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2020-11-08
Ora fa gola il bottino di 300 incarichi. Il Rottamatore incassa l’aiutino dem
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Matteo Renzi durante il vertice Nato a Varsavia, il 9 Luglio 2016 (Ansa)
Nonostante un'indagine per finanziamento illecito sulla testa per la Fondazione Open, anche se ringalluzzito dalla vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, l'ex premier Matteo Renzi è tornato a occuparsi del suo sport preferito: le nomine nelle partecipate statali. Fu il primo dossier di cui si occupò nel 2014 appena arrivato a Palazzo Chigi, dopo aver scalzato Enrico Letta. E ancora adesso l'ex segretario dem continua a volere voce in capitolo. Anche perché molti incarichi di allora sono ancora figli di quella stagione. Così, mentre continua a lavorare nel dietro le quinte per un incarico di prestigio all'estero - oltre alla Nato si vedrebbe bene anche come rappresentante dell'Italia all'Onu -, sta cercando di mantenere il suo potere nei gangli della burocrazia statale.
Come è noto, a maggio, in ritardo di qualche mese per l'emergenza sanitaria, sono stati rinnovati gli incarichi delle nostre società quotate, come Eni, Leonardo, Poste e Enel. All'appello però mancano ancora le non quotate, aziende controllate dal ministero dell'Economia, come Consip, Consap, Equitalia giustizia, Istituto poligrafico Zecca dello Stato, Gse o Sogesid. Sono società strategiche, dal peso specifico non indifferente. Ci sono in totale più di 300 incarichi ancora da assegnare, con 42 consigli d'amministrazione e 46 collegi sindacali in scadenza. Tra queste ci sono poi almeno 30 società direttamente controllate da Ferrovie dello Stato. Queste nomine sono ormai bloccate da aprile. Ma ora hanno una scadenza, questa volta legale, cioè il 12 novembre, ovvero 45 giorni dopo l'approvazione del bilancio ai primi di ottobre.
La maggioranza giallorossa è impegnata nell'emergenza sanitaria. E all'apparenza sembra che il dossier sia stato accantonato. In realtà è più attuale che mai. Tanto che pochi giorni fa la senatrice del Pd Valeria Valente ha presentato un emendamento che prevede una proroga al 31 gennaio 2021 per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società in questione. Il provvedimento è ancora in discussione in commissione Affari costituzionali e in pratica si giustifica per il protrarsi dell'emergenza coronavirus: le assemblee devono essere limitate per evitare il contagio. Peccato che a maggio le quotate rinnovarono i loro cda, alcune anche da remoto. L'emendamento, insomma, sembra essere l'ennesima trovata per prolungare i rinnovi, un modo per tranquillizzare il governo di Giuseppe Conte e soprattutto mantenere l'ordine costituito. D'altra parte la maggior parte di quelle nomine sono di eredità renziana. La stessa Valente, anche se non di Italia viva, fu candidata a Napoli proprio da Renzi. Tuttora, infatti, viene definita una fedelissima del Bullo di Rignano. Prorogare le nomine è un'assicurazione sulla vita dell'esecutivo, anche perché all'interno della maggioranza non è ancora stata trovata la quadra. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per esempio, si confronta spesso sia con Massimo D'Alema sia con Gianni Letta. E sta cercando in tutti i modi di portare il segretario generale del Mise Salvatore Barca al comando di una delle partecipate in scadenza. Al suo posto l'attuale ministro Stefano Patuanelli vorrebbe mettere l'ex direttore generale di Confindustria Marcella Panucci, in modo da tenere a bada gli industriali. Il problema è che lo stipendio di Barca al ministero è molto alto, servirebbe quindi un posto di uguale compenso. Succede così che in Consap, Concessionaria servizi assicurativi pubblici, dove fino a qualche mese era destinato proprio Barca, potrebbe invece arrivare un altro «dimaiano» di ferro, ovvero Giorgio Sorial, anche lui al ministero dello Sviluppo economico con in mano la gestione delle crisi industriali. Mauro Masi dovrebbe restare presidente onorario e il terzo consigliere del board di Consap spetterebbe al centrosinistra. Ma al Pd o a Italia viva? Renzi non molla. Per di più se l'emendamento dovesse passare, quanto peserebbe sulle aspettative dell'ex premier un'ulteriore comoda proroga per l'esecutivo? In tutto questo pesa anche il silenzio delle opposizioni.
