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2021-05-10
La pandemia colpisce le donne. Ora per loro lavorare è più difficile
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Le più pessimiste sono quelle con più esperienza, tra 45 e 64 anni: a domanda se l'emergenza Covid avrà risvolti sul fronte della condizione lavorativa femminile, il 60,3% di loro si dice convinto che peggiorerà. Fatta la media tra più giovani e più anziane, hanno la stessa convinzione quasi 56 donne su 100. Un indice statistico ufficiale della fiducia femminile non c'è, ma se si guarda allo spaccato che emerge dalla ricerca commissionata dalla onlus Progetto donne e futuro a Euromediaresearch, rischierebbe di essere un indicatore in costante ribasso di questi tempi. Le donne sono più della metà della popolazione italiana - quasi 30.600.000 persone, il 51,3% del totale - e per quanto riguarda il lavoro hanno subìto il maggiore impatto. La differenza con gli uomini esisteva già prima, ma la pandemia ha messo un carico da novanta. Nel 2020 il tasso di occupazione femminile del terzo trimestre era al 48,5% contro il 67,5% degli uomini, e il dato più significativo è quello dei posti di lavoro persi nel confronto tra la seconda metà del 2019 e l'analogo periodo del 2020: su 841.000, il 55,9% è donna, mentre per gli uomini si parla di un 44,1%.
La onlus fondata da Cristina Rossello ha voluto analizzare l'impatto della pandemia da Covid sul gender gap in Italia. Ne emerge che il 70,8% delle donne non ha visto miglioramenti nel tentativo di raggiungere una reale parità di genere da parte delle istituzioni. E per il 62,6% oggi la donna in Italia ha meno diritti e meno possibilità. I risultati dell'indagine dicono molto di come si arrivi a questi giudizi. Ad esempio, una (teorica) più facile conciliazione tra vita e lavoro è quasi un lusso che in poche si sono potute permettere. Durante il lockdown tra marzo e aprile 2020, infatti, le modalità di lavoro sono cambiate per una minoranza. Non lavorava da casa, ma fuori, il 57,5% delle donne: questa la quotidianità in particolare delle lavoratrici dipendenti (60,2%), specie se in una situazione economica «difficoltosa» (65,9%). Tra le intervistate, solo il 34,7% era in smart working, e soprattutto sono donne con più di 45 anni, residenti nel Centro Italia e con una situazione economica che viene definita «agiata». Un significativo 15,7% delle italiane, inoltre, risponde di essere stata in cassa integrazione, di aver dovuto prendere ferie o congedo: in prevalenza sono donne del Centro Italia già in difficoltà economica.
La ricerca ha sondato l'impatto sul gender gap anche nella seconda fase della pandemia. Per restituire una fotografia della nuova quotidianità dell'universo femminile italiano, ha studiato i ruoli nel nucleo famigliare in relazione al periodo. Per il 66,5% questi ruoli non sono cambiati rispetto al periodo pre Covid. Non è per forza un risultato positivo se, come certificano gli ultimi dati Istat disponibili (2018), le responsabilità di cura di genitori e familiari non autosufficienti sono un carico che pesa soprattutto sulle donne, limitandone la partecipazione al mercato del lavoro. Il 26,1% delle donne intervistate da Euromedia dichiara anzi che i ruoli in famiglia, nella cosiddetta seconda ondata, sono cambiati a svantaggio della donna, questa volta soprattutto nel Nordovest. Al contrario , gli uomini ne hanno fatto le spese soltanto nel 2,8% delle famiglie.
Il 42,5% delle italiane descrive inoltre come corrispondente ad «ansia e rabbia» il suo stato d'animo in questo periodo di emergenza sanitaria. Le più arrabbiate, e stressate, sono le donne che abitano nel Sud e nelle isole (48,5%), seguite da quelle nel Centro (44,9%). Le più giovani non hanno uno sguardo particolarmente ottimista, anzi: il 46% di chi ha tra 18 e 24 anni dichiara che la situazione dettata dalla pandemia sta incidendo profondamente sul rendimento lavorativo, e per la maggior parte lo crede chi non ha un posto fisso: il 47,4% delle autonome. Non è cambiato nulla - nel bene e nel male, si legge nella ricerca - per il 24% delle intervistate, e un 28,4% vive invece con speranza e positività: ritiene che il peggio sia passato e che il lavoro sia tornato a pieno regime. Questo il segnale che viene soprattutto dal Nordest:ne è convinto il 32,6%. Il voto che le donne assegnerebbero quindi alla propria esperienza lavorativa arriva così solo alla sufficienza: è 6 in media, poco sotto per le più giovani, soprattutto del Nordovest. Ancora più scarso è però il giudizio delle autonome: 5,4. Non sufficiente.
