
Dio non è morto nel Vicino e Medio Oriente, non è morto in Israele, dove l’elemento religioso (l’ebraismo) si sta confondendo sempre di più con lo Stato di Israele, con la sovrapposizione ormai implicita di antisemitismo e antisionismo, arrecando di conseguenza danni enormi al dialogo anche con la Chiesa cattolica. Dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, le relazioni fra la Santa Sede e Israele e fra le gerarchie romane e gli esponenti religiosi ebrei si sono fatte complicate, segnando un ritorno indietro di decenni nel superamento dei vecchi e gravi screzi e stereotipi. E Dio è più vivo che mai nelle periferie della fede care a Papa Francesco, dall’Africa all’Asia, dove i numeri raccontano di una crescita del cattolicesimo come mai s’era vista prima d’ora.
Non è morto in Iran, teocrazia sciita più politicamente rilevante della regione, benché ammaccata dai danni subiti dalla propria diramazione libanese, con la decapitazione dei vertici di Hezbollah, e da quella siriana. Prevedere cosa accadrà in futuro, azzardare tendenze e realizzare proiezioni, è questione delicata e complessa. Bisogna tener conto dei fenomeni migratori e, soprattutto, dei trend demografici. Tutti i maggiori centri di studio concordano sulla crescita significativa dell’islam, del resto già evidente nelle nostre città piccole o grandi. Il Pew Research Center, autorità massima in materia, osserva che la religione islamica crescerà a un tasso maggiore rispetto a tutte le altre e ciò è dovuto ai tassi di natalità assai più elevati in Medio Oriente, Asia meridionale e Africa. Entrando nel dettaglio, si prospetta che la popolazione musulmana passerà dal 24,9 per cento del 2010 al 29,7 per cento del 2050.
Più complicato il discorso relativo al cristianesimo, la cui crescita rallenta in Europa e America settentrionale, ma aumenta - e non di poco - in alcune parti dell’Asia e soprattutto in Africa. Dato tale quadro, si prevede che se nel 2010 i cristiani nel mondo erano il 31,2 per cento della popolazione, saranno il 31,4 nel 2050. Una prova di «resistenza», insomma, dovuta essenzialmente alla crescita africana. Un discorso a parte lo merita l’induismo, che cresce, sì, ma è anche circoscritto geograficamente al subcontinente indiano. Stando agli attuali trend demografici, dovrebbe passare dal 15 per cento del 2010 al 15,2 del 2050, rimanendo stabile. Un processo simile vale per il buddismo, che però dovrebbe far registrare una contrazione, dal 6,9 al 6,2 per cento. Stabile l’ebraismo, condizione dovuta principalmente ai trend demografici in Israele.
I numeri spesso dicono poco se decontestualizzati o analizzati in modo freddo. A volte, però, danno luogo a paradossi che inducono ad ampliare lo spettro con cui si guardano i fenomeni. Nonostante la nostra prospettiva occidentale sia portata a vedere pressoché ovunque i segni della secolarizzazione e di un sempre maggiore disinteresse nei confronti del fenomeno religioso, stando alle statistiche e alle relative proiezioni si scopre che la percentuale di quanti si dichiarano atei o agnostici è destinata a diminuire, passando dal 16 per cento del 2010 al 13 per cento del 2050. E questo perché, nel le aree da noi più lontane - quelle con tassi di natalità più alti -, cresce il numero di chi è per così dire affiliato a una religione. Rodney Stark ha scritto fino all’ultimo che mai il mondo è stato più religioso di com’è ora, smentendo i luoghi comuni su un Medioevo fatto di chiese stracolme di credenti e di orante devozione popolare. Non era così: Stark prese le misure della superficie calpestabile delle chiese medievali - almeno, delle grandi cattedrali - e dimostrò che i numeri a lungo diffusi erano calcolati all’eccesso.
Mai come in quest’epoca, la fede segna il dibattito pubblico e la religiosità aumenta in territori dove fino a un secolo fa la presenza cristiana era rappresentata solo da qualche sparuta missione. Il filosofo e sociologo Hans Joas osservava in La fede come opzione. Possibilità di futuro per il cristianesimo che «in un’ottica globale non c’è perciò alcun motivo per guardare con scetticismo alle possibilità di sopravvivenza del cristianesimo. La situazione sembra essere piuttosto la seguente: quella che stiamo vivendo oggi è una delle fasi più intense di diffusione del cristianesimo che si siano mai registra te nella storia. Questi sviluppi avranno molteplici conseguenze per i cristiani in Europa. Probabilmente, per quel che riguarda la Chiesa cattolica, siamo alla vigilia di uno spostamento fondamentale delle forze».