C'è da dire poi che in questi mesi di semestre bianco - nonostante i consigli di amministrazione scaduti e il regime di proroga - molte società hanno invece continuato a operare, quasi in iperattività. Consap, per esempio, ha assunto da luglio a oggi ben 5 persone. In più, tramite il direttore generale Vittorio Rispoli, ha stipulato contratti di consulenza con Deloitte e anche con Mercer di Enzo De Angelis. Quest'ultima ha incassato 120.000 euro in 3 rate suddivise per restare sotto soglia. Caso vuole che De Angelis sia stato anche senior di Spencer Stuart, proprio negli anni in cui la società cacciatrice di teste indicò il nome di Rispoli come direttore generale. Proprio in Consap siede nel cda Giuseppe Ranieri, avvocato di Firenze, grande amico di Alberto Bianchi, ex numero uno della Leopolda anche lui indagato sul caso della Fondazione Open. Ranieri ha uno studio legale che gestisce le pratiche per il rimborso alle vittime della strada, un fondo gestito da Consap. Chissà se Renzi riuscirà a difenderlo anche dopo il 31 gennaio, mentre cerca sponde militari e diplomatiche per raggiungere la Nato o l'Onu.
Le nuove società della Zecca dello Stato. Parte un'interrogazione parlamentare
Sono in proroga, ma diverse società statali dove sono scaduti i vertici e i consigli di amministrazione continuano a operare, come se niente fosse. E' il caso di Consap, dove sono state fatte assunzioni negli ultimi mesi e nuovi contratti con società di consulenza, ma il tema riguarda anche l'Istituto poligrafico e zecca dello Stato (Ipzs). Anche qui, come per diverse altre società non quotate, le nomine risalgono ai tempi dei governi di Matteo Renzi. La controllata del ministero dell'Economia deve rinnovare il presidente Domenico Tudini e l'amministratore delegato Paolo Aielli, entrambi sono considerati vicini al centrosinistra. Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che «a settembre 2020 è stata costituita la società Futuro e Conoscenza srl partecipata dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs) e dalla Fondazione Bruno Kessler (Fbk), noto centro di ricerca di Trento, con il quale il Poligrafico ha già da diversi anni in atto un rapporto di collaborazione per attività di sviluppo di nuove soluzioni di sicurezza».
Fbk è un' istituzione che collabora da tempo con diverse amministrazioni. Ad ottobre 2020 assieme all'Istituto superiore di sanità con la collaborazione di regioni, protezione civile, Aifa, Inail, dell'ospedale «Spallanzani», dell'università Cattolica e di Areu 118 Lombardia, ha diffuso un documento con le misure di prevenzione e risposta al Covid-19 dove vengono definiti 4 ipotetici scenari di evoluzione dell'epidemia. «Tuttavia» secondo Caon «qui ci si trova di fronte ad un elemento nuovo e cioè la costituzione di una società in house di Ipzs, in vigenza della riforma cosiddetta Madia sulle società partecipate, volta a dare continuità e carattere di stabilità della collaborazione esistente sui temi della certificazione dell'identità fisica e digitale di persone e cose, della sicurezza delle banche dati, fino alla individuazione di «soluzioni per il circolante Euro».
Per il parlamentare, infatti, «il modello operativo sarà integrato da iniziative di open innovation, attraverso la pubblicazione di bandi di concorso rivolti alle start up, per lo sviluppo di nuovi servizi e prodotti, nonché di iniziative di formazione volte allo sviluppo dei temi della sicurezza con il coinvolgimento di forze dell'ordine e delle pubbliche amministrazioni; dall'annuncio appare evidente, ad avviso dell'interrogante, che si tratti di attività a valenza economica, rispetto alla quale occorre sia stato individuato un meccanismo di remunerazione della suddetta società, che si configurerebbe come fornitore del Poligrafic».
