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Ansa
A Pontida l’ultimo saluto dei militanti all’Umberto, l’uomo che ha regalato un sogno al Nord. Applausi per Meloni, alte cariche presenti (ma non Mattarella). Giorgetti spegne il coro «Bruciamo il tricolore».
«Hai osato dove nessuno osava. Il tuo sogno vive». L’estremo saluto al Senatur sta tutto in questo striscione davanti al sagrato del monastero di San Giacomo a Pontida; nostalgia, tenerezza, consapevolezza di un mondo perduto. È questa la cifra più intima del «funerale di popolo» che la famiglia ha preferito contrapporre al più solenne funerale di Stato. E quando l’auto con il feretro rallenta davanti al pratone dei tuoni motivazionali, degli annunci politici e dei «vadaviaiciap» cosmici, sui 2000 fedelissimi scende un silenzio irreale. Il mezzo toscano fra le dita e la voce arrochita dall’altro mezzo, sembra di vederlo, Umberto Bossi, mentre costruisce quel sogno nei suoi 30 anni da leader della Lega.
È quasi mezzogiorno e la chiesa del Giuramento di Pontida, quando nel 1167 alcune città lombarde si coalizzarono contro l’imperatore Federico Barbarossa, è piena. I posti sono 400, gli altri fuori sul viale delle Rimembranze a guardare il maxischermo con i fazzoletti verdi al collo, mentre sventolano i vessilli con il Sole delle Alpi, il simbolo che Giulio Andreotti (lui aveva capito tutto) tentò invano di comprare per depotenziare l’identità leghista. Erano gli anni in cui la sinistra ipocrita, che ieri flautava commenti al miele, trattava Bossi come Hitler.
Sul sagrato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti - vero deus ex machina delle esequie, delegato dalla famiglia - accoglie uno per uno gli ospiti istituzionali, dal premier, Giorgia Meloni (ovazione), ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa; da Antonio Tajani a Maurizio Lupi, ai molto applauditi governatori Attilio Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, ai ministri Giuseppe Valditara, Alessandra Locatelli, Roberto Calderoli, l’amico dagli albori. Manca il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e l’assenza nel giorno della livella, che dovrebbe azzerare le differenze politiche, si nota. Hanno tutti il cappotto, oggi il manzoniano cielo di Lombardia è parecchio imbronciato.
C’è anche Letizia Moratti, passa Irene Pivetti, l’applausometro crolla alla comparsa di Mario Monti («Vai via venduto!»), che rivela il motivo della sua presenza: «Per lui ho sempre nutrito un grande rispetto, mi voleva premier già nel 1995 dopo il Ribaltone ma Berlusconi disse no». Matteo Salvini viene rimbrottato («Molla la camicia verde», «Ridacci la Lega») da un preciso angolo della piazza, quello occupato da pasdaran in disarmo come Mario Borghezio e da transfughi del Partito popolare per il Nord dell’ex ministro Roberto Castelli, che azzarda: «Qui non ci sono leghisti, ci sono solo bossiani». Una contestazione isolata e surreale da parte di chi non ha mai digerito la svolta nazionale del partito, peraltro portato dall’attuale leader a percentuali impensabili dal giorno (2012) del famoso weekend delle scope alla Fiera di Bergamo.
Preso in contropiede, il segretario nasconde bene lo stupore mentre la sua compagna, Francesca Verdini, si lascia scappare uno «smettetela, è un funerale». I reduci ultrà si ricompongono, parte qualche nostalgico «Bruciamo il tricolore», c’è chi scandisce il polveroso «Secessione!». Nel contesto di raccoglimento generale sono quattro gatti ma piacciono parecchio al giornalista collettivo mainstream in cerca di facile indignazione fuori dal tempo. Giorgetti se ne accorge e ferma i coretti, dovrà farlo anche alla fine per consentire di intonare «L’eterno riposo». Dettagli di nostalgici con la testa rivolta al passato remoto.
Nella chiesa senza cameraman e fotografi la commozione prende il sopravvento davanti alla bara con il cuscino di rose bianche e la bandiera della Padania. Giorgetti e Renzo Bossi (l’amatissimo Trota) salgono sull’altare per le letture, poi l’abate don Giordano Rota affronta un’omelia con vista sull’eternità attraverso la preghiera. Guarda la moglie siciliana dell’Umberto, Manuela Marrone, gli altri figli Eridano Sirio e Roberto Libertà, e scandisce: «Noi pensiamo a Dio come un supereroe, ma Gesù non toglie il peso della sofferenza, fa una cosa molto più grande: condivide con noi tutto questo. Non ci toglie ciò che ci dà fastidio, ma ci salva dalla morte. Il dolore rimane, ma sappiamo che Lui è con noi. Per questo con la fede vogliamo vivere il distacco dal nostro fratello Umberto attraverso quel canale nuovo per relazionarsi con lui, quello della preghiera».
