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2020-11-08
Ora fa gola il bottino di 300 incarichi. Il Rottamatore incassa l’aiutino dem
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Matteo Renzi durante il vertice Nato a Varsavia, il 9 Luglio 2016 (Ansa)
Nonostante un'indagine per finanziamento illecito sulla testa per la Fondazione Open, anche se ringalluzzito dalla vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, l'ex premier Matteo Renzi è tornato a occuparsi del suo sport preferito: le nomine nelle partecipate statali. Fu il primo dossier di cui si occupò nel 2014 appena arrivato a Palazzo Chigi, dopo aver scalzato Enrico Letta. E ancora adesso l'ex segretario dem continua a volere voce in capitolo. Anche perché molti incarichi di allora sono ancora figli di quella stagione. Così, mentre continua a lavorare nel dietro le quinte per un incarico di prestigio all'estero - oltre alla Nato si vedrebbe bene anche come rappresentante dell'Italia all'Onu -, sta cercando di mantenere il suo potere nei gangli della burocrazia statale.
Come è noto, a maggio, in ritardo di qualche mese per l'emergenza sanitaria, sono stati rinnovati gli incarichi delle nostre società quotate, come Eni, Leonardo, Poste e Enel. All'appello però mancano ancora le non quotate, aziende controllate dal ministero dell'Economia, come Consip, Consap, Equitalia giustizia, Istituto poligrafico Zecca dello Stato, Gse o Sogesid. Sono società strategiche, dal peso specifico non indifferente. Ci sono in totale più di 300 incarichi ancora da assegnare, con 42 consigli d'amministrazione e 46 collegi sindacali in scadenza. Tra queste ci sono poi almeno 30 società direttamente controllate da Ferrovie dello Stato. Queste nomine sono ormai bloccate da aprile. Ma ora hanno una scadenza, questa volta legale, cioè il 12 novembre, ovvero 45 giorni dopo l'approvazione del bilancio ai primi di ottobre.
La maggioranza giallorossa è impegnata nell'emergenza sanitaria. E all'apparenza sembra che il dossier sia stato accantonato. In realtà è più attuale che mai. Tanto che pochi giorni fa la senatrice del Pd Valeria Valente ha presentato un emendamento che prevede una proroga al 31 gennaio 2021 per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società in questione. Il provvedimento è ancora in discussione in commissione Affari costituzionali e in pratica si giustifica per il protrarsi dell'emergenza coronavirus: le assemblee devono essere limitate per evitare il contagio. Peccato che a maggio le quotate rinnovarono i loro cda, alcune anche da remoto. L'emendamento, insomma, sembra essere l'ennesima trovata per prolungare i rinnovi, un modo per tranquillizzare il governo di Giuseppe Conte e soprattutto mantenere l'ordine costituito. D'altra parte la maggior parte di quelle nomine sono di eredità renziana. La stessa Valente, anche se non di Italia viva, fu candidata a Napoli proprio da Renzi. Tuttora, infatti, viene definita una fedelissima del Bullo di Rignano. Prorogare le nomine è un'assicurazione sulla vita dell'esecutivo, anche perché all'interno della maggioranza non è ancora stata trovata la quadra. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per esempio, si confronta spesso sia con Massimo D'Alema sia con Gianni Letta. E sta cercando in tutti i modi di portare il segretario generale del Mise Salvatore Barca al comando di una delle partecipate in scadenza. Al suo posto l'attuale ministro Stefano Patuanelli vorrebbe mettere l'ex direttore generale di Confindustria Marcella Panucci, in modo da tenere a bada gli industriali. Il problema è che lo stipendio di Barca al ministero è molto alto, servirebbe quindi un posto di uguale compenso. Succede così che in Consap, Concessionaria servizi assicurativi pubblici, dove fino a qualche mese era destinato proprio Barca, potrebbe invece arrivare un altro «dimaiano» di ferro, ovvero Giorgio Sorial, anche lui al ministero dello Sviluppo economico con in mano la gestione delle crisi industriali. Mauro Masi dovrebbe restare presidente onorario e il terzo consigliere del board di Consap spetterebbe al centrosinistra. Ma al Pd o a Italia viva? Renzi non molla. Per di più se l'emendamento dovesse passare, quanto peserebbe sulle aspettative dell'ex premier un'ulteriore comoda proroga per l'esecutivo? In tutto questo pesa anche il silenzio delle opposizioni.