Questo, secondo l'interrogazione parlamentare, «si potrebbe configurare un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti, in quanto la fondazione riceverebbe in maniera diretta o indiretta fondi dal Poligrafico, per attività che, viceversa, dovrebbero essere poste in gara pubblica, come stabilito dalla vigente normativa». Quindi potrebbero presentarsi, «aspetti problematici e un potenziale danno a carico di altri soggetti pubblici e privati, attivi nel settore della ricerca e dello sviluppo, in quanto esclusi da potenziali appalti in materia, da parte dell'Istituto Poligrafico». La storia fa il paio con quella di Valoridicarta spa, costituita nel 2018, con oltre due anni di ritardo sui piani previsti da Ipzs, sempre come società in-house della Zecca e di Bankitalia, con accreditamento da parte della Banca Centrale Europea nel maggio 2019.
Valoridicarta produce carte speciali e relativi sistemi di sicurezza per le carte valori dello Stato, per banconote e passaporti. Da subito, la società ha mostrato criticità in termini di tenuta del conto economico, in quanto divenuta tardivamente operativa in un momento nel quale il governo italiano lanciava il piano per la lotta al contante, ha avuto molteplici difficoltà nell'ottenere l'accreditamento per la qualità da parte della Bce, perché il processo produttivo della carta è altamente inefficiente (gli scarti di produzione superano il 50%), in quanto dal punto di vista tecnico la qualità del semilavorato richiede molti interventi degli operatori per problemi di adeguatezza del risultato.
Questa situazione ha portato i costi di produzione alle stelle, superando i ricavi diretti del primo anno di bilancio, i quali sono stati comunque il 50% di quelli previsti dal piano Ipzs, che prometteva 15 milioni di fatturato per il primo anno, a fronte dei 9 effettivi. La società, nata in regime di Legge Madia, sconta il forte rischio di non avere i conti in ordine dopo tre esercizi, sia per gli alti costi diretti di produzione, che per la contrazione dei ricavi anche degli anni a venire, in quanto il mercato della carta per banconote è soggetto a un forte calo dei volumi in tutta Europa, soprattutto a fronte del piano cashless italiano, e soprattutto del prezzo unitario di carta di sicurezza per banconote, che oggi sul mercato dei produttori europei è già sotto i 30 euro al kg, mentre Valoridicarta ha costi diretti ancora intorno ai 32/33 euro al kg.
Per il 2020, con il calo degli ordinativi da parte di Bankitalia di Valoridicarta prevede un secondo anno di perdite, le quali ricadranno inevitabilmente sui due soci Poligrafico e Bankitalia. Nel 2021 si porrà quindi, in assenza di interventi straordinari, l'eventualità di liquidazione della società, come previsto dalle vigenti norme per le società in house, nate di recente.
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Le manovre per portare Matteo alla Nato o all'Onu (ma con un occhio alle poltrone).Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che per la nuova società Futuro e conoscenza, nata a settembre 2020, si potrebbe configurare «un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti».Lo speciale contiene due articoli.Nonostante un'indagine per finanziamento illecito sulla testa per la Fondazione Open, anche se ringalluzzito dalla vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, l'ex premier Matteo Renzi è tornato a occuparsi del suo sport preferito: le nomine nelle partecipate statali. Fu il primo dossier di cui si occupò nel 2014 appena arrivato a Palazzo Chigi, dopo aver scalzato Enrico Letta. E ancora adesso l'ex segretario dem continua a volere voce in capitolo. Anche perché molti incarichi di allora sono ancora figli di quella stagione. Così, mentre continua a lavorare nel dietro le quinte per un incarico di prestigio all'estero - oltre alla Nato si vedrebbe bene anche come rappresentante dell'Italia all'Onu -, sta cercando di mantenere il suo potere nei gangli della burocrazia statale.Come è noto, a maggio, in ritardo di qualche mese per l'emergenza sanitaria, sono stati rinnovati gli incarichi delle nostre società quotate, come Eni, Leonardo, Poste e Enel. All'appello però mancano ancora le non quotate, aziende controllate dal ministero dell'Economia, come Consip, Consap, Equitalia giustizia, Istituto poligrafico Zecca dello Stato, Gse o Sogesid. Sono società strategiche, dal peso specifico non indifferente. Ci