Non hanno poi dubbi le donne quando viene chiesto loro se in generale in Italia a livello lavorativo donne e uomini erano trattati allo stesso modo anche prima della pandemia: risponde di «no» il 69,4%. Una volta finita l'emergenza crede inoltre che si creeranno situazioni di penalizzazione lavorativa per le donne rispetto ai colleghi uomini il 45,5% delle donne. C'è quasi un pareggio se viene invece chiesta una previsione, in base a esperienze e percezioni, sul rischio di perdere il posto di lavoro: per il 47,6% c'è sia per le donne sia per gli uomini, per il 45,6% invece solo per le donne. Le italiane non credono insomma al detto che da ogni crisi ci sia un'opportunità: il 55,7% pensa che ci saranno risvolti negativi sul fronte della conciliazione lavorativa femminile, in prevalenza (38,7%) perché ci saranno più donne disoccupate, e per il 17% perché ritengono che il carico di lavoro delle donne aumenterà.
Infine, le proposte. Per il 50,9% delle italiane, tra gli interventi più urgenti c'è l'utilizzo per uno o più giorni a settimana dello smart working. Molto gettonata (43,9%) anche la richiesta di offrire una vera parità, sia salariale sia di tempi lavorativi, tra uomini e donne. Tre donne su dieci vorrebbero modificare i tradizionali orari di lavoro, o pensano sia da incentivare il part-time o l'introduzione in azienda di servizi per la famiglia, come asili nido interni. A livello istituzionale, la maggioranza indica come priorità l'impegno per ridurre la differenza di retribuzione a parità di ruolo e gli incentivi alle aziende che contrastano questo divario o facilitano la conciliazione.
«Sulle nostre spalle i figli e gli anziani. Troppi lo scordano»
Professione avvocato patrimonialista, Cristina Rossello è esperta di diritto societario e bancario. Origini liguri, vive e lavora a Milano da 30 anni, dove ha sede uno dei suoi studi; gli altri due sono a Roma e Bruxelles. Tra i suoi clienti ha avuto anche Silvio Berlusconi, e ha scelto Forza Italia per l'impegno in politica. Alla Camera il pallino di Rossello è l'equilibrio tra donne e uomini: ha firmato proposte in questo senso per il Csm e per le società quotate, ed è cofirmataria, quasi sempre con altre donne, per disposizioni su videosorveglianza negli asili, sport e disabili, credito d'imposta femminile. Il lavoro da deputata prosegue l'impegno di Progetto donne e futuro, la onlus da lei creata 14 anni fa che premia i giovani talenti in rosa, con borse di studio e tutoraggio.
La dobbiamo chiamare avvocato o avvocatessa?
«Sinceramente, guardo alla sostanza: assecondo le battaglie semantiche di chi ritiene siano queste cose importanti, ma so che è difficile cambiare le abitudini linguistiche».
Dai dati emerge che l'identikit di chi ha più subìto l'impatto della pandemia sul fronte lavoro corrisponde a quello di una donna giovane, con partita Iva e che abita tra Centro e Sud Italia. Specie se ha figli.
«La metà della società sta sulle spalle delle donne: hanno la responsabilità di cura dei figli e degli anziani, genitori e suoceri. È un concetto semplice, sul quale però sembra ci sia una sorta di rimozione collettiva, eppure ha un peso economico molto importante perché rischia di escluderle dal partecipare alla produzione diretta del Paese. Il carico, lo dimostrano i dati, è molto pesante».
Ansia e rabbia sono gli stati d'animo che emergono con più forza dalla ricerca.
«Gli impegni familiari sono cambiati a svantaggio delle donne, soprattutto quelle che hanno minore istruzione. E per le lavoratrici autonome lo stress non può che riflettersi, anche, sul rendimento lavorativo. Si impone la necessità di dare risposte in tema di conciliazione tra vita privata e lavoro. L'accettazione del sacrificio e la tendenza a non lamentarsi mai fa parte della natura femminile, ma questi dati non possono essere ignorati».
