Giuseppe Valditara (Ansa)
Alla finale nazionale di Roma 200 studenti e 60 mini-imprese. Il team dell’IIS Badoni di Lecco premiato per un braccialetto intelligente dedicato ad anziani e persone fragili. Natural Shield di Milazzo rappresenterà l’Italia a Gen-E 2026. Il ministro Giuseppe Valditara: «La scuola e l’impresa devono essere strettamente collegate».
Un braccialetto intelligente, un’app mobile e una dashboard web per monitorare in tempo reale i parametri vitali di anziani e persone fragili. È questa l’idea con cui BraceLet JA, mini-impresa dell’IIS Antonio Badoni di Lecco, ha conquistato il Premio Miglior Team alla quarta edizione dei Campionati di Imprenditorialità 2026 promossi da Junior Achievement Italia.
La finale nazionale si è svolta per la prima volta a Roma, negli spazi dell’Ex Mattatoio di Testaccio, dove si sono confrontati 200 studenti e studentesse provenienti da tutta Italia, selezionati tra 60 mini-imprese finaliste. Ogni gruppo ha avuto pochi minuti per presentare alla giuria la propria idea, il prototipo e il modello di sviluppo.
Il progetto vincitore punta a sostenere caregiver, famiglie e strutture sanitarie attraverso un sistema capace di raccogliere dati e inviare avvisi tempestivi in caso di necessità. Gli studenti premiati saranno inseriti nell’Albo Nazionale delle Eccellenze e hanno ricevuto una borsa di studio consegnata da Michele Ricci, Marketing Manager Cards & Digital Payments di Nexi Group, nell’ambito del progetto #fuoriclassedellascuola, promosso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito e da Feduf.
A rappresentare l’Italia a Gen-E 2026, la manifestazione europea dedicata all’imprenditorialità giovanile in programma a Riga dal 7 al 10 luglio, sarà invece Natural Shield JA, team dell’ITT Ettore Majorana di Milazzo, vincitore del Premio Miglior mini-impresa JA. Il gruppo ha sviluppato un polistirolo ecologico completamente biodegradabile, ricavato da materie prime vegetali e residui fibrosi della filiera agroindustriale.
La finale è stata l’ultima tappa di un percorso durato un anno scolastico. Gli studenti hanno partecipato ai programmi di educazione imprenditoriale di Junior Achievement Italia, tra cui Impresa in Azione, che nell’edizione 2026 ha coinvolto oltre 6.000 ragazze e ragazzi. A maggio, 330 team si erano sfidati nelle competizioni territoriali, articolate in 14 tappe regionali. In tutto, quasi 900 tra docenti, volontari e giudici hanno contribuito alla selezione dei migliori progetti.
Il contesto in cui si inserisce l’iniziativa è quello di un’Italia in cui il potenziale imprenditoriale dei giovani resta spesso inespresso. Secondo la ricerca “Tra formazione e lavoro: gli italiani e l’imprenditorialità”, realizzata da SWG per JA Italia, il 55% dei 18-24enni e il 50% dei 25-29enni non ha mai ricevuto nemmeno un’ora di formazione imprenditoriale. Eppure proprio i giovani si mostrano più propensi della media nazionale ad avviare un’impresa: 17% contro 9%.
«Dietro ogni team che ha calcato questo palco c’è un anno di lavoro reale: decisioni prese, errori corretti, idee difese», ha dichiarato Anna Gionfriddo, presidente di Junior Achievement Italia. «È arrivato il momento di passare dalla sperimentazione a un sistema strutturale, in cui ogni studente e ogni studentessa abbia almeno un’esperienza imprenditoriale nel proprio percorso».
Un messaggio condiviso anche dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha sottolineato il valore della cultura dell’intraprendere: «La scuola e l’impresa devono essere strettamente collegate. Non dobbiamo avere paura di creare imprenditorialità, perché significa distribuire ricchezza, creare posti di lavoro, innovazione e dare voce al nostro Made in Italy».
La scelta di Roma ha avuto anche un significato istituzionale. I Campionati si sono svolti in parallelo con l’High-level event della European Alliance for Apprenticeships, promosso dalla Direzione generale Occupazione della Commissione europea. Un’occasione per collegare il tema dell’imprenditorialità giovanile a quello delle competenze e dell’apprendistato a livello europeo.
«Le competenze sono la nuova valuta dell’Europa», ha affermato Mario Nava, direttore generale per l’Occupazione, gli Affari sociali e l’Inclusione della Commissione europea. «Nove posti di lavoro su dieci nell’Unione europea che affrontano carenze richiedono una formazione professionale: il momento di agire è ora».
