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2021-09-17
Le quattro ipotesi per contrastare la corsa del prezzo dell’elettricità
La situazione sui mercati energetici è serissima. Gli aumenti continuano ed è difficile capire quando finiranno. Le dichiarazioni di Roberto Cingolani, ministro per la Transizione ecologica, su aumenti del 40% attesi nelle bollette dell'ultimo trimestre hanno sollevato polemiche, ma ancora una volta la politica è in grave ritardo. Già oggi quel 40% potrebbe essere un 50%. Ma quali sono le leve su cui agire nell'immediato? La prima non è una novità: il governo potrebbe eliminare dalla fattura energetica gli oneri di sistema e trasferirli sulla fiscalità generale. Se ne parla da anni. Questi oneri, che gravano per circa il 20%, sarebbero così assegnati a un capitolo di spesa del bilancio dello Stato le cui coperture sono tutte da individuare. Ieri si parlava di un fondo da 3 miliardi. Questo potrebbe essere l'unico intervento strutturale realmente fattibile, che avrebbe il pregio di fare chiarezza sugli oneri realmente collegati alle attività energetiche ma il difetto di non affrontare i nodi alla base degli aumenti dei prezzi delle commodity fisiche.
Le altre possibilità che elenchiamo qui, anch'esse non utili a risolvere alla radice il problema, sarebbero una tantum o temporanee. La seconda opzione è qualcosa di cui si è già parlato: usare i proventi delle aste di permessi di emissione CO2 per coprire i costi dei rialzi. Solo nel primo semestre del 2021 l'ammontare che il Gse ha incassato dalle aste ha superato 1,1 miliardi di euro. Una parte è già stata utilizzata a giugno, quando il governo è intervenuto per attenuare l'impatto degli aumenti che si erano già verificati. Ciò che resta, più i proventi delle aste del terzo e del quarto trimestre, è utilizzabile in quest'ottica. C'è poi una opzione non immediata ma praticabile, che potrebbe essere quantificata in 2-300 milioni di euro. L'Ue ha stabilito nel 2009 un meccanismo di trasferimento statistico dell'energia verde tra Paesi. In pratica, se un membro dell'Unione non ha raggiunto gli obiettivi di decarbonizzazione al 2020, può comprare il deficit di energia verde da un Paese in surplus. L'Italia ha, per il 2020, un surplus statistico di 38 TWh di energia elettrica da fonti rinnovabili. Questo eccesso potrebbe essere messo in vendita e il ricavato impiegato per ridurre l'aumento delle bollette. La quarta possibilità è quella di abbassare (o azzerare) le accise e l'Iva, che pesano per un 10-15%. Questo avrebbe un effetto immediato, ma l'opzione presenta il problema del mancato gettito, che andrebbe recuperato altrove.
Vi sono poi interventi non ortodossi, sulla scorta di quanto altri Paesi stanno facendo. La Spagna interviene sulle regole del mercato. Dopo aver dimezzato l'Iva ha annunciato che preleverà dai bilanci dei produttori idroelettrici e nucleari i profitti derivanti dalla differenza tra il prezzo dell'energia venduta e i costi della CO2. Questo è un intervento che però il governo italiano difficilmente attuerebbe, anche considerato il paradosso di andare a penalizzare proprio i produttori green. Inoltre Madrid ha annunciato che imporrà per decreto un meccanismo di aste sulla produzione idroelettrica. La mossa assomiglia molto a una nazionalizzazione, realizzata con la requisizione di fatto di una parte dell'energia dai produttori idroelettrici, obbligati a offrire all'asta a un prezzo politico. Si tratterebbe di un intervento radicale che potrebbe non piacere a Bruxelles. Anche questa opzione però non sembra possa essere presa in considerazione da Palazzo Chigi. La Grecia ha promesso una manovra straordinaria con la quale assegnerà dei sussidi. Questo appare un intervento nelle corde del governo italiano.
In ogni caso, nessuna delle azioni annunciate sin qui affronta i tre nodi cruciali che hanno portato a questa situazione, ovvero il Green deal e i rapporti con la Russia. Le regole del mercato europeo della CO2 sono considerate responsabili dell'aumento vertiginoso dei prezzi dell'energia. In settimana però il commissario al Clima, Frans Timmermans, ha affermato che il sistema delle quote di CO2 non cambia. Secondo l'olandese, l'aumento dei prezzi deve servire proprio per accelerare la transizione. Come le dichiarazioni di Timmermans dimostrano, l'aumento dei prezzi voluto: il mercato dei permessi di emissione di CO2 è studiato per questo.
