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2021-05-10
La pandemia colpisce le donne. Ora per loro lavorare è più difficile
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Le più pessimiste sono quelle con più esperienza, tra 45 e 64 anni: a domanda se l'emergenza Covid avrà risvolti sul fronte della condizione lavorativa femminile, il 60,3% di loro si dice convinto che peggiorerà. Fatta la media tra più giovani e più anziane, hanno la stessa convinzione quasi 56 donne su 100. Un indice statistico ufficiale della fiducia femminile non c'è, ma se si guarda allo spaccato che emerge dalla ricerca commissionata dalla onlus Progetto donne e futuro a Euromediaresearch, rischierebbe di essere un indicatore in costante ribasso di questi tempi. Le donne sono più della metà della popolazione italiana - quasi 30.600.000 persone, il 51,3% del totale - e per quanto riguarda il lavoro hanno subìto il maggiore impatto. La differenza con gli uomini esisteva già prima, ma la pandemia ha messo un carico da novanta. Nel 2020 il tasso di occupazione femminile del terzo trimestre era al 48,5% contro il 67,5% degli uomini, e il dato più significativo è quello dei posti di lavoro persi nel confronto tra la seconda metà del 2019 e l'analogo periodo del 2020: su 841.000, il 55,9% è donna, mentre per gli uomini si parla di un 44,1%.
La onlus fondata da Cristina Rossello ha voluto analizzare l'impatto della pandemia da Covid sul gender gap in Italia. Ne emerge che il 70,8% delle donne non ha visto miglioramenti nel tentativo di raggiungere una reale parità di genere da parte delle istituzioni. E per il 62,6% oggi la donna in Italia ha meno diritti e meno possibilità. I risultati dell'indagine dicono molto di come si arrivi a questi giudizi. Ad esempio, una (teorica) più facile conciliazione tra vita e lavoro è quasi un lusso che in poche si sono potute permettere. Durante il lockdown tra marzo e aprile 2020, infatti, le modalità di lavoro sono cambiate per una minoranza. Non lavorava da casa, ma fuori, il 57,5% delle donne: questa la quotidianità in particolare delle lavoratrici dipendenti (60,2%), specie se in una situazione economica «difficoltosa» (65,9%). Tra le intervistate, solo il 34,7% era in smart working, e soprattutto sono donne con più di 45 anni, residenti nel Centro Italia e con una situazione economica che viene definita «agiata». Un significativo 15,7% delle italiane, inoltre, risponde di essere stata in cassa integrazione, di aver dovuto prendere ferie o congedo: in prevalenza sono donne del Centro Italia già in difficoltà economica.
La ricerca ha sondato l'impatto sul gender gap anche nella seconda fase della pandemia. Per restituire una fotografia della nuova quotidianità dell'universo femminile italiano, ha studiato i ruoli nel nucleo famigliare in relazione al periodo. Per il 66,5% questi ruoli non sono cambiati rispetto al periodo pre Covid. Non è per forza un risultato positivo se, come certificano gli ultimi dati Istat disponibili (2018), le responsabilità di cura di genitori e familiari non autosufficienti sono un carico che pesa soprattutto sulle donne, limitandone la partecipazione al mercato del lavoro. Il 26,1% delle donne intervistate da Euromedia dichiara anzi che i ruoli in famiglia, nella cosiddetta seconda ondata, sono cambiati a svantaggio della donna, questa volta soprattutto nel Nordovest. Al contrario , gli uomini ne hanno fatto le spese soltanto nel 2,8% delle famiglie.
Il 42,5% delle italiane descrive inoltre come corrispondente ad «ansia e rabbia» il suo stato d'animo in questo periodo di emergenza sanitaria. Le più arrabbiate, e stressate, sono le donne che abitano nel Sud e nelle isole (48,5%), seguite da quelle nel Centro (44,9%). Le più giovani non hanno uno sguardo particolarmente ottimista, anzi: il 46% di chi ha tra 18 e 24 anni dichiara che la situazione dettata dalla pandemia sta incidendo profondamente sul rendimento lavorativo, e per la maggior parte lo crede chi non ha un posto fisso: il 47,4% delle autonome. Non è cambiato nulla - nel bene e nel male, si legge nella ricerca - per il 24% delle intervistate, e un 28,4% vive invece con speranza e positività: ritiene che il peggio sia passato e che il lavoro sia tornato a pieno regime. Questo il segnale che viene soprattutto dal Nordest:ne è convinto il 32,6%. Il voto che le donne assegnerebbero quindi alla propria esperienza lavorativa arriva così solo alla sufficienza: è 6 in media, poco sotto per le più giovani, soprattutto del Nordovest. Ancora più scarso è però il giudizio delle autonome: 5,4. Non sufficiente.
