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2024-08-19
Per neutralizzare le sanzioni Usa Xi offre a Putin lo scudo di Hong Kong
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Il flusso di spedizioni da Hong Kong verso la Russia - successivo all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca nel 2022 - mette in evidenza il ruolo cruciale della città nel sostenere i nemici degli Stati Uniti nell’eludere le sanzioni internazionali. Questo è quanto emerge da una recente analisi pubblicata negli ultimi giorni dalla Committee for Freedom in Hong Kong Foundation, un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Washington che si batte per l’autonomia, i diritti e le libertà della città sotto il dominio cinese.
Il rapporto di 62 pagine intitolato «Sotto il porto: il ruolo guida di Hong Kong nell’elusione delle sanzioni» illustra come le imprese di Hong Kong abbiano facilitato l’esportazione di prodotti inclusi nelle liste degli articoli prioritari di Stati Uniti e Unione europea, conosciuti come «Common High Priority Items», evidenziando l’uso di queste tecnologie chiave da parte dell’apparato bellico russo. L’indagine si è focalizzata su una dozzina di aziende precedentemente non identificate, che secondo l’agenzia avrebbero contribuito a esportare milioni di dollari in chip ad alta tecnologia verso la Russia - oltre a componenti per droni destinati all’Iran - e avrebbero facilitato trasferimenti illeciti di petrolio da nave a nave per la Corea del Nord.
Il report ha esaminato i dati raccolti dall’organizzazione non profit per la sicurezza globale C4ADS, rivelando che i mittenti di Hong Kong hanno spedito beni per un valore di 1,97 miliardi di dollari a compratori russi tra agosto e dicembre 2023. Di questi beni, il 40% del valore era rappresentato da 11 articoli classificati come ad alta priorità, tra cui semiconduttori utilizzati come ricevitori di dati, unità di archiviazione digitale, processori e controller per computer. L’analisi ha inoltre evidenziato che 206 aziende di Hong Kong hanno partecipato alla spedizione di articoli di alta priorità, prodotti da aziende negli Stati Uniti, nell’Unione europea o da alleati democratici asiatici, che sono arrivati in Russia a dicembre. Ad esempio, Piraclinos, che si autodefinisce «un fornitore di fertilizzanti e carbone», ha inviato milioni di dollari in circuiti integrati alla società russa Vmk, la quale è stata sanzionata dagli Stati Uniti a settembre, come indicato nel rapporto. Piraclinos avrebbe inoltre spedito chip amplificatori per un valore di 2,03 milioni di dollari, provenienti da vari produttori di tecnologia statunitensi, tra cui Onsemi e Dell Emc. I documenti aziendali esaminati dal comitato di Hong Kong indicano che Piraclinos ha cambiato spesso amministratori e proprietari.
La Onsemi ha affermato di non avere alcuna traccia di vendite a Piraclinos: «Onsemi non vende direttamente o indirettamente a Russia, Bielorussia o Iran, né a organizzazioni militari non alleate. Collaboriamo con le forze dell’ordine e le agenzie governative, se necessario e appropriato, per dimostrare come Onsemi conduce gli affari in conformità con tutti i requisiti legali applicabili e che ci atteniamo ai più alti standard di condotta etica», ha affermato un portavoce dell’azienda. Al quotidiano giapponese Nikkei Asia il colosso tecnologico Dell ha respinto le accuse: «Dell rispetta le normative globali, compresi tutti i controlli sulle esportazioni degli Stati Uniti. I nostri distributori e rivenditori sono tenuti a rispettare tutte le normative globali e i controlli sulle esportazioni applicabili. Se veniamo a conoscenza di un distributore o rivenditore che non rispetta questi obblighi, adottiamo misure appropriate, inclusa la risoluzione del nostro rapporto».
Il quadro normativo di Hong Kong facilita la creazione di società fittizie, sia da parte di residenti locali che di cittadini stranieri. Hong Kong ha mantenuto il suo status di hub di libero scambio anche dopo essere tornata sotto il controllo cinese nel 1997 e continua a posizionarsi in alto negli indici aziendali grazie alle basse imposte, alla totale mancanza di controlli sui capitali e a una valuta locale ancorata al dollaro statunitense. Il rapporto sottolinea anche che le sanzioni si sono concentrate principalmente sulle aziende coinvolte nelle spedizioni illecite di merci, piuttosto che sui singoli individui. Nell’aprile 2023, l’Office of Foreign Assets Control degli Stati Uniti ha sanzionato tre società di Hong Kong per i loro legami con la fornitura di beni elettronici all’Iran per programmi sui veicoli aerei senza pilota. Tuttavia, Li Jianwang e Liu Jin, i proprietari di Attronix, una delle tre società sanzionate, hanno presentato istanza di cessazione delle operazioni e un anno dopo hanno costituito una nuova società di Hong Kong, Ets International. Sebbene le attività di Ets International siano del tutto sconosciute, il caso evidenzia quanto sia molto semplice per gli individui eludere le sanzioni semplicemente creando nuove società. A questo proposito, Samuel Bickett, autore del report intervistato da Nikkei Asia, afferma: «Gli attuali schemi di applicazione hanno dei limiti e, nonostante l’uso di nuove sanzioni secondarie, le spedizioni di tecnologia occidentale in Russia continuano. Le banche non sono state soggette a sanzioni secondarie, nonostante tali politiche per colpire le istituzioni finanziarie siano state introdotte a dicembre». Infine, lo scorso 11 luglio è emerso il caso di Agu Information Technology, un distributore basato a Hong Kong, che sul proprio sito dichiara di fornire «hardware per server, apparecchiature di rete e componenti direttamente dal produttore (Intel e Samsung, nda)».
Tra settembre e dicembre 2022, Agu (fondata solo nell’aprile 2022) ha effettuato sei transazioni di valore pari o superiore a 100.000 dollari con la società russa di vendita all’ingrosso di macchinari Mistral, come riportato dai dati doganali russi ottenuti da Cybex Exim, un’azienda di ricerca indiana. In totale, Agu ha esportato oltre 60.000 semiconduttori Intel per un valore complessivo di circa 18,7 milioni di dollari, inclusi microprocessori il cui costo unitario è di 13.000 dollari. Quando i giornalisti di Nikkei Asia si sono recati all’indirizzo indicato come sede centrale di Agu nei registri aziendali non hanno trovato nessuno. Nemmeno un cassetta della posta.
«Le triangolazioni contro l’Occidente erano già rodate»
Irina Tsukerman è un avvocato e ricercatore presso l’Arabian Peninsula Institute di Washington D.C.
Si può dire che senza Cina e Iran la guerra in Ucraina sarebbe già finita?
