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2020-11-08
Ora fa gola il bottino di 300 incarichi. Il Rottamatore incassa l’aiutino dem
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Matteo Renzi durante il vertice Nato a Varsavia, il 9 Luglio 2016 (Ansa)
Nonostante un'indagine per finanziamento illecito sulla testa per la Fondazione Open, anche se ringalluzzito dalla vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, l'ex premier Matteo Renzi è tornato a occuparsi del suo sport preferito: le nomine nelle partecipate statali. Fu il primo dossier di cui si occupò nel 2014 appena arrivato a Palazzo Chigi, dopo aver scalzato Enrico Letta. E ancora adesso l'ex segretario dem continua a volere voce in capitolo. Anche perché molti incarichi di allora sono ancora figli di quella stagione. Così, mentre continua a lavorare nel dietro le quinte per un incarico di prestigio all'estero - oltre alla Nato si vedrebbe bene anche come rappresentante dell'Italia all'Onu -, sta cercando di mantenere il suo potere nei gangli della burocrazia statale.
Come è noto, a maggio, in ritardo di qualche mese per l'emergenza sanitaria, sono stati rinnovati gli incarichi delle nostre società quotate, come Eni, Leonardo, Poste e Enel. All'appello però mancano ancora le non quotate, aziende controllate dal ministero dell'Economia, come Consip, Consap, Equitalia giustizia, Istituto poligrafico Zecca dello Stato, Gse o Sogesid. Sono società strategiche, dal peso specifico non indifferente. Ci sono in totale più di 300 incarichi ancora da assegnare, con 42 consigli d'amministrazione e 46 collegi sindacali in scadenza. Tra queste ci sono poi almeno 30 società direttamente controllate da Ferrovie dello Stato. Queste nomine sono ormai bloccate da aprile. Ma ora hanno una scadenza, questa volta legale, cioè il 12 novembre, ovvero 45 giorni dopo l'approvazione del bilancio ai primi di ottobre.
La maggioranza giallorossa è impegnata nell'emergenza sanitaria. E all'apparenza sembra che il dossier sia stato accantonato. In realtà è più attuale che mai. Tanto che pochi giorni fa la senatrice del Pd Valeria Valente ha presentato un emendamento che prevede una proroga al 31 gennaio 2021 per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società in questione. Il provvedimento è ancora in discussione in commissione Affari costituzionali e in pratica si giustifica per il protrarsi dell'emergenza coronavirus: le assemblee devono essere limitate per evitare il contagio. Peccato che a maggio le quotate rinnovarono i loro cda, alcune anche da remoto. L'emendamento, insomma, sembra essere l'ennesima trovata per prolungare i rinnovi, un modo per tranquillizzare il governo di Giuseppe Conte e soprattutto mantenere l'ordine costituito. D'altra parte la maggior parte di quelle nomine sono di eredità renziana. La stessa Valente, anche se non di Italia viva, fu candidata a Napoli proprio da Renzi. Tuttora, infatti, viene definita una fedelissima del Bullo di Rignano. Prorogare le nomine è un'assicurazione sulla vita dell'esecutivo, anche perché all'interno della maggioranza non è ancora stata trovata la quadra. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per esempio, si confronta spesso sia con Massimo D'Alema sia con Gianni Letta. E sta cercando in tutti i modi di portare il segretario generale del Mise Salvatore Barca al comando di una delle partecipate in scadenza. Al suo posto l'attuale ministro Stefano Patuanelli vorrebbe mettere l'ex direttore generale di Confindustria Marcella Panucci, in modo da tenere a bada gli industriali. Il problema è che lo stipendio di Barca al ministero è molto alto, servirebbe quindi un posto di uguale compenso. Succede così che in Consap, Concessionaria servizi assicurativi pubblici, dove fino a qualche mese era destinato proprio Barca, potrebbe invece arrivare un altro «dimaiano» di ferro, ovvero Giorgio Sorial, anche lui al ministero dello Sviluppo economico con in mano la gestione delle crisi industriali. Mauro Masi dovrebbe restare presidente onorario e il terzo consigliere del board di Consap spetterebbe al centrosinistra. Ma al Pd o a Italia viva? Renzi non molla. Per di più se l'emendamento dovesse passare, quanto peserebbe sulle aspettative dell'ex premier un'ulteriore comoda proroga per l'esecutivo? In tutto questo pesa anche il silenzio delle opposizioni.