sono in totale più di 300 incarichi ancora da assegnare, con 42 consigli d'amministrazione e 46 collegi sindacali in scadenza. Tra queste ci sono poi almeno 30 società direttamente controllate da Ferrovie dello Stato. Queste nomine sono ormai bloccate da aprile. Ma ora hanno una scadenza, questa volta legale, cioè il 12 novembre, ovvero 45 giorni dopo l'approvazione del bilancio ai primi di ottobre.La maggioranza giallorossa è impegnata nell'emergenza sanitaria. E all'apparenza sembra che il dossier sia stato accantonato. In realtà è più attuale che mai. Tanto che pochi giorni fa la senatrice del Pd Valeria Valente ha presentato un emendamento che prevede una proroga al 31 gennaio 2021 per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società in questione. Il provvedimento è ancora in discussione in commissione Affari costituzionali e in pratica si giustifica per il protrarsi dell'emergenza coronavirus: le assemblee devono essere limitate per evitare il contagio. Peccato che a maggio le quotate rinnovarono i loro cda, alcune anche da remoto. L'emendamento, insomma, sembra essere l'ennesima trovata per prolungare i rinnovi, un modo per tranquillizzare il governo di Giuseppe Conte e soprattutto mantenere l'ordine costituito. D'altra parte la maggior parte di quelle nomine sono di eredità renziana. La stessa Valente, anche se non di Italia viva, fu candidata a Napoli proprio da Renzi. Tuttora, infatti, viene definita una fedelissima del Bullo di Rignano. Prorogare le nomine è un'assicurazione sulla vita dell'esecutivo, anche perché all'interno della maggioranza non è ancora stata trovata la quadra. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per esempio, si confronta spesso sia con Massimo D'Alema sia con Gianni Letta. E sta cercando in tutti i modi di portare il segretario generale del Mise Salvatore Barca al comando di una delle partecipate in scadenza. Al suo posto l'attuale ministro Stefano Patuanelli vorrebbe mettere l'ex direttore generale di Confindustria Marcella Panucci, in modo da tenere a bada gli industriali. Il problema è che lo stipendio di Barca al ministero è molto alto, servirebbe quindi un posto di uguale compenso. Succede così che in Consap, Concessionaria servizi assicurativi pubblici, dove fino a qualche mese era destinato proprio Barca, potrebbe invece arrivare un altro «dimaiano» di ferro, ovvero Giorgio Sorial, anche lui al ministero dello Sviluppo economico con in mano la gestione delle crisi industriali. Mauro Masi dovrebbe restare presidente onorario e il terzo consigliere del board di Consap spetterebbe al centrosinistra. Ma al Pd o a Italia viva? Renzi non molla. Per di più se l'emendamento dovesse passare, quanto peserebbe sulle aspettative dell'ex premier un'ulteriore comoda proroga per l'esecutivo? In tutto questo pesa anche il silenzio delle opposizioni.C'è da dire poi che in questi mesi di semestre bianco - nonostante i consigli di amministrazione scaduti e il regime di proroga - molte società hanno invece continuato a operare, quasi in iperattività. Consap, per esempio, ha assunto da luglio a oggi ben 5 persone. In più, tramite il direttore generale Vittorio Rispoli, ha stipulato contratti di consulenza con Deloitte e anche con Mercer di Enzo De Angelis. Quest'ultima ha incassato 120.000 euro in 3 rate suddivise per restare sotto soglia. Caso vuole che De Angelis sia stato anche senior di Spencer Stuart, proprio negli anni in cui la società cacciatrice di teste indicò il nome di Rispoli come direttore generale. Proprio in Consap siede nel cda Giuseppe Ranieri, avvocato di Firenze, grande amico di Alberto Bianchi, ex numero uno della Leopolda anche lui indagato sul caso della Fondazione Open. Ranieri ha uno studio legale che gestisce le pratiche per il rimborso alle vittime della strada, un fondo gestito da Consap. Chissà se Renzi riuscirà a difenderlo anche dopo il 31 gennaio, mentre cerca sponde militari e diplomatiche per raggiungere la Nato o l'Onu.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-fa-gola-il-bottino-di-300-incarichi-il-rottamatore-incassa-laiutino-dem-2648662207.