navi russe e un sottomarino a propulsione nucleare sono giunti a Cuba per esercitazioni navali nel Mar dei Caraibi, di fronte alle coste statunitensi, che dureranno fino a oggi. Nonostante la capacità di due di queste imbarcazioni di trasportare missili a lungo raggio con testate nucleari, L’Avana dichiara: «Nessuna delle navi trasporta armi nucleari». E secondo Washington, le esercitazioni «non rappresentano una minaccia diretta per gli Stati Uniti». Tutte e quattro le imbarcazioni fanno parte della Flotta settentrionale russa, con sede a Severomorsk, nell’Artico, a oltre 8.500 chilometri da Cuba: durante il loro viaggio attraverso l’Oceano Atlantico, le navi hanno eseguito esercitazioni simulate colpendo bersagli con missili a lunga distanza. Anche se il luogo di queste esercitazioni potrebbe richiamare alla mente la crisi dei missili di Cuba del 1962, gli esperti hanno dichiarato al Moscow Times che la Russia intende semplicemente inviare un avvertimento all’Occidente senza incrementare le tensioni. Inoltre, le manovre militari mirano a proiettare l’immagine di una Russia come potenza globale con influenza ben oltre le sue acque territoriali. Funzionari degli Stati Uniti avevano previsto che navi da guerra e aerei russi sarebbero giunti nei Caraibi per esercitazioni militari che si sono svolte ogni anno dal 2013 al 2020. Queste manovre sono interpretate come parte della risposta più ampia di Mosca al supporto americano all’Ucraina, soprattutto alla decisione del presidente Joe Biden di autorizzare l’uso da parte dell’Ucraina di armi fornite dagli Stati Uniti per attaccare all’interno della Russia, una mossa che ha notevolmente irritato il Cremlino. Un funzionario statunitense ha dichiarato: «Come parte delle loro esercitazioni militari regolari, prevediamo un aumento dell’attività navale e aerea russa vicino agli Usa questa estate. Queste azioni culmineranno in un’esercitazione navale globale russa quest'autunno». Secondo la Marina russa, come riportato da Ria Novosti, «le navi arrivano nel Mar dei Caraibi nell’ambito della cooperazione internazionale». In una dichiarazione, il ministero delle Forze armate rivoluzionarie di Cuba ha confermato che il sottomarino avanzato a propulsione nucleare della classe Yasen-M Kazan, dotato di missili da crociera, insieme ad altre tre navi militari russe, farà scalo all’Avana dal 12 al 17 giugno. La flottiglia include la fregata del Progetto 22350 Admiral Gorshkov, la petroliera Pashin e il rimorchiatore di salvataggio Nikolai Chiker. «Nessuna delle navi trasporta armi nucleari, quindi il loro scalo nel nostro Paese non rappresenta una minaccia per la regione», ha dichiarato il ministero, che ha inoltre sottolineato che «le visite di unità navali di altri Paesi sono una pratica storica del governo rivoluzionario con le nazioni che mantengono rapporti di amicizia e collaborazione». Questa mossa è vista come parte di un più ampio sforzo da parte della Russia per riaffermare la propria presenza in regioni strategicamente importanti, nel contesto dei continui attriti geopolitici con gli Stati Uniti. La presenza del sottomarino nucleare Kazan ha attirato particolare attenzione anche perché, se è vero che in questo caso non trasporta armi nucleari, è in grado di lanciare missili da crociera Kalibr, con una gittata fino a 2.500 chilometri e che possono essere equipaggiati con testate nucleari. A Cuba è arrivata anche la fregata Ammiraglio Gorshkov, che trasporta missili ipersonici Tsirkon, che secondo il Cremlino sono dotati di capacità nucleare. È supportata dalla nave di rifornimento Akademik Pashin e dal rimorchiatore Nikolay Chiker. Gli Stati Uniti monitorano le attività della Russia nel Mar dei Caraibi. Il sottomarino è seguito da due cacciatorpediniere e da altre due navi dotate di sonar, mentre un altro cacciatorpediniere e un cutter della Guardia costiera americana seguiranno le restanti navi. Nonostante le rassicurazioni delle autorità statunitensi e di quelle cubane, Mosca ha avvertito di possibili «passi asimmetrici» in risposta al sostegno di Washington all’Ucraina. Il presidente russo Vladimir Putin ha suggerito che la Russia potrebbe fornire armi a lungo raggio a regioni del mondo dove potrebbero essere utilizzate contro obiettivi occidentali. Una potenziale area di attività potrebbe essere Cuba, data la relazione storica stretta tra L’Avana e Mosca.Durante la parata militare annuale del Giorno della Vittoria sulla Piazza Rossa nel maggio scorso, Putin ha ospitato il presidente cubano Miguel Diaz-Canel arrivato a Mosca alla caccia di aiuti data la drammatica situazione del suo Paese. I legami tra Diaz-Canel e Putin si sono rafforzati dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Durante l’era sovietica, Cuba fu un importante alleato di Mosca, con regolari dispiegamenti di flottiglie della Marina russa e aerei da pattugliamento marittimo a lungo raggio e il dispiegamento di armi nucleari sovietiche sull’isola portò alla crisi missilistica cubana del 1962. Allo stesso modo, il Venezuela ha mantenuto stretti legami con Mosca, anche militari. All’inizio di questa settimana, un alto funzionario Usa ha suggerito che il recente dispiegamento della Marina russa potrebbe includere uno scalo temporaneo anche in Venezuela: «Ci aspettiamo che la Russia invierà temporaneamente navi da combattimento nella regione dei Caraibi, con possibili scali a Cuba e forse in Venezuela. Potrebbero esserci anche dispiegamenti di aerei o voli nella regione». A complicare il quadro, la Guardia Costiera degli Stati Uniti ha