Prima che si parlasse di populismo con i toni da fine del mondo, prima cioè della Brexit e di Trump; prima che il termine passasse a codificare come impresentabile un’intera offerta politica, accomunando anche partiti, movimenti e idee che non c’entravano nulla l’uno con l’altro; prima di tutto questo le istanze alla base del cosiddetto «populismo» erano state perfettamente descritte e indagate da un grandissimo storico, Christopher Lasch. Il suo «La ribellione delle élite», pubblicato in America nel 1995, è un condensato di acume profetico che non squalifica con etichette ma indaga le ragioni profonde del malessere delle nostre democrazie. L’America degli anni Novanta assomiglia molto da vicino a tanti Paesi europei degli anni Dieci: impoverimento del ceto medio, disagio esistenziale, calo di benessere e sicurezza, senso di distanza dai centri di potere reale (le «élite», appunto), crisi delle comunità e dei corpi intermedi, insicurezza diffusa. Oggi l’epiteto «populista» è già passato di moda: paradossalmente, molti dei temi così etichettati sono passati sotto le insegne di partiti «di sistema», complici anche gli anni del Covid: proprio per questo rileggere Lasch permette di tornare alla radice dei problemi e non alla loro superficiale negazione. E di interrogarsi sul ruolo dello stato, delle comunità, sui limiti della democrazia, delle istituzioni sovranazionali e del liberalismo: non per improbabili istinti di ripulsa, ma per capire che, in fondo, il populismo non esiste. E, con ogni probabilità, non è mai esistito.
Dio benedica la Corte Suprema e la sua sentenza sui dazi: ha costretto noialtri, prima che Donald Trump, a tornare alla realtà. Così, in un battibaleno, siamo passati da «l’America non è più una democrazia liberale» (Mario Monti, aprile 2025), a «C’è un giudice anche a Washington» (Massimo Giannini, ieri); da Repubblica che, a novembre, ci elencava «i 12 passi di Donald Trump verso l’autocrazia», allo scoop di Federico Fubini sul Corriere della Sera: «Il potere di Trump non è incondizionato».
Non lo immaginavamo mica. Specie da quando gli esperti avevano iniziato a spiegarci che la democrazia americana era in pessima salute, scivolata «in una forma soft di autoritarismo», anche se non era ancora «ai livelli di Russia, Venezuela o Turchia»: parola del politologo di Harvard Steven Levitsky all’Espresso, appena una quindicina di giorni fa.
A settembre, Fanpage aveva pronta la diagnosi: «Non c’è più dubbio», garantiva, sulla deriva dittatoriale degli Usa. Il professor Mario Del Pero dell’Ispi illustrava intanto la strategia della Casa Bianca, orientata a «silenziare il dissenso». «Questo», denunciava il docente di SciencesPo, «è il manuale di qualsiasi regime autoritario».
Eppure, questa temibile e organizzatissima dittatura si è incartata sulla sua misura di bandiera. A disturbarla è bastato uno dei meccanismi istituiti per limitare l’arbitrio del governo: un tribunale di rango costituzionale, secondo il quale il presidente ha esondato dalle sue competenze. Quel collegio è composto da una maggioranza di toghe di orientamento conservatore, ben sei su nove; tre di quelle sei erano state incaricate dal presunto despota col ciuffo biondo; due di quelle tre, esattamente per questo motivo, avevano subito minacce personali o ai familiari (la giudice Amy Coney Barrett) e, addirittura, un tentativo di assassinio (il giudice Brett Kavanaugh). Nondimeno, sia la Barrett sia Neil Gorsuch, anche lui di nomina trumpiana, hanno votato contro i dazi, insieme a John Roberts, voluto da George W. Bush e insieme ai tre colleghi inseriti da Barack Obama e Joe Biden. In pratica, i giudici di destra sono stati più pluralisti di quelli di sinistra. Sinistra che, con il preciso obiettivo di sottrarre la preponderanza nella Corte a The Donald, durante la presidenza Biden aveva ventilato l’ipotesi di ampliare il numero di componenti dell’organo e piazzarne altri di comprovata fede progressista. Ma all’epoca in cui i dem tentavano di cambiare le regole del gioco per poterlo vincere, Monti sonnecchiava e non vedeva ragioni per «prendere le distanze» dal sonnambulo di Washington, come ha invece chiesto a Giorgia Meloni di fare nei confronti di Trump.