«Iran e Cina hanno fornito alla Russia droni, missili, munizioni leggere e armi non letali provenienti dalla Cina. Hanno fornito assistenza logistica e di intelligence, aiutando il commercio di energia e l’elusione delle sanzioni. Cina, Iran e Russia fanno anche parte di una lobby politica all’interno delle Nazioni Unite, che contrasta le spinte alla responsabilità da parte del blocco occidentale. La Cina e l’Iran hanno aperto le porte alla Russia in Medio Oriente e nel Sud globale, dandole accesso a flussi di reddito. Queste collaborazioni sono intrinsecamente limitate. L’Iran è sottoposto a pesanti sanzioni, mentre la Cina teme un ulteriore controllo da parte dell’Occidente e ha un conflitto di interessi con la Russia su diversi fronti, come lo sviluppo tecnologico. Il fattore più importante che ha prolungato la guerra in Ucraina è stato il successo della propaganda russa nel rallentare l’assistenza degli Stati Uniti».
Come funzionano queste triangolazioni?
«Gli accordi politici tra questi regimi possono variare in risposta alle mosse dei loro avversari, ma in genere hanno una dinamica intrinseca più strettamente legata alle loro agende indipendenti e collettive. Se da un lato le sanzioni possono accelerare gli accordi finanziari, dall’altro i meccanismi per aggirare e isolare l’Occidente - come gli accordi commerciali indipendenti, la spinta alla dedollarizzazione e le esercitazioni militari - si sarebbero probabilmente verificati a prescindere e in alcuni casi prima delle crisi attuali. Tali accordi potrebbero essere messi in discussione da obiettivi concorrenti, come la rivalità tra Cina e Russia, o da interessi contrastanti ma anche complementari tra Russia, Cina e Iran nel perseguimento di obiettivi geopolitici nei punti caldi globali. I Paesi imparano l’uno dall’altro e cooperano su questioni come la sicurezza informatica e l’hacking, la guerra dell’informazione e misure attive assortite, ma perseguono anche interessi indipendenti nell’economia, nel lobbismo politico o nelle operazioni di intelligence. La Russia non si fa scrupolo di pestare i piedi alla Cina per rivitalizzare le sue relazioni con il Vietnam attraverso progetti energetici che ostacolano le rivendicazioni territoriali di Pechino».
Alcuni commentatori hanno affermato che le nuove sanzioni statunitensi aumenteranno solo i costi delle transazioni in valuta estera per finanziare gli acquisti russi legati alla guerra, ma non li impediranno. È così?
«Le sanzioni statunitensi hanno un certo peso, ma anche dei limiti. Dovrebbero essere più coerenti, mirate, meglio applicate, coordinate con la comunità internazionale, compresi i Paesi non occidentali, e integrate da efficaci controlli sulle esportazioni-importazioni. Attualmente, esistono fonti di reddito alternative per il finanziamento della guerra, come le incursioni nelle miniere in Africa, la vendita di oro e il finanziamento di criptovalute in luoghi come Dubai, Singapore e Hong Kong, imprese criminali assortite, il commercio sul mercato nero e gli investimenti diretti da parte dei principali attori internazionali come gli Stati del Golfo».
Oltre a Hong Kong, quali Paesi si prestano a queste triangolazioni?
«Singapore, Dubai (Emirati Arabi Uniti), Cipro, Kazakistan, Armenia e molti altri Paesi dell’Asia centrale e dell’Eurasia sono punti primari per gli scambi illeciti, il riciclaggio di denaro, la miscelazione di petrolio e gas e altre forme assortite di cooperazione finanziaria clandestina, come le società di comodo utilizzate per spostare denaro».
Secondo la stampa israeliana, la linea di produzione del drone suicida iraniano Shahed-136 è stata stabilita nella Repubblica del Tatarstan, in Russia. È possibile che anche i cinesi stiano spostando le fabbriche nelle ex repubbliche sovietiche?
«Per anni, la Cina ha utilizzato il discorso del separatismo uiguro per indurre una dimensione militare all’interno dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, sfruttando la sua perenne ossessione per il terrorismo, il separatismo e l’estremismo religioso per promuovere l’espansione militare nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, dove la Cina sta superando la Russia per quanto riguarda l’influenza militare, soprattutto sotto forma di droni, missili e altre forniture mascherate da donazioni. Recenti rapporti evidenziano una potenziale base militare cinese in Tagikistan, che potrebbe portare l’influenza militare della Cina nella regione a un nuovo livello. Il governo cinese non ha detto molto su questa base, se non che ha costruito diversi edifici per la lotta al traffico di droga in altre zone lungo il confine afghano del Tagikistan. Ma la crescente cooperazione con l’Afghanistan continuerà a giustificare una presenza cinese a presidio del confine con il Tagikistan, soprattutto nell’estremo oriente. Altre ragioni per la scelta di quest’area per una probabile espansione sono il crollo della presunta divisione economico-militare sino-russa del lavoro, il crescente interesse economico per l’Asia centrale come corridoio principale della Belt and Road Initiative e la continua lotta contro il traffico di droga».
Pure l’Iran se ne giova per armarsi
Lo scorso 11 luglio l’Office of Foreign Assets Control (Ofac) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato cinque individui e sette entità con sede in Iran, nella Repubblica popolare cinese e a Hong Kong, per aver facilitato degli acquisti per conto di subordinati del Ministero della Difesa e della Logistica delle Forze Armate (Modafl) dell’Iran. Tra i materiali inviati in Russia ci sono accelerometri e giroscopi, che servono come input chiave per il programma iraniano di missili balistici e per i veicoli aerei senza pilota (Uav). L’acquisizione da parte dell’Iran di componenti missilistici e Uav continua a consentire la proliferazione dei suoi sistemi d’arma ai suoi delegati in Medio Oriente e alla Russia.
Il sottosegretario del Tesoro per il terrorismo e l’intelligence finanziaria, Brian E. Nelson, ha affermato: «La sconsiderata proliferazione da parte dell’Iran dei suoi missili balistici e degli Uav rischia di aumentare ulteriormente l’instabilità e mette a repentaglio le vite dei civili, sia nella regione che nel resto del mondo. L’azione di oggi espone altre importanti società di facciata e agenti fidati attraverso i quali l’Iran ha cercato di acquisire questi componenti. Gli Stati Uniti continueranno a imporre costi a coloro che facilitano la capacità dell’Iran di produrre queste armi mortali». Tra le aziende sanzionate ci sono anche la Beijing Shiny Nights Technology Development Co., Ltd. (Beijing Sntd), con sede in Cina, una società di facciata del Modafl che ha acquistato elettronica e apparecchiature per conto di utenti finali iraniani, la Electro Optic Sairan Industries Co. (Sapa), con sede in Iran, ha acquistato equipaggiamento militare e sviluppato tecnologie per il Modafl e ha contribuito separatamente allo sviluppo di Uav che vengono utilizzati dalle forze russe in Ucraina della serie Shahed da parte del Shahed Aviation Industries Research Center (Sairc), designato dall’Ofac.