C'è da dire poi che in questi mesi di semestre bianco - nonostante i consigli di amministrazione scaduti e il regime di proroga - molte società hanno invece continuato a operare, quasi in iperattività. Consap, per esempio, ha assunto da luglio a oggi ben 5 persone. In più, tramite il direttore generale Vittorio Rispoli, ha stipulato contratti di consulenza con Deloitte e anche con Mercer di Enzo De Angelis. Quest'ultima ha incassato 120.000 euro in 3 rate suddivise per restare sotto soglia. Caso vuole che De Angelis sia stato anche senior di Spencer Stuart, proprio negli anni in cui la società cacciatrice di teste indicò il nome di Rispoli come direttore generale. Proprio in Consap siede nel cda Giuseppe Ranieri, avvocato di Firenze, grande amico di Alberto Bianchi, ex numero uno della Leopolda anche lui indagato sul caso della Fondazione Open. Ranieri ha uno studio legale che gestisce le pratiche per il rimborso alle vittime della strada, un fondo gestito da Consap. Chissà se Renzi riuscirà a difenderlo anche dopo il 31 gennaio, mentre cerca sponde militari e diplomatiche per raggiungere la Nato o l'Onu.
Le nuove società della Zecca dello Stato. Parte un'interrogazione parlamentare
Sono in proroga, ma diverse società statali dove sono scaduti i vertici e i consigli di amministrazione continuano a operare, come se niente fosse. E' il caso di Consap, dove sono state fatte assunzioni negli ultimi mesi e nuovi contratti con società di consulenza, ma il tema riguarda anche l'Istituto poligrafico e zecca dello Stato (Ipzs). Anche qui, come per diverse altre società non quotate, le nomine risalgono ai tempi dei governi di Matteo Renzi. La controllata del ministero dell'Economia deve rinnovare il presidente Domenico Tudini e l'amministratore delegato Paolo Aielli, entrambi sono considerati vicini al centrosinistra. Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che «a settembre 2020 è stata costituita la società Futuro e Conoscenza srl partecipata dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs) e dalla Fondazione Bruno Kessler (Fbk), noto centro di ricerca di Trento, con il quale il Poligrafico ha già da diversi anni in atto un rapporto di collaborazione per attività di sviluppo di nuove soluzioni di sicurezza».
Fbk è un' istituzione che collabora da tempo con diverse amministrazioni. Ad ottobre 2020 assieme all'Istituto superiore di sanità con la collaborazione di regioni, protezione civile, Aifa, Inail, dell'ospedale «Spallanzani», dell'università Cattolica e di Areu 118 Lombardia, ha diffuso un documento con le misure di prevenzione e risposta al Covid-19 dove vengono definiti 4 ipotetici scenari di evoluzione dell'epidemia. «Tuttavia» secondo Caon «qui ci si trova di fronte ad un elemento nuovo e cioè la costituzione di una società in house di Ipzs, in vigenza della riforma cosiddetta Madia sulle società partecipate, volta a dare continuità e carattere di stabilità della collaborazione esistente sui temi della certificazione dell'identità fisica e digitale di persone e cose, della sicurezza delle banche dati, fino alla individuazione di «soluzioni per il circolante Euro».
Per il parlamentare, infatti, «il modello operativo sarà integrato da iniziative di open innovation, attraverso la pubblicazione di bandi di concorso rivolti alle start up, per lo sviluppo di nuovi servizi e prodotti, nonché di iniziative di formazione volte allo sviluppo dei temi della sicurezza con il coinvolgimento di forze dell'ordine e delle pubbliche amministrazioni; dall'annuncio appare evidente, ad avviso dell'interrogante, che si tratti di attività a valenza economica, rispetto alla quale occorre sia stato individuato un meccanismo di remunerazione della suddetta società, che si configurerebbe come fornitore del Poligrafic».
Questo, secondo l'interrogazione parlamentare, «si potrebbe configurare un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti, in quanto la fondazione riceverebbe in maniera diretta o indiretta fondi dal Poligrafico, per attività che, viceversa, dovrebbero essere poste in gara pubblica, come stabilito dalla vigente normativa». Quindi potrebbero presentarsi, «aspetti problematici e un potenziale danno a carico di altri soggetti pubblici e privati, attivi nel settore della ricerca e dello sviluppo, in quanto esclusi da potenziali appalti in materia, da parte dell'Istituto Poligrafico». La storia fa il paio con quella di Valoridicarta spa, costituita nel 2018, con oltre due anni di ritardo sui piani previsti da Ipzs, sempre come società in-house della Zecca e di Bankitalia, con accreditamento da parte della Banca Centrale Europea nel maggio 2019.