pubblicato foto che documentano le operazioni del cutter di classe Legend della Guardia Costiera statunitense Stone (Wmsl-758) nell’Oceano Atlantico. Queste operazioni, comprese le manovre accanto ai cacciatorpediniere Uss Truxtun (Ddg-103) e Uss Donald Cook (Ddg-75) della classe Arleigh Burke, oltre alla fregata canadese Hmcs Ville de Québec (Ffh-332) della classe Halifax, si sono svolte dal 3 giugno al 6 giugno nell’area operativa della seconda flotta. La visita della flottiglia russa a Cuba rappresenta un segnale da parte di Mosca a Usa e alleati della volontà russa di riaffermare la propria presenza in regioni storicamente considerate all’interno della sfera di influenza statunitense. Il Pentagono ha risposto inviando a Cuba un sottomarino nucleare: l’Uss Helena è arrivato giovedì nel golfo di Guantanamo, dove si trova la base americana sull’isola. Un comunicato del Comando meridionale Usa ha definito l’operazione «una missione di routine, pianificata da tempo». 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Nel maggio scorso l’intelligence militare ucraina ha reso noto che la Russia stava intensificato i suoi tentativi di reclutamento in Africa e questi sforzi sono concentrati nell’Africa centrale, precisano gli analisti di Londra, in particolare in Ruanda, Burundi, Congo e Uganda. È probabile che questa campagna di reclutamento sia volta a rimpiazzare le perdite russe sul campo di battaglia, che sono «significative», commenta il ministero, oltre a sostenere l’offensiva su molteplici assi lungo tutto il fronte. Dall’inizio della guerra, sono arrivati in Ucraina almeno 249 mercenari provenienti da 14 Paesi africani e 103 sono stati uccisi. La Nigeria è in cima alla lista con 97, seguita da Algeria con 60 e Sudafrica con 35. Secondo funzionari europei, il Cremlino ha anche costretto migliaia di migranti e studenti stranieri a combattere al fianco delle truppe russe nell’offensiva di Kharkiv. Nei mesi di settembre e ottobre 2023, sono trapelati online i dettagli dei passaporti di oltre 200 cubani presumibilmente arruolati nell’esercito russo. Questi dettagli, come riportato dalla Bbc, sono stati pubblicati da una piattaforma filo Ucraina chiamata InformNapalm, che afferma di aver ottenuto le informazioni hackerando le email di un ufficiale di reclutamento militare russo a Tula, a sud di Mosca. Una ricerca su Facebook ha rivelato che 31 dei nomi menzionati nelle fughe di notizie ucraine corrispondono ad account i cui proprietari sembrano essere in Russia o collegati all’esercito russo. Il governo del Nepal ha dichiarato di essere a conoscenza di circa 400 giovani nepalesi reclutati dalla Russia. La decisione dell’India di interrompere il reclutamento dei Gurkha nepalesi per il proprio esercito, ponendo fine a una tradizione lunga 200 anni, potrebbe aver spinto molti nepalesi a cercare opportunità di lavoro in Russia e in altri Paesi. Mentre la Reuters ha riferito l’anno scorso che il gruppo mercenario Wagner aveva reclutato diversi cittadini africani come parte di uno sforzo per arruolare detenuti dalle carceri russe per le sue operazioni in Ucraina. Attualmente, secondo Yevgeny Primakov, capo di Rossotrudnichestvo, un’organizzazione che promuove la Russia all’estero, ci sono tra 35.000 e 37.000 studenti africani in Russia. Durante il recente Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Primakov ha affermato: «Ogni anno accogliamo circa 6.500 studenti africani che studiano gratuitamente in Russia». Queste informazioni evidenziano come la presenza di studenti africani in Russia possa essere sfruttata in contesti diversi, inclusi quelli di reclutamento militare. Secondo funzionari a conoscenza della situazione, i russi stanno sempre più minacciando di non estendere i visti agli studenti africani e ai giovani lavoratori, a meno che non accettino di arruolarsi nell’esercito. È noto che Mosca ha anche arruolato detenuti dalle sue prigioni, mentre alcuni africani con visto di lavoro in Russia sono stati detenuti e costretti a scegliere tra la deportazione o il servizio militare forzato, ha affermato un funzionario europeo. Tuttavia, queste truppe soffrono di un tasso di vittime particolarmente elevato perché sono spesso impiegate in manovre offensive rischiose per proteggere unità addestrate più professionalmente. Secondo rapporti che citano l’intelligence ucraina, la Russia ha avviato una campagna di reclutamento per arruolare mercenari stranieri in almeno 21 Paesi, inclusi vari stati africani. Le campagne di reclutamento dell’esercito offrono generosi bonus e stipendi per chi decide di arruolarsi come soldato a contratto. I reclutatori hanno mirato anche a migranti e studenti che precedentemente cercavano lavoro in Russia, attirandoli con promesse di opportunità di lavoro ben retribuito prima di obbligarli ad addestrarsi e a essere schierati sul fronte. La capacità della Russia di mobilitare un numero significativo di truppe potrebbe diventare un fattore determinante nel corso del conflitto. Finora le forze russe stanno avanzando lentamente nel nord-est dell’Ucraina e stanno subendo pesanti perdite, nonostante le carenze di truppe e munizioni da parte ucraina. Secondo il ministero della Difesa britannico, a maggio l’esercito russo ha subito perdite superiori a 1.200 persone al giorno, il tasso di vittime più alto della guerra. Dall'inizio dell'invasione, la Russia ha visto circa 500.000 morti o feriti, secondo le stime del Regno Unito che però non sono state confermate in modo indipendente.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.