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I numeri del rischio: ecco perché all’estero non vaccinano i minori

I numeri del rischio: ecco perché all’estero non vaccinano i minori
Ansa
A Parigi il Parlamento francese ha deciso di rinviare l'obbligo di fatto per gli adolescenti di sottoporsi al vaccino anti Covid. A Roma invece, il governo italiano ha deciso che, dal 6 agosto, i ragazzi dai 12 anni in su senza vaccino non potranno entrare in ristoranti, piscine, palestre e presto neppure salire su treni, aerei e autobus. E alla riapertura delle scuole forse non sarà possibile nemmeno seguire in presenza le lezioni.La domanda, a questo punto, è d'obbligo: sbagliano i francesi a lasciar liberi i ragazzini e le loro famiglie o sbagliamo noi che nei fatti costringiamo milioni di genitori a scegliere in pochi giorni tra vaccino e isolamento sociale? Cioè, sono i nostri vicini d'oltralpe a non capire nulla di come ci si difende dal Covid o gli italiani a non comprendere che, con una forte limitazione della libertà personale, si sta imponendo un farmaco senza dare possibilità di scelta? A sensazione, fino a pochi giorni fa sarei stato propenso a dubitare dei francesi, i quali hanno sempre la puzza sotto il naso e se una cosa non l'hanno inventata loro - e il vaccino di certo non lo hanno scoperto loro, visto che le aziende farmaceutiche nazionali dopo mesi di ricerca hanno alzato le mani in segno di resa - ne diffidano. Del resto, la Francia è l'unico Paese al mondo dove l'Aids si chiama Sida, perché a Parigi si vogliono distinguere anche sulle malattie.

Tuttavia, dopo averli sospettati di irresponsabilità per la decisione di non sottoporre subito i minorenni al vaccino, mi sono guardato intorno, nel senso che ho provato a capire che cosa fa il resto d'Europa. Così mi sono reso conto che a pretendere l'immediata vaccinazione degli adolescenti siamo solo noi. In Germania il Koch institute ha raccomandato l'immunizzazione dai 12 anni in su soltanto per i minorenni con gravi problemi di salute, specificando che se il ragazzo è sano non c'è bisogno di inocularlo. Decisione avallata dai pediatri tedeschi, i quali pensano che l'immunizzazione per i giovani non sia necessaria. Uguali indicazioni arrivano dalla Gran Bretagna, Paese in cui peraltro imperversa la famosa variante Delta. Gli inglesi, nonostante la campagna vaccinale spesso si sia fermata a una sola dose, senza cioè una copertura contro il Covid superiore al 90 per cento, non paiono ritenere indispensabile la somministrazione del farmaco fra gli adolescenti. Analoghe decisioni sono state prese dal Belgio e da altri Paesi europei, i quali, pur avendo a cuore la salute dei propri cittadini e non avendo alcuna intenzione di condannarli a morte lasciando correre il virus, hanno deciso di non sottoporre i minorenni alla campagna vaccinale.

A questo punto è obbligatorio riproporre la domanda: sbagliano francesi, inglesi, tedeschi e belgi o sbagliamo noi che pur non rendendo obbligatorio per legge il vaccino pretendiamo che per condurre una vita normale, cioè andare al bar o al ristorante, esigiamo in piena estate che un dodicenne sia dotato di green pass e dunque immunizzato? La risposta probabilmente sta nel mezzo. Non nel senso che hanno ragione tutti e due, ma intendendo che in Italia si fa di necessità virtù, ovvero si estende il green pass perché non si sa che cosa fare in vista della riapertura delle scuole. Del resto, che questo sia l'obiettivo lo dimostra la fretta con cui è stato introdotto il provvedimento. È vero che di fronte all'aumento dei contagi bisogna agire d'urgenza, ma che la curva si potesse alzare di qualche migliaio di ammalati era da mettere in conto. Per di più le terapie intensive e gli ospedali non sono affatto sotto stress. Dunque, come mai all'improvviso si è sentito il bisogno di una misura così invasiva? La risposta è che all'improvviso dev'essere suonata la campanella. Nessuno si era ricordato che a settembre riaprono le scuole, e che dopo un anno e mezzo di pandemia non sono ancora pronte ad accogliere gli studenti garantendo il distanziamento, la prevenzione e tutto il resto. Il ministro che ha sostituito Lucia Azzolina, ossia Patrizio Bianchi, dorme come chi lo ha preceduto e dunque di misure per tutelare la salute dei ragazzi e dei professori non si hanno notizie. Né con un ministro dei Trasporti come Enrico Giovannini, che è in sonno come Paoletta De Micheli, la donna che nel governo Conte bis sostituì l'indimenticato Danilo Toninelli, c'è da aspettarsi soluzioni per autobus e treni pendolari, i più frequentati dagli studenti. Dunque, corre l'obbligo di spingere i giovani verso il vaccino. Che poi questo si faccia mentre le famiglie si apprestavano ad andare in vacanza, complicando ancor più la vita degli italiani, che volete che sia… Il nostro non è un Paese di santi, poeti e navigatori? Per come vanno le cose io toglierei navigatori e lo sostituirei con pazienti. Non nel senso di malati, come pensa qualcuno, ma di tolleranti. Sopportano tutto, anche l'incapacità della classe politica.