Nel corso della giornata sono stati assegnati anche numerosi riconoscimenti speciali. Il TIM Innovation Award è andato ancora a BraceLet, per l’alto livello di innovazione digitale. Il Premio Impresa 5.0, promosso da ABB, è stato vinto da Shoppymap JA dell’IIS Salvo D’Acquisto di Bagheria, piattaforma che aiuta i clienti a orientarsi nei negozi fisici e a individuare prodotti e promozioni. Il Re-Power Your Future Award di UniCredit è stato assegnato a Exploria JA per il miglior business plan, mentre l’huManpower Award è andato a S.T.E.P. JA dell’ITIS Enrico Fermi di Roma, che ha ideato una mattonella capace di trasformare il calpestio umano in energia elettrica.
Tra gli altri premi, il Girls in STEM Award ha valorizzato cinque studentesse distintesi per leadership e competenze scientifico-tecnologiche: Annalisa Celeste, Milena Mauri, Emilia Pirovano, Ambra Quarantelli e Valentina Ronzulli. A EquiDolls dell’IIS Luigi Russo di Caltanissetta è andato il Premio UPSHIFT - Generazione Pari, mentre il Social Shaker Award è stato assegnato a Fleeve, mini-impresa dell’ITC Antonio Zanon di Udine.
Nata nel 2002, Junior Achievement Italia è una delle principali organizzazioni non profit dedicate all’educazione economico-imprenditoriale, finanziaria, all’orientamento e alla cittadinanza attiva per giovani dai 5 ai 19 anni. Nell’anno scolastico 2024-2025 ha realizzato oltre 500 mila esperienze educative. Numeri che raccontano una sfida sempre più centrale: trasformare le idee degli studenti in competenze concrete per il futuro.
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Le Regioni usano solo il 30% dei fondi per le terapie del dolore: pensino a questo, invece che alle procedure per il suicidio assistito. Su cui perfino nel Pd ci sono pareri contrari.
Non è certamente il caso di cantare vittoria, ma il blocco del ddl sul suicidio medicalmente assistito, che viene rinviato alle commissioni competenti, votato ieri dal Senato con 88 voti favorevoli e 59 contrari, è un evento significativo, di buon senso.
La scelta voluta da Stefania Craxi di accelerare i tempi, strizzando l’occhio al Pd con Alfredo Bazoli, non solo non ha trovato l’accoglienza che si pensava, ma ha aperto un confronto all’interno dei partiti, sia di maggioranza che di minoranza. In particolare, ha fatto molto scalpore la presa di posizione pubblica, avanzata significativamente su queste colonne, di Olimpia Tarzia, responsabile del dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia, che ha scelto di dimettersi in contrasto con la inaspettata deriva del suo partito a favore del suicidio assistito. In perfetta coerenza con il virtuoso gesto del fondatore del partito, Silvio Berlusconi, a favore della vita di Eluana Englaro, ha preso atto di un «nuovo corso» inaccettabile sui temi eticamente sensibili e ha espresso pubblicamente il suo dissenso. Dando voce, di fatto, a un diffuso e evidente malcontento che aleggia negli schieramenti dei partiti della maggioranza, non solo in Forza Italia.
Anche il Pd non è un monolite e il ddl Bazoli, anche da quelle parti, non gode per nulla di un convinto sostegno, soprattutto dopo le inequivocabili parole in difesa della vita - dal concepimento alla morte naturale - pronunciate da papa Leone XIV in varie occasioni, compresa l’ultima enciclica Magnifica Humanitas. Il Papa si rivolge a tutti gli uomini, ma in modo speciale ai cristiani cattolici, appellandosi alla coscienza, a quel «foro interno» di cui parla la teologia morale ove l’uomo «si trova solo di fronte a Dio», che va ben oltre le appartenenze politiche o le ideologie dominanti, ponendo la questione fondamentale: l’uomo non è il padrone della vita, neppure della propria vita. Di conseguenza, come può un parlamentare cattolico sostenere il «diritto alla morte dignitosa» - usando le parole che Elly Schlein ha pronunciato ieri dopo il voto - votando a favore di una legge che avalla il suicidio? Qui non è in gioco la cosiddetta «laicità» dello Stato, qui è in gioco il senso di umanità e di civiltà di un popolo che non scarta nessuno e si prende cura dei suoi «fratelli» più deboli e vulnerabili.
