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2020-11-08
Ora fa gola il bottino di 300 incarichi. Il Rottamatore incassa l’aiutino dem
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Matteo Renzi durante il vertice Nato a Varsavia, il 9 Luglio 2016 (Ansa)
Nonostante un'indagine per finanziamento illecito sulla testa per la Fondazione Open, anche se ringalluzzito dalla vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, l'ex premier Matteo Renzi è tornato a occuparsi del suo sport preferito: le nomine nelle partecipate statali. Fu il primo dossier di cui si occupò nel 2014 appena arrivato a Palazzo Chigi, dopo aver scalzato Enrico Letta. E ancora adesso l'ex segretario dem continua a volere voce in capitolo. Anche perché molti incarichi di allora sono ancora figli di quella stagione. Così, mentre continua a lavorare nel dietro le quinte per un incarico di prestigio all'estero - oltre alla Nato si vedrebbe bene anche come rappresentante dell'Italia all'Onu -, sta cercando di mantenere il suo potere nei gangli della burocrazia statale.
Come è noto, a maggio, in ritardo di qualche mese per l'emergenza sanitaria, sono stati rinnovati gli incarichi delle nostre società quotate, come Eni, Leonardo, Poste e Enel. All'appello però mancano ancora le non quotate, aziende controllate dal ministero dell'Economia, come Consip, Consap, Equitalia giustizia, Istituto poligrafico Zecca dello Stato, Gse o Sogesid. Sono società strategiche, dal peso specifico non indifferente. Ci sono in totale più di 300 incarichi ancora da assegnare, con 42 consigli d'amministrazione e 46 collegi sindacali in scadenza. Tra queste ci sono poi almeno 30 società direttamente controllate da Ferrovie dello Stato. Queste nomine sono ormai bloccate da aprile. Ma ora hanno una scadenza, questa volta legale, cioè il 12 novembre, ovvero 45 giorni dopo l'approvazione del bilancio ai primi di ottobre.
La maggioranza giallorossa è impegnata nell'emergenza sanitaria. E all'apparenza sembra che il dossier sia stato accantonato. In realtà è più attuale che mai. Tanto che pochi giorni fa la senatrice del Pd Valeria Valente ha presentato un emendamento che prevede una proroga al 31 gennaio 2021 per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società in questione. Il provvedimento è ancora in discussione in commissione Affari costituzionali e in pratica si giustifica per il protrarsi dell'emergenza coronavirus: le assemblee devono essere limitate per evitare il contagio. Peccato che a maggio le quotate rinnovarono i loro cda, alcune anche da remoto. L'emendamento, insomma, sembra essere l'ennesima trovata per prolungare i rinnovi, un modo per tranquillizzare il governo di Giuseppe Conte e soprattutto mantenere l'ordine costituito. D'altra parte la maggior parte di quelle nomine sono di eredità renziana. La stessa Valente, anche se non di Italia viva, fu candidata a Napoli proprio da Renzi. Tuttora, infatti, viene definita una fedelissima del Bullo di Rignano. Prorogare le nomine è un'assicurazione sulla vita dell'esecutivo, anche perché all'interno della maggioranza non è ancora stata trovata la quadra. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per esempio, si confronta spesso sia con Massimo D'Alema sia con Gianni Letta. E sta cercando in tutti i modi di portare il segretario generale del Mise Salvatore Barca al comando di una delle partecipate in scadenza. Al suo posto l'attuale ministro Stefano Patuanelli vorrebbe mettere l'ex direttore generale di Confindustria Marcella Panucci, in modo da tenere a bada gli industriali. Il problema è che lo stipendio di Barca al ministero è molto alto, servirebbe quindi un posto di uguale compenso. Succede così che in Consap, Concessionaria servizi assicurativi pubblici, dove fino a qualche mese era destinato proprio Barca, potrebbe invece arrivare un altro «dimaiano» di ferro, ovvero Giorgio Sorial, anche lui al ministero dello Sviluppo economico con in mano la gestione delle crisi industriali. Mauro Masi dovrebbe restare presidente onorario e il terzo consigliere del board di Consap spetterebbe al centrosinistra. Ma al Pd o a Italia viva? Renzi non molla. Per di più se l'emendamento dovesse passare, quanto peserebbe sulle aspettative dell'ex premier un'ulteriore comoda proroga per l'esecutivo? In tutto questo pesa anche il silenzio delle opposizioni.
C'è da dire poi che in questi mesi di semestre bianco - nonostante i consigli di amministrazione scaduti e il regime di proroga - molte società hanno invece continuato a operare, quasi in iperattività. Consap, per esempio, ha assunto da luglio a oggi ben 5 persone. In più, tramite il direttore generale Vittorio Rispoli, ha stipulato contratti di consulenza con Deloitte e anche con Mercer di Enzo De Angelis. Quest'ultima ha incassato 120.000 euro in 3 rate suddivise per restare sotto soglia. Caso vuole che De Angelis sia stato anche senior di Spencer Stuart, proprio negli anni in cui la società cacciatrice di teste indicò il nome di Rispoli come direttore generale. Proprio in Consap siede nel cda Giuseppe Ranieri, avvocato di Firenze, grande amico di Alberto Bianchi, ex numero uno della Leopolda anche lui indagato sul caso della Fondazione Open. Ranieri ha uno studio legale che gestisce le pratiche per il rimborso alle vittime della strada, un fondo gestito da Consap. Chissà se Renzi riuscirà a difenderlo anche dopo il 31 gennaio, mentre cerca sponde militari e diplomatiche per raggiungere la Nato o l'Onu.