Non hanno poi dubbi le donne quando viene chiesto loro se in generale in Italia a livello lavorativo donne e uomini erano trattati allo stesso modo anche prima della pandemia: risponde di «no» il 69,4%. Una volta finita l'emergenza crede inoltre che si creeranno situazioni di penalizzazione lavorativa per le donne rispetto ai colleghi uomini il 45,5% delle donne. C'è quasi un pareggio se viene invece chiesta una previsione, in base a esperienze e percezioni, sul rischio di perdere il posto di lavoro: per il 47,6% c'è sia per le donne sia per gli uomini, per il 45,6% invece solo per le donne. Le italiane non credono insomma al detto che da ogni crisi ci sia un'opportunità: il 55,7% pensa che ci saranno risvolti negativi sul fronte della conciliazione lavorativa femminile, in prevalenza (38,7%) perché ci saranno più donne disoccupate, e per il 17% perché ritengono che il carico di lavoro delle donne aumenterà.
Infine, le proposte. Per il 50,9% delle italiane, tra gli interventi più urgenti c'è l'utilizzo per uno o più giorni a settimana dello smart working. Molto gettonata (43,9%) anche la richiesta di offrire una vera parità, sia salariale sia di tempi lavorativi, tra uomini e donne. Tre donne su dieci vorrebbero modificare i tradizionali orari di lavoro, o pensano sia da incentivare il part-time o l'introduzione in azienda di servizi per la famiglia, come asili nido interni. A livello istituzionale, la maggioranza indica come priorità l'impegno per ridurre la differenza di retribuzione a parità di ruolo e gli incentivi alle aziende che contrastano questo divario o facilitano la conciliazione.
«Sulle nostre spalle i figli e gli anziani. Troppi lo scordano»
Professione avvocato patrimonialista, Cristina Rossello è esperta di diritto societario e bancario. Origini liguri, vive e lavora a Milano da 30 anni, dove ha sede uno dei suoi studi; gli altri due sono a Roma e Bruxelles. Tra i suoi clienti ha avuto anche Silvio Berlusconi, e ha scelto Forza Italia per l'impegno in politica. Alla Camera il pallino di Rossello è l'equilibrio tra donne e uomini: ha firmato proposte in questo senso per il Csm e per le società quotate, ed è cofirmataria, quasi sempre con altre donne, per disposizioni su videosorveglianza negli asili, sport e disabili, credito d'imposta femminile. Il lavoro da deputata prosegue l'impegno di Progetto donne e futuro, la onlus da lei creata 14 anni fa che premia i giovani talenti in rosa, con borse di studio e tutoraggio.
La dobbiamo chiamare avvocato o avvocatessa?
«Sinceramente, guardo alla sostanza: assecondo le battaglie semantiche di chi ritiene siano queste cose importanti, ma so che è difficile cambiare le abitudini linguistiche».
Dai dati emerge che l'identikit di chi ha più subìto l'impatto della pandemia sul fronte lavoro corrisponde a quello di una donna giovane, con partita Iva e che abita tra Centro e Sud Italia. Specie se ha figli.
«La metà della società sta sulle spalle delle donne: hanno la responsabilità di cura dei figli e degli anziani, genitori e suoceri. È un concetto semplice, sul quale però sembra ci sia una sorta di rimozione collettiva, eppure ha un peso economico molto importante perché rischia di escluderle dal partecipare alla produzione diretta del Paese. Il carico, lo dimostrano i dati, è molto pesante».
Ansia e rabbia sono gli stati d'animo che emergono con più forza dalla ricerca.
«Gli impegni familiari sono cambiati a svantaggio delle donne, soprattutto quelle che hanno minore istruzione. E per le lavoratrici autonome lo stress non può che riflettersi, anche, sul rendimento lavorativo. Si impone la necessità di dare risposte in tema di conciliazione tra vita privata e lavoro. L'accettazione del sacrificio e la tendenza a non lamentarsi mai fa parte della natura femminile, ma questi dati non possono essere ignorati».