L’altro aspetto di questa triste vicenda è rappresentato dal «delirio» normativo di alcune Regioni italiane: bocciata (dalla Corte costituzionale) la pretesa di scrivere leggi, con il pretesto di superare l’inerzia del Parlamento, stanno tentando di aggirare l’ostacolo prevedendo precisi percorsi procedurali per garantire il «diritto» al suicidio assistito. Basti pensare al vademecum pro suicidio elaborato da Regione Lombardia e inviato a tutte le Ats lombarde, utilizzando perfino l’espediente di modificare il linguaggio: non più «suicidio assistito», ma «Mma», morte medicalmente assistita», molto più tranquillizzante al fine di anestetizzare le menti e le coscienze. Ora, che tutto questo caos sia fatto dalle giunte di sinistra non dice nulla di nuovo, ma che sia opera di giunte votate da elettori di centrodestra - i cui partiti a livello nazionale non sono per nulla convintamente favorevoli sul tema - non solo lascia molto perplessi, ma suscita anche una certa voglia di ritirare il proprio consenso a chi se ne è fatto promotore, il presidente della Regione Attilio Fontana e l’assessore Guido Bertolaso in testa. Senza dimenticare che, mentre il governo eroga centinaia di milioni di euro, ogni anno, per potenziare la rete di assistenza territoriale, domiciliare e hospice per le cure palliative, di queste risorse ne vengono utilizzate soltanto il 30% circa.
Non può non suscitare sdegno che si buttino via tempo e denaro per legiferare sul suicido assistito e non ci si faccia carico di usare fondi già disponibili per affrontare e alleviare concretamente la sofferenza di chi ne ha bisogno. Questo è il compito delle Regioni, piuttosto che ideologiche fughe in avanti.
A tale proposito, una volta per tutte, smettiamola con falsi slogan del tipo «il Paese lo vuole … la gente lo chiede … è una legge necessaria…»: chi vive davvero in mezzo alla gente e conosce i mille problemi che riguardano la salute e la sanità pubblica sa benissimo che la vera richiesta è di «essere curati», di abbattere le liste di attesa, di essere accompagnati con professionalità e umana solidarietà e nei momenti di maggiore sofferenza, di avere qualcuno che ti lenisca il dolore fisico e ti stringa la mano nell’ultimo saluto, piuttosto che metterti a disposizione un freddo aggeggio meccanico che fa partire l’iniezione letale. Si spenda in umanità piuttosto che in tecnologia mortifera, si legiferi per la vita e il sollievo del dolore, piuttosto che per aiutare le persone a suicidarsi.
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INEOS Grenadier al Grenadier pub
The Grenadier pub di Londra diventa il primo luogo d’origine di un’automobile riconosciuto ufficialmente al mondo.
C’è una banconota da 5 sterline appesa al soffitto di un pub a Belgravia, elegante quartiere centrale di Londra. Su quella banconota c’è lo schizzo a penna di un fuoristrada. Quel fuoristrada, oggi, si chiama INEOS Grenadier.
Lo scorso 19 maggio, The Grenadier pub ha ricevuto lo status di World Origin Site: il riconoscimento ufficiale, certificato da un organismo registrato presso il Governo britannico, che fissa per sempre il luogo esatto in cui un’idea ha cambiato le cose. È un registro che non conosce gerarchie tra i propri iscritti: la scoperta della penicillina da parte di Alexander Fleming, la prima proiezione cinematografica dei Fratelli Lumière e il locale del primo concerto dei Beatles condividono lo stesso sigillo verde. Il Grenadier è il primo veicolo nella storia ad entrarvi.
Fu qui, nel 2017, che Sir Jim Ratcliffe — fondatore di INEOS Automotive — decise di costruire un 4x4 senza compromessi in un’epoca in cui l’intera categoria stava cedendo al design urbano. Mentre il mercato inseguiva linee morbide, schermi touch e promesse di elettrificazione, il Grenadier nasceva con telaio separato, trazione integrale permanente e tre differenziali bloccabili: un fuoristrada progettato per fare il fuoristrada, senza mediazioni. Tre anni dopo arrivava il primo prototipo; oggi conta oltre 36.000 unità consegnate nel mondo e una targa verde sul muro del pub dove tutto è cominciato, svelata da Ratcliffe in persona.
Diverse curiosità legano il registro World Origin Site anche all’Italia. Il numero 22 di Frith Street, nel quartiere londinese di Soho, è il luogo in cui John Logie Baird realizzò la prima dimostrazione pubblica della televisione al mondo, il 26 gennaio 1926: lo stesso indirizzo che dal 1949 ospita il Bar Italia. Tra i primissimi siti e prodotti certificati in assoluto figura la stazione radio di Guglielmo Marconi, identificata con la targa WOS0002 e protagonista della prima trasmissione radio senza fili della storia. Tra i luoghi attualmente in fase di certificazione rientrano anche quelli legati all’invenzione del barometro di Torricelli, del pianoforte di Cristofori e della mappa iconografica di Leonardo da Vinci.