C'è da dire poi che in questi mesi di semestre bianco - nonostante i consigli di amministrazione scaduti e il regime di proroga - molte società hanno invece continuato a operare, quasi in iperattività. Consap, per esempio, ha assunto da luglio a oggi ben 5 persone. In più, tramite il direttore generale Vittorio Rispoli, ha stipulato contratti di consulenza con Deloitte e anche con Mercer di Enzo De Angelis. Quest'ultima ha incassato 120.000 euro in 3 rate suddivise per restare sotto soglia. Caso vuole che De Angelis sia stato anche senior di Spencer Stuart, proprio negli anni in cui la società cacciatrice di teste indicò il nome di Rispoli come direttore generale. Proprio in Consap siede nel cda Giuseppe Ranieri, avvocato di Firenze, grande amico di Alberto Bianchi, ex numero uno della Leopolda anche lui indagato sul caso della Fondazione Open. Ranieri ha uno studio legale che gestisce le pratiche per il rimborso alle vittime della strada, un fondo gestito da Consap. Chissà se Renzi riuscirà a difenderlo anche dopo il 31 gennaio, mentre cerca sponde militari e diplomatiche per raggiungere la Nato o l'Onu.
Le nuove società della Zecca dello Stato. Parte un'interrogazione parlamentare
Sono in proroga, ma diverse società statali dove sono scaduti i vertici e i consigli di amministrazione continuano a operare, come se niente fosse. E' il caso di Consap, dove sono state fatte assunzioni negli ultimi mesi e nuovi contratti con società di consulenza, ma il tema riguarda anche l'Istituto poligrafico e zecca dello Stato (Ipzs). Anche qui, come per diverse altre società non quotate, le nomine risalgono ai tempi dei governi di Matteo Renzi. La controllata del ministero dell'Economia deve rinnovare il presidente Domenico Tudini e l'amministratore delegato Paolo Aielli, entrambi sono considerati vicini al centrosinistra. Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che «a settembre 2020 è stata costituita la società Futuro e Conoscenza srl partecipata dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs) e dalla Fondazione Bruno Kessler (Fbk), noto centro di ricerca di Trento, con il quale il Poligrafico ha già da diversi anni in atto un rapporto di collaborazione per attività di sviluppo di nuove soluzioni di sicurezza».
Fbk è un' istituzione che collabora da tempo con diverse amministrazioni. Ad ottobre 2020 assieme all'Istituto superiore di sanità con la collaborazione di regioni, protezione civile, Aifa, Inail, dell'ospedale «Spallanzani», dell'università Cattolica e di Areu 118 Lombardia, ha diffuso un documento con le misure di prevenzione e risposta al Covid-19 dove vengono definiti 4 ipotetici scenari di evoluzione dell'epidemia. «Tuttavia» secondo Caon «qui ci si trova di fronte ad un elemento nuovo e cioè la costituzione di una società in house di Ipzs, in vigenza della riforma cosiddetta Madia sulle società partecipate, volta a dare continuità e carattere di stabilità della collaborazione esistente sui temi della certificazione dell'identità fisica e digitale di persone e cose, della sicurezza delle banche dati, fino alla individuazione di «soluzioni per il circolante Euro».
Per il parlamentare, infatti, «il modello operativo sarà integrato da iniziative di open innovation, attraverso la pubblicazione di bandi di concorso rivolti alle start up, per lo sviluppo di nuovi servizi e prodotti, nonché di iniziative di formazione volte allo sviluppo dei temi della sicurezza con il coinvolgimento di forze dell'ordine e delle pubbliche amministrazioni; dall'annuncio appare evidente, ad avviso dell'interrogante, che si tratti di attività a valenza economica, rispetto alla quale occorre sia stato individuato un meccanismo di remunerazione della suddetta società, che si configurerebbe come fornitore del Poligrafic».