L'Italia resta tra i peggiori d'Europa sul divario di genere: la pandemia ha allungato i tempi per raggiungere la parità?
«Se è ancora vero che il vento della ripresa viene dal Nordest, il territorio che anticipa i tempi, il fatto che proprio in quella zona si concentrino le migliori esperienze sul lavoro in tempo di pandemia delle donne spero sia il segnale di un nuovo inizio. Anche per questo è fondamentale quanto accadrà nei prossimi mesi con i fondi europei».
Come migliorare l'accessibilità del mercato del lavoro per le donne?
«Con investimenti sulle infrastrutture. Ci sono da migliorare gli ambienti di accoglienza per i bambini, dagli asili alle scuole, e da riprogettare i tempi scolastici. Strutture formative e sportive concorrono a dare una mano alle madri sul tempo di cura. Vedo molta trascuratezza, anche, nelle risposte pubbliche ai bisogni delle persone con disabilità».
Servono leggi?
«Serve partire dal territorio, da ciascun quartiere, per dare risposte di prossimità ai disagi. Associazioni e cooperative sono già presenti, e la politica deve assumersi l'onere di un coordinamento senza pregiudizi e non guardando al “colore" d'appartenenza. Le leggi devono liberare il terzo settore da quello che limita l'autonomia e condiziona le scelte. Questa burocrazia opprimente l'ho sperimentata io stessa con la mia associazione. La questione dell'occupazione femminile va messa a sistema».
Per farlo occorre che ci siano donne ai vertici?
«I tempi sono maturi perché una donna al vertice cominci a non fare più notizia, francamente. In politica, ad esempio, è lo statuto stesso del mio partito a prevedere l'equilibrio e l'inclusione. Non è così per tutti, come dimostrano le recenti cronache».
Ma di quote rosa c'è ancora bisogno?
«Misure di tutela per le minoranze, nella storia, sono sempre state determinanti per un cambiamento anche culturale. I giornali hanno raccontato come più persone auspicassero che una volta decaduta la legge Golfo-Mosca si sarebbe tornati alla “normalità", e cioè al monopolio maschile. Inutile essere ipocriti: a nessuna piace far la parte di una riserva, ma non è ancora il tempo di togliere le regole, purtroppo. Le leggi hanno il compito di dare una visione, introdurre i temi, preparare la società».
Cos'altro è utile?
«Di certo l'aspetto fiscale e degli incentivi va rivisto. Occorrerebbe poi rendere maggiormente accessibili percorsi nuovi e diversificati di studio e formazione, così che le donne siano presenti in ogni professione: sono loro stesse a chiederlo. Sarebbero da premiare anche i datori di lavoro che danno la precedenza ai veri valori, ad esempio. Che se un figlio è malato capiscono l'esigenza, e concedono la flessibilità alla propria dipendente. Mettere al primo posto la famiglia non può essere un lusso, deve far parte della stessa idea di impresa».
«Dalle quote alle "aliquote rosa"»
Imprenditrice, vicepresidente della metalmeccanica Coelmo – tre stabilimenti nella zona di Acerra –, Stefania Brancaccio è cavaliere del lavoro e siede nel consiglio di reggenza di Bankitalia di Napoli, oltre che nel cda del teatro Mercadante. Tre figli e nove nipoti, si batte per ribaltare i preconcetti sull'occupazione femminile con l'Ucid (Unione cristiana imprenditori dirigenti) di cui è vicepresidente.
Per asili nido e scuole dell'infanzia il Pnrr prevede investimenti per 4,6 miliardi.
«Pensare che occorrano solo nuovi asili è sbagliato. Lo Stato ha da sempre cercato di tamponare le carenze della rete di protezione famigliare, su cui le donne si sono appoggiate, ma questa impostazione ha creato più disastri che benefici. Se si parla di parità di genere sembra si tratti di concedere qualcosa alle donne, purtroppo. E oggi rischiamo di aprire asili senza i bimbi: la maggior parte delle giovani lavoratrici non ha intenzione di fare figli. Non saranno gli asili a far cambiare loro idea».
Non sono un aiuto fondamentale?
