Mentre il dibattito è concentrato su una parola che è diventata tossica, «immunità», gli operatori di polizia pensano alla parcella dell’avvocato, alla sospensione dal servizio che arriva prima della sentenza, allo stipendio che si assottiglia. È su questo piano che si gioca la vera partita.
«Nessun poliziotto vuole essere al di sopra della legge e nessuno deve esserlo», mette in chiaro il segretario del Coisp Domenico Pianese. Ma subito sposta il baricentro: «Il punto non è sottrarsi alla giustizia, ma evitare che chi agisce nell’esercizio del proprio dovere venga lasciato solo per anni in un limbo giudiziario ed economico». Perché l’iscrizione nel registro degli indagati non è solo un passaggio tecnico. È un fatto che produce effetti automatici: sospensione cautelare, possibile dimezzamento dello stipendio, spese legali da affrontare immediatamente, carriere sospese. Il tutto prima che venga accertata qualsiasi responsabilità. Pianese rivendica un primo argine: «Già con i decreti sicurezza dello scorso anno è stato introdotto un principio fondamentale per gli operatori delle forze di polizia, la legislazione di supporto». Fino a 10.000 euro per ogni grado di giudizio, se l’indagine riguarda fatti avvenuti in servizio. «È un passo storico», ammette. E aggiunge: «Si potrebbe fare di più? Forse sì. Ma quel provvedimento ha segnato un cambio di passo che per anni è stato ignorato». La cifra, 10.000 euro, però, suona come importante finché non la si mette dentro la realtà di un procedimento penale che può durare anni. E allora il tema non diventa lo scudo, ma la copertura integrale. Il nuovo decreto introduce un registro separato per gli appartenenti alle forze dell’ordine indagati per fatti accaduti durante il servizio. «Non è uno scudo penale», insiste Pianese. «È uno strumento procedurale esattamente come esistono registri dedicati in altri ambiti delicati, ad esempio per le vittime di stalking. Serve a garantire tempi certi e più rapidi, non a cancellare reati o responsabilità». Tempi certi significa meno anni di incertezza. Meno anni di spese. Il segretario generale del Movimento poliziotti democratici e riformisti, Antonio Alletto, attacca frontalmente proprio la parola «immunità». E spiega: «È un grave errore parlare di scudo penale. Nessun poliziotto chiede immunità, ed è folle anche solo pensarlo. Noi chiediamo di poter lavorare serenamente, con tutele professionali adeguate a un servizio esposto e pericoloso che impone decisioni immediate, anche sull’uso delle armi». Anche Alletto torna sul terreno concreto: «Non è accettabile che un operatore finisca automaticamente nel registro degli indagati, dovendo sostenere da subito costi legali spesso insostenibili e diversi da territorio a territorio. L’amministrazione dovrebbe farsi carico integralmente delle spese, recuperandole solo in caso di condanna». Il ragionamento è questo: lo Stato paga subito e se c’è una condanna recupera le somme. Nel frattempo l’operatore non deve indebitarsi per un atto compiuto in servizio. E Alletto aggiunge un altro tassello: «Servono inoltre bodycam, protocolli operativi chiari e il supporto dell’Avvocatura dello Stato, per garantire trasparenza, tutela reale e per evitare che ogni intervento si trasformi in un processo mediatico, economico ed emotivo per l’operatore e la sua famiglia». Anche Unarma insiste sull’anticipo: «Le spese legali per procedimenti penali su attività di servizio possano rappresentare un sostegno concreto», dice il segretario generale Antonio Nicolosi. E precisa: «È necessario che l’anticipo delle spese sia adeguato e cospicuo, capace di coprire fin da subito i costi della difesa senza gravare economicamente sugli operatori e sulle loro famiglie». Poi rilancia: «Ancora più incisiva sarebbe la previsione di un supporto diretto tramite l’Avvocatura dello Stato, che garantirebbe uniformità di tutela, tempi rapidi e una protezione concreta». Il Siaf, Sindacato italiano autonomo finanzieri, con il segretario generale Eliseo Taverna, riporta il confronto sul piano tecnico: «Bisogna evitare generalizzazioni che finiscono per penalizzare l’intero comparto». E mette un punto fermo: «È fondamentale rendere realmente efficace l’anticipo delle spese legali, che deve essere adeguato ai costi reali dei procedimenti e garantito fin dalle prime fasi, evitando che l’operatore debba sostenere oneri economici personali per fatti connessi al servizio». La sintesi è tutta qui. Non si discute di responsabilità. Si discute di chi paga l’attesa. Nel dibattito pubblico la parola che fa rumore è «immunità». Ma quella che pesa davvero è «anticipo». Perché tra l’iscrizione nel registro e la sentenza possono passare anni. E in quegli anni la giustizia ha un costo. Che ora è tutto sulle spalle dell’operatore di polizia.