Questo, secondo l'interrogazione parlamentare, «si potrebbe configurare un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti, in quanto la fondazione riceverebbe in maniera diretta o indiretta fondi dal Poligrafico, per attività che, viceversa, dovrebbero essere poste in gara pubblica, come stabilito dalla vigente normativa». Quindi potrebbero presentarsi, «aspetti problematici e un potenziale danno a carico di altri soggetti pubblici e privati, attivi nel settore della ricerca e dello sviluppo, in quanto esclusi da potenziali appalti in materia, da parte dell'Istituto Poligrafico». La storia fa il paio con quella di Valoridicarta spa, costituita nel 2018, con oltre due anni di ritardo sui piani previsti da Ipzs, sempre come società in-house della Zecca e di Bankitalia, con accreditamento da parte della Banca Centrale Europea nel maggio 2019.
Valoridicarta produce carte speciali e relativi sistemi di sicurezza per le carte valori dello Stato, per banconote e passaporti. Da subito, la società ha mostrato criticità in termini di tenuta del conto economico, in quanto divenuta tardivamente operativa in un momento nel quale il governo italiano lanciava il piano per la lotta al contante, ha avuto molteplici difficoltà nell'ottenere l'accreditamento per la qualità da parte della Bce, perché il processo produttivo della carta è altamente inefficiente (gli scarti di produzione superano il 50%), in quanto dal punto di vista tecnico la qualità del semilavorato richiede molti interventi degli operatori per problemi di adeguatezza del risultato.
Questa situazione ha portato i costi di produzione alle stelle, superando i ricavi diretti del primo anno di bilancio, i quali sono stati comunque il 50% di quelli previsti dal piano Ipzs, che prometteva 15 milioni di fatturato per il primo anno, a fronte dei 9 effettivi. La società, nata in regime di Legge Madia, sconta il forte rischio di non avere i conti in ordine dopo tre esercizi, sia per gli alti costi diretti di produzione, che per la contrazione dei ricavi anche degli anni a venire, in quanto il mercato della carta per banconote è soggetto a un forte calo dei volumi in tutta Europa, soprattutto a fronte del piano cashless italiano, e soprattutto del prezzo unitario di carta di sicurezza per banconote, che oggi sul mercato dei produttori europei è già sotto i 30 euro al kg, mentre Valoridicarta ha costi diretti ancora intorno ai 32/33 euro al kg.
Per il 2020, con il calo degli ordinativi da parte di Bankitalia di Valoridicarta prevede un secondo anno di perdite, le quali ricadranno inevitabilmente sui due soci Poligrafico e Bankitalia. Nel 2021 si porrà quindi, in assenza di interventi straordinari, l'eventualità di liquidazione della società, come previsto dalle vigenti norme per le società in house, nate di recente.
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Le manovre per portare Matteo alla Nato o all'Onu (ma con un occhio alle poltrone).Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che per la nuova società Futuro e conoscenza, nata a settembre 2020, si potrebbe configurare «un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti».Lo speciale contiene due articoli.Nonostante un'indagine per finanziamento illecito sulla testa per la Fondazione Open, anche se ringalluzzito dalla vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, l'ex premier Matteo Renzi è tornato a occuparsi del suo sport preferito: le nomine nelle partecipate statali. Fu il primo dossier di cui si occupò nel 2014 appena arrivato a Palazzo Chigi, dopo aver scalzato Enrico Letta. E ancora adesso l'ex segretario dem continua a volere voce in capitolo. Anche perché molti incarichi di allora sono ancora figli di quella stagione. Così, mentre continua a lavorare nel dietro le quinte per un incarico di prestigio all'estero - oltre alla Nato si vedrebbe bene anche come rappresentante dell'Italia all'Onu -, sta cercando di mantenere il suo potere nei gangli della burocrazia statale.Come è noto, a maggio, in ritardo di qualche mese per l'emergenza sanitaria, sono stati rinnovati gli incarichi delle nostre società quotate, come Eni, Leonardo, Poste e Enel. All'appello però mancano ancora le non quotate, aziende controllate dal ministero dell'Economia, come Consip, Consap, Equitalia giustizia, Istituto poligrafico Zecca dello Stato, Gse o Sogesid. Sono società strategiche, dal peso specifico non indifferente. Ci sono in totale più di 300 incarichi ancora da assegnare, con 42 consigli d'amministrazione e 46 collegi sindacali in scadenza. Tra