«Sì, ma le responsabilità di cura di bambini e parenti anziani gravano sulle spalle delle donne. Ho ragionato con le collaboratrici della mia azienda, ho chiesto le loro necessità. Pur con una busta paga di partenza uguale a quella di un uomo, soffrono la decurtazione dello stipendio per tutte le ore dedicate alle esigenze dei figli. Non possono fare straordinari, né trasferte. Le strutture pubbliche per l'infanzia hanno orari spesso incompatibili con quelli di lavoro, quelle private costi molto gravosi. Pur con asili accessibili, in tante così lasciano il posto».
Che fare quindi?
«Sarebbe decisivo agire sulla fiscalità di genere, perché a un grave malanno si risponde solo con una cura forte. Dalle quote rosa serve passare alle aliquote rosa. Il prelievo in busta paga supera il 40%, ma con maggiore potere economico una donna riuscirebbe a stabilire un'organizzazione efficiente. Anche perché al prelievo statale non corrisponde la soddisfazione nei servizi di welfare. L'emancipazione femminile, altrimenti, è riservata solo alle benestanti, che delegano compiti domestici e di cura. Chi ha maggiori difficoltà, invece, vive senza serenità o subordina la scelta di un figlio a una sicurezza economica difficile da realizzare. Per una donna fare figli è un'impresa titanica».
Servono incentivi per le assunzioni?
«Li considero vergognosi. Come se assumere una donna fosse un “di meno" per un'impresa. Anche le norme sul congedo parentale sarebbero da riscrivere. Questo è un Paese da sempre contro la famiglia e che si nutre di stereotipi. Che non sostiene neanche chi fa la meravigliosa scelta di occuparsi esclusivamente della famiglia. Si parla di conciliazione, ma è impossibile considerare la propria attività professionale come separata dal resto della vita. Per gli uomini è così, perché per le donne è diverso?».
Nel Pnrr anche il progetto per le aziende di una certificazione per la parità di genere sul lavoro. Una buona idea?
«Già avviene nella mia azienda: i nostri sistemi di qualità includono uno sguardo di genere, puntando su sviluppo delle competenze, coinvolgimento, attenzione alle necessità. Accanto al bilancio ogni impresa deve essere dotata di queste certificazioni».
Ha mai beneficiato, per qualche sua nomina, delle quote rosa?
«Sono tra le fautrici di quella legge, fondamentale. Ma no, non ho mai ottenuto nulla in nome delle quote, ma per il mio curriculum e capacità. Le donne non sono panda in via di estinzione da tutelare e chiudere in un recinto».
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Persi più posti rispetto agli uomini, nessun passo avanti verso la parità, crescenti difficoltà per quante dovevano conciliare l'impiego e l'assistenza ai familiari Una ricerca fotografa quanto sia stata penalizzata l'occupazione femminile nell'ultimo anno e come siano cresciute rabbia e ansia. Segnali di ripresa soprattutto dal Nordest.La fondatrice di Progetto donne e futuro, Cristina Rossello: «Servono investimenti nelle infrastrutture, più spazi per i bambini, riforma scolastica».L'imprenditrice Stefania Brancaccio: «Lo Stato riduca le tasse, gli incentivi alle assunzioni sono inutili».Lo speciale contiene tre articoli.Le più pessimiste sono quelle con più esperienza, tra 45 e 64 anni: a domanda se l'emergenza Covid avrà risvolti sul fronte della condizione lavorativa femminile, il 60,3% di loro si dice convinto che peggiorerà. Fatta la media tra più giovani e più anziane, hanno la stessa convinzione quasi 56 donne su 100. Un indice statistico ufficiale della fiducia femminile non c'è, ma se si guarda allo spaccato che emerge dalla ricerca commissionata dalla onlus Progetto donne e futuro a Euromediaresearch, rischierebbe di essere un indicatore in costante ribasso di questi tempi. Le donne sono più della metà della popolazione italiana - quasi 30.600.000 persone, il 51,3% del totale - e per quanto riguarda il lavoro hanno subìto il maggiore impatto. La differenza con gli uomini esisteva già prima, ma la pandemia ha messo un carico da novanta. Nel 2020 il tasso di occupazione femminile del terzo trimestre era al 48,5% contro il 67,5% degli uomini, e il dato più significativo è quello dei posti di lavoro persi nel confronto tra la seconda metà del 2019 e