Valoridicarta produce carte speciali e relativi sistemi di sicurezza per le carte valori dello Stato, per banconote e passaporti. Da subito, la società ha mostrato criticità in termini di tenuta del conto economico, in quanto divenuta tardivamente operativa in un momento nel quale il governo italiano lanciava il piano per la lotta al contante, ha avuto molteplici difficoltà nell'ottenere l'accreditamento per la qualità da parte della Bce, perché il processo produttivo della carta è altamente inefficiente (gli scarti di produzione superano il 50%), in quanto dal punto di vista tecnico la qualità del semilavorato richiede molti interventi degli operatori per problemi di adeguatezza del risultato.
Questa situazione ha portato i costi di produzione alle stelle, superando i ricavi diretti del primo anno di bilancio, i quali sono stati comunque il 50% di quelli previsti dal piano Ipzs, che prometteva 15 milioni di fatturato per il primo anno, a fronte dei 9 effettivi. La società, nata in regime di Legge Madia, sconta il forte rischio di non avere i conti in ordine dopo tre esercizi, sia per gli alti costi diretti di produzione, che per la contrazione dei ricavi anche degli anni a venire, in quanto il mercato della carta per banconote è soggetto a un forte calo dei volumi in tutta Europa, soprattutto a fronte del piano cashless italiano, e soprattutto del prezzo unitario di carta di sicurezza per banconote, che oggi sul mercato dei produttori europei è già sotto i 30 euro al kg, mentre Valoridicarta ha costi diretti ancora intorno ai 32/33 euro al kg.
Per il 2020, con il calo degli ordinativi da parte di Bankitalia di Valoridicarta prevede un secondo anno di perdite, le quali ricadranno inevitabilmente sui due soci Poligrafico e Bankitalia. Nel 2021 si porrà quindi, in assenza di interventi straordinari, l'eventualità di liquidazione della società, come previsto dalle vigenti norme per le società in house, nate di recente.
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Le manovre per portare Matteo alla Nato o all'Onu (ma con un occhio alle poltrone).Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che per la nuova società Futuro e conoscenza, nata a settembre 2020, si potrebbe configurare «un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti».Lo speciale contiene due articoli.Nonostante un'indagine per finanziamento illecito sulla testa per la Fondazione Open, anche se ringalluzzito dalla vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, l'ex premier Matteo Renzi è tornato a occuparsi del suo sport preferito: le nomine nelle partecipate statali. Fu il primo dossier di cui si occupò nel 2014 appena arrivato a Palazzo Chigi, dopo aver scalzato Enrico Letta. E ancora adesso l'ex segretario dem continua a volere voce in capitolo. Anche perché molti incarichi di allora sono ancora figli di quella stagione. Così, mentre continua a lavorare nel dietro le quinte per un incarico di prestigio all'estero - oltre alla Nato si vedrebbe bene anche come rappresentante dell'Italia all'Onu -, sta cercando di mantenere il suo potere nei gangli della burocrazia statale.Come è noto, a maggio, in ritardo di qualche mese per l'emergenza sanitaria, sono stati rinnovati gli incarichi delle nostre società quotate, come Eni, Leonardo, Poste e Enel. All'appello però mancano ancora le non quotate, aziende controllate dal ministero dell'Economia, come Consip, Consap, Equitalia giustizia, Istituto poligrafico Zecca dello Stato, Gse o Sogesid. Sono società strategiche, dal peso specifico non indifferente. Ci sono in totale più di 300 incarichi ancora da assegnare, con 42 consigli d'amministrazione e 46 collegi sindacali in scadenza. Tra queste ci sono poi almeno 30 società direttamente controllate da Ferrovie dello Stato. Queste nomine sono ormai bloccate da aprile. Ma ora hanno una scadenza, questa volta legale, cioè il 12 novembre, ovvero 45 giorni dopo l'approvazione del bilancio ai primi di ottobre.La maggioranza giallorossa è impegnata nell'emergenza sanitaria. E all'apparenza sembra che il dossier sia stato accantonato. In realtà è più attuale che mai. Tanto che pochi giorni fa la senatrice del Pd Valeria Valente ha presentato un emendamento che prevede una proroga al 31 gennaio 2021 