True
2023-11-01
Bruxelles manda al macero frutta e verdura
(IStock)
L’Italia rischia di essere incartata e buttata via come tonnellate di frutta e di verdura, di pane e di generi alimentari che senza più confezioni idonee finiscono nella spazzatura. È l’eterogenesi dei fini che regna sovrana nell’Europa green. Vogliono bandire gli imballaggi di plastica riciclata, finiscono per aumentare l’impatto ambientale buttando via il cibo e la produzione agricola. Spariranno le fragole, i cestini di pomodoro (come si fa a mandare il Pachino in giro per il mondo senza imballo?) gli agrumi, le patate, le insalate. Hanno fatto un conto in Coldiretti: è a rischio il 20% della produzione.
E c’è un altro danno che impatta su uno dei nostri comparti industriali di maggior rilievo e più avanzato nella ricerca: quello delle plastiche bio e riciclate. Rischiano di trovarsi con prezzi di frutta e verdura fuori controllo i consumatori che già hanno diminuito questi consumi essenziali del 10% e che dovranno abituarsi a bere nelle bottiglie usate dagli altri. Per evitarlo Roma sta tessendo una rete diplomatica in sede europea facendo sorgere «l’alleanza del riciclo» con Belgio, Svezia e paesi dell’Est, in modo da costituire una minoranza di blocco che eviti i danni derivanti dalla «sindrome green». Una settimana fa la commissione per l’ambiente (Envi) del Parlamento europeo ha detto sì al progetto della Commissione su imballaggi e rifiuti di plastica da ridurre attraverso gli imballaggi da riusare. Il voto in commissione è solo un primo passo. Il giorno importante è il 20 novembre quando il regolamento proposto dalla Commissione andrà in aula a Strasburgo per la votazione in sessione plenaria. E anche quel voto non sarà decisivo. Perché poi si aprirà il trilogo cioè il confronto tra Commissione, Parlamento e Consiglio europeo (i 27 paesi).
Ci sono ancora spazi di manovra, il Consiglio europeo vuole discuterne a dicembre per varare il regolamento entro maggio 2024 evitando che le elezioni europee rimettano tutto in discussione, ma se dovesse passare la linea che si punta solo al riuso degli imballaggi il disastro sarebbe completo. In ballo ci sono 6 milioni di posti di lavoro nel nostro paese e 700 mila aziende lungo le diverse filiere: da chi produce gli imballaggi, a chi li utilizza, a chi li ricicla. L’Italia è il solo paese, come certificato dal Conai, che è il consorzio che si occupa del riciclo, che ha superato gli standard europei arrivando a recuperare e reimmettere sul mercato oltre il 70% degli imballaggi.
L’Italia, fin dai tempi dell’Enimont di Raul Gardini, ha portato avanti la ricerca sulle bioplastiche e oggi è leader assoluto. L’impressione è che sia stata la lobby verde a prevalere obbedendo alla neoreligione che impera a Bruxelles, quella del green. Che ha perso il suo «gran sacerdote» Frans Timmermans, ma continua ad imporre la sua legge. Il presidente della Commissione ambiente Pascal Canfin di Renew ha twittato: «Vittoria contro la lobby conservatrice, il testo sugli imballaggi viene votato con una posizione ambiziosa che consente all’Europa di ridurre i rifiuti di imballaggio, in particolare la plastica».
La verità sta da un’alta parte: aumenterà il volume degli imballaggi vergine, ci saranno problemi sanitari nel riuso dei contenitori, aumenteranno le spese e alcuni settori come l’ortofrutta saranno fortemente penalizzati. La normativa uscita dalla commissione ambiente è leggermente diversa da quella che vuole Ursula von der Leyen, ad esempio il vino si è salvato dall’obbligo del vuoto a rendere per le bottiglie, ma non si è riusciti a far passare la posizione italiana.
