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2023-11-01
Bruxelles manda al macero frutta e verdura
(IStock)
L’Italia rischia di essere incartata e buttata via come tonnellate di frutta e di verdura, di pane e di generi alimentari che senza più confezioni idonee finiscono nella spazzatura. È l’eterogenesi dei fini che regna sovrana nell’Europa green. Vogliono bandire gli imballaggi di plastica riciclata, finiscono per aumentare l’impatto ambientale buttando via il cibo e la produzione agricola. Spariranno le fragole, i cestini di pomodoro (come si fa a mandare il Pachino in giro per il mondo senza imballo?) gli agrumi, le patate, le insalate. Hanno fatto un conto in Coldiretti: è a rischio il 20% della produzione.
E c’è un altro danno che impatta su uno dei nostri comparti industriali di maggior rilievo e più avanzato nella ricerca: quello delle plastiche bio e riciclate. Rischiano di trovarsi con prezzi di frutta e verdura fuori controllo i consumatori che già hanno diminuito questi consumi essenziali del 10% e che dovranno abituarsi a bere nelle bottiglie usate dagli altri. Per evitarlo Roma sta tessendo una rete diplomatica in sede europea facendo sorgere «l’alleanza del riciclo» con Belgio, Svezia e paesi dell’Est, in modo da costituire una minoranza di blocco che eviti i danni derivanti dalla «sindrome green». Una settimana fa la commissione per l’ambiente (Envi) del Parlamento europeo ha detto sì al progetto della Commissione su imballaggi e rifiuti di plastica da ridurre attraverso gli imballaggi da riusare. Il voto in commissione è solo un primo passo. Il giorno importante è il 20 novembre quando il regolamento proposto dalla Commissione andrà in aula a Strasburgo per la votazione in sessione plenaria. E anche quel voto non sarà decisivo. Perché poi si aprirà il trilogo cioè il confronto tra Commissione, Parlamento e Consiglio europeo (i 27 paesi).
Ci sono ancora spazi di manovra, il Consiglio europeo vuole discuterne a dicembre per varare il regolamento entro maggio 2024 evitando che le elezioni europee rimettano tutto in discussione, ma se dovesse passare la linea che si punta solo al riuso degli imballaggi il disastro sarebbe completo. In ballo ci sono 6 milioni di posti di lavoro nel nostro paese e 700 mila aziende lungo le diverse filiere: da chi produce gli imballaggi, a chi li utilizza, a chi li ricicla. L’Italia è il solo paese, come certificato dal Conai, che è il consorzio che si occupa del riciclo, che ha superato gli standard europei arrivando a recuperare e reimmettere sul mercato oltre il 70% degli imballaggi.
L’Italia, fin dai tempi dell’Enimont di Raul Gardini, ha portato avanti la ricerca sulle bioplastiche e oggi è leader assoluto. L’impressione è che sia stata la lobby verde a prevalere obbedendo alla neoreligione che impera a Bruxelles, quella del green. Che ha perso il suo «gran sacerdote» Frans Timmermans, ma continua ad imporre la sua legge. Il presidente della Commissione ambiente Pascal Canfin di Renew ha twittato: «Vittoria contro la lobby conservatrice, il testo sugli imballaggi viene votato con una posizione ambiziosa che consente all’Europa di ridurre i rifiuti di imballaggio, in particolare la plastica».
La verità sta da un’alta parte: aumenterà il volume degli imballaggi vergine, ci saranno problemi sanitari nel riuso dei contenitori, aumenteranno le spese e alcuni settori come l’ortofrutta saranno fortemente penalizzati. La normativa uscita dalla commissione ambiente è leggermente diversa da quella che vuole Ursula von der Leyen, ad esempio il vino si è salvato dall’obbligo del vuoto a rendere per le bottiglie, ma non si è riusciti a far passare la posizione italiana.