l'analogo periodo del 2020: su 841.000, il 55,9% è donna, mentre per gli uomini si parla di un 44,1%. La onlus fondata da Cristina Rossello ha voluto analizzare l'impatto della pandemia da Covid sul gender gap in Italia. Ne emerge che il 70,8% delle donne non ha visto miglioramenti nel tentativo di raggiungere una reale parità di genere da parte delle istituzioni. E per il 62,6% oggi la donna in Italia ha meno diritti e meno possibilità. I risultati dell'indagine dicono molto di come si arrivi a questi giudizi. Ad esempio, una (teorica) più facile conciliazione tra vita e lavoro è quasi un lusso che in poche si sono potute permettere. Durante il lockdown tra marzo e aprile 2020, infatti, le modalità di lavoro sono cambiate per una minoranza. Non lavorava da casa, ma fuori, il 57,5% delle donne: questa la quotidianità in particolare delle lavoratrici dipendenti (60,2%), specie se in una situazione economica «difficoltosa» (65,9%). Tra le intervistate, solo il 34,7% era in smart working, e soprattutto sono donne con più di 45 anni, residenti nel Centro Italia e con una situazione economica che viene definita «agiata». Un significativo 15,7% delle italiane, inoltre, risponde di essere stata in cassa integrazione, di aver dovuto prendere ferie o congedo: in prevalenza sono donne del Centro Italia già in difficoltà economica.La ricerca ha sondato l'impatto sul gender gap anche nella seconda fase della pandemia. Per restituire una fotografia della nuova quotidianità dell'universo femminile italiano, ha studiato i ruoli nel nucleo famigliare in relazione al periodo. Per il 66,5% questi ruoli non sono cambiati rispetto al periodo pre Covid. Non è per forza un risultato positivo se, come certificano gli ultimi dati Istat disponibili (2018), le responsabilità di cura di genitori e familiari non autosufficienti sono un carico che pesa soprattutto sulle donne, limitandone la partecipazione al mercato del lavoro. Il 26,1% delle donne intervistate da Euromedia dichiara anzi che i ruoli in famiglia, nella cosiddetta seconda ondata, sono cambiati a svantaggio della donna, questa volta soprattutto nel Nordovest. Al contrario , gli uomini ne hanno fatto le spese soltanto nel 2,8% delle famiglie.Il 42,5% delle italiane descrive inoltre come corrispondente ad «ansia e rabbia» il suo stato d'animo in questo periodo di emergenza sanitaria. Le più arrabbiate, e stressate, sono le donne che abitano nel Sud e nelle isole (48,5%), seguite da quelle nel Centro (44,9%). Le più giovani non hanno uno sguardo particolarmente ottimista, anzi: il 46% di chi ha tra 18 e 24 anni dichiara che la situazione dettata dalla pandemia sta incidendo profondamente sul rendimento lavorativo, e per la maggior parte lo crede chi non ha un posto fisso: il 47,4% delle autonome. Non è cambiato nulla - nel bene e nel male, si legge nella ricerca - per il 24% delle intervistate, e un 28,4% vive invece con speranza e positività: ritiene che il peggio sia passato e che il lavoro sia tornato a pieno regime. Questo il segnale che viene soprattutto dal Nordest:ne è convinto il 32,6%. Il voto che le donne assegnerebbero quindi alla propria esperienza lavorativa arriva così solo alla sufficienza: è 6 in media, poco sotto per le più giovani, soprattutto del Nordovest. Ancora più scarso è però il giudizio delle autonome: 5,4. Non sufficiente.Non hanno poi dubbi le donne quando viene chiesto loro se in generale in Italia a livello lavorativo donne e uomini erano trattati allo stesso modo anche prima della pandemia: risponde di «no» il 69,4%. Una volta finita l'emergenza crede inoltre che si creeranno situazioni di penalizzazione lavorativa per le donne rispetto ai colleghi uomini il 45,5% delle donne. C'è quasi un pareggio se viene invece chiesta una previsione, in base a esperienze e percezioni, sul rischio di perdere il posto di lavoro: per il 47,6% c'è sia per le donne sia per gli uomini, per il 45,6% invece solo per le donne. Le italiane non credono insomma al detto che da ogni crisi ci sia un'opportunità: il 55,7% pensa che ci saranno risvolti negativi sul fronte della conciliazione lavorativa femminile, in prevalenza (38,7%) perché ci saranno più donne disoccupate, e per il 17% perché ritengono che il carico di lavoro delle donne aumenterà.Infine, le proposte. Per il 50,9% delle italiane, tra gli interventi più urgenti c'è l'utilizzo per uno o più giorni a settimana dello smart working. Molto gettonata (43,9%) anche la richiesta di offrire una vera parità, sia salariale sia di tempi lavorativi, tra uomini e donne. Tre donne su dieci vorrebbero modificare i tradizionali orari di lavoro, o pensano sia da incentivare il part-time o l'introduzione in azienda di servizi per la famiglia, come asili nido interni. 