Mohammad Abdollahi, con sede in Iran, è un responsabile commerciale e funzionario degli acquisti per Sapa che lavora a stretto contatto con Thomas Ho Ming Tong, con sede a Hong Kong, per acquistare componenti ottici per conto di Sapa. Tong si coordina direttamente con Abdollahi per facilitare i preventivi, effettuare ordini e creare fatture per componenti ottici, tra cui reticoli, espansori di fascio riflettenti e array di lenti montate. Tong utilizza le sue società con sede a Hong Kong e nella Repubblica popolare cinese -Tas Technology Company Limited, Cloud Element Company Limited e Btw International Limited - per acquistare e organizzare il pagamento dei componenti da Sapa. Bright Shore Inc Limited, con sede a Hong Kong, è una società per la quale Tong è direttore. Altre aziende nel mirino dell’Ofac sono la Azmoon Pajohan Hesgar Limited Liability Company (Aph), un produttore di apparecchiature di prova coinvolto nella progettazione di test di sensori e sistemi di navigazione inerziale con sede in Iran, e la Shenzhen Rion Technology Co., Ltd. con sede in Cina, una società tecnologica che ha fornito, o tentato di fornire, articoli a supporto della società di facciata del Modafl Beijing Sntd.
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In cinque mesi, dall’isola sotto controllo cinese sono arrivati in Russia beni per 2 miliardi di dollari. Tra questi, molto materiale ad alta tecnologia prodotto in Europa e in America e impiegato nello sforzo bellico in Ucraina.«Le triangolazioni contro l’Occidente erano già rodate». L’esperta Irina Tsukerman: «Pechino e Mosca mantengono interessi differenti, le intese commerciali potrebbero essere rimesse in discussione».Pure l’Iran se ne giova per armarsi. Teheran usa l’ex colonia britannica per proseguire il suo programma missilistico, rifornirsi di aerei senza pilota e acquistare mezzi che poi distribuisce ai suoi alleati.Lo speciale comprende tre articoli.Il flusso di spedizioni da Hong Kong verso la Russia - successivo all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca nel 2022 - mette in evidenza il ruolo cruciale della città nel sostenere i nemici degli Stati Uniti nell’eludere le sanzioni internazionali. Questo è quanto emerge da una recente analisi pubblicata negli ultimi giorni dalla Committee for Freedom in Hong Kong Foundation, un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Washington che si batte per l’autonomia, i diritti e le libertà della città sotto il dominio cinese.Il rapporto di 62 pagine intitolato «Sotto il porto: il ruolo guida di Hong Kong nell’elusione delle sanzioni» illustra come le imprese di Hong Kong abbiano facilitato l’esportazione di prodotti inclusi nelle liste degli articoli prioritari di Stati Uniti e Unione europea, conosciuti come «Common High Priority Items», evidenziando l’uso di queste tecnologie chiave da parte dell’apparato bellico russo. L’indagine si è focalizzata su una dozzina di aziende precedentemente non identificate, che secondo l’agenzia avrebbero contribuito a esportare milioni di dollari in chip ad alta tecnologia verso la Russia - oltre a componenti per droni destinati all’Iran - e avrebbero facilitato trasferimenti illeciti di petrolio da nave a nave per la Corea del Nord.Il report ha esaminato i dati raccolti dall’organizzazione non profit per la sicurezza globale C4ADS, rivelando che i mittenti di Hong Kong hanno spedito beni per un valore di 1,97 miliardi di dollari a compratori russi tra agosto e dicembre 2023. Di questi beni, il 40% del valore era rappresentato da 11 articoli classificati come ad alta priorità, tra cui semiconduttori utilizzati come ricevitori di dati, unità di archiviazione digitale, processori e controller per computer. L’analisi ha inoltre evidenziato che 206 aziende di Hong Kong hanno partecipato alla spedizione di articoli di alta priorità, prodotti da aziende negli Stati Uniti, nell’Unione europea o da alleati democratici asiatici, che sono arrivati in Russia a dicembre. Ad esempio, Piraclinos, che si autodefinisce «un fornitore di fertilizzanti e carbone», ha inviato milioni di dollari in circuiti integrati alla società russa Vmk, la quale è stata sanzionata dagli Stati Uniti a settembre, come indicato nel rapporto. Piraclinos avrebbe inoltre spedito chip amplificatori per un valore di 2,03 milioni di dollari, provenienti da vari produttori di tecnologia statunitensi, tra cui Onsemi e Dell Emc. I documenti aziendali esaminati dal comitato di Hong Kong indicano che Piraclinos ha cambiato spesso amministratori e proprietari. La Onsemi ha affermato di non avere alcuna traccia di vendite a Piraclinos: «Onsemi non vende direttamente o indirettamente a Russia, Bielorussia o Iran, né a organizzazioni militari non alleate. Collaboriamo con le forze dell’ordine e le agenzie governative, se necessario e appropriato, per dimostrare come Onsemi conduce gli affari in conformità con tutti i requisiti legali applicabili e che ci atteniamo ai più alti standard di condotta etica», ha affermato un portavoce dell’azienda. Al quotidiano giapponese Nikkei Asia il colosso tecnologico Dell ha respinto le accuse: «Dell rispetta le normative globali, compresi tutti i controlli sulle esportazioni degli Stati Uniti. I nostri distributori e rivenditori sono tenuti a rispettare tutte le normative globali e i controlli sulle esportazioni applicabili. Se veniamo a conoscenza di un distributore o rivenditore che non rispetta questi obblighi, adottiamo misure appropriate, inclusa la risoluzione del nostro rapporto». Il quadro normativo di Hong Kong facilita la creazione di società fittizie, sia da parte di residenti locali che di cittadini stranieri. Hong Kong ha mantenuto il suo status di hub di libero scambio anche dopo essere tornata sotto il controllo cinese nel 1997 e continua a posizionarsi in alto negli indici aziendali grazie alle basse imposte, alla totale mancanza di controlli sui capitali e a una valuta locale ancorata al dollaro statunitense. Il rapporto sottolinea anche che le sanzioni si sono concentrate principalmente sulle aziende coinvolte nelle spedizioni illecite di merci, piuttosto che sui singoli individui. Nell’aprile 2023, l’Office of Foreign Assets Control degli Stati Uniti ha sanzionato tre società di Hong Kong per i loro legami con la fornitura di beni elettronici all’Iran per programmi sui veicoli aerei senza pilota. Tuttavia, Li Jianwang e Liu Jin, i proprietari di Attronix, una delle tre società sanzionate, hanno presentato istanza di cessazione delle operazioni e un anno