Ci hanno provato fino all’ultimo Massimiliano Salini (Fi-Ppe), Pietro Fiocchi (Fdi-Ecr) e Silvia Sardone (Lega-Id) ma non sono riusciti a modificare come volevano i 35 emendamenti dalla relatrice liberale belga Frédérique Ries. I passi da compiere ora sono recuperare da parte del governo una posizione intransigente su questo regolamento e tessere una tela diplomatica per arrivare sia in plenaria, ma più ancora nel trilogo a una modifica radicale. Gli operatori economici hanno l’impressione che, come conferma Mauro Salini, presidente di Pro food, le posizioni in sede europea siano guidate da ideologia politica che oscura evidenze scientifiche. Sostiene Salini che «ancora una volta si guarda al singolo prodotto e non all’insieme: vietare gli imballaggi in plastica (riciclata al 70%) per prodotti ortofrutticoli con l’obiettivo di ridurre l’inquinamento, determinerebbe un aumento dello spreco alimentare che, a sua volta, genera emissioni. Questa analisi d’insieme non è stata fatta in maniera accurata». Secondo Massimiliano Del Core, presidente di Ortofrutta Italia, «l’ortofrutta per sua natura ha bisogno di un packaging efficace per garantire qualità, igiene e la conservabilità, evitando così lo spreco alimentare. In pratica, si prefigurerebbe uno scenario in cui ci sarebbero maggiori costi oltre a un vertiginoso aumento dello spreco alimentare e minori consumi di ortofrutta. A subire i danni peggiori sarebbe, oltre al consumatore stesso, tutta la nostra filiera, che già da tempo si impegna nell’utilizzo di imballaggi interamente riciclabili e derivanti a loro volta da plastica riciclata (R-pet), in un paese come il nostro, all’avanguardia proprio nel riciclo. La proposta di regolamento Ppwr va assolutamente rivista in merito all’utilizzo del packaging plastico per i prodotti ortofrutticoli considerando che attualmente non ci sono alternative ugualmente sostenibili ed efficaci».
«L’ideologia green attanaglia l’Ue ma noi puntiamo sul dopo elezioni»
«Finora non c’è stato nulla da fare». È quasi uno sfogo quello di Pietro Fiocchi, componente della commissione ambiente di Strasburgo, che come tutti gli eurodeputati dell’Ecr (il gruppo di cui fanno parte gli eurodeputati di Fratelli d’Italia) e del Centrodestra italiano si è battuto per evitare che passasse il regolamento sugli imballaggi. «L’ideologia verde che attanaglia Bruxelles è stata insormontabile. Ma dietro ci sono anche altri interessi».
Quelli tedeschi?
«Sì quelli tedeschi e non solo. L’Italia insieme al Belgio, è l’unico paese che ha rispettato i target di riciclo di rifiuti e imballaggi. Anzi l’Italia è andata molto oltre. Evidentemente per la relatrice, l’eurodeputata belga Frédérique Ries, più che gli interessi del suo paese contano quelli del suo gruppo: i liberali, che sembrano ipnotizzati dall’ideologia green. Tutti gli altri sono indietro, la Germania è tra gli ultimi. Invece di tenere il nostro passo, magari rivolgendosi alle nostre industrie che sono leader negli imballaggi eco-sostenibili, preferiscono buttare via tutto. L’Europa funziona così: non si guarda al bene comune, ma alle convenienze caso per caso, magari travestendole con slogan apparentemente nobili. E sul green, dalle batterie alle case alle auto, succede esattamente così».
Gli italiani hanno votato compattamente contro il regolamento che impone il riuso?
«In Commissione Fratelli d’Italia e tutto il Centrodestra sì, i colleghi del Pd invece hanno votato con noi sugli emendamenti più importanti ma non sono riusciti a convincere nessuno del loro gruppo e abbiamo perso di un voto».
Ma la partita è persa?
«Neanche per sogno. Stiamo tessendo un’azione di alleanze in vista della plenaria del 20 novembre. Stavolta i voti saranno registrati e mi auguro che anche dal Pd arriveranno voti per sostenere gli emendamenti italiani che puntano ad affermare il riciclo degli imballaggi e a salvare l’ortofrutta dall’impatto negativo di questo regolamento. Magari non otteniamo tutto, ma ci sono alcuni punti irrinunciabili: le plastiche sanitarie non possono essere riusate, così come le retine per la frutta e la verdura e le buste per le insalate. E questo vale per moltissimi altri contenitori. In plenaria comunque c’è un ambiente meno ostile che in commissione: non ci dovrebbe essere la contrapposizione ideologica che c’è stata, ma si guarda alla sostanza dei provvedimenti. Con svedesi, finlandesi, in parte spagnoli, sicuramente con i belgi si può costruire una buona alleanza».