Lo storico Philip Jenkins, già un ventennio fa, avvertiva di stare in guardia dalle prefiche e dai canti mesti che profetizzavano la fine del senso religioso. Nel suo La terza Chiesa, notava infatti che la Chiesa non solo non è numericamente in crisi, ma può contare su una diffusione a ritmo sostenuto nel cosiddetto «Sud del pianeta». Un fenomeno - osservava già allora - «di cui gli occidentali non sembrano sufficientemente consapevo li». Individuava, lo studioso, un progressivo sposta mento del baricentro del cristianesimo verso l’Africa, l’Asia e l’America latina. Verso, insomma, quelle peri ferie care alla predicazione di Papa Francesco. Un Sud cristiano che agli albori del millennio appariva assai più conservatore e «tradizionalista» rispetto al Nord, «dalle forti inclinazioni mistiche e dal rigido puritane simo sessuale».
La lettura di Jenkins si è dimostrata parzialmente corretta: se è vero infatti che il grande «serbatoio» di fede cristiana è situato a Sud, è altrettanto vero che l’inclinazione fortemente conservatrice è individuabile in Africa, ma non di certo in America latina, dove le tendenze - per quanto riguarda il cattolicesimo - sono più legate a forme di teologia popolare che non di rado si richiamano alla teologia della liberazione, a volte mischiandosi con essa e rendendo non facilmente intellegibile il sentiero che si presenta da vanti allo studioso. In ogni caso, pur individuando il trasferimento del cuore cristiano a sud dell’equatore, Jenkins da sempre rifiuta l’assunto di un’Europa senza fede: «Al di là della partecipazione al culto, l’Europa odierna presenta una fedeltà religiosa difficile da comprendere se si pensa che la fede cristiana sia completamente morta» diceva in un’intervista ad Avvenire nel 2008. Senza dubbio, però, tutti concordano che è l’Africa il bacino che vedrà crescere esponenzialmente il numero dei cristiani: sempre secondo il Pew Research Center, la popolazione cristiana nel l’Africa subsahariana è destinata a raddoppiare en tro il 2050, arrivando a toccare la soglia del miliardo e cento milioni di persone. Fra vent’anni, insomma, il 40 per cento dei cristiani di tutto il mondo potrebbe trovarsi nel continente africano. E non si tratta di un’adesione formale o «culturale», come va di moda in Occidente: no, in Africa il 75 per cento dei fedeli ritiene la propria appartenenza religiosa importante, quasi decisiva per la propria esistenza.
[…] Non è un caso che Benedetto XVI, durante il suo viaggio in Africa del 2009, avesse sì lodato quelle terre, definite «un immenso polmone spirituale per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza», ma al contempo avesse aggiunto che «anche questo polmone può ammalarsi» di due «pericolose patologie che oggi lo stanno intaccando: il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista e nichilista». Analisi condivisa da uno degli esponenti di punta del cattolicesimo africano, il cardinale guineano Robert Sarah, che osservava come «i problemi della Chiesa africana vengono proprio dal suo essere giovane».
[…] L’Africa, così snobbata per secoli e buona parte del Novecento, assumerà sempre più importanza nei prossimi decenni non solo perché rappresenterà il cuore di un nuovo e dinamico cattolicesimo, ma anche per ché è lì che si avvertiranno le conseguenze dell’incontro-scontro fra cristianesimo e islam. Appena al di sotto del Sahara s’avverte da tempo la crisi: secondo l’organizzazione umanitaria Open Doors, dei 4.998 cristiani uccisi in odio alla fede nel 2024 in tutto il mondo, 4.606 risiedevano in questa regione. Cristiani presi di mira intenzionalmente, segnalava il rapporto, da elementi riconducibili alla galassia islamista radicale e ai regimi autocratici. Almeno 16,2 milioni di cristiani, dal 2022 al 2024, sono stati costretti ad abbandonare le proprie terre e le proprie case perché minacciati.





