Zelensky il Buono non può decidere come dobbiamo sostenere l’Ucraina
  • Intervistato dal «Corriere», il presidente di Kiev ha chiesto nuovi armamenti e ha stilato una sorta di pagella dei leader di centrodestra. Ma non ci può dettare l’agenda. E non siamo tenuti a obbedire ai suoi ricatti morali.
  • Confermata la condanna in Russia della cestista Usa Brittney Griner: aumenta la pressione sulla Casa Bianca, già alle prese con l’ala sinistra dem che vuole una nuova linea sulla guerra.

Lo speciale contiene due articoli.

In questi mesi abbiamo avuto modo di notare quanto la categoria, utilizzata dal giurista tedesco Carl Schmitt, di «nemico assoluto» fosse utile per comprendere appieno la figura di Vladimir Putin e, soprattutto, il modo in cui viene presentato dalle nostre parti. Più volte, a proposito del conflitto in Ucraina, abbiamo sentito scomodare il concetto di «diritti umani», e ci viene quotidianamente ripetuto che quella contro il mostro russo è una battaglia vitale contro una figura demoniaca. Quando si inizia a utilizzare il concetto di umanità, a «monopolizzare questa parola», diceva Schmitt, ecco allora che si crea un nemico al quale «va tolta la qualità di uomo», in modo che la guerra condotta contro di lui possa «essere portata fino all’estrema inumanità». È un meccanismo terribile, questo, tipico di tutte le guerre contemporanee, e in questi mesi è stato ampiamente sfruttato da ambo le parti in causa. Ovviamente, a ogni nemico assoluto si deve accompagnare la personificazione di un bene assoluto, puro, senza difetti. Se Vladimir Putin è il «Male», il «Bene» non può che essere Volodymyr Zelensky.

Il presidente ucraino è stato disegnato per rientrare alla perfezione nel ritratto dell’eroe dei nostri tempi. Egli è, contemporaneamente, un combattente e una vittima. Non è difficile accorgersi, del resto, di come l’Occidente, negli ultimi decenni, abbia elevato la vittima a feticcio: la minoranza oppressa, il ragazzino «non convenzionale», la modella «diversa», sono tutte variazioni su un unico tema e compongono un variegato pantheon vittimario che ha colonizzato il nostro immaginario. Poco importa la reale profondità della sofferenza o dell’offesa subita: oggi conta esibire le stimmate, e chi più lo fa più ottiene consenso. Zelensky, come personaggio, è una complessa mescolanza di antica e maschia determinazione e di modernissima vessazione. Appare in abiti militari, ma disarmato. È un guerriero che non uccide, perché «vittima di invasione», e dunque è buono per definizione. Il problema del «Buono» assoluto è che – lo dice la parola – non accetta vincoli e non ammette sfumature. Egli si muove innanzitutto sul piano morale, non su quello politico. Tutto ciò che egli fa, o dice, deve essere buono e non ammette repliche: vorrete mica contestare una vittima, no?

È stato così che il leader di Kiev è stato tramutato in una autorità morale. Non un uomo politico con pregi, difetti, qualità e lati in ombra. No: una maschera hollywoodiana che è proibito sfiorare, un piccolo messia dotato di bambinesca purezza. Come spesso succede, tuttavia, il puer aeternus esprime tratti narcisistici o di stizzosa arroganza. Esattamente quelli che ha mostrato ieri Zelensky nella lunga intervista concessa al Corriere della sera. Interpellato come un santo o un oracolo, non si è tirato indietro. Ne ha tutto il diritto, ovviamente, e forse anche il dovere perché il suo compito è quello di battagliare nell’arena mediatica a difesa degli interessi ucraini. Di sicuro, poi, i giornalisti occidentali alimentano la sua tendenza alla predicazione. Fatto sta che, sempre più di frequente, egli si erge a giudice dei comportamenti altrui e non cogliere in questo un’esondazione dal suo ruolo sarebbe rischioso.

Al Corriere, Zelensky ha consegnato la richiesta di nuove armi, nello specifico «difese antiaeree». La lista di desiderata non è breve: «Vogliamo che i nostri profughi tornino in Ucraina, dobbiamo ricostruire la nostra economia, che i bambini vadano a scuola, che la società riprenda a funzionare pienamente. E per questo ci servono armi contro gli attacchi dall’aria e per garantire la sicurezza dei civili», ha detto. E fin qui, tutto come sempre, tutto comprensibile e persino giusto. Le perplessità iniziano quando Volodymyr si arroga il diritto di dettare l’agenda, e di spedire in questo o quel girone infernale i politici che non gli piacciono. Su Giorgia Meloni spende parole di miele, e ci mancherebbe altro. Su Matteo Salvini è più circospetto, la prende alla larga, dice che serve un «lavoro quotidiano contro l’invasione russa», come a far intendere di non essere poi tanto convinto del leghista. Su Silvio Berlusconi, infine, si scatena: «Ha persino utilizzato le stesse espressioni e la narrativa di Putin. (…) Lo vota solo l’8% degli italiani e questa è la risposta confortante del vostro elettorato, ciò mi basta. Comunque, ha quasi 90 anni e gli auguro di restare in buona salute».

Ora, qui a indisporre non è il giudizio su Berlusconi, di cui evidentemente Zelensky può pensare e dire ciò che vuole. Piuttosto, è la pretesa di dettare le regole del gioco, di stabilire il perimetro di che cosa sia accettabile e che cosa no. La scelta del governo italiano (prima con Mario Draghi e ora con Meloni), è stata di chiaro sostegno, per altro costato parecchio. Ma, dev’essere chiaro, non c’è alcun obbligo morale nell’inviare armi all’Ucraina. Forse possiamo pensare, in quanto esseri umani, di essere obbligati a cercare la pace, non certo d’essere tenuti a obbedire a Zelensky. I toni e i modi che egli ha utilizzato in passato con gli oppositori politici che si è trovato in casa non può pensare di utilizzarli con noi, a prescindere dal fatto che abbia ragione o torto. Ed è estremamente sgradevole e pericoloso che i media italiani gli permettano invece di farne largo uso.

Per il presidente ucraino – ed è del tutto legittimo – pace significa isolamento e sconfitta in battaglia della Russia. Ma non può e non deve essere lui a decidere quale sia il nostro limite, e a costruire lo steccato entro cui rinchiudere i nostri interessi nazionali. Zelensky, di interessi, cura i suoi, non quelli dell’umanità intera. Nessuno, giustamente, può chiedergli di rinunciare senza fiatare ai suoi progetti e a quello che ritiene essere il bene del suo popolo. Per lo stesso motivo, lui dovrebbe astenersi dal sindacare sul bene nostro. Persino quando qualche fedele scudiero lo prega di farlo.


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