Poste vuole tutta Tim: offerti 10,8 miliardi
Ansa
Premio del 9% sull’ultima quotazione. Nascerebbe un gruppo da 27 miliardi di ricavi.

Alcuni numeri per intenderci: circa 27 miliardi di ricavi annui, 4,8 miliardi di margini lordi, oltre 150.000 dipendenti. Queste cifre sono quelle sciorinate da Poste Italiane per descrivere il gruppo che potrebbe nascere nel caso l’Offerta pubblica di acquisto e scambio, Opas, su Telecom Italia andasse in porto. Sì, avete letto bene: all’ora di cena di una domenica sera elettorale, le Poste guidate da Matteo Del Fante e dal direttore generale Giuseppe Lasco puntano al controllo della totalità di Tim.

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Inseguendo Coppi lungo il Monferrato. Tra cantine e dolci che sono una favola
Monferrato (iStock)
Dalla Confraternita del raviolo al cioccolato. Poi tutti in bici tra le colline, i borghi e i vigneti della terra dei Campionissimi.

Tutto cominciò con una fetta di salame. Perché proprio a 14 anni un giovanissimo garzone di nome Fausto trovò lavoro come addetto alle consegne in una salumeria di Novi Ligure. Fu così che cominciò a pedalare. Sempre in bicicletta, mattina e sera. E poi il ritorno a casa e quella interminabile salita da Villalvernia a Castellania.

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Né demone né cialtrone: Thiel preso sul serio
Peter Thiel (Imagoeconomica)
Le sue riflessioni poggiano sul presupposto heideggeriano di ineluttabilità della Tecnica e su un’idea del progresso come portato cristiano. Il pur discutibile accelerazionismo, mutuato da Nick Land, nasce dal timore che un potere globale schiacci l’innovazione.

Finito il breve momento di critica preventiva alle Conferenze sull’Anticristo che Peter Thiel ha tenuto a Roma, si possono ora leggere i resoconti - ottimo quello di Stefano Graziosi - di chi alle conferenze c’è andato davvero, e si può constatare come il giornalismo delle maestrine che corrono a chiudere le orecchie ai bambini che non devono sentire quello che dice un «fascista» [sic] non colga altro risultato se non quello di ribadire la grande ignoranza di chi pensa di parlare di filosofia e teologia ma, in realtà, sta solo obbedendo all’imperativo della sua vita: ribadire di essere un benpensante.

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Gad Lerner, l’antipatico arguto capo delle Brigate Rolex
Gad Lerner (Ansa)
Cronista rigoroso e intelligente, non si è mai pentito della militanza in Lotta Continua. Polemico e tagliente, primo della classe, è da sempre un mago nel sapersi riposizionare tra televisione e giornali, cantandosela e suonandosela con invidiabile aplomb.

Cognome e nome: Lerner Gad. Beirut, 7 dicembre 1954. «Sono un ebreo fortunato. Ero un bambino che divorava libri, un po’ rachitico e molto emotivo», e fin qui...

«Un italiano che ha vissuto da apolide per metà della sua vita», e fin qui...

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