Ora, «anche noi cittadini di questa Terra», a cominciare da Giannini, lieto di metterlo nero su bianco, «scopriamo» che, Oltreoceano, «lo Stato di diritto esiste e resiste». Che il rule of law - citiamo Robert Wescott, il capo economista internazionale di Bill Clinton, intervistato dal quotidiano di largo Fochetti - ha conseguito «una storica vittoria». Che un «piccolo imprenditore» qual è Victor Schwartz, promotore della causa giunta fino alla Corte Suprema, ha potuto «battere la Casa Bianca». Che perciò gli Usa sono «un grande Paese».
A Federico Rampini tocca ribaltare l’accusa a Trump: «La sua autorità ne esce sminuita», «per non parlare della credibilità all’estero». Un autoritarismo senza autorità; un autocrate che non farà paura a nessuno. All’uomo la cui colpa era di voler fare il tiranno, adesso viene rinfacciato di non esserci riuscito.
Sarebbe bastato un po’ di senso della realtà per comprendere che non era sufficiente il secondo avvento del puzzone, per trasformare la «terra dei liberi» in una repubblica delle banane. Che avrebbero continuato a funzionare i checks and balances, i controlli e gli equilibri congegnati dai padri fondatori e perfezionati nel primo secolo di storia americana. Se ne è compiaciuto financo Emmanuel Macron, cioè il leader che gradirebbe le dimissioni anticipate della francese Christine Lagarde, al vertice della Bce, pur di impedire ai sovranisti di indicarne il successore. Ecco il pulpito di chi predica...
Si sapeva che il tycoon è allergico alle forme, ma anche che era probabile scontasse le sue intemperanze schiantandosi sul muro delle regole. Gli è successo con la Corte Suprema come gli era accaduto con vari tribunali, oltre che nel confronto con i governatori: la dialettica con quello del Minnesota, Tim Walz, lo ha costretto ad ammorbidire alcuni provvedimenti in materia di immigrazione e ad accettare un parziale ritiro dell’Ice. Trump stesso era consapevole dei rischi, tanto che aveva pronto un «piano B» per le tariffe, annunciato ieri, subito dopo la sentenza.
Elly Schlein si domanda se la Meloni continuerà a «difendere il suo amico Trump». A noi verrebbe da domandare alla Schlein se dobbiamo continuare a dar retta a Romano Prodi, il quale, per salvare il mondo da The Donald, propugna un «compromesso» tra Europa e Cina. Non è qualcuno aveva troppa fretta di liquidare l’America e consegnarci a Pechino?
E chissà che la Corte Suprema Usa non possa insegnare qualcosa alla nostra Corte costituzionale: questa, a differenza dell’altra, di solito blinda le decisioni opinabili del potere, dal green pass in giù. Ricordandosi di essere il «contraltare della maggioranza» (espressione di Giuliano Amato) preferibilmente quando la maggioranza è di destra.
Per il momento, ci godiamo il riscatto della «nazione indispensabile». Alla fin fine, vedete che aveva ragione Steven Levitsky, il politologo di Harvard sentito dall’Espresso: gli Stati Uniti non sono la Russia né il Venezuela.
Ingredienti – 8 fette sottili di petto di pollo, 8 fette di prosciutto cotto, 8 fette di scamorza o altro formaggio a pasta filata, 3 uova, 60 gr di farina, 100 gr di pangrattato, olio per frittura se del caso oppure olio per friggitrice ad aria spray, olio extravergine, sale e pepe qb.
Procedimento – Battete col batticarne le fette di pollo e una volta ben spianate salatele appena, mettete un pizzico di pepe e farcitele con una fetta di prosciutto cotto e una di scamorza. Arrotolatele a involtino e fissatele con uno stecchino. Ora battete le uova in una ciotola con un po’ di sale e pepe. In due piatti distinti sistemate la farina e il pangrattato. Passate nella farina gli involtini, poi nell’uovo, poi nel pangrattato, di nuovo nell’uovo e in ultimo ancora nel pangrattato. Dovete fare agli involtini il cappotto come si dice in gergo! Ora cuocete secondo il metodo che avete scelto. Se in forno sistemateli su una placca foderata da carta forno e irrorateli con po’ di olio extravergine di oliva, se nella friggitrice ad aria sistemateli nel cestello e spruzzateli con l’olio apposito, se fritti fate scaldare il grasso in una padella e procedete come con qualsiasi frittura.
Come fa divertire i bambini – Fatevi aiutare nei diversi passaggi d’impanatura.
Abbinamento – In omaggio ai 400 anni di Francesco Redi abbiamo scelto un Chianti Superiore del Valdarno. Vanno benissimo un rosso di Montepulciano, un Rosso Piceno, ma anche un ottimo Pere e’ Palummo campano o una Schiava altoatesina. Altrimenti optate per una bollicina.