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-nuove-societa-della-zecca-dello-stato-parte-un-interrogazione-parlamentare" data-post-id="2648662207" data-published-at="1604800440" data-use-pagination="False"> Le nuove società della Zecca dello Stato. Parte un'interrogazione parlamentare Sono in proroga, ma diverse società statali dove sono scaduti i vertici e i consigli di amministrazione continuano a operare, come se niente fosse. E' il caso di Consap, dove sono state fatte assunzioni negli ultimi mesi e nuovi contratti con società di consulenza, ma il tema riguarda anche l'Istituto poligrafico e zecca dello Stato (Ipzs). Anche qui, come per diverse altre società non quotate, le nomine risalgono ai tempi dei governi di Matteo Renzi. La controllata del ministero dell'Economia deve rinnovare il presidente Domenico Tudini e l'amministratore delegato Paolo Aielli, entrambi sono considerati vicini al centrosinistra. Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che «a settembre 2020 è stata costituita la società Futuro e Conoscenza srl partecipata dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs) e dalla Fondazione Bruno Kessler (Fbk), noto centro di ricerca di Trento, con il quale il Poligrafico ha già da diversi anni in atto un rapporto di collaborazione per attività di sviluppo di nuove soluzioni di sicurezza». Fbk è un' istituzione che collabora da tempo con diverse amministrazioni. Ad ottobre 2020 assieme all'Istituto superiore di sanità con la collaborazione di regioni, protezione civile, Aifa, Inail, dell'ospedale «Spallanzani», dell'università Cattolica e di Areu 118 Lombardia, ha diffuso un documento con le misure di prevenzione e risposta al Covid-19 dove vengono definiti 4 ipotetici scenari di evoluzione dell'epidemia. «Tuttavia» secondo Caon «qui ci si trova di fronte ad un elemento nuovo e cioè la costituzione di una società in house di Ipzs, in vigenza della riforma cosiddetta Madia sulle società partecipate, volta a dare continuità e carattere di stabilità della collaborazione esistente sui temi della certificazione dell'identità fisica e digitale di persone e cose, della sicurezza delle banche dati, fino alla individuazione di «soluzioni per il circolante Euro». Per il parlamentare, infatti, «il modello operativo sarà integrato da iniziative di open innovation, attraverso la pubblicazione di bandi di concorso rivolti alle start up, per lo sviluppo di nuovi servizi e prodotti, nonché di iniziative di formazione volte allo sviluppo dei temi della sicurezza con il coinvolgimento di forze dell'ordine e delle pubbliche amministrazioni; dall'annuncio appare evidente, ad avviso dell'interrogante, che si tratti di attività a valenza economica, rispetto alla quale occorre sia stato individuato un meccanismo di remunerazione della suddetta società, che si configurerebbe come fornitore del Poligrafic». Questo, secondo l'interrogazione parlamentare, «si potrebbe configurare un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti, in quanto la fondazione riceverebbe in maniera diretta o indiretta fondi dal Poligrafico, per attività che, viceversa, dovrebbero essere poste in gara pubblica, come stabilito dalla vigente normativa». Quindi potrebbero presentarsi, «aspetti problematici e un potenziale danno a carico di altri soggetti pubblici e privati, attivi nel settore della ricerca e dello sviluppo, in quanto esclusi da potenziali appalti in materia, da parte dell'Istituto Poligrafico». La storia fa il paio con quella di Valoridicarta spa, costituita nel 2018, con oltre due anni di ritardo sui piani previsti da Ipzs, sempre come società in-house della Zecca e di Bankitalia, con accreditamento da parte della Banca Centrale Europea nel maggio 2019. Valoridicarta produce carte speciali e relativi sistemi di sicurezza per le carte valori dello Stato, per banconote e passaporti. Da subito, la società ha mostrato criticità in termini di tenuta del conto economico, in quanto divenuta tardivamente operativa in un momento nel quale il governo italiano lanciava il piano per la lotta al contante, ha avuto molteplici difficoltà nell'ottenere l'accreditamento per la qualità da parte della Bce, perché il processo produttivo della carta è altamente inefficiente (gli scarti di produzione superano il 50%), in quanto dal punto di vista tecnico la qualità del semilavorato richiede molti interventi degli operatori per problemi di adeguatezza del risultato. Questa situazione ha portato i costi di produzione alle stelle, superando i ricavi diretti del primo anno di bilancio, i quali sono stati comunque il 50% di quelli previsti dal piano Ipzs, che prometteva 15 milioni di fatturato per il primo anno, a fronte dei 9 effettivi. La società, nata