Il domatore Saviano
 chiude il circo del Salone e benedice la censura
  • Finisce la rassegna segnata dalla guerra a un piccolo editore. E pure Nicola Zingaretti (Pd) loda la polizia culturale.
  • Anche l’autrice del volume-intervista a Matteo Salvini chiederà i danni agli organizzatori. E quando si è presentata al Lingotto, dallo stand Feltrinelli è partito il coro rosso Bella ciao.

Lo speciale contiene due articoli.

«Il massacro sistematico di una propaganda non risponde mai sui temi ma attacca i suoi oppositori sul personale. Appena hai una posizione critica verso la loro propaganda, non rispondono sui temi, ma sempre sulla persona che ha parlato». Sono parole pronunciate ieri, al Salone del libro di Torino, da Roberto Saviano. E descrivono perfettamente l’azione del regime sottoculturale vigente, anche se lo scrittore campano le rivolge al bersaglio sbagliato, cioè ai populisti. Alla fiera letteraria più triste che si ricordi è successo proprio quello che il caro Roberto ha descritto. Di fronte a editori e autori critici verso la propaganda che infetta i media asserviti al pensiero dominante, non si è risposto «sui temi», ma «sulla persona». La casa editrice Altaforte è stata bandita e costretta a organizzare una presentazione in un albergo torinese distante dal Lingotto. Dei libri pubblicati dal marchio «fascista» non si è discusso. Però si è fatto un gran parlare dell’editore Francesco Polacchi, delle sue posizioni politiche, della sua fedina penale, delle sue attività imprenditoriali. Non hanno risposto sui temi, si sono concentrati sulla persona. Come fanno i regimi.

Ecco che cosa resterà del Salone di quest’anno: il sapore stomachevole di «dittatura dolce» e un po’ vigliacca, di intellettuali che si nascondono dietro ai celerini per eliminare di soppiatto i nemici politici. La caricatura di un regime, debole nei toni ma sufficientemente violenta negli esiti.

Il direttore del circo, Nicola Lagioia, è soddisfatto: «Tutta l’organizzazione messa a punto da Torino Città del libro penso stia soddisfacendo gli editori e questo è un punto importante», dice. «Il modello di collaborazione tra il pubblico e i privati, che peraltro erano già fornitori del Salone, funziona. Certo è un meccanismo che va oliato per evitare che si creino situazioni come quella di Altaforte, ma penso che sia un modello da promuovere». Chiaro, bisogna oliare il meccanismo, di modo che – dall’anno prossimo – gli editori sgraditi non possano nemmeno avvicinarsi, così ci si risparmia il fastidio di chiamare la derattizzazione.

Sorride Lagioia, gongolano tutti i partigiani del terzo millennio, quelli che si ritirano in montagna (ma solo per farsi una settimana alla spa): Michela Murgia, Zerocalcare, Sandro Veronesi, e gli altri saltimbanchi. Persino uno capace di lampi d’intelligenza come Michele Serra, ieri su Repubblica, offriva la sua benedizione alla mordacchia democratica. Hanno vinto: si sono fatti tra di loro persino il dibattito sul fascismo. Del resto, l’intera pantomima se la sono gestita in famiglia. Prima, tramite il commissario Christian Raimo, hanno invocato la censura. Poi si sono divisi in correnti: chi voleva boicottare; chi voleva andare mai in polemica; chi ne approfittava per pubblicizzare il libretto fresco di stampa. E poi, immancabili, i sinceri «liberali», quelli che tifano libertà di pensiero. Come Pierluigi Battista, che in segno di protesta ha acquistato i libri di Altaforte e subito (lo ha detto lui) li ha buttati nel cestino. Chiaro: si acquistano così si fa bella figura, ma lo schifo per l’idea diversa rimane. In ogni caso, non c’è stato uno che i libri di Altaforte li abbia sfogliati e commentati. Solo sdegno e sberleffi.

Il volume con l’intervista a Matteo Salvini è stato defenestrato, in compenso ieri il Saviano di cui sopra ha potuto concionare fino allo sfinimento, attaccando il governo a ogni sospiro (si è concentrato soprattutto sulla chiusura dei porti, definita «orrore umano e politico»). Via il ministro dell’Interno, largo allo scrittore narciso che attacca i poliziotti e si fa lo spot accanto ai taxisti del mare di Medici senza frontiere (di cui ha presentato il libro). Questa sì che è democrazia.

Dato che abbiamo citato Michele Serra, viene proprio voglia di parafrasare un celebre titolo del suo Cuore, quello che recitava: «Hanno la faccia come il culo». Perdonate il tono da bar, ma la frase descrive perfettamente i piccoli censori del Salone e tutti i loro fiancheggiatori. Ad esempio Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Allo stand della Feltrinelli di Torino, come noto, era in vendita il suo libro Piazza grande, nel quale il leader democratico fa una bella esibizione di revisionismo storico sull’Urss: «Se non ci fosse stata l’Unione sovietica […] non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra».

Costui è lo stesso Zingaretti che ieri, su Repubblica, si permetteva di dare consigli sull’insegnamento della storia nelle scuole. «Dobbiamo rafforzare la presenza degli insegnanti», ha scritto, «e contribuire a una formazione continua e aggiornata (per molti la seconda metà del Novecento rimane un terreno sconosciuto)». Vero: infatti Zingaretti è il primo a ignorare la storia dell’Urss, dei gulag e dei massacri perpetrati in nome del socialismo reale. Lui però, non è stato estromesso dal Salone, e anzi può continuare a farsi bello sputando banalità sulla memoria e lo studio del passato.

Questa è la cultura dominante in Italia, e il Salone è il suo profeta.


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