L'Italia resta tra i peggiori d'Europa sul divario di genere: la pandemia ha allungato i tempi per raggiungere la parità?
«Se è ancora vero che il vento della ripresa viene dal Nordest, il territorio che anticipa i tempi, il fatto che proprio in quella zona si concentrino le migliori esperienze sul lavoro in tempo di pandemia delle donne spero sia il segnale di un nuovo inizio. Anche per questo è fondamentale quanto accadrà nei prossimi mesi con i fondi europei».
Come migliorare l'accessibilità del mercato del lavoro per le donne?
«Con investimenti sulle infrastrutture. Ci sono da migliorare gli ambienti di accoglienza per i bambini, dagli asili alle scuole, e da riprogettare i tempi scolastici. Strutture formative e sportive concorrono a dare una mano alle madri sul tempo di cura. Vedo molta trascuratezza, anche, nelle risposte pubbliche ai bisogni delle persone con disabilità».
Servono leggi?
«Serve partire dal territorio, da ciascun quartiere, per dare risposte di prossimità ai disagi. Associazioni e cooperative sono già presenti, e la politica deve assumersi l'onere di un coordinamento senza pregiudizi e non guardando al “colore" d'appartenenza. Le leggi devono liberare il terzo settore da quello che limita l'autonomia e condiziona le scelte. Questa burocrazia opprimente l'ho sperimentata io stessa con la mia associazione. La questione dell'occupazione femminile va messa a sistema».
Per farlo occorre che ci siano donne ai vertici?
«I tempi sono maturi perché una donna al vertice cominci a non fare più notizia, francamente. In politica, ad esempio, è lo statuto stesso del mio partito a prevedere l'equilibrio e l'inclusione. Non è così per tutti, come dimostrano le recenti cronache».
Ma di quote rosa c'è ancora bisogno?
«Misure di tutela per le minoranze, nella storia, sono sempre state determinanti per un cambiamento anche culturale. I giornali hanno raccontato come più persone auspicassero che una volta decaduta la legge Golfo-Mosca si sarebbe tornati alla “normalità", e cioè al monopolio maschile. Inutile essere ipocriti: a nessuna piace far la parte di una riserva, ma non è ancora il tempo di togliere le regole, purtroppo. Le leggi hanno il compito di dare una visione, introdurre i temi, preparare la società».
Cos'altro è utile?
«Di certo l'aspetto fiscale e degli incentivi va rivisto. Occorrerebbe poi rendere maggiormente accessibili percorsi nuovi e diversificati di studio e formazione, così che le donne siano presenti in ogni professione: sono loro stesse a chiederlo. Sarebbero da premiare anche i datori di lavoro che danno la precedenza ai veri valori, ad esempio. Che se un figlio è malato capiscono l'esigenza, e concedono la flessibilità alla propria dipendente. Mettere al primo posto la famiglia non può essere un lusso, deve far parte della stessa idea di impresa».
«Dalle quote alle "aliquote rosa"»
Imprenditrice, vicepresidente della metalmeccanica Coelmo – tre stabilimenti nella zona di Acerra –, Stefania Brancaccio è cavaliere del lavoro e siede nel consiglio di reggenza di Bankitalia di Napoli, oltre che nel cda del teatro Mercadante. Tre figli e nove nipoti, si batte per ribaltare i preconcetti sull'occupazione femminile con l'Ucid (Unione cristiana imprenditori dirigenti) di cui è vicepresidente.
Per asili nido e scuole dell'infanzia il Pnrr prevede investimenti per 4,6 miliardi.
«Pensare che occorrano solo nuovi asili è sbagliato. Lo Stato ha da sempre cercato di tamponare le carenze della rete di protezione famigliare, su cui le donne si sono appoggiate, ma questa impostazione ha creato più disastri che benefici. Se si parla di parità di genere sembra si tratti di concedere qualcosa alle donne, purtroppo. E oggi rischiamo di aprire asili senza i bimbi: la maggior parte delle giovani lavoratrici non ha intenzione di fare figli. Non saranno gli asili a far cambiare loro idea».
Non sono un aiuto fondamentale?