Le nuove società della Zecca dello Stato. Parte un'interrogazione parlamentare
Sono in proroga, ma diverse società statali dove sono scaduti i vertici e i consigli di amministrazione continuano a operare, come se niente fosse. E' il caso di Consap, dove sono state fatte assunzioni negli ultimi mesi e nuovi contratti con società di consulenza, ma il tema riguarda anche l'Istituto poligrafico e zecca dello Stato (Ipzs). Anche qui, come per diverse altre società non quotate, le nomine risalgono ai tempi dei governi di Matteo Renzi. La controllata del ministero dell'Economia deve rinnovare il presidente Domenico Tudini e l'amministratore delegato Paolo Aielli, entrambi sono considerati vicini al centrosinistra. Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che «a settembre 2020 è stata costituita la società Futuro e Conoscenza srl partecipata dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs) e dalla Fondazione Bruno Kessler (Fbk), noto centro di ricerca di Trento, con il quale il Poligrafico ha già da diversi anni in atto un rapporto di collaborazione per attività di sviluppo di nuove soluzioni di sicurezza».
Fbk è un' istituzione che collabora da tempo con diverse amministrazioni. Ad ottobre 2020 assieme all'Istituto superiore di sanità con la collaborazione di regioni, protezione civile, Aifa, Inail, dell'ospedale «Spallanzani», dell'università Cattolica e di Areu 118 Lombardia, ha diffuso un documento con le misure di prevenzione e risposta al Covid-19 dove vengono definiti 4 ipotetici scenari di evoluzione dell'epidemia. «Tuttavia» secondo Caon «qui ci si trova di fronte ad un elemento nuovo e cioè la costituzione di una società in house di Ipzs, in vigenza della riforma cosiddetta Madia sulle società partecipate, volta a dare continuità e carattere di stabilità della collaborazione esistente sui temi della certificazione dell'identità fisica e digitale di persone e cose, della sicurezza delle banche dati, fino alla individuazione di «soluzioni per il circolante Euro».
Per il parlamentare, infatti, «il modello operativo sarà integrato da iniziative di open innovation, attraverso la pubblicazione di bandi di concorso rivolti alle start up, per lo sviluppo di nuovi servizi e prodotti, nonché di iniziative di formazione volte allo sviluppo dei temi della sicurezza con il coinvolgimento di forze dell'ordine e delle pubbliche amministrazioni; dall'annuncio appare evidente, ad avviso dell'interrogante, che si tratti di attività a valenza economica, rispetto alla quale occorre sia stato individuato un meccanismo di remunerazione della suddetta società, che si configurerebbe come fornitore del Poligrafic».
Questo, secondo l'interrogazione parlamentare, «si potrebbe configurare un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti, in quanto la fondazione riceverebbe in maniera diretta o indiretta fondi dal Poligrafico, per attività che, viceversa, dovrebbero essere poste in gara pubblica, come stabilito dalla vigente normativa». Quindi potrebbero presentarsi, «aspetti problematici e un potenziale danno a carico di altri soggetti pubblici e privati, attivi nel settore della ricerca e dello sviluppo, in quanto esclusi da potenziali appalti in materia, da parte dell'Istituto Poligrafico». La storia fa il paio con quella di Valoridicarta spa, costituita nel 2018, con oltre due anni di ritardo sui piani previsti da Ipzs, sempre come società in-house della Zecca e di Bankitalia, con accreditamento da parte della Banca Centrale Europea nel maggio 2019.
Valoridicarta produce carte speciali e relativi sistemi di sicurezza per le carte valori dello Stato, per banconote e passaporti. Da subito, la società ha mostrato criticità in termini di tenuta del conto economico, in quanto divenuta tardivamente operativa in un momento nel quale il governo italiano lanciava il piano per la lotta al contante, ha avuto molteplici difficoltà nell'ottenere l'accreditamento per la qualità da parte della Bce, perché il processo produttivo della carta è altamente inefficiente (gli scarti di produzione superano il 50%), in quanto dal punto di vista tecnico la qualità del semilavorato richiede molti interventi degli operatori per problemi di adeguatezza del risultato.
Questa situazione ha portato i costi di produzione alle stelle, superando i ricavi diretti del primo anno di bilancio, i quali sono stati comunque il 50% di quelli previsti dal piano Ipzs, che prometteva 15 milioni di fatturato per il primo anno, a fronte dei 9 effettivi. La società, nata in regime di Legge Madia, sconta il forte rischio di non avere i conti in ordine dopo tre esercizi, sia per gli alti costi diretti di produzione, che per la contrazione dei ricavi anche degli anni a venire, in quanto il mercato della carta per banconote è soggetto a un forte calo dei volumi in tutta Europa, soprattutto a fronte del piano cashless italiano, e soprattutto del prezzo unitario di carta di sicurezza per banconote, che oggi sul mercato dei produttori europei è già sotto i 30 euro al kg, mentre Valoridicarta ha costi diretti ancora intorno ai 32/33 euro al kg.
