La faida getta un’incognita sul Colle
Il «campo largo progressista» ne uscirà devastato. Impossibile per Pd e Leu dialogare con entrambi i rami della scissione pentastellata per convergere sullo stesso candidato

L’impatto del caos che sta facendo esplodere il M5s è un fattore potenzialmente devastante per il «campo largo progressista», che diventa sempre meno largo, in vista dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica, in programma all’inizio del 2022.

I 256 parlamentari (161 deputati e 75 senatori) che ancora restano iscritti ai gruppi parlamentari pentastellati sono la truppa più consistente di tutte quelle chiamate a eleggere il successore di Sergio Mattarella. Erano stati eletti in 333 nel 2018 (221 deputati e 112 senatori), le varie diaspore hanno asciugato di molto la consistenza dei gruppi a Montecitorio e Palazzo Madama, ma la guerra tra Grillo e Conte e la probabile ulteriore scissione rischia di assottigliare in maniera decisiva la truppa grillina.

Come si muoveranno queste anime sbandate in occasione della elezione del Capo dello Stato? Il M5s, o quello che ne resterà, dovrebbe seguire lo stesso percorso che ha portato a termine nel 2013 e nel 2015, in occasione della seconda elezione di Giorgio Napolitano e della prima di Sergio Mattarella, quando i militanti sono stati chiamati in rete a votare per il candidato al Quirinale, le cosiddette «quirinarie». Nella prima occasione gli iscritti a Rousseau scelsero Milena Gabanelli, che rinunciò; il candidato fu Stefano Rodotà. Nel 2015 ebbe la meglio Ferdinando Imposimato.

Stavolta che accadrà? Non si sa. Quello che si sa è che se Conte darà vita a una scissione, fondando un proprio partito, con relativi gruppi parlamentari, tra grillini e contiani sarà guerra totale: impensabile che le due truppe possano schierarsi sullo stesso candidato, con il voto segreto pronto a rappresentare l’arma perfetta per tranelli, imboscate e tradimenti.

Tutto grasso che cola per il centrodestra: la faida tra grillini e contiani, infatti, finirà per devastare il «campo largo progressista», rendendo praticamente impossibile per Pd e Leu dialogare con i due rami della scissione pentastellata per tentare di convergere sullo stesso candidato.

I gruppi di fedelissimi di Giuseppi, con ogni probabilità, si accoderanno alla scelta dei dem, considerato che in fondo l’ex avvocato del popolo, con l’aiuto del presidente della Camera, Roberto Fico, non ha altra speranza che l’intesa a sinistra per sperare di tornare al governo dell’Italia.

La frattura con i grillini rimasti fedele a Beppe, c’è da giurarci, schiererà quindi questi ultimi sul versante opposto: chiunque sarà il candidato al Colle di Conte e Letta (sempre che Enrico riesca ad arrivare all’appuntamento da segretario del Pd), ciò che resterà del M5s lavorerà per affossarlo.

Un fattore importantissimo, questo della scissione del M5s e delle ripercussioni sulla corsa al Quirinale, che è in cima ai pensieri dei big di tutti i partiti. I pentastellati, già prima di questa ultima frattura, erano considerati un magma incontrollabile, impossibile da gestire: ora, con Grillo e Conte che si cannoneggiano ogni giorno, siamo di fronte a un marasma senza precedenti.

Difficile per chiunque prevedere cosa accadrà: una situazione senza precedenti, che andrà a penalizzare ulteriormente la giù traballante alleanza giallorossa. Un motivo in più per il centrodestra per fare di tutto per arrivare all’appuntamento di gennaio 2022 con una coalizione granitica.

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