Una forte presenza italiana si ritrova anche a bordo del Grenadier: diversi componenti chiave nascono infatti nel nostro Paese. Gli assali rigidi sono prodotti dal Gruppo Carraro a Maniago, i sistemi frenanti portano la firma di Brembo, alcuni elementi di sterzo e sospensioni sono realizzati da Frap di Bruino, nel torinese, mentre le tiranterie dei differenziali provengono da Cofle di Trezzo sull’Adda. Non capita spesso che una grande idea abbia così tanti indirizzi precisi.
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Archiviata l’inchiesta sui pm dei Trevallion, Anm esulta. E poi le famiglie non si fidano...
Dopo l’intervista in anteprima alla «mamma del bosco», l’australiana Catherine Birmingham, ieri sera Bruno Vespa ha presentato a Porta a porta il sondaggio realizzato da Antonio Noto sulla «Percezione del sistema degli affidi in Italia» scatenata proprio dal caso dei «bambini della famiglia del bosco» tolti ai genitori e affidati ai servizi sociali.
Dal report analitico stilato nel mese di maggio su un campione di 2.000 maggiorenni per il ministero della Famiglia, il dato più sorprendente è quello che soltanto il 13% degli intervistati affiderebbe un minore in difficoltà ai servizi sociali. Davanti a una difficoltà educativa o familiare, infatti, il servizio pubblico non è considerato il primo luogo di protezione ma il 33% indica lo psicologo, il 30% familiari o amici, mentre i servizi sociali si fermano al 13%. La scuola, la Chiesa e la ricerca online raccolgono quote molto più contenute. In sostanza, per gli italiani il sistema degli affidi e, più in generale, l’apparato di tutela minorile sono percepiti come necessari ma non pienamente rassicuranti perché percepiti come sostitutivi, invasivi o poco reversibili tanto che una parte consistente dell’opinione pubblica teme che l’intervento istituzionale possa produrre effetti negativi sia sul minore sia sulla famiglia di origine.
Il dato più rilevante del report è la centralità del legame familiare: anche in caso di affido, il 64% ritiene che la famiglia d’origine debba restare presente nella vita del minore e solo l’11% sostiene l’allontanamento definitivo. In sostanza, non si chiede minore protezione, ma una protezione diversa: più ascolto, più gradualità, più prevenzione, più supporto alla famiglia prima dell’allontanamento e più trasparenza nei criteri decisionali. Altro dato importante è la percezione dell’affido considerato dal 43% una soluzione sbagliata mentre per il 17% è necessario ma rischioso. Un dato che farà riflettere il ministro Eugenia Roccella, committente del sondaggio, è quello sulla poca conoscenza e scarsa fiducia nel sistema. Infatti il 46% non non si fida del sistema degli affidi, il 45% ritiene i servizi sociali non competenti e il 44% pensa che non migliorino la situazione dei minori. La sfiducia si estende anche ai tribunali minorili, giudicati competenti soltanto dal 48%. I cittadini associano i servizi sociali a controlli invasivi e temono che possano portare alla perdita del controllo familiare. Va detto che la risposta è data dalla conoscenza di casi mediatici o racconti episodici, chiedendo maggiore trasparenza e comunicazione istituzionale. Inoltre il 54% degli intervistati ritiene che l’allontanamento dei bambini dai genitori debba essere perseguito solo in casi di estrema gravità, ad esempio violenza sui minori. Il 40% lo considera valutabile anche in casi meno gravi, come forti carenze educative o situazioni familiari che compromettono il benessere del minore. Il 6% non sa rispondere.
Intanto ieri una nota del ministero di Giustizia ha chiarito che «l’ispezione ministeriale avviata sul comportamento dei magistrati che hanno seguito il caso della famiglia Trevallion si è conclusa senza rilievi disciplinari e il ministro ha disposto l’archiviazione del procedimento ispettivo». Il Guardasigilli, Carlo Nordio, che aveva inviato gli ispettori del ministero al tribunale dell’Aquila per verificare se ci fossero state anomalie nel procedimento con cui, nel novembre del 2025, erano stati allontanati i tre figli dai genitori, chiarisce che «non sono emersi profili di illeciti disciplinari da parte dei magistrati e le decisioni di merito in ossequio all’indipendenza e all’autonomia della magistratura non sono oggetto di valutazione». L’Associazione nazionale magistrati ha festeggiato rinnovando subito la vicinanza ai colleghi di L’Aquila mentre l’avvocato Simone Pillon, legale della famiglia, preso atto della decisione, ritiene che «avremo presto modo di convincere il Tribunale per i minorenni del mutato quadro fattuale e della bontà delle argomentazioni difensive maturate circa l’opportunità del rientro a casa dei minori nel loro superiore interesse».
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