Per il 2020, con il calo degli ordinativi da parte di Bankitalia di Valoridicarta prevede un secondo anno di perdite, le quali ricadranno inevitabilmente sui due soci Poligrafico e Bankitalia. Nel 2021 si porrà quindi, in assenza di interventi straordinari, l'eventualità di liquidazione della società, come previsto dalle vigenti norme per le società in house, nate di recente.
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Le manovre per portare Matteo alla Nato o all'Onu (ma con un occhio alle poltrone).Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che per la nuova società Futuro e conoscenza, nata a settembre 2020, si potrebbe configurare «un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti».Lo speciale contiene due articoli.Nonostante un'indagine per finanziamento illecito sulla testa per la Fondazione Open, anche se ringalluzzito dalla vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, l'ex premier Matteo Renzi è tornato a occuparsi del suo sport preferito: le nomine nelle partecipate statali. Fu il primo dossier di cui si occupò nel 2014 appena arrivato a Palazzo Chigi, dopo aver scalzato Enrico Letta. E ancora adesso l'ex segretario dem continua a volere voce in capitolo. Anche perché molti incarichi di allora sono ancora figli di quella stagione. Così, mentre continua a lavorare nel dietro le quinte per un incarico di prestigio all'estero - oltre alla Nato si vedrebbe bene anche come rappresentante dell'Italia all'Onu -, sta cercando di mantenere il suo potere nei gangli della burocrazia statale.Come è noto, a maggio, in ritardo di qualche mese per l'emergenza sanitaria, sono stati rinnovati gli incarichi delle nostre società quotate, come Eni, Leonardo, Poste e Enel. All'appello però mancano ancora le non quotate, aziende controllate dal ministero dell'Economia, come Consip, Consap, Equitalia giustizia, Istituto poligrafico Zecca dello Stato, Gse o Sogesid. Sono società strategiche, dal peso specifico non indifferente. Ci sono in totale più di 300 incarichi ancora da assegnare, con 42 consigli d'amministrazione e 46 collegi sindacali in scadenza. Tra queste ci sono poi almeno 30 società direttamente controllate da Ferrovie dello Stato. Queste nomine sono ormai bloccate da aprile. Ma ora hanno una scadenza, questa volta legale, cioè il 12 novembre, ovvero 45 giorni dopo l'approvazione del bilancio ai primi di ottobre.La maggioranza giallorossa è impegnata nell'emergenza sanitaria. E all'apparenza sembra che il dossier sia stato accantonato. In realtà è più attuale che mai. Tanto che pochi giorni fa la senatrice del Pd Valeria Valente ha presentato un emendamento che prevede una proroga al 31 gennaio 2021 per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società in questione. Il provvedimento è ancora in discussione in commissione Affari costituzionali e in pratica si giustifica per il protrarsi dell'emergenza coronavirus: le assemblee devono essere limitate per evitare il contagio. Peccato che a maggio le quotate rinnovarono i loro cda, alcune anche da remoto. L'emendamento, insomma, sembra essere l'ennesima trovata per prolungare i rinnovi, un modo per tranquillizzare il governo di Giuseppe Conte e soprattutto mantenere l'ordine costituito. D'altra parte la maggior parte di quelle nomine sono di eredità renziana. La stessa Valente, anche se non di Italia viva, fu candidata a Napoli proprio da Renzi. Tuttora, infatti, viene definita una fedelissima del Bullo di Rignano. Prorogare le nomine è un'assicurazione sulla vita dell'esecutivo, anche perché all'interno della maggioranza non è ancora stata trovata la quadra. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per esempio, si confronta spesso sia con Massimo D'Alema sia con Gianni Letta. E sta cercando in tutti i modi di portare il segretario generale del Mise Salvatore Barca al comando di una delle partecipate in scadenza. Al suo posto l'attuale ministro Stefano Patuanelli vorrebbe mettere l'ex direttore generale di Confindustria Marcella Panucci, in modo da tenere a bada gli industriali. Il problema è che lo stipendio di Barca al ministero è molto alto, servirebbe quindi un posto di uguale compenso. Succede così che in Consap, Concessionaria servizi assicurativi pubblici, dove fino a qualche mese era destinato proprio Barca, potrebbe invece arrivare un altro «dimaiano» di ferro, ovvero Giorgio Sorial, anche lui al ministero dello Sviluppo economico con in mano la gestione delle crisi industriali. Mauro Masi dovrebbe restare presidente onorario e il terzo consigliere del board di Consap spetterebbe al centrosinistra. Ma al Pd o a Italia viva? Renzi non molla. Per di più se l'emendamento dovesse passare, quanto peserebbe sulle aspettative dell'ex premier un'ulteriore comoda proroga per l'esecutivo? In tutto questo pesa anche il silenzio delle opposizioni.C'è da dire poi che in questi mesi di semestre bianco - nonostante i consigli di amministrazione scaduti e il regime di proroga - molte società hanno invece continuato a operare, quasi in iperattività. Consap, per esempio, ha assunto da luglio a oggi ben 5 persone. In più, tramite il direttore generale Vittorio Rispoli, ha stipulato contratti di consulenza con Deloitte e anche con Mercer di Enzo De Angelis. Quest'ultima ha incassato 120.000 euro in 3 rate suddivise per restare sotto soglia. Caso vuole che De Angelis sia stato anche senior di Spencer Stuart, proprio negli anni in cui la società cacciatrice di teste indicò il nome di Rispoli come direttore generale. Proprio in Consap siede nel cda Giuseppe Ranieri, avvocato di Firenze, grande amico di Alberto Bianchi, ex numero uno della Leopolda anche lui indagato sul caso della Fondazione Open. Ranieri ha uno studio legale che gestisce le pratiche per il rimborso alle vittime della strada, un fondo gestito da Consap. 