«Sì, ma le responsabilità di cura di bambini e parenti anziani gravano sulle spalle delle donne. Ho ragionato con le collaboratrici della mia azienda, ho chiesto le loro necessità. Pur con una busta paga di partenza uguale a quella di un uomo, soffrono la decurtazione dello stipendio per tutte le ore dedicate alle esigenze dei figli. Non possono fare straordinari, né trasferte. Le strutture pubbliche per l'infanzia hanno orari spesso incompatibili con quelli di lavoro, quelle private costi molto gravosi. Pur con asili accessibili, in tante così lasciano il posto».
Che fare quindi?
«Sarebbe decisivo agire sulla fiscalità di genere, perché a un grave malanno si risponde solo con una cura forte. Dalle quote rosa serve passare alle aliquote rosa. Il prelievo in busta paga supera il 40%, ma con maggiore potere economico una donna riuscirebbe a stabilire un'organizzazione efficiente. Anche perché al prelievo statale non corrisponde la soddisfazione nei servizi di welfare. L'emancipazione femminile, altrimenti, è riservata solo alle benestanti, che delegano compiti domestici e di cura. Chi ha maggiori difficoltà, invece, vive senza serenità o subordina la scelta di un figlio a una sicurezza economica difficile da realizzare. Per una donna fare figli è un'impresa titanica».
Servono incentivi per le assunzioni?
«Li considero vergognosi. Come se assumere una donna fosse un “di meno" per un'impresa. Anche le norme sul congedo parentale sarebbero da riscrivere. Questo è un Paese da sempre contro la famiglia e che si nutre di stereotipi. Che non sostiene neanche chi fa la meravigliosa scelta di occuparsi esclusivamente della famiglia. Si parla di conciliazione, ma è impossibile considerare la propria attività professionale come separata dal resto della vita. Per gli uomini è così, perché per le donne è diverso?».
Nel Pnrr anche il progetto per le aziende di una certificazione per la parità di genere sul lavoro. Una buona idea?
«Già avviene nella mia azienda: i nostri sistemi di qualità includono uno sguardo di genere, puntando su sviluppo delle competenze, coinvolgimento, attenzione alle necessità. Accanto al bilancio ogni impresa deve essere dotata di queste certificazioni».
Ha mai beneficiato, per qualche sua nomina, delle quote rosa?
«Sono tra le fautrici di quella legge, fondamentale. Ma no, non ho mai ottenuto nulla in nome delle quote, ma per il mio curriculum e capacità. Le donne non sono panda in via di estinzione da tutelare e chiudere in un recinto».
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Persi più posti rispetto agli uomini, nessun passo avanti verso la parità, crescenti difficoltà per quante dovevano conciliare l'impiego e l'assistenza ai familiari Una ricerca fotografa quanto sia stata penalizzata l'occupazione femminile nell'ultimo anno e come siano cresciute rabbia e ansia. Segnali di ripresa soprattutto dal Nordest.La fondatrice di Progetto donne e futuro, Cristina Rossello: «Servono investimenti nelle infrastrutture, più spazi per i bambini, riforma scolastica».L'imprenditrice Stefania Brancaccio: «Lo Stato riduca le tasse, gli incentivi alle assunzioni sono inutili».Lo speciale contiene tre articoli.Le più pessimiste sono quelle con più esperienza, tra 45 e 64 anni: a domanda se l'emergenza Covid avrà risvolti sul fronte della condizione lavorativa femminile, il 60,3% di loro si dice convinto che peggiorerà. Fatta la media tra più giovani e più anziane, hanno la stessa convinzione quasi 56 donne su 100. Un indice statistico ufficiale della fiducia femminile non c'è, ma se si guarda allo spaccato che emerge dalla ricerca commissionata dalla onlus Progetto donne e futuro a Euromediaresearch, rischierebbe di essere un indicatore in costante ribasso di questi tempi. Le donne sono più della metà della popolazione italiana - quasi 30.600.000 persone, il 51,3% del totale - e per quanto riguarda il lavoro hanno subìto il maggiore impatto. La differenza con gli uomini esisteva già prima, ma la pandemia ha messo un carico da novanta. Nel 2020 il tasso di occupazione femminile del terzo trimestre era al 48,5% contro il 67,5% degli uomini, e il dato più significativo è quello dei posti di lavoro persi nel confronto tra la seconda metà del 2019 e