La rieducazione alla Concia spiazza la destra
Anna Paola Concia (Ansa)
Il ministro Giuseppe Valditara non risponde, ma monta il malumore per la scelta dell’esponente Lgbt a capo del nuovo progetto scolastico. Dalla lotta al patriarcato a quella contro il colore rosa, ecco che cosa possiamo aspettarci.

Il problema non è (solo) la scelta di Anna Paola Concia come coordinatrice del progetto ministeriale Educare al rispetto. Il nodo vero, tocca dirlo una volta per tutte, è il progetto in sé o più precisamente la mentalità che lo ha partorito, di cui abbiamo da settimane evidente ( manifestazione in ogni pubblico consesso. Assistiamo a talk show in cui fior di dottori e commentatori si affannano a spiegare come e quanto dovrebbero essere educati gli adolescenti e i fanciulli. Psicologi titolati e attiviste di vario genere (in tutti i sensi) si peritano di illustrare gli infiniti modi in cui i giovani dovrebbero essere avviati alla sessualità da menti adulte e capaci possibilmente dotate di diploma o attestato di frequenza di un corso specialistico. Si afferma – anzi, si è già affermata da parecchio – la nefasta idea che non si possa prescindere dagli «esperti», senza i quali gli infanti non possono crescere adeguatamente e i genitori non sono in grado di svolgere il proprio compito.

Di fronte al surreale spettacolo viene da domandarsi come diamine abbiano fatto, nel corso della Storia, milioni di esseri umani a gestire in totale autonomia e persino con soddisfazione le proprie relazioni erotiche, sentimentali e amicali. Come hanno potuto, costoro, tirare avanti senza l’aiuto di opportuni life coach pronti a svelare il segreto di una buona vita? Come hanno campato senza nemmeno un manuale di auto aiuto?

La sensazione è di trovarsi in una sorta di società del tutorial, in cui anche il più piccolo gesto deve essere scientificamente testato e approvato da un apposito comitato. In cui i gruppi e i singoli non sono più capaci di muoversi in assenza di stampelle morali e psichiche. Siamo al cospetto di una forma perversa di assistenzialismo dell’anima, nel pieno di quella che Frank Furedi definì «deriva terapeutica». Già nel Novecento, come ebbe a mostrare lo storico Christopher Lasch, è cominciato l’assalto alla famiglia attraverso la socializzazione delle funzioni educative. Esperti di ogni genere hanno iniziato a sottrarre ai genitori la responsabilità di crescere i pargoli, alterando «la qualità del legame genitore-figlio». Questa invasione subita dalle famiglie da un lato «indicava al genitore un ideale di perfezione», dall’altro «demoliva la sua fiducia nella capacità di adempiere alle più elementari mansioni educative». A partire dagli anni Ottanta, poi, ha cominciato a produrre frutti marci quella che Furedi definisce «erosione della solidarietà sociale e delle norme comunitarie», accompagnata dall’indebolimento «dell’influenza dell’autorità tradizionale sulla conduzione della vita quotidiana».

Tali fenomeni non hanno soltanto intaccato l’autorità della famiglia ma, più di recente, hanno cominciato a interferire pesantemente con l’autonomia dei singoli. Il risultato è che veniamo trattati come persone che non sanno provvedere a sé stesse, che non possono regolarsi da sole e decidere liberamente riguardo alla propria permanenza nel mondo. Qualcuno – di solito indicato dal governo, da qualche istituzione sovranazionale o, peggio, da una grande azienda – deve ogni volta spiegarci come lavarci le mani, come parlare al prossimo, come amare, cosa iniettarci, come inquinare di meno eccetera.

Ciò non significa, intendiamoci, che corsi, seminari, terapie e sedute di dialogo siano del tutto inutili o dannosi: nei casi migliori possono informare, stimolare il pensiero, fornire spunti di riflessione. Divengono deleteri, però, nel momento in cui sono organizzati sulla base di un pregiudizio, e cioè l’idea – attualmente onnipresente – che il singolo vada sempre e comunque rieducato, ricondotto sulla retta via da qualcuno «che sa» le cose. Troppo spesso, per altro, i sedicenti esperti non sono davvero esperti: semplicemente sono figure adeguatamente formate dal potere dominante al fine di diffonderne l’ideologia.

Il problema, dunque, non è nemmeno la Concia. Il problema sta nella convinzione che si debba sempre e comunque formare – cioè in definitiva plasmare – l’individuo per uniformarlo al modello prevalente, allo spirito del tempo. Nella convinzione che ogni sapere naturale – quindi vernacolare, comunitario, tradizionale – abbisogni di correzioni e rettificazioni. Un tempo, questo sapere veniva veicolato dalla famiglia prima e dalla scuola poi, con la collaborazione di altre agenzie educative (le chiese, i gruppi sportivi, le autorità spirituali eccetera). Oggi tutte queste istituzioni sono ferite, doloranti, depauperate.

Al posto dei maestri ci sono gli esperti. E gli ottimi risultati che ottengono sono visibili a chiunque.

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