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E' il caso di Consap, dove sono state fatte assunzioni negli ultimi mesi e nuovi contratti con società di consulenza, ma il tema riguarda anche l'Istituto poligrafico e zecca dello Stato (Ipzs). Anche qui, come per diverse altre società non quotate, le nomine risalgono ai tempi dei governi di Matteo Renzi. La controllata del ministero dell'Economia deve rinnovare il presidente Domenico Tudini e l'amministratore delegato Paolo Aielli, entrambi sono considerati vicini al centrosinistra. Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che «a settembre 2020 è stata costituita la società Futuro e Conoscenza srl partecipata dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs) e dalla Fondazione Bruno Kessler (Fbk), noto centro di ricerca di Trento, con il quale il Poligrafico ha già da diversi anni in atto un rapporto di collaborazione per attività di sviluppo di nuove soluzioni di sicurezza». Fbk è un' istituzione che collabora da tempo con diverse amministrazioni. Ad ottobre 2020 assieme all'Istituto superiore di sanità con la collaborazione di regioni, protezione civile, Aifa, Inail, dell'ospedale «Spallanzani», dell'università Cattolica e di Areu 118 Lombardia, ha diffuso un documento con le misure di prevenzione e risposta al Covid-19 dove vengono definiti 4 ipotetici scenari di evoluzione dell'epidemia. «Tuttavia» secondo Caon «qui ci si trova di fronte ad un elemento nuovo e cioè la costituzione di una società in house di Ipzs, in vigenza della riforma cosiddetta Madia sulle società partecipate, volta a dare continuità e carattere di stabilità della collaborazione esistente sui temi della certificazione dell'identità fisica e digitale di persone e cose, della sicurezza delle banche dati, fino alla individuazione di «soluzioni per il circolante Euro». Per il parlamentare, infatti, «il modello operativo sarà integrato da iniziative di open innovation, attraverso la pubblicazione di bandi di concorso rivolti alle start up, per lo sviluppo di nuovi servizi e prodotti, nonché di iniziative di formazione volte allo sviluppo dei temi della sicurezza con il coinvolgimento di forze dell'ordine e delle pubbliche amministrazioni; dall'annuncio appare evidente, ad avviso dell'interrogante, che si tratti di attività a valenza economica, rispetto alla quale occorre sia stato individuato un meccanismo di remunerazione della suddetta società, che si configurerebbe come fornitore del Poligrafic». Questo, secondo l'interrogazione parlamentare, «si potrebbe configurare un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti, in quanto la fondazione riceverebbe in maniera diretta o indiretta fondi dal Poligrafico, per attività che, viceversa, dovrebbero essere poste in gara pubblica, come stabilito dalla vigente normativa». Quindi potrebbero presentarsi, «aspetti problematici e un potenziale danno a carico di altri soggetti pubblici e privati, attivi nel settore della ricerca e dello sviluppo, in quanto esclusi da potenziali appalti in materia, da parte dell'Istituto Poligrafico». La storia fa il paio con quella di Valoridicarta spa, costituita nel 2018, con oltre due anni di ritardo sui piani previsti da Ipzs, sempre come società in-house della Zecca e di Bankitalia, con accreditamento da parte della Banca Centrale Europea nel maggio 2019. Valoridicarta produce carte speciali e relativi sistemi di sicurezza per le carte valori dello Stato, per banconote e passaporti. Da subito, la società ha mostrato criticità in termini di tenuta del conto economico, in quanto divenuta tardivamente operativa in un momento nel quale il governo italiano lanciava il piano per la lotta al contante, ha avuto molteplici difficoltà nell'ottenere l'accreditamento per la qualità da parte della Bce, perché il processo produttivo della carta è altamente inefficiente (gli scarti di produzione superano il 50%), in quanto dal punto di vista tecnico la qualità del semilavorato richiede molti interventi degli operatori per problemi di adeguatezza del risultato. Questa situazione ha portato i costi di produzione alle stelle, superando i ricavi diretti del primo anno di bilancio, i quali sono stati comunque il 50% di quelli previsti dal piano Ipzs, che prometteva 15 milioni di fatturato per il primo anno, a fronte dei 9 effettivi. La società, nata in regime di Legge Madia, sconta il forte rischio di non avere i conti in ordine dopo tre esercizi, sia per gli alti costi diretti di produzione, che per la contrazione dei ricavi anche degli anni a venire, in quanto il mercato della carta per banconote è soggetto a un forte calo dei volumi in tutta Europa, soprattutto a fronte del piano cashless italiano, e soprattutto del prezzo unitario di carta di sicurezza per banconote, che oggi sul mercato dei produttori europei è già sotto i 30 euro al kg, mentre Valoridicarta ha costi diretti ancora intorno ai 32/33 euro al kg. Per il 2020, con il calo degli ordinativi da parte di Bankitalia di Valoridicarta prevede un secondo anno di perdite, le quali ricadranno inevitabilmente sui due soci Poligrafico e Bankitalia. Nel 2021 si porrà quindi, in assenza di interventi straordinari, l'eventualità di liquidazione della società, come previsto dalle vigenti norme per le società in house, nate di recente.