Motivata solo con gli interessi italiani?
«No, motivata dalla necessità che la Commissione sottoponga il regolamento a una rigorosa valutazione d’impatto ambientale. Sul green qualcuno ha posizioni cervellotiche: vanno avanti per slogan. Lo hanno già fatto con le auto, con la tassonomia energetica. Non possiamo permettere che l’Europa si rovini con le sue mani».
Dunque è una partita che si può vincere?
«Si, è difficile, ma si può cercare di vincere puntando sul fatto che il no al riciclo non è fondato su alcun dato scientifico. Invece noi abbiamo supportato la nostra posizione con dati alla mano. Abbiamo dimostrato che il riciclo è virtuoso e che l’Europa è in contraddizione con sé stessa. Prima ha posto i target di riciclo che noi soli abbiamo rispettato e superato e ora, siccome gli altri sono in ritardo, si cambiano le regole del gioco. Sono argomenti solidi che ci danno fiducia: a conti fatti ci mancano una manciata di voti. Se la spuntiamo poi facciamo melina».
In che senso?
«Dopo il voto della plenaria ci sarà comunque il trilogo: la discussione Parlamento, Consiglio, Commissione. Si può far slittare l’adozione del regolamento a dopo il voto europeo del giugno del 2024. Allora ci sarà un’altra maggioranza e un’altra Commissione e l’incubo verde potrebbe dissolversi».
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L’Italia alla guida di un’alleanza per cambiare la norma «imballaggi» e scongiurare l’impennata dei prezzi. Per Mauro Salini di Pro food «è un paradosso: nessuno ha fatto l’analisi preventiva degli sprechi e dell’inquinamento, che aumenteranno».L’eurodeputato Pietro Fiocchi tesse alleanze con Belgio, Finlandia e Spagna per modificare il testo.Lo speciale contiene due articoli.L’Italia rischia di essere incartata e buttata via come tonnellate di frutta e di verdura, di pane e di generi alimentari che senza più confezioni idonee finiscono nella spazzatura. È l’eterogenesi dei fini che regna sovrana nell’Europa green. Vogliono bandire gli imballaggi di plastica riciclata, finiscono per aumentare l’impatto ambientale buttando via il cibo e la produzione agricola. Spariranno le fragole, i cestini di pomodoro (come si fa a mandare il Pachino in giro per il mondo senza imballo?) gli agrumi, le patate, le insalate. Hanno fatto un conto in Coldiretti: è a rischio il 20% della produzione. E c’è un altro danno che impatta su uno dei nostri comparti industriali di maggior rilievo e più avanzato nella ricerca: quello delle plastiche bio e riciclate. Rischiano di trovarsi con prezzi di frutta e verdura fuori controllo i consumatori che già hanno diminuito questi consumi essenziali del 10% e che dovranno abituarsi a bere nelle bottiglie usate dagli altri. Per evitarlo Roma sta tessendo una rete diplomatica in sede europea facendo sorgere «l’alleanza del riciclo» con Belgio, Svezia e paesi dell’Est, in modo da costituire una minoranza di blocco che eviti i danni derivanti dalla «sindrome green». Una settimana fa la commissione per l’ambiente (Envi) del Parlamento europeo ha detto sì al progetto della Commissione su imballaggi e rifiuti di plastica da ridurre attraverso gli imballaggi da riusare. Il voto in commissione è solo un primo passo. Il giorno importante è il 20 novembre quando il regolamento proposto dalla Commissione andrà in aula a Strasburgo per la votazione in sessione plenaria. E anche quel voto non sarà decisivo. Perché poi si aprirà il trilogo cioè il confronto tra Commissione, Parlamento e Consiglio europeo (i 27 paesi). Ci sono ancora spazi di manovra, il Consiglio europeo vuole discuterne a dicembre per varare il regolamento entro maggio 2024 evitando che le elezioni europee rimettano tutto in discussione, ma se dovesse passare la linea che si punta solo al riuso degli imballaggi il disastro sarebbe completo. In ballo ci sono 6 milioni di posti di lavoro nel nostro paese e 700 mila aziende lungo le diverse filiere: da chi produce gli imballaggi, a chi li