Mario Draghi, un anno e mezzo fa, aveva avvisato: l’obbligo di green pass sarà gradualmente revocato, ma «l’infrastruttura giuridica e tecnologica rimane». In pochi fecero caso alla precisazione dell’ex premier: a cosa mai serviva tenere in piedi un sistema che era stato usato per privare di diritti fondamentali – lavorare e circolare liberamente – i cittadini italiani in nome di un «diritto alla salute» che il green pass non ha garantito? Una prima conferma che è stato pensato per durare in eterno, come La Verità ha preannunciato sin dalla sua istituzione, è arrivata a giugno 2022, quando l’Unione europea, ormai uscita dall’emergenza pandemica, aveva inspiegabilmente prolungato di un anno la durata della certificazione verde anti Covid. Istituita nel 2021, la tessera verde che doveva scadere il 30 giugno 2022 era stata prorogata fino al 30 giugno 2023, ossia fino a ieri. Qualche settimana fa, il commissario europeo per la Salute Stella Kyriakides e il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, hanno firmato un accordo amministrativo e una lettera d’intenti a Ginevra per promuovere l’adozione, da parte dell’Oms, del sistema di certificazione vaccinale dell’Ue, conosciuto in Italia come green pass. L’ultimo step è stato la proroga sine die dell’infrastruttura su cui poggia la certificazione verde, scattata pochi giorni fa: il Consiglio dell’Unione europea ha appena adottato la raccomandazione che garantisce la transizione graduale del sistema di certificazione usato in pandemia verso una rete globale di «certificazione della salute digitale» gestita dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
Nel documento approvato, che è in vigore da oggi, il Consiglio, che rappresenta i capi di Stato e di governo Ue, incoraggia gli Stati membri a «unirsi, seguire e partecipare all’ulteriore sviluppo della rete globale di certificazione della salute digitale dell’Oms». Come? Innanzitutto non smantellando l’infrastruttura, come già aveva anticipato Draghi a marzo 2022. Fino a quando la rete europea non sarà collegata a quella dell’Oms – dunque da oggi fino alla fine del 2023 – le nazioni europee sono incoraggiate a rimanere collegate al gateway dell’Ue (l’infrastruttura che era stata realizzata per la verifica dei green pass). Nei prossimi mesi, la tecnologia europea sarà integrata nella rete globale di certificazione della salute digitale dell’Oms. «Spetterà tuttavia agli Stati membri decidere se e quando connettersi a essa», si legge nel documento del Consiglio che promette, sulla carta, uno spiraglio di sovranità che nei fatti è andato perduto.
Come funzionerà la rete globale? Una volta collegati alla rete, gli Stati membri saranno «incoraggiati» a rilasciare e accettare certificati Covid compatibili con i requisiti della rete, in particolare in caso di emergenza sanitaria pubblica dichiarata di rilevanza internazionale. Gli Stati membri sono inoltre «incoraggiati» a seguire e partecipare all’ulteriore sviluppo della rete Oms, come la sua possibile espansione ad altre malattie al di là del Covid, o ad altri usi nel contesto sanitario: le famose «future pandemie».
Tecnicamente l’Ue si presta, fino al 31 dicembre 2023, a fare da ponte con l’Oms, mantenendo l’infrastruttura europea che doveva essere smantellata ieri, attiva per altri sei mesi. Come se non bastasse, il Consiglio Ue incoraggia gli Stati membri a «continuare a rilasciare certificati identici al certificato digitale Covid dell’Ue anche dopo il 30 giugno 2023». Ma il green pass non è stato revocato un anno fa? E la pandemia non è finita? Abbiamo scherzato. Anche perché la tessera non servirà ad «agevolare la circolazione delle persone e dei loro dati», come si affannano a rassicurare in quel di Bruxelles, bensì ad agevolare, come si legge nel regolamento istitutivo, «l’esercizio del diritto di libera circolazione», sfumatura non indifferente. Sarà di fatto una tessera transfrontaliera che verificherà lo status vaccinale di ogni singolo cittadino, che potrà (o, a seconda del Paese dove si reca, dovrà) esibirla nel corso dei suoi spostamenti. Infatti la certificazione «non è un documento di viaggio», ma «chi si mette in viaggio dovrà verificare le restrizioni del Paese dove intende recarsi». Tuttavia, il rilascio dei certificati «non comporta una discriminazione». Da cosa lo si evince? Mistero.
Il dg dell’Oms Ghebreyesus ha annunciato che il certificato includerà «una serie di servizi sanitari digitali» e potrà essere utilizzato «anche in altre situazioni» come, ad esempio, la digitalizzazione del certificato internazionale di vaccinazione, la verifica delle prescrizioni all’estero, la scheda sanitaria del paziente e la verifica dei certificati di vaccinazione, non solo Covid, dentro e fuori i confini. Sarà dunque una sorta di «tessera annonaria dei servizi sanitari» estesa in tutto il mondo ma al tempo stesso, assicurano a Bruxelles, «l’Oms non avrà accesso ad alcun dato personale». Eppure era difficile immaginare, un anno fa, una rappresentazione più dissimulatoria di questa.
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