Ci hanno provato fino all’ultimo Massimiliano Salini (Fi-Ppe), Pietro Fiocchi (Fdi-Ecr) e Silvia Sardone (Lega-Id) ma non sono riusciti a modificare come volevano i 35 emendamenti dalla relatrice liberale belga Frédérique Ries. I passi da compiere ora sono recuperare da parte del governo una posizione intransigente su questo regolamento e tessere una tela diplomatica per arrivare sia in plenaria, ma più ancora nel trilogo a una modifica radicale. Gli operatori economici hanno l’impressione che, come conferma Mauro Salini, presidente di Pro food, le posizioni in sede europea siano guidate da ideologia politica che oscura evidenze scientifiche. Sostiene Salini che «ancora una volta si guarda al singolo prodotto e non all’insieme: vietare gli imballaggi in plastica (riciclata al 70%) per prodotti ortofrutticoli con l’obiettivo di ridurre l’inquinamento, determinerebbe un aumento dello spreco alimentare che, a sua volta, genera emissioni. Questa analisi d’insieme non è stata fatta in maniera accurata». Secondo Massimiliano Del Core, presidente di Ortofrutta Italia, «l’ortofrutta per sua natura ha bisogno di un packaging efficace per garantire qualità, igiene e la conservabilità, evitando così lo spreco alimentare. In pratica, si prefigurerebbe uno scenario in cui ci sarebbero maggiori costi oltre a un vertiginoso aumento dello spreco alimentare e minori consumi di ortofrutta. A subire i danni peggiori sarebbe, oltre al consumatore stesso, tutta la nostra filiera, che già da tempo si impegna nell’utilizzo di imballaggi interamente riciclabili e derivanti a loro volta da plastica riciclata (R-pet), in un paese come il nostro, all’avanguardia proprio nel riciclo. La proposta di regolamento Ppwr va assolutamente rivista in merito all’utilizzo del packaging plastico per i prodotti ortofrutticoli considerando che attualmente non ci sono alternative ugualmente sostenibili ed efficaci».
«L’ideologia green attanaglia l’Ue ma noi puntiamo sul dopo elezioni»
«Finora non c’è stato nulla da fare». È quasi uno sfogo quello di Pietro Fiocchi, componente della commissione ambiente di Strasburgo, che come tutti gli eurodeputati dell’Ecr (il gruppo di cui fanno parte gli eurodeputati di Fratelli d’Italia) e del Centrodestra italiano si è battuto per evitare che passasse il regolamento sugli imballaggi. «L’ideologia verde che attanaglia Bruxelles è stata insormontabile. Ma dietro ci sono anche altri interessi».
Quelli tedeschi?
«Sì quelli tedeschi e non solo. L’Italia insieme al Belgio, è l’unico paese che ha rispettato i target di riciclo di rifiuti e imballaggi. Anzi l’Italia è andata molto oltre. Evidentemente per la relatrice, l’eurodeputata belga Frédérique Ries, più che gli interessi del suo paese contano quelli del suo gruppo: i liberali, che sembrano ipnotizzati dall’ideologia green. Tutti gli altri sono indietro, la Germania è tra gli ultimi. Invece di tenere il nostro passo, magari rivolgendosi alle nostre industrie che sono leader negli imballaggi eco-sostenibili, preferiscono buttare via tutto. L’Europa funziona così: non si guarda al bene comune, ma alle convenienze caso per caso, magari travestendole con slogan apparentemente nobili. E sul green, dalle batterie alle case alle auto, succede esattamente così».
Gli italiani hanno votato compattamente contro il regolamento che impone il riuso?
«In Commissione Fratelli d’Italia e tutto il Centrodestra sì, i colleghi del Pd invece hanno votato con noi sugli emendamenti più importanti ma non sono riusciti a convincere nessuno del loro gruppo e abbiamo perso di un voto».
Ma la partita è persa?
«Neanche per sogno. Stiamo tessendo un’azione di alleanze in vista della plenaria del 20 novembre. Stavolta i voti saranno registrati e mi auguro che anche dal Pd arriveranno voti per sostenere gli emendamenti italiani che puntano ad affermare il riciclo degli imballaggi e a salvare l’ortofrutta dall’impatto negativo di questo regolamento. Magari non otteniamo tutto, ma ci sono alcuni punti irrinunciabili: le plastiche sanitarie non possono essere riusate, così come le retine per la frutta e la verdura e le buste per le insalate. E questo vale per moltissimi altri contenitori. In plenaria comunque c’è un ambiente meno ostile che in commissione: non ci dovrebbe essere la contrapposizione ideologica che c’è stata, ma si guarda alla sostanza dei provvedimenti. Con svedesi, finlandesi, in parte spagnoli, sicuramente con i belgi si può costruire una buona alleanza».