Laura Pausini, Carlo Conti e Sergio Mattarella (Ansa)
Nero come lo stato dell’ordine pubblico, con i violenti in piazza giustificati dai rossi, mentre il governo (nero anch’esso) sforna decreti sicurezza. Meno male che Sergio c’è, verrebbe da cantare tutti in coro, parafrasando l’inno a Berlusconi. Meno male che c’è il presidente di tutti gli italiani, con quella sua «forza tranquilla», per citare un classico manifesto della Dc dei tempi d’oro. I giornali coprono Mattarella di miele e melassa da giorni e sembra che le medaglie le abbia vinte lui. E tra dieci giorni arriva Sanremo, totem nazionalpopolare, ed ecco che il capo dello Stato ieri ha tolto la giacca vento e ha rimesso la grisaglia per benedire Carlo Conti e Laura Pausini nei saloni del Quirinale. Ormai, Mattarella presenzia più dell’amico Emmanuel Macron, che però è a caccia di voti. Il fatto è che Mattarella lava più bianco. Lava le colpe di una politica rissosa e cacofonica, e anche la Pausini si presenta al suo cospetto di bianco vestita, insieme a Conti, il bravo presentatore. È la prima volta in assoluto che i protagonisti di Sanremo vengono ricevuti ufficialmente sul Colle. Sarà un precedente interessante, specie se un giorno il Comune ligure dovesse decidere di affidare il Festival a Mediaset, che per Mattarella, quand’era ministro ai tempi del decreto tv, era l’Impero del Male. Tre anni fa, era stato il primo capo dello Stato a partecipare a Sanremo. Era stata un’idea di Amadeus, che per rendere gloria ai 75 anni della Costituzione di uno dei paesi più canterini del mondo aveva ingaggiato Roberto Benigni.
Il comico che unifica e non graffia trovò il modo di citare Bernardo Mattarella tra i padri costituenti e il presidente si commosse in eurovisione.
Ieri, al Quirinale, sono sfilati una ventina di artisti (cantando Azzurro davanti al presidente) che saliranno sul palco della Città dei fiori, tra cui J-Ax con cappello da cowboy e pantaloni con le frange, Dargen D’Amico con gli occhiali fucsia, Mara Sattei vestita in nero ministeriale ma con borsetta in lurex ed Elettra Lamborghini in total white. Conti, al termine dell’incontro, non si è tenuto: «È stato bellissimo, molto emozionante, io che non mi emoziono mai mi sono emozionato». E Mattarella? Era contento? Conti giura di sì: «Il presidente è stato meraviglioso e ha detto cose straordinarie sulla musica. Mi hanno colpito le sue parole sempre attente, precise, puntuali. Ho fatto l’esempio che Sanremo è come le Olimpiadi della musica». Mentre la Pausini è uscita come trasfigurata: «Ha detto cose bellissime sulla musica popolare (…) È un presidente pop». La rassegna stampa di ieri era degna della Corea del Nord di Kim Jong-un, il capo di Stato ritratto sempre trionfante, sulle nevi come nei campi. La Stampa ha dedicato un paginone al seguente tema: «Tutti gli ori del presidente». Spacciando l’esistenza di «un effetto Mattarella che distribuisce tranquillità ed è una calamita per gli atleti». Ma lui, va detto, resta umile: «Porto fortuna? Non è merito mio. Sarebbe appropriazione indebita». Anche spiritoso. Il Corriere della Sera ha arruolato per la laudatio Walter Veltroni, che in questa presenza benigna sulle nevi ha visto l’apprezzamento della gente «per una figura paterna, sempre presente, pieno di cure per la sua comunità, testimone di rettitudine e portatore di una rigorosa moderazione».
E nelle cronache da Cortina, c’è spazio per i toni messianici: «Lui, il presidente-amuleto, il giorno dei miracoli lo aveva visto arrivare». Brignone e Lollobrigida erano nei suoi pensieri lungimiranti e benedicenti». Quanto a Repubblica, ecco il giusto encomio al Quirinale: «Mattarella primo tifoso e talismano degli atleti». Non male anche la prima pagina del Messaggero, che mette in foto il presidente con la Brignone e titola: «Mattarella abbraccia Federica: «Contavo sulla tua rinascita». Presidente accolto come una rockstar». Ma sì, pop o rock, l’importante è far capire ai lettori che Mattarella è su un altro livello. Perfino le vignette, Corriere in testa, che dovrebbero fare satira, per il Mattarella Madonna delle nevi si fanno turibolo.