l'analogo periodo del 2020: su 841.000, il 55,9% è donna, mentre per gli uomini si parla di un 44,1%. La onlus fondata da Cristina Rossello ha voluto analizzare l'impatto della pandemia da Covid sul gender gap in Italia. Ne emerge che il 70,8% delle donne non ha visto miglioramenti nel tentativo di raggiungere una reale parità di genere da parte delle istituzioni. E per il 62,6% oggi la donna in Italia ha meno diritti e meno possibilità. I risultati dell'indagine dicono molto di come si arrivi a questi giudizi. Ad esempio, una (teorica) più facile conciliazione tra vita e lavoro è quasi un lusso che in poche si sono potute permettere. Durante il lockdown tra marzo e aprile 2020, infatti, le modalità di lavoro sono cambiate per una minoranza. Non lavorava da casa, ma fuori, il 57,5% delle donne: questa la quotidianità in particolare delle lavoratrici dipendenti (60,2%), specie se in una situazione economica «difficoltosa» (65,9%). Tra le intervistate, solo il 34,7% era in smart working, e soprattutto sono donne con più di 45 anni, residenti nel Centro Italia e con una situazione economica che viene definita «agiata». Un significativo 15,7% delle italiane, inoltre, risponde di essere stata in cassa integrazione, di aver dovuto prendere ferie o congedo: in prevalenza sono donne del Centro Italia già in difficoltà economica.La ricerca ha sondato l'impatto sul gender gap anche nella seconda fase della pandemia. Per restituire una fotografia della nuova quotidianità dell'universo femminile italiano, ha studiato i ruoli nel nucleo famigliare in relazione al periodo. Per il 66,5% questi ruoli non sono cambiati rispetto al periodo pre Covid. Non è per forza un risultato positivo se, come certificano gli ultimi dati Istat disponibili (2018), le responsabilità di cura di genitori e familiari non autosufficienti sono un carico che pesa soprattutto sulle donne, limitandone la partecipazione al mercato del lavoro. Il 26,1% delle donne intervistate da Euromedia dichiara anzi che i ruoli in famiglia, nella cosiddetta seconda ondata, sono cambiati a svantaggio della donna, questa volta soprattutto nel Nordovest. Al contrario , gli uomini ne hanno fatto le spese soltanto nel 2,8% delle famiglie.Il 42,5% delle italiane descrive inoltre come corrispondente ad «ansia e rabbia» il suo stato d'animo in questo periodo di emergenza sanitaria. Le più arrabbiate, e stressate, sono le donne che abitano nel Sud e nelle isole (48,5%), seguite da quelle nel Centro (44,9%). Le più giovani non hanno uno sguardo particolarmente ottimista, anzi: il 46% di chi ha tra 18 e 24 anni dichiara che la situazione dettata dalla pandemia sta incidendo profondamente sul rendimento lavorativo, e per la maggior parte lo crede chi non ha un posto fisso: il 47,4% delle autonome. Non è cambiato nulla - nel bene e nel male, si legge nella ricerca - per il 24% delle intervistate, e un 28,4% vive invece con speranza e positività: ritiene che il peggio sia passato e che il lavoro sia tornato a pieno regime. Questo il segnale che viene soprattutto dal Nordest:ne è convinto il 32,6%. Il voto che le donne assegnerebbero quindi alla propria esperienza lavorativa arriva così solo alla sufficienza: è 6 in media, poco sotto per le più giovani, soprattutto del Nordovest. Ancora più scarso è però il giudizio delle autonome: 5,4. Non sufficiente.Non hanno poi dubbi le donne quando viene chiesto loro se in generale in Italia a livello lavorativo donne e uomini erano trattati allo stesso modo anche prima della pandemia: risponde di «no» il 69,4%. Una volta finita l'emergenza crede inoltre che si creeranno situazioni di penalizzazione lavorativa per le donne rispetto ai colleghi uomini il 45,5% delle donne. C'è quasi un pareggio se viene invece chiesta una previsione, in base a esperienze e percezioni, sul rischio di perdere il posto di lavoro: per il 47,6% c'è sia per le donne sia per gli uomini, per il 45,6% invece solo per le donne. Le italiane non credono insomma al detto che da ogni crisi ci sia un'opportunità: il 55,7% pensa che ci saranno risvolti negativi sul fronte della conciliazione lavorativa femminile, in prevalenza (38,7%) perché ci saranno più donne disoccupate, e per il 17% perché ritengono che il carico di lavoro delle donne aumenterà.Infine, le proposte. Per il 50,9% delle italiane, tra gli interventi più urgenti c'è l'utilizzo per uno o più giorni a settimana dello smart working. Molto gettonata (43,9%) anche la richiesta di offrire una vera parità, sia salariale sia di tempi lavorativi, tra uomini e donne. Tre donne su dieci vorrebbero modificare i tradizionali orari di lavoro, o pensano sia da incentivare il part-time o l'introduzione in azienda di servizi per la famiglia, come asili nido interni. 