L'aumento dei prezzi del gas ha origini diverse ma che fanno capo comunque alle politiche europee. Infatti, da mercato fornito tradizionalmente con contratti di lungo periodo a condizioni stabili, l'Ue è stata trasformata in un grande mercato spot, cioè di breve termine, molto volatile e dipendente in gran parte dai prezzi mondiale del gas liquefatto (Lng). Nell'estate 2020 i prezzi del gas a spot viaggiavano tra i 4 e i 10 euro al MWh, cosa che ha indotto gli operatori a snobbare i contratti a più lungo termine. Al termine della scorsa stagione invernale i prezzi spot erano ancora ragionevoli, circa 15 euro al MWh. Contando di godere di prezzi bassi nei contratti di breve termine, non si è provveduto a riempire gli stoccaggi utilizzando contratti a più lunga scadenza. Questa congiuntura è cambiata in primavera, quando la domanda asiatica ha deviato l'offerta di Lng dall'Europa. Ciò ha innescato una salita vertiginosa dei prezzi proprio mentre la Russia riduceva i flussi di esportazione, per motivi tecnici e geopolitici. I rapporti diplomatici con Mosca infatti sono molto tesi sulla questione del gasdotto Nord stream 2.
Come era prevedibile, avviare una guerra ai combustibili fossili mentre ancora si è dipendenti da questi non si sta rivelando un'operazione saggia. «Ritirarsi non è fuggire, né aspettare, è assennatezza quando il pericolo sorpassa la speranza», dice Sancio a don Chisciotte. Forse è tempo che l'Europa smetta di combattere contro i mulini a vento.
Il governo tergiversa sulle bollette
Il Consiglio dei ministri di ieri ha deciso di non trattare il tema dell'aumento energetico che andrà a colpire gli italiani a partire dal 1° ottobre. Il tema del rincaro delle bollette potrebbe essere affrontato invece al cdm di settimana prossima. Nella giornata di ieri il premier, Mario Draghi, ha incontrato a Palazzo Chigi il ministro per la Transizioni ecologica, Roberto Cingolani, e quello dell'Economia, Daniele Franco, per cercare di mettere a punto un intervento sul tema bollette. Quello che per il momento si sa è che il governo starebbe lavorando a un fondo da 3 miliardi di euro per cercare di alleggerire il rincaro che colpirà nelle prossime settimane i cittadini. L'intervento che l'esecutivo sta mettendo a punto molto probabilmente non sarà però un taglio dell'Iva, come era stato chiesto dalla Lega (strategia che era già stata usata con i precedenti aumenti), ma più un taglio della componente in bolletta legata agli oneri generali di sistema. Inoltre, si starebbe anche pensando a un cambio nel metodo di calcolo della stessa.
Mentre l'esecutivo decide il da farsi, i partiti politici incitano Palazzo Chigi a trovare una soluzione il prima possibile. Secondo il deputato della Lega Jari Colla, componente della commissione Attività produttive e tutela dei consumatori, «l'aumento paventato delle bollette di luce e gas è inaccettabile, metterebbe in crisi famiglie e imprese innescando una pericolosissima reazione a catena, depressiva per l'economia. Il governo intervenga subito. Fermare l'aumento è un dovere». Sulla stessa linea anche il Partito democratico che tramite il suo segretario, Enrico Letta, ha chiesto di trovare una soluzione al problema. Secondo Antonio Misiani, responsabile economico del Pd, si può alleggerire la bolletta elettrica «iniziando a intervenire sugli oneri di sistema, come peraltro già nei mesi passati si è fatto. Vorrei ricordare che sulle bollette degli italiani sono caricati 14 miliardi di euro, ci sono gli incentivi sulle rinnovabili e un miliardo e mezzo per le imprese energivore, ci sono i contributi alle Ferrovie dello Stato e per lo smantellamento dei vecchi siti nucleari. Ci sono insomma tanti oneri impropri che vanno spostati via via sulla fiscalità generale. E nell'immediato un intervento è possibile agendo su quelle voci», conclude il senatore ai microfoni di radio Immagina.
Infine il Movimento 5 stelle, sempre nella giornata di ieri, ha presentato una mozione secondo la quale «una soluzione plausibile e di lungo respiro potrebbe consistere nel sovvenzionare gli oneri di sistema presenti in bolletta con altre fonti di finanziamento come sta accadendo, per esempio, in Spagna, Gran Bretagna e Germania. La nostra mozione chiede al governo di continuare a utilizzare il gettito derivante dalla vendita all'asta delle quote di CO2 per calmierare i prezzi delle bollette per cittadini e piccole e medie imprese», spiega Davide Crippa, capogruppo del M5s alla Camera.