Motivata solo con gli interessi italiani?
«No, motivata dalla necessità che la Commissione sottoponga il regolamento a una rigorosa valutazione d’impatto ambientale. Sul green qualcuno ha posizioni cervellotiche: vanno avanti per slogan. Lo hanno già fatto con le auto, con la tassonomia energetica. Non possiamo permettere che l’Europa si rovini con le sue mani».
Dunque è una partita che si può vincere?
«Si, è difficile, ma si può cercare di vincere puntando sul fatto che il no al riciclo non è fondato su alcun dato scientifico. Invece noi abbiamo supportato la nostra posizione con dati alla mano. Abbiamo dimostrato che il riciclo è virtuoso e che l’Europa è in contraddizione con sé stessa. Prima ha posto i target di riciclo che noi soli abbiamo rispettato e superato e ora, siccome gli altri sono in ritardo, si cambiano le regole del gioco. Sono argomenti solidi che ci danno fiducia: a conti fatti ci mancano una manciata di voti. Se la spuntiamo poi facciamo melina».
In che senso?
«Dopo il voto della plenaria ci sarà comunque il trilogo: la discussione Parlamento, Consiglio, Commissione. Si può far slittare l’adozione del regolamento a dopo il voto europeo del giugno del 2024. Allora ci sarà un’altra maggioranza e un’altra Commissione e l’incubo verde potrebbe dissolversi».
Continua a leggereRiduci
L’Italia alla guida di un’alleanza per cambiare la norma «imballaggi» e scongiurare l’impennata dei prezzi. Per Mauro Salini di Pro food «è un paradosso: nessuno ha fatto l’analisi preventiva degli sprechi e dell’inquinamento, che aumenteranno».L’eurodeputato Pietro Fiocchi tesse alleanze con Belgio, Finlandia e Spagna per modificare il testo.Lo speciale contiene due articoli.L’Italia rischia di essere incartata e buttata via come tonnellate di frutta e di verdura, di pane e di generi alimentari che senza più confezioni idonee finiscono nella spazzatura. È l’eterogenesi dei fini che regna sovrana nell’Europa green. Vogliono bandire gli imballaggi di plastica riciclata, finiscono per aumentare l’impatto ambientale buttando via il cibo e la produzione agricola. Spariranno le fragole, i cestini di pomodoro (come si fa a mandare il Pachino in giro per il mondo senza imballo?) gli agrumi, le patate, le insalate. Hanno fatto un conto in Coldiretti: è a rischio il 20% della produzione. E c’è un altro danno che impatta su uno dei nostri comparti industriali di maggior rilievo e più avanzato nella ricerca: quello delle plastiche bio e riciclate. Rischiano di trovarsi con prezzi di frutta e verdura fuori controllo i consumatori che già hanno diminuito questi consumi essenziali del 10% e che dovranno abituarsi a bere nelle bottiglie usate dagli altri. Per evitarlo Roma sta tessendo una rete diplomatica in sede europea facendo sorgere «l’alleanza del riciclo» con Belgio, Svezia e paesi dell’Est, in modo da costituire una minoranza di blocco che eviti i danni derivanti dalla «sindrome green». Una settimana fa la commissione per l’ambiente (Envi) del Parlamento europeo ha detto sì al progetto della Commissione su imballaggi e rifiuti di plastica da ridurre attraverso gli imballaggi da riusare. Il voto in commissione è solo un primo passo. Il giorno importante è il 20 novembre quando il regolamento proposto dalla Commissione andrà in aula a Strasburgo per la votazione in sessione plenaria. E anche quel voto non sarà decisivo. Perché poi si aprirà il trilogo cioè il confronto tra Commissione, Parlamento e Consiglio europeo (i 27 paesi). Ci sono ancora spazi di manovra, il Consiglio europeo vuole discuterne a dicembre per varare il regolamento entro maggio 2024 evitando che le elezioni europee rimettano tutto in discussione, ma se dovesse passare la linea che si punta solo al riuso degli imballaggi il disastro sarebbe completo. In ballo ci sono 6 milioni di posti di lavoro nel nostro paese e 700 mila aziende