in regime di Legge Madia, sconta il forte rischio di non avere i conti in ordine dopo tre esercizi, sia per gli alti costi diretti di produzione, che per la contrazione dei ricavi anche degli anni a venire, in quanto il mercato della carta per banconote è soggetto a un forte calo dei volumi in tutta Europa, soprattutto a fronte del piano cashless italiano, e soprattutto del prezzo unitario di carta di sicurezza per banconote, che oggi sul mercato dei produttori europei è già sotto i 30 euro al kg, mentre Valoridicarta ha costi diretti ancora intorno ai 32/33 euro al kg. Per il 2020, con il calo degli ordinativi da parte di Bankitalia di Valoridicarta prevede un secondo anno di perdite, le quali ricadranno inevitabilmente sui due soci Poligrafico e Bankitalia. Nel 2021 si porrà quindi, in assenza di interventi straordinari, l'eventualità di liquidazione della società, come previsto dalle vigenti norme per le società in house, nate di recente.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 gennaio con Carlo Cambi
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Ricominciamo: la Regione Puglia - con un deficit da centinaia di milioni di euro, liste d’attesa infinite, macchinari dei reparti obsoleti e chi più ne ha più ne metta - ha deciso di chiedere indietro una parte dei compensi versati negli ultimi dieci anni ai propri medici di base, per una somma pari a 23 milioni di euro (circa 70.000 euro a testa). Si tratta di somme che la stessa Regione Puglia ha versato negli anni, attraverso le Asl, per aderire - correttamente - ad un Accordo collettivo nazionale (e ai conseguenti accordi integrativi regionali) che prevede l’erogazione di queste cifre ai medici di base e ai pediatri, a soddisfazione di un complesso meccanismo di compensazione degli emolumenti sottoscritto nel 2005.
E su che base la Regione Puglia ha improvvisamente deciso di chiedere indietro queste cifre? Sostanzialmente sulla base di una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - attualmente sub iudice del pronunciamento in Cassazione - che solleva la Regione, guidata da Michele De Pascale, dal versamento retroattivo delle medesime somme ai propri sanitari. Somme che, se dovessero essere sborsate tutte in una volta, peserebbero per oltre 100 milioni di euro e manderebbero a gambe all’aria il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna e con lui la tenuta dell’intero fortino Pd.
Ma torniamo in Puglia. La pretesa di riavere indietro 23 milioni di euro da parte dell’ente, che a partire al 7 gennaio sarà guidato da Antonio De Caro, è arrivata ai camici bianchi in modo davvero inatteso. Non solo per i contenuti, ma anche per le modalità con cui è stata comunicata. Le sigle sindacali che rappresentano i sanitari, infatti, senza incontri preliminari sul tema, né discussioni di merito si sono visti recapitare la pretesa - motivata con stralci della sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - il 31 dicembre 2025 alle ore 20.48, quando immaginiamo bene gli uffici regionali gremiti di dipendenti intenti a sbrigare le ultime faccende prima di accomodarsi al cenone di capodanno.
Anche a causa di queste stranezze il sospetto - e si sa che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca - è di essere di fronte a una sorta di tacito sostegno amministrativo tra due enti molto legati tra loro, a conferma di una linea - quella dell’Emilia-Romagna - che se dovesse essere sconfessata in Cassazione comporterebbe la debacle totale per una delle roccaforti della sinistra.
Per entrare in termini più tecnici si tratta della annosa questione degli «assegni individuali» e del fondo di compensazione che ogni Regione doveva accantonare per erogare emolumenti ai medici di base sostitutivi degli scatti di anzianità, eliminati nel 2005.
Per un po’ di tempo questo meccanismo funzionò senza intoppi, poi si bloccò nel periodo della spending review (dal 2010 al 2014) e nel 2016 riprese con un nuovo Accordo collettivo nazionale (il corrispettivo del Ccnl per i medici). Lo Stato cominciò a versare il dovuto alle Regioni per creare un fondo apposito da cui attingere, ma mentre alcune destinarono le cifre al rispetto di questo accordo (come la Puglia) altre, come l’Emilia-Romagna, preferirono usare le quote ricevute per la copertura di altre spese scegliendo, non solo di non versare il dovuto ai medici, ma di non creare nemmeno il fondo necessario a farlo.