per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società in questione. Il provvedimento è ancora in discussione in commissione Affari costituzionali e in pratica si giustifica per il protrarsi dell'emergenza coronavirus: le assemblee devono essere limitate per evitare il contagio. Peccato che a maggio le quotate rinnovarono i loro cda, alcune anche da remoto. L'emendamento, insomma, sembra essere l'ennesima trovata per prolungare i rinnovi, un modo per tranquillizzare il governo di Giuseppe Conte e soprattutto mantenere l'ordine costituito. D'altra parte la maggior parte di quelle nomine sono di eredità renziana. La stessa Valente, anche se non di Italia viva, fu candidata a Napoli proprio da Renzi. Tuttora, infatti, viene definita una fedelissima del Bullo di Rignano. Prorogare le nomine è un'assicurazione sulla vita dell'esecutivo, anche perché all'interno della maggioranza non è ancora stata trovata la quadra. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per esempio, si confronta spesso sia con Massimo D'Alema sia con Gianni Letta. E sta cercando in tutti i modi di portare il segretario generale del Mise Salvatore Barca al comando di una delle partecipate in scadenza. Al suo posto l'attuale ministro Stefano Patuanelli vorrebbe mettere l'ex direttore generale di Confindustria Marcella Panucci, in modo da tenere a bada gli industriali. Il problema è che lo stipendio di Barca al ministero è molto alto, servirebbe quindi un posto di uguale compenso. Succede così che in Consap, Concessionaria servizi assicurativi pubblici, dove fino a qualche mese era destinato proprio Barca, potrebbe invece arrivare un altro «dimaiano» di ferro, ovvero Giorgio Sorial, anche lui al ministero dello Sviluppo economico con in mano la gestione delle crisi industriali. Mauro Masi dovrebbe restare presidente onorario e il terzo consigliere del board di Consap spetterebbe al centrosinistra. Ma al Pd o a Italia viva? Renzi non molla. Per di più se l'emendamento dovesse passare, quanto peserebbe sulle aspettative dell'ex premier un'ulteriore comoda proroga per l'esecutivo? In tutto questo pesa anche il silenzio delle opposizioni.C'è da dire poi che in questi mesi di semestre bianco - nonostante i consigli di amministrazione scaduti e il regime di proroga - molte società hanno invece continuato a operare, quasi in iperattività. Consap, per esempio, ha assunto da luglio a oggi ben 5 persone. In più, tramite il direttore generale Vittorio Rispoli, ha stipulato contratti di consulenza con Deloitte e anche con Mercer di Enzo De Angelis. Quest'ultima ha incassato 120.000 euro in 3 rate suddivise per restare sotto soglia. Caso vuole che De Angelis sia stato anche senior di Spencer Stuart, proprio negli anni in cui la società cacciatrice di teste indicò il nome di Rispoli come direttore generale. Proprio in Consap siede nel cda Giuseppe Ranieri, avvocato di Firenze, grande amico di Alberto Bianchi, ex numero uno della Leopolda anche lui indagato sul caso della Fondazione Open. Ranieri ha uno studio legale che gestisce le pratiche per il rimborso alle vittime della strada, un fondo gestito da Consap. 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E' il caso di Consap, dove sono state fatte assunzioni negli ultimi mesi e nuovi contratti con società di consulenza, ma il tema riguarda anche l'Istituto poligrafico e zecca dello Stato (Ipzs). Anche qui, come per diverse altre società non quotate, le nomine risalgono ai tempi dei governi di Matteo Renzi. La controllata del ministero dell'Economia deve rinnovare il presidente Domenico Tudini e l'amministratore delegato Paolo Aielli, entrambi sono considerati vicini al centrosinistra. Il 5 novembre il parlamentare Roberto Caon, ha presentato un'interrogazione proprio su Ipzs, dove si fa presente che «a settembre 2020 è stata costituita la società Futuro e Conoscenza srl partecipata dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs) e dalla Fondazione Bruno Kessler (Fbk), noto centro di ricerca di Trento, con il quale il Poligrafico ha già da diversi anni in atto un rapporto di collaborazione per attività di sviluppo di nuove soluzioni di sicurezza». Fbk è un' istituzione che collabora da tempo con diverse amministrazioni. Ad ottobre 2020 assieme all'Istituto superiore di sanità con la collaborazione