lungo le diverse filiere: da chi produce gli imballaggi, a chi li utilizza, a chi li ricicla. L’Italia è il solo paese, come certificato dal Conai, che è il consorzio che si occupa del riciclo, che ha superato gli standard europei arrivando a recuperare e reimmettere sul mercato oltre il 70% degli imballaggi. L’Italia, fin dai tempi dell’Enimont di Raul Gardini, ha portato avanti la ricerca sulle bioplastiche e oggi è leader assoluto. L’impressione è che sia stata la lobby verde a prevalere obbedendo alla neoreligione che impera a Bruxelles, quella del green. Che ha perso il suo «gran sacerdote» Frans Timmermans, ma continua ad imporre la sua legge. Il presidente della Commissione ambiente Pascal Canfin di Renew ha twittato: «Vittoria contro la lobby conservatrice, il testo sugli imballaggi viene votato con una posizione ambiziosa che consente all’Europa di ridurre i rifiuti di imballaggio, in particolare la plastica». La verità sta da un’alta parte: aumenterà il volume degli imballaggi vergine, ci saranno problemi sanitari nel riuso dei contenitori, aumenteranno le spese e alcuni settori come l’ortofrutta saranno fortemente penalizzati. La normativa uscita dalla commissione ambiente è leggermente diversa da quella che vuole Ursula von der Leyen, ad esempio il vino si è salvato dall’obbligo del vuoto a rendere per le bottiglie, ma non si è riusciti a far passare la posizione italiana. Ci hanno provato fino all’ultimo Massimiliano Salini (Fi-Ppe), Pietro Fiocchi (Fdi-Ecr) e Silvia Sardone (Lega-Id) ma non sono riusciti a modificare come volevano i 35 emendamenti dalla relatrice liberale belga Frédérique Ries. I passi da compiere ora sono recuperare da parte del governo una posizione intransigente su questo regolamento e tessere una tela diplomatica per arrivare sia in plenaria, ma più ancora nel trilogo a una modifica radicale. Gli operatori economici hanno l’impressione che, come conferma Mauro Salini, presidente di Pro food, le posizioni in sede europea siano guidate da ideologia politica che oscura evidenze scientifiche. Sostiene Salini che «ancora una volta si guarda al singolo prodotto e non all’insieme: vietare gli imballaggi in plastica (riciclata al 70%) per prodotti ortofrutticoli con l’obiettivo di ridurre l’inquinamento, determinerebbe un aumento dello spreco alimentare che, a sua volta, genera emissioni. Questa analisi d’insieme non è stata fatta in maniera accurata». Secondo Massimiliano Del Core, presidente di Ortofrutta Italia, «l’ortofrutta per sua natura ha bisogno di un packaging efficace per garantire qualità, igiene e la conservabilità, evitando così lo spreco alimentare. In pratica, si prefigurerebbe uno scenario in cui ci sarebbero maggiori costi oltre a un vertiginoso aumento dello spreco alimentare e minori consumi di ortofrutta. A subire i danni peggiori sarebbe, oltre al consumatore stesso, tutta la nostra filiera, che già da tempo si impegna nell’utilizzo di imballaggi interamente riciclabili e derivanti a loro volta da plastica riciclata (R-pet), in un paese come il nostro, all’avanguardia proprio nel riciclo. La proposta di regolamento Ppwr va assolutamente rivista in merito all’utilizzo del packaging plastico per i prodotti ortofrutticoli considerando che attualmente non ci sono alternative ugualmente sostenibili ed efficaci».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/norma-ue-imballaggi-2666111130.