Adesso ci manca solo che questa sera il presidente compaia in tribuna d’onore a San Siro per Inter-Juventus, il derby d’Italia. In ogni caso, Mattarella che presenzia a cose ha davanti a sé un calendario invitante: venerdì 3 aprile potrebbe accompagnare un altro signore vestito di bianco, papa Leone, nella Via Crucis al Colosseo. Prima, il 21 marzo, potrebbe materializzarsi al traguardo della Maratona di Roma e stringere la mano alle runner e ai runner. Poi, se volesse impegnarsi, potrebbe aiutare la povera Nazionale di calcio a qualificarsi per i Mondiali. Mondiali che sono in programma in estate in Canada, Messico e Stati Uniti. Anche lì, con Mattarella in tribuna, tutto può succedere. Solo cose belle, ovviamente. E ovviamente siamo tutti contenti che al Colle ci sia un uomo pieno di energie, nonostante i capelli bianchi. Ma sono energie un po’ sprecate, per i suoi poteri, perché sono energie da campagna elettorale. Il suo iperpresenzialismo di questi ultimi giorni serve a creargli un’immagine apparentemente apolitica, ma alla fine gli consegna una leva formidabile sulla politica stessa. Mai una parola fuori posto, certo. Ma adesso è in ogni posto.
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Una manifestazione contro il collettivo «Némésis». A destra, due immagini dell'aggressione di Lione (Ansa)
E probabilmente è proprio questo che non è andato giù agli antifascisti della Jeune garde, movimento vicino alla France insoumise, il partito di estrema sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon.
La tragedia si è consumata l’altro ieri a Lione, a margine di una protesta che le sei attiviste di Némésis avevano organizzato davanti all’Institut d’études politiques (Iep), al cui interno si stava svolgendo una conferenza con Rima Hassan, controversa eurodeputata franco-palestinese, eletta tra le file della France insoumise. Le ragazze di Némésis, durante un flash-mob, si erano limitate a srotolare uno striscione su cui era scritto Islamo-gauchistes hors de nos facs, cioè «islamo-sinistrorsi fuori dalle nostre università». Tanto è bastato per scatenare la violenta reazione degli «antagonisti», che non si sono fatti scrupoli ad aggredire le attiviste disarmate. Una di loro, una giovane di 19 anni, è stata trascinata a terra e strangolata, come mostra un video diffuso sui social dall’associazione.
Ma il peggio doveva ancora venire. Quentin si trovava insieme ad altri attivisti identitari a una certa distanza dal flash-mob organizzato dalle ragazze, pronto a intervenire in caso le cose si fossero messe male. «Di solito non chiamiamo il servizio d’ordine, perché sappiamo benissimo che gli antifascisti sono violenti e più numerosi di noi», ha dichiarato alla Verità Astrid, portavoce di Némésis. «In questo caso però, vista la situazione tesa, una delle nostre ragazze ha chiesto al fidanzato di portare con sé degli attivisti maschi, giusto per stare tranquille». Tra questi ragazzi c’era, appunto, anche Quentin.
Una volta terminato il flash-mob, Quentin si è allontanato dalla zona con un suo amico per rincasare. Un commando di 30 antifascisti, tuttavia, li ha seguiti per poi aggredirli di sorpresa in una strada più defilata. Quentin è stato fatto cadere con uno sgambetto, che gli ha fatto battere violentemente la testa sull’asfalto, e successivamente è stato massacrato con numerosi calci mentre era già a terra. L’amico, ferito in modo lieve, lo ha aiutato a rientrare, ma durante il tragitto Quentin è svenuto. Trasportato d’urgenza all’ospedale Édouard Herriot, il giovane è stato ricoverato in condizioni disperate a causa di un’emorragia cerebrale. Ieri mattina Quentin, fervente cattolico impegnato nella vita pastorale, ha ricevuto l’estrema unzione, una volta che ai suoi genitori è stata comunicata la morte cerebrale del figlio.
«Siamo terribilmente addolorate, ma anche profondamente arrabbiate», ci dice la portavoce di Némésis. «Siamo tutte sotto choc», ha proseguito, «ma quello che non possiamo in alcun modo tollerare è l’impunità di cui godono questi criminali, che sono protetti dalla stampa e dai partiti francesi. Molti media stanno già parlando di “rissa”, ma qui c’è stato un vero e proprio agguato che è sfociato in un omicidio politico». Anche l’avvocato della famiglia della vittima, Fabien Rajon, ha contestato ufficialmente l’ipotesi della «rissa», parlando di un «linciaggio gratuito» e specificando che Quentin «non ha precedenti, tanto meno per violenze: la sua fedina penale è pulita».
In questo momento, prosegue la portavoce di Némésis, «è ancora presto per capire che cosa fare, adesso è il momento del lutto. Di sicuro vogliamo organizzare una “marche blanche” (manifestazione in cui i partecipanti, vestiti di bianco, sfilano in silenzio per chiedere giustizia ed esprimere solidarietà alla famiglia della vittima di violenza, ndr)». Inoltre, sottolinea Astrid, «stiamo valutando se ingaggiare una scorta privata per le nostre attiviste più conosciute: costa tanto, è vero, ma non possiamo più permetterci di lasciarle indifese».
Il collettivo Némésis, in ogni caso, ha intenzione di chiedere che gli antifascisti siano inseriti nell’elenco delle organizzazioni terroriste, un po’ come ha proposto Donald Trump negli Stati Uniti. «Questi estremisti di sinistra sono molto pericolosi e adottano i metodi violenti usati dalle gang nelle banlieue», afferma Astrid. «È inconcepibile che lo Stato francese non tuteli noi, che siamo un’associazione pacifica, ma protegga invece questi criminali». Tra i partiti che offrono protezione alla Jeune garde, spiega la portavoce di Némésis, «c’è soprattutto il partito di Mélenchon». Il collettivo, anzi, ha fatto sapere in un comunicato che «tra gli aggressori, riconosciuti dalle nostre militanti, vi è un uomo di nome Jacques-Élie Favrot, collaboratore del deputato del partito di estrema sinistra La France insoumise Raphaël Arnault e membro attivo del gruppo antifascista Jeune garde». Arnault, da parte sua, ha negato questo coinvolgimento. Nel frattempo, la Procura di Lione ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per violenza aggravata.
