Lovaglio in tour per nuovo capitale e il Monte dei Paschi crolla del 20%
L’ad cerca investitori che sostengano il suo piano industriale: servono 2,5 miliardi.

«Quello di Mps é un titolo azionario a prova di Covid, per evitare assembramenti di azionisti che si accalcano per comprarlo, viene bloccato agli scambi ogni due per tre», scherza un broker con una battuta raccolta ieri nelle sale operative mentre sui terminali Bloomberg il grafico del Montepaschi in Borsa segnava rosso fisso. Le azioni della banca senese hanno lasciato sul terreno di Piazza Affari l’8,61% a 0,55 euro strappando anche al ribasso. E anche la seduta di martedì era stata tempestata dalle vendite con un calo di quasi il 7 per cento. Insomma, una botta pesante in due giorni che porta la performance dell’ultimo mese a un -25 per cento. Colpa della volatilità, dei timori del mercato per le prossime mosse delle banche centrali, insomma di variabili che penalizzano i titoli bancari. Sarà, ma la raffica di vendite ha colpito il titolo proprio mentre l’amministratore delegato, Luigi Lovaglio, sta facendo una sorta di roadshow di presentazione del nuovo piano industriale annunciato al mercato lo scorso 23 giugno e per convincere gli investitori della credibilità della sua strategia. Da quella data il titolo ha perso circa il 20%. La prossima settimana sarà a Milano e Londra proprio per spiegare un progetto di rilancio che deve passare da un aumento da 2,5 miliardi. Dall’andamento del titolo in Borsa la missione sembra assai complicata. Pesano i timori e i dubbi del mercato sull’ennesima iniezione di liquidità per il Monte anche alla luce di quanto si sta vedendo in Piazza Affari per la ricapitalizzazione di Saipem da 2 miliardi, con le azioni in forte rialzo e i diritti, dove è racchiusa la maggiore parte del valore, in forte calo. Pesa soprattutto il fatto che il Monte, che oggi capitalizza poco più di 600 milioni, in autunno dovrà chiedere al mercato almeno 900 milioni considerando 1,6 miliardi che saranno versati dall’azionista di controllo, ovvero dal Mef. A lasciare perplessi gli analisti sono state alcune dichiarazioni di Lovaglio: «Non è necessario» avere un anchor investor, «non dico che non sarebbe conveniente, chiaramente siamo aperti a ogni discussione con chiunque possa rappresentare un investitore di lungo periodo che voglia accompagnare il percorso di crescita e sviluppo della banca», ha detto la settimana scorsa citando poi il pre-accordo siglato con BofA, Citigroup, Credit Suisse e Mediobanca che agiranno in qualità di joint global coordinators sull’eventuale inoptato.

E anche per quanto riguarda un eventuale interesse di Axa e Anima, già partner rispettivamente nella bancassicurazione e nel risparmio gestito, a partecipare alla ricapitalizzazione, Lovaglio aveva sottolineato che è pronto a discuterne «nel caso ci fosse, ma per il momento vogliamo mantenere la visione industriale di queste partnership separata dall’aumento di capitale» perché «dobbiamo focalizzarci sul miglioramento dei nostri ricavi». Tanto che secondo quanto risulta a La Verità i due partner non sarebbero ancora stati coinvolti nel «tour» degli ultimi giorni.

C’è poi l’incognita dei tempi per la conferma dalla Commissione Ue della proroga per la permanenza nel capitale del Mef. Inoltre, la Bce deve approvare il piano industriale nei tempi tecnici di 90 giorni e Mps ha convocato l’assemblea per l’approvazione a metà agosto. La finestra per l’aumento di capitale diventa quindi un altro tema cruciale: è vero che ci sono le banche che garantiscono l’inoptato, ma qualora ci siano condizioni di mercato avverse, l’operazione potrebbe non partire nei tempi previsti o comunque rivelarsi più complicata se le banche collocatrici dovessero rendersi conto di doversi accollare tutto il rischio.

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