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Tra i suoi clienti ha avuto anche Silvio Berlusconi, e ha scelto Forza Italia per l'impegno in politica. Alla Camera il pallino di Rossello è l'equilibrio tra donne e uomini: ha firmato proposte in questo senso per il Csm e per le società quotate, ed è cofirmataria, quasi sempre con altre donne, per disposizioni su videosorveglianza negli asili, sport e disabili, credito d'imposta femminile. Il lavoro da deputata prosegue l'impegno di Progetto donne e futuro, la onlus da lei creata 14 anni fa che premia i giovani talenti in rosa, con borse di studio e tutoraggio. La dobbiamo chiamare avvocato o avvocatessa? «Sinceramente, guardo alla sostanza: assecondo le battaglie semantiche di chi ritiene siano queste cose importanti, ma so che è difficile cambiare le abitudini linguistiche». Dai dati emerge che l'identikit di chi ha più subìto l'impatto della pandemia sul fronte lavoro corrisponde a quello di una donna giovane, con partita Iva e che abita tra Centro e Sud Italia. Specie se ha figli. «La metà della società sta sulle spalle delle donne: hanno la responsabilità di cura dei figli e degli anziani, genitori e suoceri. È un concetto semplice, sul quale però sembra ci sia una sorta di rimozione collettiva, eppure ha un peso economico molto importante perché rischia di escluderle dal partecipare alla produzione diretta del Paese. Il carico, lo dimostrano i dati, è molto pesante». Ansia e rabbia sono gli stati d'animo che emergono con più forza dalla ricerca. «Gli impegni familiari sono cambiati a svantaggio delle donne, soprattutto quelle che hanno minore istruzione. E per le lavoratrici autonome lo stress non può che riflettersi, anche, sul rendimento lavorativo. Si impone la necessità di dare risposte in tema di conciliazione tra vita privata e lavoro. L'accettazione del sacrificio e la tendenza a non lamentarsi mai fa parte della natura femminile, ma questi dati non possono essere ignorati». L'Italia resta tra i peggiori d'Europa sul divario di genere: la pandemia ha allungato i tempi per raggiungere la parità? «Se è ancora vero che il vento della ripresa viene dal Nordest, il territorio che anticipa i tempi, il fatto che proprio in quella zona si concentrino le migliori esperienze sul lavoro in tempo di pandemia delle donne spero sia il segnale di un nuovo inizio. Anche per questo è fondamentale quanto accadrà nei prossimi mesi con i fondi europei». Come migliorare l'accessibilità del mercato del lavoro per le donne? «Con investimenti sulle infrastrutture. Ci sono da migliorare gli ambienti di accoglienza per i bambini, dagli asili alle scuole, e da riprogettare i tempi scolastici. Strutture formative e sportive concorrono a dare una mano alle madri sul tempo di cura. Vedo molta trascuratezza, anche, nelle risposte pubbliche ai bisogni delle persone con disabilità». Servono leggi? «Serve partire dal territorio, da ciascun quartiere, per dare risposte di prossimità ai disagi. Associazioni e cooperative sono già presenti, e la politica deve assumersi l'onere di un coordinamento senza pregiudizi e non guardando al “colore" d'appartenenza. Le leggi devono liberare il terzo settore da quello che limita l'autonomia e condiziona le scelte. Questa burocrazia opprimente l'ho sperimentata io stessa con la mia associazione. La questione dell'occupazione femminile va messa a sistema». Per farlo occorre che ci siano donne ai vertici? «I tempi sono maturi perché una donna al vertice cominci a non fare più notizia, francamente. In politica, ad esempio, è lo statuto stesso del mio partito a prevedere l'equilibrio e l'inclusione. Non è così per tutti, come dimostrano le recenti cronache». Ma di quote rosa c'è ancora bisogno? «Misure