dopo hanno costituito una nuova società di Hong Kong, Ets International. Sebbene le attività di Ets International siano del tutto sconosciute, il caso evidenzia quanto sia molto semplice per gli individui eludere le sanzioni semplicemente creando nuove società. A questo proposito, Samuel Bickett, autore del report intervistato da Nikkei Asia, afferma: «Gli attuali schemi di applicazione hanno dei limiti e, nonostante l’uso di nuove sanzioni secondarie, le spedizioni di tecnologia occidentale in Russia continuano. Le banche non sono state soggette a sanzioni secondarie, nonostante tali politiche per colpire le istituzioni finanziarie siano state introdotte a dicembre». Infine, lo scorso 11 luglio è emerso il caso di Agu Information Technology, un distributore basato a Hong Kong, che sul proprio sito dichiara di fornire «hardware per server, apparecchiature di rete e componenti direttamente dal produttore (Intel e Samsung, nda)». Tra settembre e dicembre 2022, Agu (fondata solo nell’aprile 2022) ha effettuato sei transazioni di valore pari o superiore a 100.000 dollari con la società russa di vendita all’ingrosso di macchinari Mistral, come riportato dai dati doganali russi ottenuti da Cybex Exim, un’azienda di ricerca indiana. In totale, Agu ha esportato oltre 60.000 semiconduttori Intel per un valore complessivo di circa 18,7 milioni di dollari, inclusi microprocessori il cui costo unitario è di 13.000 dollari. Quando i giornalisti di Nikkei Asia si sono recati all’indirizzo indicato come sede centrale di Agu nei registri aziendali non hanno trovato nessuno. Nemmeno un cassetta della posta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-neutralizzare-le-sanzioni-usa-xi-offre-a-putin-lo-scudo-di-hong-kong-2668983629.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-triangolazioni-contro-loccidente-erano-gia-rodate" data-post-id="2668983629" data-published-at="1724011104" data-use-pagination="False"> «Le triangolazioni contro l’Occidente erano già rodate» Irina Tsukerman è un avvocato e ricercatore presso l’Arabian Peninsula Institute di Washington D.C. Si può dire che senza Cina e Iran la guerra in Ucraina sarebbe già finita? «Iran e Cina hanno fornito alla Russia droni, missili, munizioni leggere e armi non letali provenienti dalla Cina. Hanno fornito assistenza logistica e di intelligence, aiutando il commercio di energia e l’elusione delle sanzioni. Cina, Iran e Russia fanno anche parte di una lobby politica all’interno delle Nazioni Unite, che contrasta le spinte alla responsabilità da parte del blocco occidentale. La Cina e l’Iran hanno aperto le porte alla Russia in Medio Oriente e nel Sud globale, dandole accesso a flussi di reddito. Queste collaborazioni sono intrinsecamente limitate. L’Iran è sottoposto a pesanti sanzioni, mentre la Cina teme un ulteriore controllo da parte dell’Occidente e ha un conflitto di interessi con la Russia su diversi fronti, come lo sviluppo tecnologico. Il fattore più importante che ha prolungato la guerra in Ucraina è stato il successo della propaganda russa nel rallentare l’assistenza degli Stati Uniti». Come funzionano queste triangolazioni? «Gli accordi politici tra questi regimi possono variare in risposta alle mosse dei loro avversari, ma in genere hanno una dinamica intrinseca più strettamente legata alle loro agende indipendenti e collettive. Se da un lato le sanzioni possono accelerare gli accordi finanziari, dall’altro i meccanismi per aggirare e isolare l’Occidente - come gli accordi commerciali indipendenti, la spinta alla dedollarizzazione e le esercitazioni militari - si sarebbero probabilmente verificati a prescindere e in alcuni casi prima delle crisi attuali. Tali accordi potrebbero essere messi in discussione da obiettivi concorrenti, come la rivalità tra Cina e Russia, o da interessi contrastanti ma anche complementari tra Russia, Cina e Iran nel perseguimento di obiettivi geopolitici nei punti caldi globali. I Paesi imparano l’uno dall’altro e cooperano su questioni come la sicurezza informatica e l’hacking, la guerra dell’informazione e misure attive assortite, ma perseguono anche interessi indipendenti nell’economia, nel lobbismo politico o nelle operazioni di intelligence. La Russia non si fa scrupolo di pestare i piedi alla Cina per rivitalizzare le sue relazioni con il Vietnam attraverso progetti energetici che ostacolano le rivendicazioni territoriali di Pechino». Alcuni commentatori hanno affermato che le nuove sanzioni statunitensi aumenteranno solo i costi delle transazioni in valuta estera per finanziare gli acquisti russi legati alla guerra, ma non li impediranno. È così? «Le sanzioni statunitensi hanno un certo peso, ma anche dei limiti. Dovrebbero essere più coerenti, mirate, meglio applicate, coordinate con la comunità internazionale, compresi i Paesi non occidentali, e integrate da efficaci controlli sulle esportazioni-importazioni. Attualmente, esistono fonti di reddito alternative per il finanziamento della guerra, come le incursioni nelle miniere in Africa, la vendita di oro e il finanziamento di criptovalute in luoghi come Dubai, Singapore e Hong Kong, imprese criminali assortite, il commercio sul mercato nero e gli investimenti diretti da parte dei principali attori internazionali come gli Stati del Golfo». Oltre a Hong Kong, quali Paesi si prestano a queste triangolazioni? «Singapore, Dubai (Emirati Arabi Uniti), Cipro, Kazakistan, Armenia e molti altri Paesi dell’Asia centrale e dell’Eurasia sono punti primari per gli scambi illeciti, il riciclaggio di denaro, la miscelazione di petrolio e gas e altre forme assortite di cooperazione finanziaria clandestina, come le società di comodo utilizzate per spostare denaro». Secondo la stampa israeliana, la linea di produzione del drone suicida iraniano Shahed-136 è stata stabilita nella Repubblica del Tatarstan, in Russia. È possibile che anche i cinesi stiano spostando le fabbriche nelle ex repubbliche sovietiche? «Per anni, la Cina ha utilizzato il discorso del separatismo uiguro per indurre una dimensione militare all’interno dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, sfruttando la sua perenne ossessione per il terrorismo, il separatismo e l’estremismo religioso per promuovere l’espansione militare nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, dove la Cina sta superando la Russia per quanto riguarda l’influenza militare, soprattutto sotto forma di droni, missili e altre forniture mascherate da donazioni. Recenti rapporti evidenziano una potenziale base militare cinese in Tagikistan, che potrebbe portare l’influenza militare della Cina nella regione a un nuovo livello. Il governo cinese non ha detto molto su questa base, se non che ha costruito diversi edifici per la lotta al traffico di droga in altre zone lungo il confine afghano del Tagikistan. Ma la crescente cooperazione con l’Afghanistan continuerà a giustificare una presenza cinese a presidio del confine con il Tagikistan, soprattutto nell’estremo oriente. Altre ragioni per la scelta di quest’area per una probabile espansione sono il crollo della presunta divisione economico-militare sino-russa del lavoro, il crescente interesse economico per l’Asia centrale come corridoio principale della Belt and Road Initiative e la continua lotta contro il traffico di droga». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-neutralizzare-le-sanzioni-usa-xi-offre-a-putin-lo-scudo-di-hong-kong-2668983629.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pure-liran-se-ne-giova-per-armarsi" data-post-id="2668983629" data-published-at="1724011104" data-use-pagination="False"> Pure l’Iran se ne giova per armarsi Lo scorso 11 luglio l’Office of Foreign Assets Control (Ofac) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato cinque individui e sette entità con sede in Iran, nella Repubblica popolare cinese e a Hong Kong, per aver facilitato degli acquisti per conto di subordinati del Ministero della Difesa e della Logistica delle Forze Armate (Modafl) dell’Iran. Tra i materiali inviati in Russia ci sono accelerometri e giroscopi, che servono come input chiave per il programma iraniano di missili balistici e per i veicoli aerei senza pilota (Uav). L’acquisizione da parte dell’Iran di componenti missilistici e Uav continua a consentire la proliferazione dei suoi sistemi d’arma ai suoi delegati in Medio Oriente e alla Russia. Il sottosegretario del Tesoro per il terrorismo e l’intelligence finanziaria, Brian E. Nelson, ha affermato: «La sconsiderata proliferazione da parte dell’Iran dei suoi missili balistici e degli Uav rischia di aumentare ulteriormente l’instabilità e mette a repentaglio le vite dei civili, sia nella regione che nel resto del mondo. L’azione di oggi espone altre importanti società di facciata e agenti fidati attraverso i quali l’Iran ha cercato di acquisire questi componenti. Gli Stati Uniti continueranno a imporre costi a coloro che facilitano la capacità dell’Iran di produrre queste armi mortali». Tra le aziende sanzionate ci sono anche la Beijing Shiny Nights Technology Development Co., Ltd. (Beijing Sntd), con sede in Cina, una società di facciata del Modafl che ha acquistato elettronica e apparecchiature per conto di utenti finali iraniani, la Electro Optic Sairan Industries Co. (Sapa), con sede in Iran, ha acquistato equipaggiamento militare e sviluppato tecnologie per il Modafl e ha contribuito separatamente allo sviluppo di Uav che vengono utilizzati dalle forze russe in Ucraina della serie Shahed da parte del Shahed Aviation Industries Research Center (Sairc), designato dall’Ofac. Mohammad Abdollahi, con sede in Iran, è un responsabile commerciale e funzionario degli acquisti per Sapa che lavora a stretto contatto con Thomas Ho Ming Tong, con sede a Hong Kong, per acquistare componenti ottici per conto di Sapa. Tong si coordina direttamente con Abdollahi per facilitare i preventivi, effettuare ordini e creare fatture per componenti ottici, tra cui reticoli, espansori di fascio riflettenti e array di lenti montate. Tong utilizza le sue società con sede a Hong Kong e nella Repubblica popolare cinese -Tas Technology Company Limited, Cloud Element Company Limited e Btw International Limited - per acquistare e organizzare il pagamento dei componenti da Sapa. Bright Shore Inc Limited, con sede a Hong Kong, è una società per la quale Tong è direttore. Altre aziende nel mirino dell’Ofac sono la Azmoon Pajohan Hesgar Limited Liability Company (Aph), un produttore di apparecchiature di prova coinvolto nella progettazione di test di sensori e sistemi di navigazione inerziale con sede in Iran, e la Shenzhen Rion Technology Co., Ltd. con sede in Cina, una società tecnologica che ha fornito, o tentato di fornire, articoli a supporto della società di facciata del Modafl Beijing Sntd.
Guido Bertolaso (Ansa)
Il nodo del protocollo (divulgato informalmente ai capigruppo di maggioranza regionale) è tutto politico e, prima di descriverne il contenuto per come è stato raccontato alla Verità da fonti vicine alla pratica, occorre citare alcune tappe della complessa vicenda. Il Consiglio lombardo infatti ha votato a fine 2024 una pregiudiziale di costituzionalità che stabiliva come la materia fosse di ambito nazionale, dunque non trattabile sul piano regionale. Nello stesso anno, però, un decreto firmato dalla Direzione generale welfare ha istituito un «tavolo regionale» (presieduto dall’ex presidente di Cassazione Giovanni Canzio) per lo studio e l’approfondimento dei temi posti in essere dalle sentenze della Consulta. Tra i compiti di questo tavolo, come spiegato su queste colonne l’anno scorso, c’è stata la stesura di una bozza di protocollo d’azione comune per tutte le Aziende socio sanitarie territoriali lombarde. Passaggio ora giunto al dunque, senza che la rappresentanza politica abbia avuto significativa voce in capitolo: da qui il nervosismo palese in Consiglio ieri, con i tre partiti principali di maggioranza che sono parsi quasi isolare Bertolaso e il governatore Attilio Fontana.
Ma cosa c’è nel protocollo atteso dalla firma finale per l’entrata in vigore? La carta, in modo eccentrico rispetto alla citata pregiudiziale di costituzionalità, «recepisce» le quattro sentenze della Consulta sul fine vita dal 2019 al 2025 e ne desume i vincoli derivanti per il sistema regionale. Dopo la premessa sulla necessità di presentare le cure palliative come prima soluzione a chi faccia richiesta di porre fine alle sue sofferenze, il protocollo stabilisce che la Regione sia tenuta a sottoporre l’eventuale richiesta di accedere alla «Mma» (Morte medicalmente assistita) a un Collegio di valutazione, composto da vari specialisti chiamati su base volontaria a stabilire se ci siano i requisiti tecnici fissati dalle pronunce della Consulta per presentare domanda di interruzione dei sostegni vitali. Viene inoltre spiegato come tale valutazione debba essere inoltrata al Comitato etico territorialmente competente, che si occupa di una ulteriore valutazione del procedimento, le cui conclusioni sono trasmesse alla persona richiedente.