queste ci sono poi almeno 30 società direttamente controllate da Ferrovie dello Stato. Queste nomine sono ormai bloccate da aprile. Ma ora hanno una scadenza, questa volta legale, cioè il 12 novembre, ovvero 45 giorni dopo l'approvazione del bilancio ai primi di ottobre.La maggioranza giallorossa è impegnata nell'emergenza sanitaria. E all'apparenza sembra che il dossier sia stato accantonato. In realtà è più attuale che mai. Tanto che pochi giorni fa la senatrice del Pd Valeria Valente ha presentato un emendamento che prevede una proroga al 31 gennaio 2021 per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società in questione. Il provvedimento è ancora in discussione in commissione Affari costituzionali e in pratica si giustifica per il protrarsi dell'emergenza coronavirus: le assemblee devono essere limitate per evitare il contagio. Peccato che a maggio le quotate rinnovarono i loro cda, alcune anche da remoto. L'emendamento, insomma, sembra essere l'ennesima trovata per prolungare i rinnovi, un modo per tranquillizzare il governo di Giuseppe Conte e soprattutto mantenere l'ordine costituito. D'altra parte la maggior parte di quelle nomine sono di eredità renziana. La stessa Valente, anche se non di Italia viva, fu candidata a Napoli proprio da Renzi. Tuttora, infatti, viene definita una fedelissima del Bullo di Rignano. Prorogare le nomine è un'assicurazione sulla vita dell'esecutivo, anche perché all'interno della maggioranza non è ancora stata trovata la quadra. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per esempio, si confronta spesso sia con Massimo D'Alema sia con Gianni Letta. E sta cercando in tutti i modi di portare il segretario generale del Mise Salvatore Barca al comando di una delle partecipate in scadenza. Al suo posto l'attuale ministro Stefano Patuanelli vorrebbe mettere l'ex direttore generale di Confindustria Marcella Panucci, in modo da tenere a bada gli industriali. Il problema è che lo stipendio di Barca al ministero è molto alto, servirebbe quindi un posto di uguale compenso. Succede così che in Consap, Concessionaria servizi assicurativi pubblici, dove fino a qualche mese era destinato proprio Barca, potrebbe invece arrivare un altro «dimaiano» di ferro, ovvero Giorgio Sorial, anche lui al ministero dello Sviluppo economico con in mano la gestione delle crisi industriali. Mauro Masi dovrebbe restare presidente onorario e il terzo consigliere del board di Consap spetterebbe al centrosinistra. Ma al Pd o a Italia viva? Renzi non molla. Per di più se l'emendamento dovesse passare, quanto peserebbe sulle aspettative dell'ex premier un'ulteriore comoda proroga per l'esecutivo? In tutto questo pesa anche il silenzio delle opposizioni.C'è da dire poi che in questi mesi di semestre bianco - nonostante i consigli di amministrazione scaduti e il regime di proroga - molte società hanno invece continuato a operare, quasi in iperattività. Consap, per esempio, ha assunto da luglio a oggi ben 5 persone. In più, tramite il direttore generale Vittorio Rispoli, ha stipulato contratti di consulenza con Deloitte e anche con Mercer di Enzo De Angelis. Quest'ultima ha incassato 120.000 euro in 3 rate suddivise per restare sotto soglia. Caso vuole che De Angelis sia stato anche senior di Spencer Stuart, proprio negli anni in cui la società cacciatrice di teste indicò il nome di Rispoli come direttore generale. Proprio in Consap siede nel cda Giuseppe Ranieri, avvocato di Firenze, grande amico di Alberto Bianchi, ex numero uno della Leopolda anche lui indagato sul caso della Fondazione Open. Ranieri ha uno studio legale che gestisce le pratiche per il rimborso alle vittime della strada, un fondo gestito da Consap. 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E' il caso di Consap, dove sono state fatte assunzioni negli ultimi mesi e nuovi contratti con società di consulenza, ma il tema riguarda anche l'Istituto poligrafico e zecca dello Stato (Ipzs). Anche qui, come per diverse altre società non quotate, le nomine risalgono ai tempi dei governi di Matteo Renzi. La controllata del ministero dell'Economia deve rinnovare il presidente Domenico Tudini e l'amministratore delegato Paolo Aielli, entrambi sono considerati vicini al centrosinistra. Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che «a settembre 2020 è stata costituita la società Futuro e Conoscenza srl partecipata dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs) e dalla Fondazione Bruno Kessler (Fbk), noto centro di ricerca di Trento, con il quale il Poligrafico ha già da diversi anni in atto un rapporto di collaborazione per attività di sviluppo di nuove soluzioni di sicurezza». Fbk è un' istituzione che collabora da tempo con diverse amministrazioni. Ad ottobre 2020 assieme all'Istituto superiore di sanità con la collaborazione di regioni, protezione civile, Aifa, Inail, dell'ospedale «Spallanzani», dell'università Cattolica e di Areu 118 Lombardia, ha diffuso un documento con le misure di prevenzione e risposta al Covid-19 dove vengono definiti 4 ipotetici scenari di evoluzione dell'epidemia. «Tuttavia» secondo Caon «qui ci si trova di fronte ad un elemento nuovo e cioè la costituzione di una società in house di Ipzs, in vigenza della riforma cosiddetta Madia sulle società partecipate, volta a dare continuità e carattere di stabilità della collaborazione esistente sui temi della certificazione dell'identità fisica e digitale di persone e cose, della sicurezza delle banche dati, fino alla individuazione di «soluzioni per il circolante Euro». Per il parlamentare, infatti, «il modello operativo sarà integrato da iniziative di open innovation, attraverso la pubblicazione di bandi di concorso rivolti alle start up, per lo sviluppo di nuovi servizi e prodotti, nonché di iniziative di formazione volte allo sviluppo dei temi della sicurezza con il coinvolgimento di forze dell'ordine e delle pubbliche amministrazioni; dall'annuncio appare evidente, ad avviso dell'interrogante, che si tratti di attività a valenza economica, rispetto alla quale occorre sia stato individuato un meccanismo di remunerazione della suddetta società, che si configurerebbe come fornitore del Poligrafic». Questo, secondo l'interrogazione parlamentare, «si potrebbe configurare un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti, in quanto la fondazione riceverebbe in maniera diretta o indiretta fondi dal Poligrafico, per attività che, viceversa, dovrebbero essere poste in gara pubblica, come stabilito dalla vigente normativa». Quindi potrebbero presentarsi, «aspetti problematici e un potenziale danno a carico di altri soggetti pubblici e privati, attivi nel settore della ricerca e dello sviluppo, in quanto esclusi da potenziali appalti in materia, da parte dell'Istituto Poligrafico». La storia fa il paio con quella di Valoridicarta spa, costituita nel 2018, con oltre due anni di ritardo sui piani previsti da Ipzs, sempre come società in-house della Zecca e di Bankitalia, con accreditamento da parte della Banca Centrale Europea nel maggio 2019. Valoridicarta produce carte speciali e relativi sistemi di sicurezza per le carte valori dello Stato, per banconote e passaporti. Da subito, la società ha mostrato criticità in termini di tenuta del conto economico, in quanto divenuta tardivamente operativa in un momento nel quale il governo italiano lanciava il piano per la lotta al contante, ha avuto molteplici difficoltà nell'ottenere l'accreditamento per la qualità da parte della Bce, perché il processo produttivo della carta è altamente inefficiente (gli scarti di produzione superano il 50%), in quanto dal punto di vista tecnico la qualità del semilavorato richiede molti interventi degli operatori per problemi di adeguatezza del risultato. Questa situazione ha portato i costi di produzione alle stelle, superando i ricavi diretti del primo anno di bilancio, i quali sono stati comunque il 50% di quelli previsti dal piano Ipzs, che prometteva 15 milioni di fatturato per il primo anno, a fronte dei 9 effettivi. La società, nata in regime di Legge Madia, sconta il forte rischio di non avere i conti in ordine dopo tre esercizi, sia per gli alti costi diretti di produzione, che per la contrazione dei ricavi anche degli anni a venire, in quanto il mercato della carta per banconote è soggetto a un forte calo dei volumi in tutta Europa, soprattutto a fronte del piano cashless italiano, e soprattutto del prezzo unitario di carta di sicurezza per banconote, che oggi sul mercato dei produttori europei è già sotto i 30 euro al kg, mentre Valoridicarta ha costi diretti ancora intorno ai 32/33 euro al kg. Per il 2020, con il calo degli ordinativi da parte di Bankitalia di Valoridicarta prevede un secondo anno di perdite, le quali ricadranno inevitabilmente sui due soci Poligrafico e Bankitalia. Nel 2021 si porrà quindi, in assenza di interventi straordinari, l'eventualità di liquidazione della società, come previsto dalle vigenti norme per le società in house, nate di recente.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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