Tutto molto sobrio, tutto molto nordico. All’uscita del feretro un momento da brivido: il coro degli alpini della Valle San Martino intona a cappella quel Va’ pensiero verdiano che Bossi avrebbe voluto come inno nazionale. È il momento delle condoglianze e del ricordo di due volti che riconducono al suo grande alleato e contraltare, Silvio Berlusconi. Fedele Confalonieri è lapidario: «Di lui parlerà la Storia perché lui è già nella Storia». Marcello Dell’Utri si sofferma su un dettaglio interessante: «Sono andato a trovarlo qualche giorno fa, era stanco e parlava poco, sempre con quel mezzo toscano fra le labbra. Viveva in una casa povera, con una cucina povera». Come a ribadire che con la politica non si è mai arricchito. Il giudizio bossiano sulla Lega di oggi? Se ne va buttando lì: «Stendiamo un velo pietoso».
Su Pontida aleggia una domanda immateriale e decisiva. Qual è l’eredità politica di Umberto Bossi? Massimiliano Romeo, capogruppo del Carroccio al Senato, non ha paura di rispondere. «Dobbiamo andare avanti sulla strada tracciata che è quella di pensare a un partito nazionale. Ma la questione settentrionale è ancora aperta e deve essere ripresa con più forza, con più vigore. C’è una rivoluzione da concludere e i tempi sono maturi per l’autonomia dei territori a livello nazionale». Completa il concetto Roberto Molinari, capogruppo alla Camera: «Salvini tiene alta la bandiera del federalismo e dell’autonomia. Se oggi le Regioni del Nord possono discutere con lo Stato centrale degli statuti nuovi è grazie alla riforma dell’autonomia differenziata, sull’onda del pensiero di Bossi. Fra la sua Lega e quella di adesso non ci sono differenze. Oggi non è un giorno di polemiche».
Nel viaggio verso Gemonio, il corteo del Senatur passa fra gli applausi sotto un cavalcavia dove compare un grande striscione bianco: «Una vita senza libertà non è vita. W Bossi». Proprio come W Coppi, pura passione. È l’ultimo abbraccio di un popolo che lo ha amato e non lo dimenticherà mai.
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Donald Trump (Ansa)
La Casa Bianca: «Colpiamo le centrali elettriche se non fate circolare le navi». Ma pone anche sei condizioni per il dialogo.
Gli Stati Uniti tentano la via diplomatica ma al tempo stesso alzano il livello dello scontro con Teheran, in un quadro sempre più instabile che coinvolge lo Stretto di Hormuz, Israele e il Libano. Secondo fonti citate da Axios, gli inviati di Donald Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff stanno lavorando alla creazione di una squadra incaricata di negoziare con l’Iran su ordine diretto del presidente.
Negli ultimi giorni non si registrano contatti diretti tra Washington e Teheran, ma Egitto, Qatar e Regno Unito avrebbero svolto un ruolo di mediatori per lo scambio di messaggi. Il Cairo e Doha avrebbero informato Stati Uniti e Israele che la Repubblica islamica sarebbe interessata ad avviare negoziati, ma solo a condizioni molto rigide compresi dei risarcimenti in denaro. Washington, dal canto suo, ha posto sei richieste stringenti: sospensione del programma missilistico per cinque anni, stop totale all’arricchimento dell’uranio e smantellamento degli impianti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow. Le condizioni americane includono anche protocolli di controllo esterno sulle centrifughe, accordi regionali sul controllo degli armamenti con un tetto massimo di mille missili e la cessazione dei finanziamenti ai gruppi alleati di Teheran, tra cui Hezbollah in Libano, gli Huthi in Yemen e Hamas nella Striscia di Gaza.
Sul piano politico, la trattativa appare complicata anche dall’incertezza sulla leadership iraniana. Dopo l’uccisione di diversi vertici del regime e del mistero che circonda la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, non è chiaro chi possa negoziare per conto di Teheran. Da settimane circolano voci sulla sua morte, mentre il regime prova a smentirle diffondendo immagini e video generati con l’intelligenza artificiale. Accanto alla diplomazia, cresce la pressione militare. Donald Trump ha lanciato un ultimatum a Teheran, minacciando di colpire le centrali elettriche iraniane se lo stretto di Hormuz non verrà riaperto completamente entro 48 ore (ultimatum che scade oggi). La risposta iraniana è stata immediata. Le forze armate della Repubblica islamica hanno avvertito che la chiusura totale dello stretto è possibile e che eventuali bombardamenti provocherebbero «danni irreversibili» alle infrastrutture della regione.
