Quell’audio rubato resta un mistero che i giudici non vogliono svelare
Il procuratore capo di Milano dice che la registrazione «è stata acquisita con un normale verbale». Un’ovvietà che lascia intatti i dubbi su chi l’abbia fatta e su come sia finita in mano ai pm. Con lo spettro della ricettazione.

Il procuratore di Milano, Francesco Greco, parlando ieri davanti alla porta del suo ufficio dopo aver avuto un colloquio con l’aggiunto Fabio De Pasquale, titolare dell’inchiesta sui presunti fondi russi alla Lega, ha risposto con un «no comment» alla domanda se fosse stato identificato il terzo italiano presente all’incontro in cui sarebbe avvenuta la trattativa sul petrolio. Le agenzie, però, hanno aggiunto anche un’altra risposta di Greco, questa volta a chi gli ha fatto notare che qualcuno sta sollevando dubbi sull’utilizzabilità di quell’audio per via delle modalità di acquisizione: la registrazione da cui è partita l’indagine, ha detto il procuratore, «è stata acquisita con un normale verbale». Questione chiusa dunque, almeno per quel che riguarda l’audio, la sua attendibilità e anche il suo arrivo nelle mani dei pm? Niente affatto, visto che la faccenda è tutt’altro che secondaria.

Siamo stati i primi ad aver sollevato qualche dubbio sull’utilizzabilità della registrazione e non, ovviamente, per via dell’operato della magistratura: ci mancherebbe. È evidente che nel momento in cui l’audio è arrivato nelle mani della polizia giudiziaria, il «documento» è stato acquisito con un normale verbale. Che sia stato consegnato da chi ha registrato il colloquio o che il supporto digitale sia stato recapitato da un soggetto terzo, che a sua volta lo aveva ottenuto, gli ufficiali di pg erano tenuti a redigere un verbale. Sarebbe così anche se la registrazione fosse arrivata da fonte anonima, perché nel momento in cui arriva in Procura, va da sé che il funzionario o il magistrato che la ricevono debbono compilare un verbale. Dunque, la frase del procuratore di Milano non risponde alla domanda che ci siamo posti sin dal deflagrare del presunto scandalo, circa l’utilizzabilità della registrazione. Perché una cosa sono le modalità con cui si è acquisito l’audio, altro è se quel supporto digitale sia una prova, o se sia ipotizzabile a carico di chi l’ha maneggiato la ricettazione. Già, perché qui bisogna tornare alle origini: ovvero a chi abbia registrato il colloquio e a chi lo abbia fatto giungere in Italia, consegnandolo prima ai magistrati e poi ai giornalisti, ammesso e non concesso che il percorso non sia stato all’incontrario.

Ieri a Quarta Repubblica, la trasmissione condotta da Nicola Porro su Rete 4, Stefano Vergine, uno dei giornalisti dell’Espresso che per primi hanno raccontato della strana trattativa di Mosca, ha detto di avere le prove di ciò che Gianluca Savoini e i suoi interlocutori si sono detti nella hall dell’Hotel Metropol. Certo, gli appunti non possono essere considerati prove, né lo può essere la stessa testimonianza del collega. Dunque, si torna alla domanda di partenza: chi ha registrato e chi ha consegnato il materiale alla magistratura? Il fatto a qualcuno potrà sembrare secondario se non di nessuna rilevanza, visto che la questione riguarda fondi neri da destinare al finanziamento di un partito. Ma visto che i fondi non si trovano, così come pure i milioni di tonnellate di kerosene che avrebbero dovuto dare origine alla maxi mazzetta da 65 milioni di dollari, di vero c’è una misteriosa riunione di cui si conoscono i nomi di soli tre partecipanti, più una registrazione. E allora, come in ogni spy story, le attenzioni si devono concentrare sui dettagli, dunque sull’audio e sulle persone presenti nella hall del Metropol.

La registrazione, come abbiamo detto, è misteriosa, come lo è la possibilità di ascoltare nella hall di un albergo un colloquio fra sei persone – che si svolge in russo, in inglese e in italiano – distinguendone le voci e ricostruendo senza errori le frasi dette dai partecipanti.

Ma altrettanto poco chiaro è il ruolo di Gianluca Meranda, l’avvocato d’affari che ha affiancato Savoini nella trattativa con i russi. Da quanto ha ricostruito il nostro Giacomo Amadori, il legale che nell’audio risulterebbe discutere di percentuali e di intermediari bancari attraverso i quali concludere l’operazione, negli ultimi mesi – cioè prima dell’esplodere del caso – avrebbe attraversato grossi guai finanziari, al punto da essere stato sfrattato e da avere difficoltà nel far fronte alle normali spese. L’avvocato internazionale è stato scaricato dai massoni, dalla banca che rappresentava (la quale nega che a Mosca Meranda agisse come suo consigliere legale) e a giugno era stato costretto a subire lo sfratto del suo ufficio. Ma Meranda è anche colui che scrive a Repubblica per «auto-denunciarsi», cioè per rivelare si essere lui uno dei sei personaggi seduti nella hall del Metropol. E guarda caso, è proprio lui che in quella sede parla di soldi, anzi di milioni, e di percentuali sul colossale affare che ha inguaiato Savoini e, di riflesso, avrebbe dovuto inguaiare Salvini.

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