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lideologia-green-attanaglia-lue-ma-noi-puntiamo-sul-dopo-elezioni" data-post-id="2666111130" data-published-at="1698789340" data-use-pagination="False"> «L’ideologia green attanaglia l’Ue ma noi puntiamo sul dopo elezioni» «Finora non c’è stato nulla da fare». È quasi uno sfogo quello di Pietro Fiocchi, componente della commissione ambiente di Strasburgo, che come tutti gli eurodeputati dell’Ecr (il gruppo di cui fanno parte gli eurodeputati di Fratelli d’Italia) e del Centrodestra italiano si è battuto per evitare che passasse il regolamento sugli imballaggi. «L’ideologia verde che attanaglia Bruxelles è stata insormontabile. Ma dietro ci sono anche altri interessi». Quelli tedeschi? «Sì quelli tedeschi e non solo. L’Italia insieme al Belgio, è l’unico paese che ha rispettato i target di riciclo di rifiuti e imballaggi. Anzi l’Italia è andata molto oltre. Evidentemente per la relatrice, l’eurodeputata belga Frédérique Ries, più che gli interessi del suo paese contano quelli del suo gruppo: i liberali, che sembrano ipnotizzati dall’ideologia green. Tutti gli altri sono indietro, la Germania è tra gli ultimi. Invece di tenere il nostro passo, magari rivolgendosi alle nostre industrie che sono leader negli imballaggi eco-sostenibili, preferiscono buttare via tutto. L’Europa funziona così: non si guarda al bene comune, ma alle convenienze caso per caso, magari travestendole con slogan apparentemente nobili. E sul green, dalle batterie alle case alle auto, succede esattamente così». Gli italiani hanno votato compattamente contro il regolamento che impone il riuso? «In Commissione Fratelli d’Italia e tutto il Centrodestra sì, i colleghi del Pd invece hanno votato con noi sugli emendamenti più importanti ma non sono riusciti a convincere nessuno del loro gruppo e abbiamo perso di un voto». Ma la partita è persa? «Neanche per sogno. Stiamo tessendo un’azione di alleanze in vista della plenaria del 20 novembre. Stavolta i voti saranno registrati e mi auguro che anche dal Pd arriveranno voti per sostenere gli emendamenti italiani che puntano ad affermare il riciclo degli imballaggi e a salvare l’ortofrutta dall’impatto negativo di questo regolamento. Magari non otteniamo tutto, ma ci sono alcuni punti irrinunciabili: le plastiche sanitarie non possono essere riusate, così come le retine per la frutta e la verdura e le buste per le insalate. E questo vale per moltissimi altri contenitori. In plenaria comunque c’è un ambiente meno ostile che in commissione: non ci dovrebbe essere la contrapposizione ideologica che c’è stata, ma si guarda alla sostanza dei provvedimenti. Con svedesi, finlandesi, in parte spagnoli, sicuramente con i belgi si può costruire una buona alleanza». Motivata solo con gli interessi italiani? «No, motivata dalla necessità che la Commissione sottoponga il regolamento a una rigorosa valutazione d’impatto ambientale. Sul green qualcuno ha posizioni cervellotiche: vanno avanti per slogan. Lo hanno già fatto con le auto, con la tassonomia energetica. Non possiamo permettere che l’Europa si rovini con le sue mani». Dunque è una partita che si può vincere? «Si, è difficile, ma si può cercare di vincere puntando sul fatto che il no al riciclo non è fondato su alcun dato scientifico. Invece noi abbiamo supportato la nostra posizione con dati alla mano. Abbiamo dimostrato che il riciclo è virtuoso e che l’Europa è in contraddizione con sé stessa. Prima ha posto i target di riciclo che noi soli abbiamo rispettato e superato e ora, siccome gli altri sono in ritardo, si cambiano le regole del gioco. Sono argomenti solidi che ci danno fiducia: a conti fatti ci mancano una manciata di voti. Se la spuntiamo poi facciamo melina». In che senso? «Dopo il voto della plenaria ci sarà comunque il trilogo: la discussione Parlamento, Consiglio, Commissione. Si può far slittare l’adozione del regolamento a dopo il voto europeo del giugno del 2024. Allora ci sarà un’altra maggioranza e un’altra Commissione e l’incubo verde potrebbe dissolversi».
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
Continua a leggereRiduci
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
Continua a leggereRiduci
iStock
Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
Continua a leggereRiduci