La parte più delicata arriva qui: «Nelle more dell’adozione di una disciplina legislativa con portata generale», si legge nella bozza, «si ritiene che sia doveroso per il servizio sanitario regionale offrire una risposta che si faccia carico anche del percorso finale di esecuzione della Mma, non limitandosi alla fase della mera valutazione». È difficile non cogliere il peso tutto politico di una disposizione simile, certo non riducibile a dettaglio tecnico. E infatti il documento prosegue con le prescrizioni in caso di decisione di porre termine alla propria vita prese da persone ricoverate in strutture pubbliche. L’Azienda socio-sanitaria territoriale deve «individuare e rendere disponibile il luogo idoneo ad attuare la procedura», e garantire personale sanitario che, «pur non partecipando», curi «monitoraggio ed efficacia» dell’autosomministrazione del farmaco o della strumentazione letale. Viene specificato che il personale è chiamato a «fronteggiare eventuali complicanze tecniche durante l’atto», tra le quali probabilmente la sopravvivenza del soggetto. La partecipazione alla procedura di morte è su base volontaria e non può implicare un ruolo attivo del personale, e si conclude con le indicazioni per il certificato di decesso: «autosomministrazione» con modalità «suicidio».
La diffusione del protocollo, come detto, ha spiazzato la maggioranza: i consiglieri leghisti «prendono atto» della procedura avviata da Bertolaso notando come il tema non possa «essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione». Matteo Forte, di Fdi, parla di vero e proprio «errore politico» che può portare a un «federalismo della morte», e pure Forza Italia con Jacopo Dozio definisce «gravi» le affermazioni sulla decisione di pubblicare le indicazioni sulla Mma», sia «da un punto di vista della dialettica democratica» sia «per i contenuti». Non male per essere stata «condivisa con la maggioranza», come aveva spiegato l’assessore.
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Edi Rama (Ansa)
«A tutti i giornalisti italiani e non solo che ci hanno contattato in merito a una citazione fuorviante riportata da un organo di stampa a seguito di un’intervista con il ministro degli Esteri albanese, vorrei ribadire, in modo chiaro e, spero, una volta per tutte, che il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà». Insomma più chiaro di così non poteva essere. Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, aveva detto: «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», precisando: «Non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Ue». Parole che il Fatto quotidiano ha tradotto così: «L’Albania non ha intenzione di rinnovare l’intesa sui Cpr con l’Italia». Traduzione sulla quale le opposizioni hanno ricamato e speculato.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd ha commentato: «Il governo di Tirana ha assestato un colpo ulteriore ad un modello totalmente fallimentare confermando l’intenzione di non proseguire su quella strada, assolutamente folle e odiosa, oltre il 2029. Giorgia Meloni aveva spiegato che “fun-zio-ne-ran-no!”, e ancora una volta prendeva in giro gli italiani». Stessa linea tenuta da Avs che con Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali della Camera, è uscita così: «Sono diventati il simbolo di una destra incapace di governare: anche l’Albania prende ora le distanze dai Cpr extraterritoriali, rendendo ufficiale un fallimento ampiamente preannunciato. Dovevano essere il modello per l’Unione europea, sono oggi l’imbarazzante testimonianza di accordi che hanno fatto spendere milioni al nostro Paese. Meloni ora si scusi per l’arroganza con cui hanno imposto questa follia».
Speculazione pura, come chiarito dal premier Edi Rama, e dall’incontro tra il ministro degli Interni albanese Besfort Lamallari, e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi a Tirana, in cui ieri si sono rinnovati stima reciproca: «I due ministri si sono confrontati soprattutto sugli sviluppi futuri del protocollo Italia-Albania, anche in vista dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei in materia di migrazione e asilo, condividendo l’opportunità di proseguire sulla cooperazione avviata, che ha costituito un modello innovativo apprezzato dai principali Paesi europei, e che costituisce un elemento caratterizzante dell’amicizia tra i due Paesi», ha fatto sapere il Viminale.
L’analisi di quanto accaduto l’avevano già chiarita perfettamente alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Il capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami ha puntualizzato: «Le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese, su cui le opposizioni stanno montando le solite pretestuose polemiche, sono ovvie e scontate. È risaputo che nel 2030 l’Albania entrerà nell’Unione europea e quindi quel Protocollo che l’Italia aveva firmato con un Paese Terzo, quale è attualmente l’Albania, potrà divenire un accordo tra due Paesi ma stavolta appartenenti all’Unione europea. E tutto questo è confermato dalla presenza proprio a Tirana del ministro Piantedosi, che si è incontrato con il suo omologo albanese per lavorare sulla prosecuzione della collaborazione avviata». Così anche la deputata Sara Kelany, responsabile dipartimento immigrazione di Fdi: «Le dichiarazioni del ministro albanese sul protocollo Italia-Albania sono state strumentalizzate da parte della sinistra, il contenuto era evidente e sarebbe stato facilmente comprensibile se si fosse letto non solo il titolo». L’ennesima figuraccia della sinistra nell’ultimo di trovare argomenti per fare l’opposizione che sui temi in quattro anni ancora non è riuscita a creare.
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Nell’inchiesta di Pavia ci mancava solo l’accusa di sessismo tra magistrati. È messa nero su bianco nel verbale di assunzione di informazioni di Giulia Pezzino, l’ex pm (ha lasciato su propria richiesta l’ordinamento giudiziario nel febbraio 2025) che, insieme con l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, coordinò l’indagine del 2016-2017 su Andrea Sempio (poi chiusa con un’archiviazione). L’ex toga è stata sentita lo scorso 20 novembre a Brescia nell’ambito dell’inchiesta per corruzione avviata proprio per quell’archiviazione. E ha spiegato perché abbia lasciato l’ufficio giudiziario pavese con una motivazione che lascia sconcertati. I colleghi bresciani le hanno chiesto se, dopo l’addio a Pavia, avesse avuto contatti con Venditti, «magari in occasione della riapertura del caso» e la Pezzino ha risposto: «Ho interrotto i rapporti con lui nel 2018. Tra i motivi che mi hanno portata ad andarmene dalla Procura di Pavia vi era anche l’invidia dei colleghi per il rapporto fiduciario che si è creato con il dottor Venditti. Ero diventata una sorta di punto di riferimento, con cui si relazionava più frequentemente rispetto ad altri, come del resto ero stata per il procuratore Gustavo Cioppa, anche perché ero tra le più anziane». Ed eccoci al punto cruciale: «C’erano battutine e commenti anche di tipo sessista e questo era per me motivo di disagio». Voci malevole avevano riguardato anche una sua presunta relazione con un investigatore che lavorava in Procura. Ma su questa relazione i pm bresciani non le hanno chiesto chiarimenti. La Pezzino si è anche lamentata di non avere ricevuto solidarietà dal suo vecchio capo per quelle chiacchiere: «Ho interrotto i rapporti con Venditti perché, a fronte di questa situazione, lui non mi ha mai tutelata». Anche se, successivamente, i due si sarebbero incrociati in almeno un’occasione: «Dopo che sono andata in Procura minori a Milano, ricordo che ci siamo visti una volta per pranzo a Milano, ma ho capito che lui era interessato solo ad avvalersi del mio supporto in ambito professionale finché sono stata in Procura a Pavia». Accuse pesanti.