di tutela per le minoranze, nella storia, sono sempre state determinanti per un cambiamento anche culturale. I giornali hanno raccontato come più persone auspicassero che una volta decaduta la legge Golfo-Mosca si sarebbe tornati alla “normalità", e cioè al monopolio maschile. Inutile essere ipocriti: a nessuna piace far la parte di una riserva, ma non è ancora il tempo di togliere le regole, purtroppo. Le leggi hanno il compito di dare una visione, introdurre i temi, preparare la società». Cos'altro è utile? «Di certo l'aspetto fiscale e degli incentivi va rivisto. Occorrerebbe poi rendere maggiormente accessibili percorsi nuovi e diversificati di studio e formazione, così che le donne siano presenti in ogni professione: sono loro stesse a chiederlo. Sarebbero da premiare anche i datori di lavoro che danno la precedenza ai veri valori, ad esempio. Che se un figlio è malato capiscono l'esigenza, e concedono la flessibilità alla propria dipendente. 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Per asili nido e scuole dell'infanzia il Pnrr prevede investimenti per 4,6 miliardi. «Pensare che occorrano solo nuovi asili è sbagliato. Lo Stato ha da sempre cercato di tamponare le carenze della rete di protezione famigliare, su cui le donne si sono appoggiate, ma questa impostazione ha creato più disastri che benefici. Se si parla di parità di genere sembra si tratti di concedere qualcosa alle donne, purtroppo. E oggi rischiamo di aprire asili senza i bimbi: la maggior parte delle giovani lavoratrici non ha intenzione di fare figli. Non saranno gli asili a far cambiare loro idea». Non sono un aiuto fondamentale? «Sì, ma le responsabilità di cura di bambini e parenti anziani gravano sulle spalle delle donne. Ho ragionato con le collaboratrici della mia azienda, ho chiesto le loro necessità. Pur con una busta paga di partenza uguale a quella di un uomo, soffrono la decurtazione dello stipendio per tutte le ore dedicate alle esigenze dei figli. Non possono fare straordinari, né trasferte. Le strutture pubbliche per l'infanzia hanno orari spesso incompatibili con quelli di lavoro, quelle private costi molto gravosi. Pur con asili accessibili, in tante così lasciano il posto». Che fare quindi? «Sarebbe decisivo agire sulla fiscalità di genere, perché a un grave malanno si risponde solo con una cura forte. Dalle quote rosa serve passare alle aliquote rosa. Il prelievo in busta paga supera il 40%, ma con maggiore potere economico una donna riuscirebbe a stabilire un'organizzazione efficiente. Anche perché al prelievo statale non corrisponde la soddisfazione nei servizi di welfare. L'emancipazione femminile, altrimenti, è riservata solo alle benestanti, che delegano compiti domestici e di cura. Chi ha maggiori difficoltà, invece, vive senza serenità o subordina la scelta di un figlio a una sicurezza economica difficile da realizzare. Per una donna fare figli è un'impresa titanica». Servono incentivi per le assunzioni? «Li considero vergognosi. Come se assumere una donna fosse un “di meno" per un'impresa. Anche le norme sul congedo parentale sarebbero da riscrivere. Questo è un Paese da sempre contro la famiglia e che si nutre di stereotipi. Che non sostiene neanche chi fa la meravigliosa scelta di occuparsi esclusivamente della famiglia. Si parla di conciliazione, ma è impossibile considerare la propria attività professionale come separata dal resto della vita. Per gli uomini è così, perché per le donne è diverso?». Nel Pnrr anche il progetto per le aziende di una certificazione per la parità di genere sul lavoro. Una buona idea? «Già avviene nella mia azienda: i nostri sistemi di qualità includono uno sguardo di genere, puntando su sviluppo delle competenze, coinvolgimento, attenzione alle necessità. Accanto al bilancio ogni impresa deve essere dotata di queste certificazioni». Ha mai beneficiato, per qualche sua nomina, delle quote rosa? «Sono tra le fautrici di quella legge, fondamentale. Ma no, non ho mai ottenuto nulla in nome delle quote, ma per il mio curriculum e capacità. Le donne non sono panda in via di estinzione da tutelare e chiudere in un recinto».
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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