Dopo la sentenza sui dazi della Corte Suprema Usa il commercio mondiale sembra un romanzo d’appendice dell’Ottocento. Le imprese iniziano la giornata convinte di sapere come va la storia. Invece l’autore - che in questo caso scrive direttamente dal suo social - decide un colpo di scena alla pagina successiva.
«Sulla base di un’analisi approfondita, dettagliata e completa...», scrive Donald Trump e l’economia internazionale trattiene il fiato. Annuncia la nuova tariffa globale che sale dal 10 al 15%, «con effetto immediato». Un aumento deciso - spiega il presidente - per rimediare a decenni in cui molti Paesi hanno «derubato» gli Stati Uniti. Promette ulteriori tariffe «legalmente ammissibili» nei prossimi mesi, lasciando intendere che le nuove aliquote potrebbero non essere il capolinea, ma solo una stazione intermedia. La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, nelle intenzioni avrebbe dovuto riportare ordine. Nella pratica, ha avuto l’effetto di scuotere il tavolo mentre sopra c’erano ancora le carte.
Il risultato è una situazione che gli operatori descrivono con una parola molto efficace: caos. Accordi firmati che rischiano di essere reinterpretati prima ancora di entrare a regime. Le aziende, che per loro natura preferiscono i calendari alle sorprese, si trovano a pianificare esportazioni come si organizza un viaggio in una zona sismica: pronti a cambiare strada da un momento all’altro. In teoria il nuovo prelievo non si applicherà ai prodotti già soggetti a tariffe settoriali, né a quelli provenienti dai partner nordamericani, e prevede eccezioni sensibili, come per il farmaceutico. In pratica, ogni esclusione genera una nuova domanda, ogni chiarimento ne richiede un altro. È l’effetto domino della regolazione commerciale contemporanea: una norma non chiude, ma apre scenari. Così il commercio internazionale entra in una dimensione curiosa, una specie di presente continuo dove tutto è provvisorio. Non c’è più la certezza - costosa ma rassicurante - delle regole stabili. C’è una sequenza di decisioni adattive, ciascuna delle quali obbliga imprese e governi a ricalcolare le proprie mosse. Per l’Unione europea il problema non è tanto il livello del dazio - quel 15% era già stato messo in conto nell’accordo siglato con Washington - quanto la sua natura mutevole. Se il quadro giuridico cambia mentre gli accordi sono ancora caldi di firma, diventa difficile capire quali condizioni resteranno in piedi e per quanto. Bruxelles attende chiarimenti, convoca riunioni straordinarie, aggiorna dossier. Per domani è previsto il voto dell’Europarlamento sull’accordo siglato la scorsa estate da Ursula von der Leyen. A questo punto c’è da chiedersi: che cosa si vota?
Le imprese, molto meno filosoficamente, cercano di capire se spedire o aspettare. Dai produttori di vino italiani ai gruppi chimici tedeschi, il timore è «l’effetto boomerang»: mesi di adattamento a nuove regole che rischiano di essere riscritte mentre sono ancora in fase di applicazione.
Un dazio, infatti, si può incorporare nei prezzi. Un dazio che cambia forma, durata e motivazione nel giro di settimane è un’altra cosa: diventa un fattore di instabilità strutturale.
Le catene globali del valore - costruite in trent’anni di integrazione - funzionano come orologi: precise, interdipendenti, allergiche agli scossoni. Ogni variazione improvvisa obbliga a ripensare forniture, logistica, investimenti. E quando le decisioni politiche viaggiano più veloci delle merci, l’economia rallenta per prudenza. In questo contesto, l’intervento di Fabio Panetta, al congresso Assiom Forex, suona come una nota di metodo in mezzo al frastuono. Il governatore della Banca d’Italia invita a non arrendersi alla frammentazione e a non archiviare con troppa leggerezza quel multilateralismo che ha sostenuto la crescita globale del dopoguerra.
Non entra nello scontro istituzionale americano - troppo presto per valutarne gli effetti - ma richiama il punto essenziale: l’economia mondiale sta cambiando rapidamente, sospinta dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, e proprio per questo avrebbe bisogno di più cooperazione, non di meno. Da una parte c’è la politica commerciale che accelera, fatta di decisioni rapide, aggiustamenti continui, annunci immediati. Dall’altra c’è l’economia reale, che per funzionare ha bisogno di tempo, fiducia e prevedibilità. È lo scarto tra queste due velocità a generare l’incertezza che oggi preoccupa imprese e governi più dei dazi stessi. Perché l’economia mondiale può sopravvivere a molti aumenti di dazi, ma fatica molto di più a sopravvivere alla perdita delle regole comuni che l’hanno fatta crescere.