La donna non fa sconti neppure al suo vecchio procuratore: «Ho bloccato tutti i numeri anche di Cioppa perché dopo la pensione è andato a fare il consulente di Maroni (Roberto, ex governatore della Lombardia, ndr) in Regione e ritenevo inopportuno continuare a ricevere telefonate da lui».
Nel verbale la Pezzino ricorda che il procedimento era coassegnato a lei e a Venditti e sottolinea: «Non ho mai sottovalutato la rilevanza dell’indagine». Spiega anche di aver affidato le investigazioni all’aliquota di polizia giudiziaria dei carabinieri, la ormai tristemente nota Squadretta di Pavia, per evitare «ogni possibile fuga di notizie»: «Avevo necessità di massima sicurezza sulla serietà dell’attività, anche perché dieci anni prima le indagini erano state caratterizzate da rilevanti omissioni». Poi, però, dopo questo attacco, l’ex pm ammette quella che sembra essere stata una clamorosa lacuna nelle indagini. Domanda: «Avete acquisito anche gli atti d’indagine di Vigevano?». Risposta: «A mio ricordo no, perché gli uffici giudiziari erano stati chiusi e non era facile andare a recuperare gli atti ivi conservati». L’indagine che nel 2016 rimetteva in discussione il delitto di Garlasco (con Alberto Stasi già condannato in via definitiva) si è, dunque, sviluppata senza la previa acquisizione del fascicolo completo del procedimento originario.
Per fortuna della Pezzino, parte del materiale, però, sarebbe stata messa a disposizione dalla dottoressa Laura Barbaini della Procura generale: «Abbiamo acquisito tanta documentazione, ma ora non ricordo quale», ha riferito la testimone. Un altro passaggio interessante del verbale riguarda la richiesta di archiviazione e il mistero delle bozze finite nelle mani sbagliate. Pezzino spiega di avere predisposto personalmente l’istanza: «Ho poi condiviso il file della bozza con Venditti». Gli inquirenti bresciani la incalzano: «Risulta che qualcuno oltre al personale della sezione abbia avuto accesso agli atti? Perché emerge che Pappalardo (il maggiore Maurizio, alla sbarra a Pavia in tre diversi processi, ndr) avesse visionato gli atti». La risposta è netta: «Assolutamente no». I magistrati non sembrano convinti e le chiedono se lei o Venditti abbiano mai mostrato il fascicolo all’ufficiale in congedo. E la Pezzino ribadisce: «Escludo di avere dato accesso agli atti a Pappalardo perché non ne aveva motivo». A questo punto le viene mostrata «una nota manoscritta». L’ex pm spiega subito: «Non ho mai visto questo scritto». Quindi aggiunge: «Guardando la pagina successiva, riconosco la mia richiesta di archiviazione». A quanto risulta alla Verità, tale documento era presente nel fascicolo di Sempio presso il Nucleo informativo, all’epoca guidato da Pappalardo, del comando provinciale di Pavia. Continua la Pezzino: «Può darsi sia la mia bozza rivista dal dottor Venditti. Io gli avevo mandato il file». La testimone conferma di avere mandato la richiesta solo a Venditti e si mostra spiazzata per quella fuga di notizie: «Non so spiegarmela, io non ho dato la bozza a nessun altro». Nel verbale emerge anche il rapporto costante con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi: «Mi sono confrontata varie volte con lui. […] Era per me normale condividere con lui i passi delle indagini».
Con il legale ci sarebbe stato anche uno scambio di atti: Tizzoni avrebbe avuto accesso a quelli nuovi e avrebbe fornito alla Procura vecchi documenti del processo contro Stasi. Dal verbale emergono anche altre criticità nella conduzione delle indagini. Per esempio scopriamo che il maresciallo Giuseppe Spoto «ha dichiarato» a Brescia che «non aveva curato con particolare attenzione l’ascolto delle intercettazioni e che Venditti gli aveva dato incarico di trascrivere in fretta per archiviare». Per questo gli inquirenti hanno chiesto alla Pezzino: «Come se lo spiega?». Risposta: «Mi sembra molto strano perché per me era un’indagine molto importante e di particolare delicatezza, in cui ho profuso ogni sforzo. Non nego che volevo chiarire velocemente le posizioni sia di Sempio, che era sotto i riflettori, sia di Stasi, anche per rispetto della famiglia Poggi». Alla Pezzino è stato domandato se avesse mai dato indicazioni al comandante della squadra di investigatori che conduceva le indagini, il luogotenente Silvio Sapone, di contattare, come è in effetti avvenuto, l’indagato Sempio. La risposta è categorica: «Non ricordo assolutamente di avere dato questo incarico». Quando la testimone viene a sapere che Sapone ha riferito di aver ricevuto proprio da lei l’ordine di chiamare Sempio per invitarlo in Procura, salvo poi revocare quella delega, replica decisa: «Escludo categoricamente di avere dato alcuna indicazione di convocare l’indagato per un contatto antecedente all’interrogatorio». E definisce «francamente inverosimile una dinamica del genere». I pm la mettono di fronte a un dato incontrovertibile: «Dai tabulati di Sempio ci risultano una ventina di contatti con Sapone». E la Pezzino sembra restare di stucco: «Se me l’avessero detto, avrei dato indicazione di dare atto dei contatti e di riferirne il motivo».
Nel frattempo la Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nanni, sarebbe pronta a chiedere ulteriori atti ai pm di Pavia prima di decidere se presentare una richiesta di revisione della sentenza di condanna definitiva a 16 anni per Stasi. Al momento la Procura di Pavia ha inviato nel capoluogo meneghino solo la documentazione contestata a Sempio nel suo recente interrogatorio. I tempi per arrivare a una determinazione, nonostante la sollecitazione arrivata da Pavia, non saranno brevi, anche perché la Procura generale è febbrilmente impegnata a valutare la regolarità degli atti alla base della concessione della grazia a Nicole Minetti.