utilizza, a chi li ricicla. L’Italia è il solo paese, come certificato dal Conai, che è il consorzio che si occupa del riciclo, che ha superato gli standard europei arrivando a recuperare e reimmettere sul mercato oltre il 70% degli imballaggi. L’Italia, fin dai tempi dell’Enimont di Raul Gardini, ha portato avanti la ricerca sulle bioplastiche e oggi è leader assoluto. L’impressione è che sia stata la lobby verde a prevalere obbedendo alla neoreligione che impera a Bruxelles, quella del green. Che ha perso il suo «gran sacerdote» Frans Timmermans, ma continua ad imporre la sua legge. Il presidente della Commissione ambiente Pascal Canfin di Renew ha twittato: «Vittoria contro la lobby conservatrice, il testo sugli imballaggi viene votato con una posizione ambiziosa che consente all’Europa di ridurre i rifiuti di imballaggio, in particolare la plastica». La verità sta da un’alta parte: aumenterà il volume degli imballaggi vergine, ci saranno problemi sanitari nel riuso dei contenitori, aumenteranno le spese e alcuni settori come l’ortofrutta saranno fortemente penalizzati. La normativa uscita dalla commissione ambiente è leggermente diversa da quella che vuole Ursula von der Leyen, ad esempio il vino si è salvato dall’obbligo del vuoto a rendere per le bottiglie, ma non si è riusciti a far passare la posizione italiana. Ci hanno provato fino all’ultimo Massimiliano Salini (Fi-Ppe), Pietro Fiocchi (Fdi-Ecr) e Silvia Sardone (Lega-Id) ma non sono riusciti a modificare come volevano i 35 emendamenti dalla relatrice liberale belga Frédérique Ries. I passi da compiere ora sono recuperare da parte del governo una posizione intransigente su questo regolamento e tessere una tela diplomatica per arrivare sia in plenaria, ma più ancora nel trilogo a una modifica radicale. Gli operatori economici hanno l’impressione che, come conferma Mauro Salini, presidente di Pro food, le posizioni in sede europea siano guidate da ideologia politica che oscura evidenze scientifiche. Sostiene Salini che «ancora una volta si guarda al singolo prodotto e non all’insieme: vietare gli imballaggi in plastica (riciclata al 70%) per prodotti ortofrutticoli con l’obiettivo di ridurre l’inquinamento, determinerebbe un aumento dello spreco alimentare che, a sua volta, genera emissioni. Questa analisi d’insieme non è stata fatta in maniera accurata». Secondo Massimiliano Del Core, presidente di Ortofrutta Italia, «l’ortofrutta per sua natura ha bisogno di un packaging efficace per garantire qualità, igiene e la conservabilità, evitando così lo spreco alimentare. In pratica, si prefigurerebbe uno scenario in cui ci sarebbero maggiori costi oltre a un vertiginoso aumento dello spreco alimentare e minori consumi di ortofrutta. A subire i danni peggiori sarebbe, oltre al consumatore stesso, tutta la nostra filiera, che già da tempo si impegna nell’utilizzo di imballaggi interamente riciclabili e derivanti a loro volta da plastica riciclata (R-pet), in un paese come il nostro, all’avanguardia proprio nel riciclo. La proposta di regolamento Ppwr va assolutamente rivista in merito all’utilizzo del packaging plastico per i prodotti ortofrutticoli considerando che attualmente non ci sono alternative ugualmente sostenibili ed efficaci».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/norma-ue-imballaggi-2666111130.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lideologia-green-attanaglia-lue-ma-noi-puntiamo-sul-dopo-elezioni" data-post-id="2666111130" data-published-at="1698789340" data-use-pagination="False"> «L’ideologia green attanaglia l’Ue ma noi puntiamo sul dopo elezioni» «Finora non c’è stato nulla da fare». È quasi uno sfogo quello di Pietro Fiocchi, componente della commissione ambiente di Strasburgo, che come tutti gli eurodeputati dell’Ecr (il gruppo di cui fanno parte gli eurodeputati di Fratelli d’Italia) e del Centrodestra italiano si è battuto per evitare che passasse il regolamento sugli