di regioni, protezione civile, Aifa, Inail, dell'ospedale «Spallanzani», dell'università Cattolica e di Areu 118 Lombardia, ha diffuso un documento con le misure di prevenzione e risposta al Covid-19 dove vengono definiti 4 ipotetici scenari di evoluzione dell'epidemia. «Tuttavia» secondo Caon «qui ci si trova di fronte ad un elemento nuovo e cioè la costituzione di una società in house di Ipzs, in vigenza della riforma cosiddetta Madia sulle società partecipate, volta a dare continuità e carattere di stabilità della collaborazione esistente sui temi della certificazione dell'identità fisica e digitale di persone e cose, della sicurezza delle banche dati, fino alla individuazione di «soluzioni per il circolante Euro». Per il parlamentare, infatti, «il modello operativo sarà integrato da iniziative di open innovation, attraverso la pubblicazione di bandi di concorso rivolti alle start up, per lo sviluppo di nuovi servizi e prodotti, nonché di iniziative di formazione volte allo sviluppo dei temi della sicurezza con il coinvolgimento di forze dell'ordine e delle pubbliche amministrazioni; dall'annuncio appare evidente, ad avviso dell'interrogante, che si tratti di attività a valenza economica, rispetto alla quale occorre sia stato individuato un meccanismo di remunerazione della suddetta società, che si configurerebbe come fornitore del Poligrafic». Questo, secondo l'interrogazione parlamentare, «si potrebbe configurare un aggiramento della normativa comunitaria e nazionale in tema di libera concorrenza e di pubblici appalti, in quanto la fondazione riceverebbe in maniera diretta o indiretta fondi dal Poligrafico, per attività che, viceversa, dovrebbero essere poste in gara pubblica, come stabilito dalla vigente normativa». Quindi potrebbero presentarsi, «aspetti problematici e un potenziale danno a carico di altri soggetti pubblici e privati, attivi nel settore della ricerca e dello sviluppo, in quanto esclusi da potenziali appalti in materia, da parte dell'Istituto Poligrafico». La storia fa il paio con quella di Valoridicarta spa, costituita nel 2018, con oltre due anni di ritardo sui piani previsti da Ipzs, sempre come società in-house della Zecca e di Bankitalia, con accreditamento da parte della Banca Centrale Europea nel maggio 2019. Valoridicarta produce carte speciali e relativi sistemi di sicurezza per le carte valori dello Stato, per banconote e passaporti. Da subito, la società ha mostrato criticità in termini di tenuta del conto economico, in quanto divenuta tardivamente operativa in un momento nel quale il governo italiano lanciava il piano per la lotta al contante, ha avuto molteplici difficoltà nell'ottenere l'accreditamento per la qualità da parte della Bce, perché il processo produttivo della carta è altamente inefficiente (gli scarti di produzione superano il 50%), in quanto dal punto di vista tecnico la qualità del semilavorato richiede molti interventi degli operatori per problemi di adeguatezza del risultato. Questa situazione ha portato i costi di produzione alle stelle, superando i ricavi diretti del primo anno di bilancio, i quali sono stati comunque il 50% di quelli previsti dal piano Ipzs, che prometteva 15 milioni di fatturato per il primo anno, a fronte dei 9 effettivi. La società, nata in regime di Legge Madia, sconta il forte rischio di non avere i conti in ordine dopo tre esercizi, sia per gli alti costi diretti di produzione, che per la contrazione dei ricavi anche degli anni a venire, in quanto il mercato della carta per banconote è soggetto a un forte calo dei volumi in tutta Europa, soprattutto a fronte del piano cashless italiano, e soprattutto del prezzo unitario di carta di sicurezza per banconote, che oggi sul mercato dei produttori europei è già sotto i 30 euro al kg, mentre Valoridicarta ha costi diretti ancora intorno ai 32/33 euro al kg. Per il 2020, con il calo degli ordinativi da parte di Bankitalia di Valoridicarta prevede un secondo anno di perdite, le quali ricadranno inevitabilmente sui due soci Poligrafico e Bankitalia. Nel 2021 si porrà quindi, in assenza di interventi straordinari, l'eventualità di liquidazione della società, come previsto dalle vigenti norme per le società in house, nate di recente.
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.