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che qualsiasi attacco statunitense scatenerebbe una rappresaglia immediata contro infrastrutture energetiche e petrolifere, con conseguenze dirette sui prezzi del petrolio. Teheran ha comunque ribadito la disponibilità a collaborare con l’Organizzazione marittima internazionale per la sicurezza della navigazione, pur precisando che il passaggio nello stretto resterà limitato per le navi legate ai «nemici dell’Iran».
Nel frattempo il confronto militare si è intensificato su più fronti. Il CentCom ha annunciato di aver distrutto la fabbrica di Kuh-e Barjamali, a sud di Teheran, indicata come uno dei siti in cui venivano assemblati missili balistici a corto e medio raggio. L’operazione si inserisce in una campagna mirata a colpire la filiera missilistica iraniana. Sul fronte regionale tre missili balistici hanno preso di mira la regione di Riad, capitale dell’Arabia Saudita, nel ventitreesimo giorno della guerra. Il ministero della Difesa saudita ha reso noto che uno dei vettori è stato intercettato mentre gli altri due sono caduti in un’area disabitata. Dalla mezzanotte sono stati inoltre neutralizzati cinque droni ostili nello spazio aereo del Regno. Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di aver attivato le difese aeree in risposta a minacce provenienti dall’Iran. Il ministero della Difesa ha precisato che i rumori avvertiti sul territorio sono dovuti all’intercettazione di missili e droni. Secondo un portavoce, tre velivoli senza pilota sono stati abbattuti nella regione orientale del Paese.
Contemporaneamente l’esercito israeliano ha annunciato di essere impegnato in attacchi nel centro di Teheran, all’indomani dei due devastanti attacchi iraniani nel sud di Israele. In una dichiarazione, le Forze di difesa israeliane hanno affermato di «stare attualmente conducendo attacchi contro il regime terroristico iraniano nel cuore di Teheran». Sul territorio israeliano le conseguenze degli attacchi restano pesanti. Un missile balistico dotato di testata a grappolo ha colpito il centro del Paese causando quindici feriti, mentre il bilancio complessivo degli attacchi su Arad e Dimona è salito a 175 persone coinvolte, alcune in gravi condizioni. Le submunizioni disperse su un’ampia area hanno aumentato l’impatto dell’attacco e complicato le operazioni di soccorso. Benjamin Netanyahu ha sottolineato che il lancio iraniano contro la base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano dimostra la capacità di Teheran di colpire a circa 4.000 chilometri di distanza, arrivando potenzialmente a minacciare aree profonde dell’Europa. Un messaggio rivolto agli alleati occidentali sulla portata strategica della minaccia.
La crisi si estende inoltre al Libano meridionale. Il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha ordinato la distruzione dei ponti sul fiume Litani utilizzati, secondo Israele, per attività di Hezbollah. Le forze israeliane hanno riferito di aver ucciso almeno dieci combattenti della milizia sciita, mentre Hezbollah sostiene di aver lanciato almeno dodici attacchi contro posizioni israeliane. Il presidente libanese Joseph Aoun ha condannato i bombardamenti di Israele contro ponti e infrastrutture nel sud del Libano, definendoli una pericolosa escalation e un possibile preludio a un’invasione terrestre.
Trump in serata ha attaccato il presidente israeliano Isaac Herzog, definendolo «un bugiardo, debole e patetico» per non aver concesso la grazia a Netanyahu.
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Perché aeroplani ed elicotteri militari statunitensi portano il nome delle tribù indiane? Ecco l’idea un po’ folle ma rivoluzionaria di un generale americano.
Ansa
Magistrati storici, ex procuratori di Cassazione, capi di Tribunale. «La Verità» ha ospitato per settimane i pareri di chi amministra la giustizia e sostiene le ragioni della riforma. Sono la risposta migliore a chi ragiona per slogan. Fino alle 15 c’è tempo per ascoltarli.
Tra poche ore sapremo se la riforma dell’ordinamento giudiziario allestita dalla maggioranza di governo avrà superato il vaglio popolare. Chi in queste ore si sta recando alle urne con l’unico obiettivo di azzoppare Giorgia Meloni, rischia di affossare definitivamente l’ultimo tentativo di staccare la magistratura dalle ideologie e le sentenze dalla discrezionalità.