imballaggi. «L’ideologia verde che attanaglia Bruxelles è stata insormontabile. Ma dietro ci sono anche altri interessi». Quelli tedeschi? «Sì quelli tedeschi e non solo. L’Italia insieme al Belgio, è l’unico paese che ha rispettato i target di riciclo di rifiuti e imballaggi. Anzi l’Italia è andata molto oltre. Evidentemente per la relatrice, l’eurodeputata belga Frédérique Ries, più che gli interessi del suo paese contano quelli del suo gruppo: i liberali, che sembrano ipnotizzati dall’ideologia green. Tutti gli altri sono indietro, la Germania è tra gli ultimi. Invece di tenere il nostro passo, magari rivolgendosi alle nostre industrie che sono leader negli imballaggi eco-sostenibili, preferiscono buttare via tutto. L’Europa funziona così: non si guarda al bene comune, ma alle convenienze caso per caso, magari travestendole con slogan apparentemente nobili. E sul green, dalle batterie alle case alle auto, succede esattamente così». Gli italiani hanno votato compattamente contro il regolamento che impone il riuso? «In Commissione Fratelli d’Italia e tutto il Centrodestra sì, i colleghi del Pd invece hanno votato con noi sugli emendamenti più importanti ma non sono riusciti a convincere nessuno del loro gruppo e abbiamo perso di un voto». Ma la partita è persa? «Neanche per sogno. Stiamo tessendo un’azione di alleanze in vista della plenaria del 20 novembre. Stavolta i voti saranno registrati e mi auguro che anche dal Pd arriveranno voti per sostenere gli emendamenti italiani che puntano ad affermare il riciclo degli imballaggi e a salvare l’ortofrutta dall’impatto negativo di questo regolamento. Magari non otteniamo tutto, ma ci sono alcuni punti irrinunciabili: le plastiche sanitarie non possono essere riusate, così come le retine per la frutta e la verdura e le buste per le insalate. E questo vale per moltissimi altri contenitori. In plenaria comunque c’è un ambiente meno ostile che in commissione: non ci dovrebbe essere la contrapposizione ideologica che c’è stata, ma si guarda alla sostanza dei provvedimenti. Con svedesi, finlandesi, in parte spagnoli, sicuramente con i belgi si può costruire una buona alleanza». Motivata solo con gli interessi italiani? «No, motivata dalla necessità che la Commissione sottoponga il regolamento a una rigorosa valutazione d’impatto ambientale. Sul green qualcuno ha posizioni cervellotiche: vanno avanti per slogan. Lo hanno già fatto con le auto, con la tassonomia energetica. Non possiamo permettere che l’Europa si rovini con le sue mani». Dunque è una partita che si può vincere? «Si, è difficile, ma si può cercare di vincere puntando sul fatto che il no al riciclo non è fondato su alcun dato scientifico. Invece noi abbiamo supportato la nostra posizione con dati alla mano. Abbiamo dimostrato che il riciclo è virtuoso e che l’Europa è in contraddizione con sé stessa. Prima ha posto i target di riciclo che noi soli abbiamo rispettato e superato e ora, siccome gli altri sono in ritardo, si cambiano le regole del gioco. Sono argomenti solidi che ci danno fiducia: a conti fatti ci mancano una manciata di voti. Se la spuntiamo poi facciamo melina». In che senso? «Dopo il voto della plenaria ci sarà comunque il trilogo: la discussione Parlamento, Consiglio, Commissione. Si può far slittare l’adozione del regolamento a dopo il voto europeo del giugno del 2024. Allora ci sarà un’altra maggioranza e un’altra Commissione e l’incubo verde potrebbe dissolversi».
Il premier Giorgia Meloni, arrivata a Milano per partecipare questa sera alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina, in mattinata ha fatto visita ai carabinieri e ai militari impegnati per la sicurezza alla stazione di Rogoredo. «Sono venuta a salutare e ringraziare», ha detto il presidente del Consiglio, come si vede anche in un video che ha postato sui social, stringendo le mani ai militari impegnati nel presidio e posando per i selfie con alcuni passanti e addetti della Protezione civile.