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Tra i suoi clienti ha avuto anche Silvio Berlusconi, e ha scelto Forza Italia per l'impegno in politica. Alla Camera il pallino di Rossello è l'equilibrio tra donne e uomini: ha firmato proposte in questo senso per il Csm e per le società quotate, ed è cofirmataria, quasi sempre con altre donne, per disposizioni su videosorveglianza negli asili, sport e disabili, credito d'imposta femminile. Il lavoro da deputata prosegue l'impegno di Progetto donne e futuro, la onlus da lei creata 14 anni fa che premia i giovani talenti in rosa, con borse di studio e tutoraggio. La dobbiamo chiamare avvocato o avvocatessa? «Sinceramente, guardo alla sostanza: assecondo le battaglie semantiche di chi ritiene siano queste cose importanti, ma so che è difficile cambiare le abitudini linguistiche». Dai dati emerge che l'identikit di chi ha più subìto l'impatto della pandemia sul fronte lavoro corrisponde a quello di una donna giovane, con partita Iva e che abita tra Centro e Sud Italia. Specie se ha figli. «La metà della società sta sulle spalle delle donne: hanno la responsabilità di cura dei figli e degli anziani, genitori e suoceri. È un concetto semplice, sul quale però sembra ci sia una sorta di rimozione collettiva, eppure ha un peso economico molto importante perché rischia di escluderle dal partecipare alla produzione diretta del Paese. Il carico, lo dimostrano i dati, è molto pesante». Ansia e rabbia sono gli stati d'animo che emergono con più forza dalla ricerca. «Gli impegni familiari sono cambiati a svantaggio delle donne, soprattutto quelle che hanno minore istruzione. E per le lavoratrici autonome lo stress non può che riflettersi, anche, sul rendimento lavorativo. Si impone la necessità di dare risposte in tema di conciliazione tra vita privata e lavoro. L'accettazione del sacrificio e la tendenza a non lamentarsi mai fa parte della natura femminile, ma questi dati non possono essere ignorati». L'Italia resta tra i peggiori d'Europa sul divario di genere: la pandemia ha allungato i tempi per raggiungere la parità? «Se è ancora vero che il vento della ripresa viene dal Nordest, il territorio che anticipa i tempi, il fatto che proprio in quella zona si concentrino le migliori esperienze sul lavoro in tempo di pandemia delle donne spero sia il segnale di un nuovo inizio. Anche per questo è fondamentale quanto accadrà nei prossimi mesi con i fondi europei». Come migliorare l'accessibilità del mercato del lavoro per le donne? «Con investimenti sulle infrastrutture. Ci sono da migliorare gli ambienti di accoglienza per i bambini, dagli asili alle scuole, e da riprogettare i tempi scolastici. Strutture formative e sportive concorrono a dare una mano alle madri sul tempo di cura. Vedo molta trascuratezza, anche, nelle risposte pubbliche ai bisogni delle persone con disabilità». Servono leggi? «Serve partire dal territorio, da ciascun quartiere, per dare risposte di prossimità ai disagi. Associazioni e cooperative sono già presenti, e la politica deve assumersi l'onere di un coordinamento senza pregiudizi e non guardando al “colore" d'appartenenza. Le leggi devono liberare il terzo settore da quello che limita l'autonomia e condiziona le scelte. Questa burocrazia opprimente l'ho sperimentata io stessa con la mia associazione. La questione dell'occupazione femminile va messa a sistema». Per farlo occorre che ci siano donne ai vertici? «I tempi sono maturi perché una donna al vertice cominci a non fare più notizia, francamente. In politica, ad esempio, è lo statuto stesso del mio partito a prevedere l'equilibrio e l'inclusione. Non è così per tutti, come dimostrano le recenti cronache». Ma di quote rosa c'è ancora bisogno? «Misure