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Sabato 28 febbraio la Casa di reclusione di Milano Bollate ospita la terza edizione dei Giochi della Speranza. Detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e società civile in campo insieme per una «piccola olimpiade» che usa lo sport come strumento di inclusione e speranza.
Le Olimpiadi arrivano anche dietro le sbarre. A Milano lo sport entra in carcere con la terza edizione dei Giochi della Speranza, una «piccola olimpiade» che sabato 28 febbraio porterà gare e tornei dentro la Casa di reclusione di Milano Bollate. L’iniziativa si inserisce nel clima dei Giochi olimpici e paralimpici di Milano Cortina 2026 e prova a tradurne i valori in un contesto dove il confine tra dentro e fuori è, per definizione, più netto.
Il carcere, per un giorno, diventerà un campo di gara. Non per dimenticare dove ci si trova, ma per usare lo sport come linguaggio comune, capace di accorciare le distanze e rompere schemi e abitudini. È questo lo spirito con cui i Giochi della Speranza arrivano per la prima volta a Bollate, dopo le edizioni precedenti e l’esperienza avviata a Rebibbia, a Roma.
Il progetto è promosso dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport, insieme al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al Gruppo sportivo Fiamme Azzurre e alla rete dei magistrati Sport e Legalità, con il patrocinio del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La presentazione si è svolta alla Triennale di Milano, nella sede di Casa Italia. Negli anni, i Giochi della Speranza si sono costruiti un’identità precisa: non un evento simbolico, ma un progetto educativo che mette al centro dignità della persona, giustizia e percorsi di recupero. L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo: creare spazi reali di incontro e responsabilità condivisa dentro gli istituti di pena, usando lo sport come terreno neutro su cui riconoscersi parte della stessa comunità.
A spiegare il senso dell’iniziativa è Daniele Pasquini, presidente della Fondazione promotrice: «Portare la speranza in carcere», dice, «significa offrire alle persone detenute un’aria di normalità, spezzare una quotidianità spesso monotona e ridare valore al tempo». Non solo una giornata di gare, quindi, ma un percorso che crea attesa, preparazione e coinvolgimento. Questa edizione milanese è organizzata in collaborazione con il Csi Milano e avrà una formula particolare: in campo scenderanno quattro delegazioni – detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile – chiamate a competere fianco a fianco, senza gerarchie. «In una città attraversata dal vento olimpico» – ha spiegato il presidente del Csi Milano Massimo Achini – «è emozionante pensare che quell’atmosfera possa scavalcare muri che di solito sono invalicabili». Una giornata che, nelle sue parole, è il punto di arrivo di un lavoro quotidiano svolto durante l’anno negli istituti di pena del territorio. Il senso più profondo dell’iniziativa lo ha riassunto Fabrizio Basei, giudice e coordinatore della rete Magistrati Sport e Legalità: «Il carcere può restare un luogo dimenticato, oppure diventare uno spazio in cui si sconta la pena ma si inizia anche un percorso nuovo, di reinserimento e di speranza. I Giochi nascono per stare da questa seconda parte».
Il programma di sabato 28 febbraio prevede una mattinata di gare, dalle 9.30 alle 13.00, dopo la cerimonia di apertura. In calendario tornei e prove sportive che vanno dal calcio alla pallavolo, dal tennis tavolo all’atletica (velocità e staffetta), fino a biliardino e scacchi. Discipline diverse, un messaggio unico: lo sport come strumento di educazione alle regole, cura della persona e responsabilizzazione.
Sul valore umano dell’iniziativa si è soffermato anche Michele Robibaro, rappresentante del Dicastero per il Servizio allo sviluppo umano integrale della Santa Sede, ricordando come «l’accompagnamento delle persone detenute sia un gesto di umanizzazione» e come «lo sport, in carcere, possa diventare un’esperienza concreta di libertà possibile». Il direttore del carcere, Giorgio Leggieri, ha parlato dell’importanza dell’attesa e di iniziative radicate nel territorio, soprattutto in un periodo segnato dalle Olimpiadi: il carcere, spesso percepito solo come luogo di separazione, può trasformarsi in uno scenario di inclusione sociale per una comunità che conta oltre 1.600 persone. Infine Irene Marotta, direttore Div. IV Gruppi Sportivi del Corpo di Polizia penitenziaria - Fiamme Azzurre, ha sottolineato come il progetto sia pensato per essere replicabile negli istituti dotati di strutture adeguate: le quattro rappresentative in campo insieme sono il simbolo di una possibile ricomposizione del conflitto attraverso lo sport.
Alle 13 sono previste le premiazioni. Ma, al di là dei risultati, l’obiettivo resta uno solo: dimostrare che anche dietro le sbarre lo sport può aprire uno spazio di incontro, responsabilità e futuro.
