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Ritratti | Giovanni Borghi, il cumenda dei frigoriferi

Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande. Parto da questa citazione di Adriano Olivetti perché è stato forse il primo, più grande, rivoluzionario d’impresa italiano. In questo podcast abbiamo provato a disegnare i ritratti di altri uomini e donne, viventi e non, che hanno lasciato il segno sulle pagine delle storia economica di questo Paese. Alcuni esprimendo un potere di lunga durata, altri portando la direzione di un intero settore produttivo verso la modernità. Quasi tutti hanno avuto grandi maestri ma pochissimi allievi. Una generazione senza eredi, solisti spesso irripetibili. Hanno vissuto da dentro il succedersi dei principali fatti dell’industria e lo sviluppo delle tecnologie più avanzate che hanno caratterizzato la vita economica e sociale dell’Italia. Hanno gestito i successi e i grandi passi avanti compiuti ma hanno anche conosciuto le conseguenze della nostra debolezza strutturale in aree strategiche. Ritratti racconta le storie di personaggi visionari capaci di fare, di realizzare strategie, di convincere sé stessi prima degli altri, di giocarsi la scena per un’idea, di preoccuparsi del dopo e non del prima. Imprenditori, manager, banchieri. Italiani e italiane che, impiegando capitali propri o gestendo capitali pubblici, con metodi, risultati e principi diversi, hanno costruito nei quasi 80 anni della Repubblica un sistema industriale, che pur tra alti e bassi ha collocato l’Italia tra i dieci Paesi più ricchi del mondo. Perché se l’economia è il motore della storia, l’uomo è il motore di entrambe.

Fabio Mini: «Il riarmo è un bluff. Agli europei mancano industria e soldati»
Vladimir Putin e Angela Merkel nel 2021 (Ansa)
Il generale: «Kiev sostituisce i droni agli uomini, ma non basterà. Merkel ha ideato la trappola di Minsk, non può trattare con Putin».

Generale Fabio Mini, ex capo di Stato Maggiore del Comando Nato del Sud Europa, e già comandante della missione internazionale in Kosovo. Oggi molte cosa sono cambiate, nel momento in cui Trump annuncia il ritiro di 5.000 uomini dalla Germania. L’Europa deve fare da sola?

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La Fornero ancora contro gli italiani
Elsa Fornero (Ansa)
L’ex ministro se la prende con la popolazione troppo attaccata a «casa e pensioni». Ma evita bene di criticare i veri potentati «conservatori» e tutelati, come gli Elkann.

«Il conservatorismo sociale italiano che blocca crescita e investimenti». Questo era il titolo del commento firmato dalla professoressa Fornero, pubblicato ieri sulla Stampa. Un titolo che, confessiamo, ci aveva immediatamente fatto storcere il naso per quell’odore di snobismo che emanava. Però - ci siamo detti - mica possiamo essere proprio noi a cadere nell’errore di accoppiare titolo e articolo come fossero usciti dalla stessa mano, quindi ci siamo scrollati di dosso il pregiudizio e abbiamo cominciato la lettura del commento.

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Valeriani: «Oggi abbiamo troppa paura dei virus»
Ansa
L’infettivologa: «Dopo il Covid le persone sono più spaventate e faticano a capire le reali minacce. Perfino sull’Ebola siamo bombardati di richieste: il rischio c’è, però in Europa è bassissimo e la sorveglianza è alta».

«Tutte le mattine quando entro in reparto leggo “Infettivologia Carlo Urbani” e mi dico che vale la pena fare questa professione, che la fatica è nulla in confronto a ciò che ha fatto lui». Chiara Valeriani non è una virostar, lei, laureata giovanissima alla Politecnica delle Marche in quel Policlinico Torrette più e più volte premiato come migliore ospedale pubblico d’Italia, è un medico «da corsia» sul fronte dell’infinitamente piccolo e del sempre potenzialmente mortale.

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La pace di The Donald certifica il fiasco
Donald Trump (Ansa)
Molte concessioni e il rinvio della questione cruciale: il nucleare. In Medio Oriente, il tycoon sconta uno smacco. La Cina se la ride, anche se conferma alcuni punti deboli.

L’accordo Usa-Iran premia più la resistenza del regime che la campagna bellica di Donald Trump. Hormuz, intanto, resta chiuso fino alla firma del trattato. E nel frattempo Vladimir Putin compie una dura rappresaglia sulla capitale ucraina. Se non è una sconfitta, poco ci manca: l’accordo che si profila tra Usa e Iran conquisterebbe la pace, o comunque una lunga tregua, al prezzo di un sostanziale fallimento militare, politico e diplomatico. Con il rinvio alle calende greche della discussione sul nucleare, che è stato il casus belli, una profonda incertezza sul destino di Hormuz, il graduale sblocco di fondi congelati e il superamento delle sanzioni.

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