di tutela per le minoranze, nella storia, sono sempre state determinanti per un cambiamento anche culturale. I giornali hanno raccontato come più persone auspicassero che una volta decaduta la legge Golfo-Mosca si sarebbe tornati alla “normalità", e cioè al monopolio maschile. Inutile essere ipocriti: a nessuna piace far la parte di una riserva, ma non è ancora il tempo di togliere le regole, purtroppo. Le leggi hanno il compito di dare una visione, introdurre i temi, preparare la società». Cos'altro è utile? «Di certo l'aspetto fiscale e degli incentivi va rivisto. Occorrerebbe poi rendere maggiormente accessibili percorsi nuovi e diversificati di studio e formazione, così che le donne siano presenti in ogni professione: sono loro stesse a chiederlo. Sarebbero da premiare anche i datori di lavoro che danno la precedenza ai veri valori, ad esempio. Che se un figlio è malato capiscono l'esigenza, e concedono la flessibilità alla propria dipendente. 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Per asili nido e scuole dell'infanzia il Pnrr prevede investimenti per 4,6 miliardi. «Pensare che occorrano solo nuovi asili è sbagliato. Lo Stato ha da sempre cercato di tamponare le carenze della rete di protezione famigliare, su cui le donne si sono appoggiate, ma questa impostazione ha creato più disastri che benefici. Se si parla di parità di genere sembra si tratti di concedere qualcosa alle donne, purtroppo. E oggi rischiamo di aprire asili senza i bimbi: la maggior parte delle giovani lavoratrici non ha intenzione di fare figli. Non saranno gli asili a far cambiare loro idea». Non sono un aiuto fondamentale? «Sì, ma le responsabilità di cura di bambini e parenti anziani gravano sulle spalle delle donne. Ho ragionato con le collaboratrici della mia azienda, ho chiesto le loro necessità. Pur con una busta paga di partenza uguale a quella di un uomo, soffrono la decurtazione dello stipendio per tutte le ore dedicate alle esigenze dei figli. Non possono fare straordinari, né trasferte. Le strutture pubbliche per l'infanzia hanno orari spesso incompatibili con quelli di lavoro, quelle private costi molto gravosi. Pur con asili accessibili, in tante così lasciano il posto». Che fare quindi? «Sarebbe decisivo agire sulla fiscalità di genere, perché a un grave malanno si risponde solo con una cura forte. Dalle quote rosa serve passare alle aliquote rosa. Il prelievo in busta paga supera il 40%, ma con maggiore potere economico una donna riuscirebbe a stabilire un'organizzazione efficiente. Anche perché al prelievo statale non corrisponde la soddisfazione nei servizi di welfare. L'emancipazione femminile, altrimenti, è riservata solo alle benestanti, che delegano compiti domestici e di cura. Chi ha maggiori difficoltà, invece, vive senza serenità o subordina la scelta di un figlio a una sicurezza economica difficile da realizzare. Per una donna fare figli è un'impresa titanica». Servono incentivi per le assunzioni? «Li considero vergognosi. Come se assumere una donna fosse un “di meno" per un'impresa. Anche le norme sul congedo parentale sarebbero da riscrivere. Questo è un Paese da sempre contro la famiglia e che si nutre di stereotipi. Che non sostiene neanche chi fa la meravigliosa scelta di occuparsi esclusivamente della famiglia. Si parla di conciliazione, ma è impossibile considerare la propria attività professionale come separata dal resto della vita. Per gli uomini è così, perché per le donne è diverso?». Nel Pnrr anche il progetto per le aziende di una certificazione per la parità di genere sul lavoro. Una buona idea? «Già avviene nella mia azienda: i nostri sistemi di qualità includono uno sguardo di genere, puntando su sviluppo delle competenze, coinvolgimento, attenzione alle necessità. Accanto al bilancio ogni impresa deve essere dotata di queste certificazioni». Ha mai beneficiato, per qualche sua nomina, delle quote rosa? «Sono tra le fautrici di quella legge, fondamentale. Ma no, non ho mai ottenuto nulla in nome delle quote, ma per il mio curriculum e capacità. Le donne non sono panda in via di estinzione da tutelare e chiudere in un recinto».
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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