- Il ministro dell’Economia vuole dare al governo il potere di acquistare imprese e bloccare scalate dall’estero per fermare la Cina. Come sempre vige il doppio standard: i teutonici possono fare quello che a noi è vietato.
- Per scongiurare il crac dell’istituto Nordlb, pronti 3,7 miliardi. Le opposizioni protestano e parlano di un aiuto di Stato.
- Le vendite al dettaglio lo scorso dicembre sono scese dell’1,6%. Si tratta del calo più forte da marzo 2008.
Lo speciale contiene tre articoli.
Liberisti e pro mercato con le imprese degli altri, e invece protezionisti e interventisti a casa propria. Sembra questo il ritratto della Germania del futuro uscito dalla penna di Peter Altmaier, il ministro dell’Economia tedesca, che ha fissato alcuni punti fermi (ne evidenzieremo tre) in un documento sulla «strategia industriale nazionale 2030», reso noto pochi giorni dopo lo scioccante rattrappimento delle previsioni di crescita per il 2019 (da +1,8% a +1%).
Primo obiettivo. Creazione di un fondo statale di investimento per prevenire le scalate straniere di compagnie e aziende tedesche. In questa chiave, secondo Altmaier, allo Stato dovrebbe poter essere consentito di acquisire partecipazioni in imprese (aggiunge pudicamente «per un periodo limitato e in casi molto importanti»).
Secondo obiettivo. Assicurare la sopravvivenza o la nascita di alcuni «campioni nazionali», inclusa Deutsche bank. Secondo il ministro, andrebbero individuati i settori trainanti, quelli in cui lo Stato dovrebbe intervenire massicciamente (il documento ne individua nove: dall’aerospaziale all’ingegneria passando per la medicina), e anche operare affinché cresca il peso complessivo dell’industria nella determinazione del Pil tedesco (ad esempio salendo dal 23 al 25% entro il 2030).
Terzo obiettivo. Cambiare la normativa Ue sulla concorrenza, che, ad avviso di Altmaier, è troppo focalizzata sul mercato interno ai 27 Paesi membri, e non dedica sufficiente attenzione a ciò che accade sul piano globale. Altmaier, come si sa, è uno strenuo sostenitore della proposta di fusione tra Alstom e Siemens, che potrebbe andare incontro alle perplessità dell’Antitrust Ue.
Occorre onestamente dare atto ad Altmaier, comunque la si pensi sulle risposte che propone, di aver preso di petto alcune questioni reali. Per troppo tempo, dentro l’Ue, si è inseguito il mito (altamente desiderabile) del mercato perfetto entro i propri confini, senza però accorgersi del fatto che, appena fuori, vigeva piuttosto una sorta di oligopolio perfetto, nella forma di avanzate neo imperiali, specie cinesi.
E – parliamoci chiaro – è proprio il timore della Cina un elemento chiave della proposta di Altmaier. Non solo in Germania, è sempre più forte la paura dell’ingresso di Pechino in settori tecnologicamente avanzati e ricchi di know how, in prima battuta per fornire un apporto di capitali, ma in seconda battuta per impossessarsi di quel patrimonio e farne altro, non di rado stravolgendo o chiudendo le imprese inizialmente «soccorse». La risposta immaginata in Germania è quella di alzare le barriere rispetto all’ingresso cinese nei settori strategici, nelle cosiddette infrastrutture critiche, stoppando direttamente o indirettamente (attraverso l’intervento pubblico tedesco) investimenti cinesi in quei settori.
Ma le cose sono maledettamente complicate, e non sempre, una volta che ci si è posti le domande giuste, arrivano risposte altrettanto adeguate. Vanno dunque evidenziate almeno quattro criticità legate al piano di Altmaier, che – in particolare dal punto di vista italiano – andrebbero soppesate e considerate, per evitare cattive sorprese.
Primo. Nessun doppio standard. È francamente curioso che questa nuova ondata statalista e di protagonismo della mano pubblica venga da chi ci ha costantemente bacchettato proprio per questo motivo. Così come – ed è un argomento gemello – è ipocrita che Berlino e Parigi difendano ogni tipo di scalata e acquisizione quando sono loro a guidare le danze, salvo imbizzarrirsi e minacciare sfracelli se Fincantieri osa mettere il naso nella cantieristica navale francese.
Secondo. È indubbiamente assai robusto l’argomento di chi dice: attenzione, l’Europa rischia di rimanere schiacciata dai due giganti Usa e Cina. Ma siamo sicuri che dal punto di vista italiano sia una buona idea aggregarci (come ultimo vagone) al treno francotedesco, accettando strategie decise a Parigi e Berlino? Non sarebbe meglio ipotizzare una strategia (geopolitica ed economica) meno rigida e più dinamica, che ovviamente non dimentichi il nostro ruolo nell’Ue, ma veda contemporaneamente un’Italia capace di fare sponda con l’America di Donald Trump, la Global Britain che scaturirà dalla Brexit, e i protagonisti asiatici? Ci sono mille contesti (si pensi solo al Nord Africa e alla Libia, per fare un esempio) in cui gli interessi italiani e quelli francesi sono competitivi e alternativi, non complementari.
Terzo. In tempi in cui larghe fasce di popolazione chiedono (comprensibilmente) più protezione, la tentazione di costruire giganti pubblici è forte. Verrebbe da dire: come si traduce «Iri» in tedesco? Attenzione, però: questo significa dare un potere enorme ai partiti, ai governanti pro tempore, alle maggioranze parlamentari, consentendo proprio alla politica di avere un peso sempre maggiore nelle decisioni economiche.
Quarto. Siamo sicuri che un ministro, anche il più illuminato e lungimirante, sia in condizione di decidere quali saranno i settori trainanti, in un mondo che è in vorticosa evoluzione? Non è più saggio chiedere alla politica, anziché un protagonismo diretto in economia, di creare un ambiente pro impresa, riducendo tasse e regolamentazione per un verso, e per altro verso investendo in infrastrutture?
Trump ha fatto esattamente questo. Anche lui ha rotto gli schemi ideologici tradizionali, anche lui ha mescolato ricette liberiste (tagli fiscali) e keynesiane (mega investimenti), ma lo ha fatto per aprire la strada alle imprese private, non per sostituirsi a esse.
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