John Elkann (Ansa)
Tale normativa, che sarà presentata il 25 febbraio a Bruxelles dal Commissario europeo per l’Industria Stéphane Séjourné, costituirà una barriera protezionistica, imponendo dei requisiti minimi di produzione europea nelle auto immatricolate in Europa. Lo scopo dovrebbe essere quello di mantenere vivo quello che resta della manifattura industriale europea nel settore automobilistico, contrastando lo strapotere cinese nel settore.
L’idea insomma è di lanciare un «Buy Europe» simile al «Buy America» di Joe Biden, una forma protezionistica mascherata (nemmeno troppo). Dopo essersi deindustrializzata cavalcando la globalizzazione, ora l’Ue dunque si accorge che qualcosa è andato storto. Beninteso, senza mai prendersi la minima responsabilità politica.
Non si conoscono ancora i reali contenuti della normativa, dunque proprio per questo le due maggiori case europee si portano avanti e dettano la linea.
Ma non solo. Blume e Filosa chiedono soprattutto incentivi finanziari per mantenere la produzione in Europa e un bonus sulle emissioni di CO2 delle flotte, che vada ad evitare le multe previste dalla normativa attuale nel caso di scarse vendite di auto elettriche.
Secondo la lettera, le auto elettriche dovrebbero avere quattro criteri di origine made in Europe, in quote da stabilire: 1) produzione di veicoli, compresa la fabbricazione e l’assemblaggio, nonché la ricerca e lo sviluppo; 2) il gruppo propulsore elettrico; 3) le celle della batteria; 4) alcuni componenti elettronici importanti.
Ogni veicolo che soddisfa i criteri «Made in Europe» dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o preferenza negli appalti pubblici. I due ad si dicono preoccupati per la tenuta dell’Europa come polo industriale, ma temono soprattutto di essere spazzati via dalla concorrenza cinese. «Stiamo investendo miliardi nella produzione europea di celle per batterie», scrivono i due dirigenti, e «dobbiamo controllare e produrre noi stessi questa tecnologia fondamentale». Ma, prosegue la lettera, «i nostri clienti europei si aspettano giustamente che offriamo veicoli elettrici il più possibile convenienti. Questo è un prerequisito fondamentale per il successo dell’elettromobilità. Tuttavia, più basso è il prezzo di un’auto, maggiore è la pressione a importare le batterie più economiche disponibili». Tradotto: i cinesi hanno costi più bassi e le case europee sono fuori mercato.
Il conflitto tra le pressioni sui costi e la dipendenza dai paesi terzi può essere risolto con una strategia Made in Europe, cioè imponendo dei criteri minimi di fabbricazione in Europa. «Gli obiettivi per tutte queste categorie devono essere ambiziosi ma realistici», dicono Vw e Stellantis, avvisando l’Ue di non chiedere l’impossibile.
Poi arriva il pezzo forte della lettera: «Ogni veicolo che soddisfa i criteri Made in Europe dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o appalti pubblici». Infine, Blume e Filosa chiedono che vengano concessi dei bonus sulle emissioni per ogni auto elettrica Made in Europe, in modo che questi possano compensare le emissioni della restante flotta con motori tradizionali.
Fino a poco tempo fa, le due case automobilistiche erano scettiche sull’idea di proteggere la produzione europea con il Made in Europe, e non hanno cambiato idea. Ma visto che l’Ue introdurrà quei criteri, le due case automobilistiche cercano di orientare le decisioni e soprattutto si mettono in prima fila per ottenere sussidi. Poiché alla fine è di questo che si tratta.
Al di là dei tecnicismi, il passaggio chiave della lettera è questo: «Il denaro dei contribuenti europei dovrebbe essere utilizzato specificamente per promuovere la produzione europea e attrarre investimenti nell’Ue». Certo la lettera non si nasconde dietro le metafore e va dritta al sodo, chiedendo appunto il denaro dei contribuenti europei. Se mettiamo questa frase insieme a «avere diritto a vantaggi come premi d’acquisto o appalti pubblici» e «bonus sulle emissioni» il quadro delle richieste è completo.