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Alberto Stasi (Ansa)
Alcune ricostruzioni, soprattutto nei talk show televisivi, hanno parlato di un documento capace di «scagionarlo». Altre hanno sostenuto che un’aggressione «più lunga e articolata» potesse rendere meno compatibile la sua presenza sulla scena.
Lette le carte, però, la relazione Cattaneo dice qualcosa di più tecnico e meno assoluto. Non assolve Stasi, non lo colloca fuori dalla villetta, ma soprattutto non attribuisce l’omicidio ad Andrea Sempio. Fa un’operazione diversa: allarga l’incertezza, chiarisce alcuni aspetti medico-legali, ma non produce da sola la nuova verità giudiziaria che era stata anticipata.
Il perimetro dell’incarico è il primo limite da ricordare. Alla consulente viene chiesto di valutare le lesioni di Chiara, l’eventuale attività di difesa, gli strumenti compatibili, il range temporale del decesso e, solo con integrazione successiva, le misure antropometriche di Sempio. Non le viene chiesto di stabilire chi fosse l’assassino, né di escludere Stasi dalla scena.
Il nodo dell’orario è il più delicato. La relazione scrive che «l’epoca della morte può essere stimata con la massima precisione entro un intervallo compreso in via di elevatissima probabilità tra le 7 e le 12.30 del 13/8/2007». È una finestra ampia, ma non una finestra liberatoria. Dentro resta anche la fascia 9.12-9.35, quella che negli anni ha retto una parte centrale della ricostruzione contro Stasi. I cosiddetti metodi «ancillari» (livor e rigor mortis) possono far «stringere» verso la parte più recente del range, cioè 10-12. Ma la stessa Cattaneo avverte che «sul piano rigorosamente scientifico» bisogna restare ancorati al range più ampio.
Anche il contenuto gastrico non mette un punto definitivo. La consulenza lo considera coerente con quanto trovato sul divano e compatibile con una morte tra 30 minuti e 2-3 ore dall’ingestione della colazione. Ma aggiunge che, senza un momento esatto di inizio della colazione, quel dato non può restringere le lancette dell’orologio in cui è avvenuta la morte. In sostanza, la conferma del pasto mattutino aiuta a ricostruire la mattina di Chiara, non a fissare l’ora del delitto. Lo stesso accade per la difesa messa in atto dalla ragazza. La Cattaneo valorizza un dato importante. Chiara, nei primi momenti dell’aggressione, era «molto probabilmente nelle piene capacità di reagire». E indica numerosi segni riconducibili a una «difesa passiva» - compatibile con una prevalenza di lesioni su avambracci e dorso delle mani - e colloca la durata dell’aggressione «tra i 15 e i 20 minuti massimo». Ma anche questo non identifica l’autore. Dice che Chiara subì una violenza veemente e in più fasi, ma non dice che quell’aggressore fosse Sempio, né che non potesse essere Stasi.
Sull’arma, poi, la relazione resta prudente. Le lesioni sono compatibili con «uno strumento produttivo contundente, con superficie piana, margini e spigoli, composto da metalli»: un martello a testa squadrata, una mazzetta, il retro di una piccola accetta o un oggetto simile. Ma l’arma non è stata trovata e non è stato individuato con certezza nemmeno il tipo. La frase decisiva è un’altra: «Tutte le lesioni sono coerenti con l’ipotesi di utilizzo di un unico strumento». Dunque, non si tratta di una svolta definitiva, come avevano lasciato intendere alcune anticipazioni, ma una compatibilità medico-legale con uno strumento comune.
Nel frattempo, il fronte difensivo lavora a una contro-lettura medico-legale e di scena. Questa è stata affidata anche ad Armando Palmegiani, ex poliziotto della Scientifica, criminologo e consulente nominato dalla difesa dopo la rinuncia di Luciano Garofano. Palmegiani porta nel caso un profilo tecnico particolare: nel suo curriculum figurano rilievi planimetrici e ricostruzioni tridimensionali per determinare la traiettoria del colpo che uccise Marta Russo alla Sapienza nel maggio 1997; nel 1999, inoltre, compaiono rilievi in via Carini per la ricostruzione dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel processo contro i mandanti. È, dunque, un consulente abituato a lavorare proprio sul punto che oggi diventa centrale a Garlasco: la traduzione della scena del crimine in geometria e traiettorie.
Sentito dalla Verità, Palmegiani conferma che il range dell’epoca della morte resta ampio e che il contenuto gastrico non consente di fissare con precisione l’orario della colazione. Se gli inquirenti restringessero quel tempo, ha detto, sarebbe «qualcosa di non scientifico nella ricostruzione della Cattaneo». Quindi la relazione non esclude Stasi dalla scena, ma rende più fragile ogni ricostruzione che pretenda di fissare l’orario del delitto con certezza.
Anche il trascinamento resta un punto aperto. La Bpa del colonnello del Ris Andrea Berti ipotizza che Chiara sia stata trascinata «verosimilmente per le caviglie». La consulenza Cattaneo, però, rileva segni soprattutto alla caviglia sinistra e non li interpreta in modo univoco: potrebbero dipendere da un afferramento, ma anche dal tentativo di bloccare un calcio o da urti contro superfici della casa.
La differenza è importante. Se una persona viene trascinata per entrambe le caviglie, il corpo tende a muoversi in modo più dritto e controllato. Se invece viene tirata da una sola caviglia, il corpo ruota, si torce, cambia posizione, e anche le tracce di sangue possono distribuirsi in modo diverso.
Per la difesa di Sempio questo è un punto utile. Se non è certo come Chiara sia stata trascinata, allora non è certa nemmeno la ricostruzione dei movimenti dell’aggressore. Tirarla per due caviglie avrebbe prodotto un movimento più lineare, mentre tirarla per una sola avrebbe potuto far ruotare il corpo e lasciare tracce diverse. Quindi la scena non permette una conclusione definitiva: offre solo ipotesi.
Per di più, proprio Palmegiani contesta anche la rappresentazione 3D della Procura. L’avatar, sostiene, sarebbe troppo suggestivo perché somigliante a Sempio («La prima cosa che insegnano nei modelli 3D è di essere il più possibile semplici, qui ci sono anche gli occhi…», dice alla Verità), mentre «chiunque scenda quella scala appoggia la mano». La difesa, dunque, non nega la centralità della scena, ma contesta il salto da modello grafico a identificazione personale.
In questo senso, la relazione è meno spettacolare delle anticipazioni. Non dice chi ha ucciso Chiara Poggi. Sostiene che, dal punto di vista medico-legale, alcune certezze costruite negli anni non erano certezze. Erano stime, compatibilità, intervalli, ma anche margini d’errore. Ed è dentro quel margine, oggi, che si gioca la nuova battaglia su Stasi e Sempio.
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