Qualche tempo fa, i pediatri di Rimini hanno chiesto alla Asl di riferimento gli assegni mai ricevuti, con una causa vinta in primo grado. A quel punto la Asl di Rimini ha chiesto aiuto alla Regione Emilia-Romagna che in appello si è costituita come parte in causa e, sulla vicenda, ha ottenuto ragione dal Tar. I medici di Rimini, però non hanno desistito, sono ricorsi in Cassazione e attualmente la Regione di De Pascale - quella che nel frattempo ha alzato i ticket sanitari e ha chiuso le frontiere ai malati provenienti dal resto d’Italia - è in attesa del pronunciamento definitivo.
Che il fondo necessario per versare le integrazioni ai medici, sia ancora in essere (e dunque che lo Stato stia ancora versando alle Regioni le cifre necessarie) si evince dal vigente contratto nazionale che, all’articolo 44 stabilisce il trattamento economico dei medici riferendosi ad una «quota capitaria annua ripartita in base a tale fondo integrato con gli assegni individuali». Per questo le sigle sindacali delle due Regioni sono in rivolta.
Ci vorrà del tempo prima che la Cassazione si pronunci, ma come sarebbe bello (e utile) se, nel frattempo, tutte le altre Regioni si allineassero sostenendo che quei fondi non andavano mai erogati e che, magari, chi li ha erogati li chiedesse indietro. A volte i sogni si avverano.
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Alcuni pellegrini in occasione del Giubileo Lgbt, a Roma, il 6 settembre 2025 (Ansa)
Il Vangelo non è politicamente corretto. Usa termini durissimi, perché sta parlando di salvezza che sarà data a chi fa parte del Regno dei Cieli e negata a chi non ne fa parte. I Vangelo non è gay friendly, e, soprattutto, non è inclusivo. Chiunque raccomandi l’inclusione sta rinnegando il Vangelo. Esiste una parabola che lo chiarisce. Le vergini sagge hanno portato sufficiente olio per le lampade, quelle stolte no. Quelle sagge non dividono il loro olio con le stolte, perché altrimenti non ci sarà olio sufficiente per nessuna. Ma come, non bisognava dividere tutto? E la generosità? La generosità non si fa con la dottrina, non si fa con la fede. Aggiusto la mia Messa, smusso la mia dottrina, così che anche i non credenti e i peccatori possano accedere alle perle, è il discorso anticristico dei preti sciocchi che rinnegano Cristo per l’inclusività. «Chi non è con me è contro di me» è un’affermazione che riduce i margini dell’inclusività a zero. Noi non dobbiamo includere quelli che sono fuori dal Regno dei Cieli fino a quando ne sono fuori; dobbiamo convertirli, così che diventino fratelli e figli di Dio nella sola maniera possibile, la fede in Cristo. Una delle opere di carità spirituale è avvertire il peccatore che sta peccando San Paolo ci ricorda che dobbiamo continuare ad avvertire il peccatore, quando è opportuno e quando è inopportuno, maleducato, politicamente scorretto, e anche quando è vietato e porta a un’accusa penale o sociale, per esempio l’accusa di omofobia.
Il cristianesimo condanna la sodomia, uno dei quattro peccati che grida vendetta a Dio. Il vescovo di Vienna ha profanato la Cattedrale di Santo Stefano con spettacoli gay e ovviamente osceni. Lo ha fatto, pare, per sensibilizzare sull’Aids. Secondo tutte le statistiche l’atto sodomitico moltiplica il rischio di malattie infettive, tanto più che molti gay disprezzano il preservativo, oppure, come pubblicizzato dall’intellettuale (?) gay (o queer) Leo Bersani amano ricercare volontariamente il contagio. A Vienna a entusiasmare un clero sempre più corrotto c’è anche una mostra d’arte (?), dove tra rane crocefisse spicca una Pietà dove il Cristo morto tiene in mano il pene di un uomo travestito da donna, un cosiddetto trans. Attualmente la sodomia è chiamata omosessualità, termine ampolloso e improprio. Nessuna attività sessuale è possibile tra persone dello stesso sesso, ma solo pratiche erotiche che devono necessariamente interessare il tubo digerente. Il tubo digerente non è un organo sessuale e non è un organo ricreativo, serve per digerire e per espellere feci che sono un tripudio di microbi e che per una mentre normale sono ripugnanti. Alla sodomia si affianca il queer. Queer vuol dire strano. Ognuno ha diritto di essere strano. Nessuno ha diritto di pretendere di essere accettato, perché