Pochi giorni fa Stella Li, che guida Byd, il marchio cinese primo costruttore mondiale di auto elettriche, ha detto che la sua azienda non fa solo auto: «Lavoriamo su intelligenza artificiale, guida autonoma, robotica. Abbiamo un ecosistema completo e siamo anche tra i grandi player nello storage di batterie». Parole che danno ragione, postuma, a Sergio Marchionne, che anni fa disse che i maggiori concorrenti dei costruttori di auto sarebbero stati i nuovi entranti e i giganti tecnologici, a partire dal software per la guida autonoma. Peccato non avere dato ascolto al manager già allora, quando avvertiva che ogni auto 500 elettrica venduta rappresentava una perdita. Oggi John Elkann manda una lettera con cui chiede, ancora una volta, sussidi pubblici. Ma di garanzie che il denaro dei contribuenti non sarà, per l’ennesima volta, gettato al vento, nella lettera non c’è traccia.
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Dopo la storia e la descrizione delle sedi della «prima cerimonia diffusa della storia» (lo stadio milanese di San Siro e Cortina d’Ampezzo), il documento entra nei dettagli (come i lettori possono verificare consultando l’allegato). Il «concept creativo» è quello dell’Armonia e il direttore creativo è Marco Balich, già ideatore di 16 cerimonie d’apertura olimpiche. Nel file è svelato l’allestimento scenico e sono citati tutti i numeri della cerimonia.Quindi è descritto lo spettacolo, scena per scena.Si esalteranno la bellezza e la fantasia italiane. L’attrice Matilde De Angelis in versione direttrice d’orchestra guiderà un medley musicale che raggruppa brani dei grandi della musica classica italiana (Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioachino Rossini, Antonio Vivaldi) e anche il pop di Raffaella Carrà. In un caleidoscopio di luci spunterà Mariah Carey che intonerà Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e Nothing is impossible. Quindi verrà trasmesso il video (registrato) dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram storico guidato dall’ex campione del Mondo di moto Gp Valentino Rossi. Un siparietto che è costato il posto di telecronista della serata ad Auro Bulbarelli, punito per avere parlato di «una sorpresa». Un’anticipazione che ha fatto infuriare il Quirinale (che ha protestato direttamente con il Comitato olimpico internazionale) e che è stata ritenuta imperdonabile.
A questo incidente La Verità ha dedicato oggi un articolo esclusivo nell’edizione in edicola. Mattarella del documento viene così descritto: «Una delle figure più autorevoli del Paese» che «rappresenta il garante della Costituzione dell’unità nazionale e dei valori democratici». Quindi c’è un’altra sviolinata: «Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni italiane, distinguendosi per rigore, equilibrio e rispetto delle regole, qualità che ne hanno fatto un punto di riferimento nel panorama istituzionale europeo». A questo punto lo stadio si accenderà con le tinte del Tricolore in un momento dedicato alla moda italiana. Avrà l’onore di portare sul prato la bandiera la modella Vittoria Ceretti. L’inno nazionale, come già ampiamente emerso, sarà cantato da Laura Pausini. Pierfrancesco Favino leggerà, invece, L’Infinito di Giacomo Leopardi, mentre Sabrina Impacciatore sarà protagonista di un video animato sulla storia delle Olimpiadi invernali. Segue la parata degli atleti.
Ci sarà, quindi, un viaggio nel tempo e una parentesi scherzosa sul modo di gesticolare degli italiani, con protagonista l’attrice Brenda Lodigiani. A questo punto, dalla Tribuna d’onore Mattarella dichiarerà aperti i Giochi. Si parlerà di pace e di tregua olimpica e il cantante Ghali leggerà i versi della poesia «Promemoria» di Gianni Rodari che recita: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra». I versi della poesia, contrariamente a quanto polemicamente affermato da Ghali (che ha sostenuto che non gli sarebbe stato consentito di esprimersi in arabo), è previsto che siano recitati «in italiano, inglese, cinese, arabo, francese, spagnolo». A questo punto Charlize Theron, sudafricana ambasciatrice di pace, prenderà la parola «con un messaggio di speranza ispirato a Nelson Mandela che attraversa confini e generazioni». Il programma si chiuderà con l’ingresso della bandiera olimpica, dei suoi «messaggeri di pace» e con l’accensione del braciere olimpico. Tutto bello, retorico e un po’ scontato.
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