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Le soluzioni, ma solo temporanee, sono spostare gli oneri sulla fiscalità generale, ridurre l'Iva, scambiare il surplus di energia verde o usare i soldi delle aste di CO2. Ma la vera risposta è cambiare le politiche Ue.Il Cdm ieri non ha affrontato la questione: se ne parlerà la prossima settimana Mario Draghi vede Roberto Cingolani e Daniele Franco. Allo studio un fondo da 3 miliardi contro i rincari.Lo speciale contiene due articoli.La situazione sui mercati energetici è serissima. Gli aumenti continuano ed è difficile capire quando finiranno. Le dichiarazioni di Roberto Cingolani, ministro per la Transizione ecologica, su aumenti del 40% attesi nelle bollette dell'ultimo trimestre hanno sollevato polemiche, ma ancora una volta la politica è in grave ritardo. Già oggi quel 40% potrebbe essere un 50%. Ma quali sono le leve su cui agire nell'immediato? La prima non è una novità: il governo potrebbe eliminare dalla fattura energetica gli oneri di sistema e trasferirli sulla fiscalità generale. Se ne parla da anni. Questi oneri, che gravano per circa il 20%, sarebbero così assegnati a un capitolo di spesa del bilancio dello Stato le cui coperture sono tutte da individuare. Ieri si parlava di un fondo da 3 miliardi. Questo potrebbe essere l'unico intervento strutturale realmente fattibile, che avrebbe il pregio di fare chiarezza sugli oneri realmente collegati alle attività energetiche ma il difetto di non affrontare i nodi alla base degli aumenti dei prezzi delle commodity fisiche. Le altre possibilità che elenchiamo qui, anch'esse non utili a risolvere alla radice il problema, sarebbero una tantum o temporanee. La seconda opzione è qualcosa di cui si è già parlato: usare i proventi delle aste di permessi di emissione CO2 per coprire i costi dei rialzi. Solo nel primo semestre del 2021 l'ammontare che il Gse ha incassato dalle aste ha superato 1,1 miliardi di euro. Una parte è già stata utilizzata a giugno, quando il governo è intervenuto per attenuare l'impatto degli aumenti che si erano già verificati. Ciò che resta, più i proventi delle aste del terzo e del quarto trimestre, è utilizzabile in quest'ottica. C'è poi una opzione non immediata ma praticabile, che potrebbe essere quantificata in 2-300 milioni di euro. L'Ue ha stabilito nel 2009 un meccanismo di trasferimento statistico dell'energia verde tra Paesi. In pratica, se un membro dell'Unione non ha raggiunto gli obiettivi di decarbonizzazione al 2020, può comprare il deficit di energia verde da un Paese in surplus. L'Italia ha, per il 2020, un surplus statistico di 38 TWh di energia elettrica da fonti rinnovabili. Questo eccesso potrebbe essere messo in vendita e il ricavato impiegato per ridurre l'aumento delle bollette. La quarta possibilità è quella di abbassare (o azzerare) le accise e l'Iva, che pesano per un 10-15%. Questo avrebbe un effetto immediato, ma l'opzione presenta il problema del mancato gettito, che andrebbe recuperato altrove. Vi sono poi interventi non ortodossi, sulla scorta di quanto altri Paesi stanno facendo. La Spagna interviene sulle regole del mercato. Dopo aver dimezzato l'Iva ha annunciato che preleverà dai bilanci dei produttori idroelettrici e nucleari i profitti derivanti dalla differenza tra il prezzo dell'energia venduta e i costi della CO2. Questo è un intervento che però il governo italiano difficilmente attuerebbe, anche considerato il paradosso di andare a penalizzare proprio i produttori green. Inoltre Madrid ha annunciato che imporrà per decreto un meccanismo di aste sulla produzione idroelettrica. La mossa assomiglia molto a una nazionalizzazione, realizzata con la requisizione di fatto di una parte dell'energia dai produttori idroelettrici, obbligati a offrire all'asta a un prezzo politico. Si tratterebbe di un intervento radicale che potrebbe non piacere a Bruxelles. Anche questa opzione però non sembra possa essere presa in considerazione da Palazzo Chigi. La Grecia ha promesso una manovra straordinaria con la quale assegnerà dei sussidi. Questo appare un intervento nelle corde del governo italiano. In ogni caso, nessuna delle azioni annunciate sin qui affronta i tre nodi cruciali che hanno portato a questa situazione, ovvero il Green deal e i rapporti con la Russia. Le regole del mercato europeo della CO2 sono considerate responsabili dell'aumento vertiginoso dei prezzi dell'energia. In settimana però il commissario al Clima, Frans Timmermans, ha affermato che il