nessuno può costringermi ad accettare qualcosa che è appunto strano, al di fuori della mia etica e della mia estetica. La potenza liberticida del queer, come di tutte le altre lettere della sigla Lgbt-qualche-altra-cosa, è che accettare l’altro diventa un dovere, anche se l’altro ha fatto tutto quello che poteva per essere ripugnante. I due maggiori intellettuali queer sono Mario Mieli e la/il filosofa/o ex Beatriz Preciado, attualmente Paul Preciado. Mario Mieli è autore di Elementi di critica omosessuale, dove parla della sublime bellezza di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Mario Mieli faceva spettacoli teatrali dove mangiava gli escrementi suoi e del suo cane, crudi e sconditi. I colibatteri ne saranno stati lieti. Riporto un brano della persona che all’epoca era Beatriz Preciado, al momento Paul, pubblicato il 17 gennaio 2014 su Liberation, che riassume il suo pensiero. «Da questa modesta tribuna, io invito tutti i corpi delle donne allo sciopero dell’utero. Affermiamoci come cittadine intere e non come uteri riproduttivi. Attraverso l’astinenza, attraverso la omosessualità, ma anche attraverso la masturbazione, la sodomia, il feticismo, la coprofagia, la zoofilia (non vuol dire avere il micetto e mettere la foto su Fb, ma avere rapporti erotici con gli animali, ndr) e l’aborto. Non lasciamo penetrare nelle nostre vagine una sola goccia di sperma nazionale cattolico». Sottolineo in entrambi i casi l’affetto per la coprofagia. La coprofagia è autoaggressione, come l’aborto, come la zoofilia. Queer vuol dire aggressione all’uomo e dato che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, vuol dire aggressione a Dio, per questo sono oscene le parole di Nicola Vendola, personaggio politico, che ha acquistato un bambino con l’odiosa pratica dell’utero in affitto, che definisce queer sia Cristo che la Madonna, un nuovo tipo di bestemmia. Preciado si limita a definire il Natale patriarcale e discriminatorio: in confronto, una vera signora.
La parola «omosessualità» crea una folle simmetria col neologismo altrettanto senza senso «eterosessualità». Se con un colpo di bacchetta magica scomparissero tutti gli atti eterosessuali (cioè sessuali) l’umanità si estinguerebbe. Se sparissero tutti gli atti cosiddetti omosessuali, si svuoterebbero gli ambulatori di proctologia e quelli di patologie sessualmente trasmissibili, e la sanità di ogni nazione ricupererebbe fiumi di quattrini. Il non odio per il peccato non è amore per il peccatore, ma indifferenza alla sua salvezza, un’indifferenza di cui, come ci ricorda Ezechiele, si dovrà rispondere nel giorno del giudizio: «Se tu non parli per distogliere l’empio dai suoi peccati, l’empio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte chiederò conto a te». La diga rotta. La resa di Fiducia supplicans alla lobby omosessuale di José Antonio Ureta e Julio Loredo (ed. Tradizione Famiglia Proprietà) descrive l’inclusione di peccatori non pentiti e trionfalmente accolti col loro peccato, quello che Cristo definisce come dare le perle ai porci, come il crollo della diga. La Conferenza episcopale africana ha annunciato che non intende seguirla, ricordando che i cristiani devono avere per il male un «odio perfetto». Il gesuita John Mac Neal, nel 1970 scrisse una serie di articoli sulla più importante rivista di teologia degli Usa sostenendo quello che poi sarà l’argomento ricorrente delle lobby omosessuali: poiché Dio ha creato tutto, ha creato gli omosessuali, quindi essere omosessuali fa parte del progetto di Dio. Dio non ha creato omosessuali come non ha creato assassini. Ha creato uomini liberi che hanno scelto di fare il male e ne sono diventati dipendenti. L’ipotesi della genesi genetica della cosiddetta omosessualità è stata dimostrata falsa oltre ogni ragionevole dubbio. L’omoerotismo è un comportamento di cui si diventa totalmente dipendenti. Questi gesuiti che hanno partecipato ai primi Pride è possibile che fossero in conflitto di interessi?
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Il condominio di Via Paruta 74 a Milano, dove è stato ritrovato il corpo della giovane Aurora Livoli (Getty Images)
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
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