In questa battaglia senza esclusione di colpi la voce più rumorosa è stata quella delle toghe organizzate in correnti e sindacato, capaci di opporsi alle modifiche proposte dal potere politico con forza di partito Il comitato per il No, con base negli uffici dell’Associazione nazionale magistrati e guidato dai capataz delle correnti, ci ha fatto sapere che il 77% delle toghe non fa parte di gruppi. Quindi il 23, rispondiamo noi, decide praticamente tutto. Ma le ragioni della maggioranza silenziosa dei magistrati, molti dei quali favorevoli al Sì, non sono state rappresentate dalla minoranza rumorosa, che ha in mano le chiavi del sistema e delle nomine. Per questo il Fronte del No ha risposto con tanta virulenza all’idea del cambiamento: sorteggiare i componenti del Csm e far giudicare gli errori delle toghe da un’Alta Corte disciplinare esterna al Csm priverebbe le correnti della loro stessa ragion d’essere ovvero dello ius decidendi sulla vita professionale dei magistrati (dalle promozioni alle sanzioni). In questa lotta per la sopravvivenza, molti pm e giudici hanno preferito non esporsi e lasciare il palcoscenico ai difensori dello status quo, i quali occupano tutti i principali ruoli decisionali della categoria. Difficile, quindi, far emergere verità alternative.
Per fortuna una cinquantina di toghe, attive o in quiescenza, in rappresentanza di mondi e sensibilità diversi (cattolici conservatori, progressisti riformatori e persino ex grillini) sono uscite allo scoperto per provare a liberare la magistratura da queste incrostazioni ideologiche e consentire la realizzazione di quel giusto processo con giudici davvero terzi e imparziali agognato dai Padri costituenti e dai loro epigoni, come l’ex Guardasigilli Giuliano Vassalli che aveva tracciato il solco per la separazione delle carriere dei magistrati e per l’effettiva equiparazione di accusa e difesa. I Cinquanta si sono fatti portavoce di una vera e propria rivoluzione culturale e hanno provato a rispondere con argomenti concreti alle infinite fake news del Fronte del No che annunciava peste e cavallette.
Sono scesi in campo Antonio Di Pietro e l’ex procuratore generale della Cassazione Luigi Salvato, i consiglieri del Csm Andrea Mirenda e Isabella Bertolini e il presidente di sezione della Cassazione Giacomo Rocchi, l’ex presidente della Corte d’Appello di Roma e del Tribunale di Torino Luciano Panzani e il capo dipartimento del ministero Antonio Sangermano, ma anche i procuratori Giuseppe Capoccia, Alfonso D’Avino, Antonio Gustapane e Antonello Racanelli.
Al loro fianco si sono schierati tanti colleghi impegnati tutti i giorni a mandare avanti la giustizia da magistrati «semplici» in territori di frontiera. Tutti insieme, come voci di un unico coro, hanno iniziato a spiegare per iscritto su questo giornale che la riforma non è un tentativo di mettere sotto il controllo dell’Esecutivo la magistratura, ma di dare definitiva attuazione al cosiddetto sistema accusatorio introdotto nel nostro Paese nel 1989, in base al quale accusa e difesa dovrebbero trovarsi sullo stesso piano. Il risultato è stato un puzzle di articoli spesso bellissimi, ma soprattutto onesti e ricchi di aneddoti e di vita vissuta. La ciliegina sulla torta è stata l’intervista al presidente emerito della Corte costituzionale, Augusto Barbera, che ha confermato, se ce ne fosse stato bisogno, che i veri riformisti votano Sì, mentre chi vuole mantenere un sistema nato con il fascismo e improntato alla necessità di un controllo del manovratore sulla giustizia vota No. È stata la parola definitiva.
Che ha chiuso una campagna referendaria piena di sgambetti e colpi bassi. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ci ha fatto sapere che «voteranno per il Sì indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Poi abbiamo scoperto che una delle toghe impegnate nella battaglia per il No era il pregiudicato Piercamillo Davigo, seguito a ruota («Il rimedio è peggiore del male») dall’ex piduista e pluripregiudicato Luigi Bisignani, finito pure nelle maglie dell’inchiesta sulla cosiddetta P4. Il segretario generale dell’Anm Rocco Maruotti è persino riuscito a collegare in modo ardito l’uccisione da parte della polizia di un attivista Usa alla «riforma Meloni-Nordio». Per fortuna, i Cinquanta, invece, di perdere tempo a terrorizzare i cittadini, vaticinando future dittature e deportazioni di pm, hanno preferito spiegare, testo costituzionale alla mano, che cosa cambierà con la riforma. Lo hanno fatto con competenza e pazienza. Qualcuno ci ha messo più cuore, qualcun altro ha preferito entrare nel dettaglio delle norme. Ma tutti si sono segnalati per chiarezza e preparazione. I nostri lettori, grazie a loro, hanno capito davvero su cosa siamo chiamati a votare. Anziché alzare polveroni i nostri editorialisti e intervistati hanno voluto evidenziare l’occasione offerta dalla riforma: una modernizzazione dell’ordinamento giudiziario, ma soprattutto dell’intero Paese. Per questo ringraziamo questi magistrati che hanno permesso ai nostri lettori di comprendere il vero spirito della legge. L’unica cosa che potete fare per non rendere inutile il loro sforzo è ascoltarli e andare a votare Sì.
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