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(IStock)
Chiunque sia dotato di un livello minimo di buon senso sa che un bambino dai quattro anni in poi, fino alla preadolescenza e all’adolescenza, ma soprattutto nei primi anni, vive un processo molto complesso, e soprattutto molto personale, che cambia da bambino a bambino, da bambina a bambina. Un bambino può arrivare a camminare prima di un altro ma può sviluppare più tardi una certa proprietà di linguaggio e questo dimostra che non è possibile determinare, anzi predeterminare, uno sviluppo che segua rigidamente delle tappe prestabilite. Figuriamoci se è possibile, in questa fase così delicata, inserire per legge e nella scuola, neanche in famiglia, la possibilità per un bambino o una bambina di aggiungere a tutto il «peso» psicologico, ma anche diremmo alla magia di questo percorso, un ulteriore elemento e cioè quello dell’orientamento sessuale, o del gender, che andrebbe in ogni caso ad appesantire quel patrimonio di base che comunque andrà nel futuro e che è quello che costituirà le fondamenta della personalità individuale. Ci ha insegnato il grande filosofo e pedagogista Jean Piaget che esistono, nello sviluppo cognitivo, due elementi base ma fondanti che sono un insieme di funzioni dette «invarianti» che consentono, sia al bambino sia all’adulto, di avere un rapporto di scambio con l’ambiente esterno che gli consente di ottenere informazioni, comprenderle, elaborarle, memorizzarle e utilizzarle grazie proprio all’elasticità che va sviluppandosi nel processo psicologico evolutivo e che consente al bambino di adattarsi all’ambiente circostante, non solo recependo le informazioni che gli giungono, ma anche elaborandole, ognuno secondo un percorso personale, e interagire così col mondo che lo circonda. C’è poi un secondo elemento che ci indica Jean Piaget ed è costituito dalle «strutture cognitive» che si costruiscono proprio all’incrocio tra i processi mentali della persona e l’ambiente fisico e sociale esistente e nel quale è introdotta e si modificano durante la crescita per far fronte ai nuovi bisogni che sorgono con il passare dei primi anni di vita. I bambini non sono soggetti passivi, come del resto chiunque ha avuto a che fare con loro ha potuto sperimentare, ma sono soggetti che raccolgono dati attraverso l’esperienza, li classificano in schemi mentali preesistenti, ma spesso li modificano a seconda di nuove informazioni o nuove esigenze. Pensate un bambino al quale viene proposto un gioco, magari di costruzioni possibili, passerà più o meno velocemente dalle costruzioni più semplici che rappresentano figure presenti già nella sua mente a figure magari stravaganti e che non si reggono in piedi, ma che manifestano la sua possibilità di sviluppo e di adattamento, ma anche di creatività nei confronti di quel materiale da gioco che gli è stato fornito.
Cosa vuol dire tutto questo? Vuol dire che il bambino ha bisogno di costruire delle strutture di base che rafforzino le sue strutture cognitive secondo un ciclo che è certamente personalizzato a seconda dei diversi bambini ma che comporta alcuni passaggi essenziali a loro comuni.
Abbiamo scritto questa lunga premessa per rendere presente a quegli scellerati, colpevoli scellerati, che vogliono inserire la questione gender fin dall’età di quattro anni, che dovrebbero avere la consapevolezza che prima di far funzionare un’auto e decidere se farla svoltare a destra o a sinistra bisogna che quell’auto - ci rendiamo conto del paragone rozzo, ma vi ricorriamo consapevolmente data la rozzezza della proposta di questi folli inglesi -, ebbene, prima di decidere l’indirizzo bisogna costruire bene l’auto, bisogna che essa abbia tutto ciò che necessita per poter viaggiare tranquilla e decidere la direzione.
Vogliamo lasciare a questi bambini e bambine un tempo tranquillo nel quale sviluppare le strutture di base psicologiche che possano, un domani, momento di raggiunta maturità, portare anche a delle scelte di orientamento sessuale diverse dalla realtà biologica? Oppure riteniamo che a quattro anni si possa individuare una fenomenologia di comportamenti tale da poter decretare noi, non loro, i bambini e le bambine, che appaiono evidenti i segni di un orientamento sessuale diverso dal dato biologico? Ma siamo veramente tutti impazziti? Vogliamo arrivare al punto di dare delle pasticche per la transizione sessuale alla scuola elementare? Arriveremo forse al punto in cui i genitori, non contenti del sesso della creatura che stanno concependo, vorranno iniziare da subito una transizione voluta da loro e inflitta a queste povere creature innocenti e inconsapevoli? Vogliano arrivare al punto che partiremo da delle iniezioni intraplacentari? Dove vogliamo arrivare? Non basta quello a cui siamo arrivati che è, a mio modestissimo avviso, ampiamente oltre le offese sopportabili dal dato naturale biologico? La situazione non è disarmante, è molto peggiore, qui si scherza con la natura umana. Forse invasati dall’intelligenza artificiale si pensa che si possa a nostro piacimento manipolare l’intelligenza naturale. Non si rendono conto, questi folli, che una cosa è la scelta personale e consapevole riguardo al proprio orientamento sessuale e altra cosa è una scelta fatta da altri per bambini e bambine sul loro orientamento sessuale che, nelle prime fasi evolutive, non può che corrispondere esclusivamente al dato biologico che si restringe a due categorie: maschio e femmina.
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