sistema delle quote di CO2 non cambia. Secondo l'olandese, l'aumento dei prezzi deve servire proprio per accelerare la transizione. Come le dichiarazioni di Timmermans dimostrano, l'aumento dei prezzi voluto: il mercato dei permessi di emissione di CO2 è studiato per questo. L'aumento dei prezzi del gas ha origini diverse ma che fanno capo comunque alle politiche europee. Infatti, da mercato fornito tradizionalmente con contratti di lungo periodo a condizioni stabili, l'Ue è stata trasformata in un grande mercato spot, cioè di breve termine, molto volatile e dipendente in gran parte dai prezzi mondiale del gas liquefatto (Lng). Nell'estate 2020 i prezzi del gas a spot viaggiavano tra i 4 e i 10 euro al MWh, cosa che ha indotto gli operatori a snobbare i contratti a più lungo termine. Al termine della scorsa stagione invernale i prezzi spot erano ancora ragionevoli, circa 15 euro al MWh. Contando di godere di prezzi bassi nei contratti di breve termine, non si è provveduto a riempire gli stoccaggi utilizzando contratti a più lunga scadenza. Questa congiuntura è cambiata in primavera, quando la domanda asiatica ha deviato l'offerta di Lng dall'Europa. Ciò ha innescato una salita vertiginosa dei prezzi proprio mentre la Russia riduceva i flussi di esportazione, per motivi tecnici e geopolitici. I rapporti diplomatici con Mosca infatti sono molto tesi sulla questione del gasdotto Nord stream 2. Come era prevedibile, avviare una guerra ai combustibili fossili mentre ancora si è dipendenti da questi non si sta rivelando un'operazione saggia. «Ritirarsi non è fuggire, né aspettare, è assennatezza quando il pericolo sorpassa la speranza», dice Sancio a don Chisciotte. 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Nella giornata di ieri il premier, Mario Draghi, ha incontrato a Palazzo Chigi il ministro per la Transizioni ecologica, Roberto Cingolani, e quello dell'Economia, Daniele Franco, per cercare di mettere a punto un intervento sul tema bollette. Quello che per il momento si sa è che il governo starebbe lavorando a un fondo da 3 miliardi di euro per cercare di alleggerire il rincaro che colpirà nelle prossime settimane i cittadini. L'intervento che l'esecutivo sta mettendo a punto molto probabilmente non sarà però un taglio dell'Iva, come era stato chiesto dalla Lega (strategia che era già stata usata con i precedenti aumenti), ma più un taglio della componente in bolletta legata agli oneri generali di sistema. Inoltre, si starebbe anche pensando a un cambio nel metodo di calcolo della stessa. Mentre l'esecutivo decide il da farsi, i partiti politici incitano Palazzo Chigi a trovare una soluzione il prima possibile. Secondo il deputato della Lega Jari Colla, componente della commissione Attività produttive e tutela dei consumatori, «l'aumento paventato delle bollette di luce e gas è inaccettabile, metterebbe in crisi famiglie e imprese innescando una pericolosissima reazione a catena, depressiva per l'economia. Il governo intervenga subito. Fermare l'aumento è un dovere». Sulla stessa linea anche il Partito democratico che tramite il suo segretario, Enrico Letta, ha chiesto di trovare una soluzione al problema. Secondo Antonio Misiani, responsabile economico del Pd, si può alleggerire la bolletta elettrica «iniziando a intervenire sugli oneri di sistema, come peraltro già nei mesi passati si è fatto. Vorrei ricordare che sulle bollette degli italiani sono caricati 14 miliardi di euro, ci sono gli incentivi sulle rinnovabili e un miliardo e mezzo per le imprese energivore, ci sono i contributi alle Ferrovie dello Stato e per lo smantellamento dei vecchi siti nucleari. Ci sono insomma tanti oneri impropri che vanno spostati via via sulla fiscalità generale. E nell'immediato un intervento è possibile agendo su quelle voci», conclude il senatore ai microfoni di radio Immagina. Infine il Movimento 5 stelle, sempre nella giornata di ieri, ha presentato una mozione secondo la quale «una soluzione plausibile e di lungo respiro potrebbe consistere nel sovvenzionare gli oneri di sistema presenti in bolletta con altre fonti di finanziamento come sta accadendo, per esempio, in Spagna, Gran Bretagna e Germania. La nostra mozione chiede al governo di continuare a utilizzare il gettito derivante dalla vendita all'asta delle quote di CO2 per calmierare i prezzi delle bollette per cittadini e piccole e medie imprese», spiega Davide Crippa, capogruppo del M5s alla Camera.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».