«In un set di sole donne divenni bersaglio delle loro battutine»
Massimo Dapporto (Ansa)
L’attore Massimo Dapporto: «La mia professione è simile a quella del prete. Oggi chi studia recitazione non sa chi era Gassman. Non amavo l’Italia degli anni Settanta: sentii ridere su Moro rapito».

Una chiacchierata intensa su vita e cinema con Massimo Dapporto, classe 1945, eccellente attore e doppiatore, in un momento di relax mentre sta passeggiando verso il mare, in Calabria. La voce ricorda quella del padre, l’indimenticato Carlo Dapporto.

Suo padre, nato a Sanremo nel 1911. Stile unico, da ironico viveur, il Maliardo. Teatro, cinema, tv. Quali le origini?

«Mio padre ha fatto diversi lavori. Prima era relegato nel contesto di Sanremo, di provincia. Non c’era ancora il Festival per cui non aveva un lancio. Sentiva il bisogno di evadere e si mise su un camion di fiori che faceva la spola Sanremo-Milano, cominciando a cercar fortuna a Milano. Siccome lì non combinava niente, si spostò a Riccione. Faceva il cameriere e, a una cert’ora, lui e altri sei camerieri invitavano le signore che arrivavano da Milano e Torino – con il marito e l’amante s-ciupà, perché era grosso – a ballare. Poi ha iniziato a fare imitazioni. Lo notò un’attrice del varietà, Vivienne D’Arys, che ho conosciuto a Bologna – venne a trovarmi in camerino dicendo “sono quella che ha lanciato suo padre” – e da là è passato con Wanda Osiris, che si era separata da Macario e aveva bisogno di un comico elegante…».

Il suo carattere era simile a quello che portava in scena?

«Il suo carattere è sempre stato così anche nella vita, ironico, riflessivo… Aveva poco tempo da dedicare ai figli ma è stato abbastanza intenso, nel senso che bastava guardarlo, sentire i consigli da parte sua e osservarlo da parte mia per capire che tipo d’indirizzo dovevo avere se volevo essere una persona per bene come lui».

Insomma, assomigliava al suo personaggio…

«Sì, questo senz’altro. Certo, non assomigliava al personaggio della macchietta, tipo Agostino. Assomigliava, con le dovute proporzioni, all’eleganza che aveva in scena. Solo che, a casa, si sfogava, si metteva in libertà, girava con pantaloni del pigiama e canottiera e mia madre diceva “ti faccio una foto e la mando ai giornali, questo è il tombeur de femme che abbiamo in casa…”».

Faceva battute?

«Sì, faceva battute e soprattutto commentava il giornale e sopra ci creava anche una storia …».

Viene in mente Il Rotocarlo, in Rai, del 1965, in cui parodiava un direttore di giornale galante e canzonatorio. Anche oggi l’ironia è una ricetta per farsela passare?

«Sì, assolutamente. C’è questa possibilità di sdrammatizzare. Comunque è chiaro che i problemi rimangono, no? Comunque le dico che assomiglio talmente a mio padre che lei, in questo momento, sta facendo un’intervista a mio padre postuma…».

Era severo, talvolta?

«Sì, aveva momenti di severità ma non mi hai messo una mano addosso, mai, neanche uno schiaffetto. Una volta ha provato a darmi uno schiaffo perché me lo meritavo. La mano era partita abbastanza forte, ma arrivò nella mia faccia come una carezza, nel senso che si è fermata».

Li ha conosciuti i celebri attori con cui ha lavorato?

«Li ho conosciuti tutti, Aldo Fabrizi, Tino Scotti, Rascel, Tognazzi… A volte mi portava a via Veneto, con lui stavamo seduti al bar, ogni tanto ne arrivava qualcuno…».

Massimo, cosa le ha insegnato per diventare attore?

«Non mi ha insegnato assolutamente niente. Nei primi tempi era preoccupato perché, a teatro, mi vedeva fare piccole parti. Poi, quando mi ha visto con Luca Barbareschi, nell’88, prima di morire, disse “me ne vado serenamente perché hai un ottimo rapporto col pubblico, che ti vuole bene…”».

Film memorabile quello di Ettore Scola, La famiglia, del 1987, in cui avete partecipato sia lei sia suo padre, Ciak d’oro per entrambi. Come fu lavorare con lui?

«Non ci siamo mai incontrati sul set perché facevamo due periodi diversi della storia d’Italia. Feci il provino con Scola e iniziai a girare. Poi, quando mi hanno visto vicino a Gassman hanno capito che c’era troppa diversità di età. Facevano dei nomi, tranne quello di mio padre. Io ho suggerito “dicono tutti che assomiglio a mio padre, chiamate lui”. Dissero, come al solito nel cinema, “idea geniale!”. A mio padre dissi “cerca di fare questo personaggio aderente al mio”. È stata una gran soddisfazione, perché mi ringraziò, dicendomi “è stata la cosa più bella che ho fatto grazie a te”».

Lei ha vinto il David di Donatello come migliore attore non protagonista per la parte dello zio Aldo in Mignon è partita, del 1988, di Francesca Archibugi. Come si trovò con Stefania Sandrelli?

«Con Stefania Sandrelli ci avevo già lavorato altre volte. Questo set era composto solo da donne, per cui mi sono reso conto cosa vuol dire per un’attrice donna essere in un set di tutti uomini. Non è che mi corteggiassero soltanto, facevano battute tipo “ah, però, un bel culetto”. Oppure, quando facevo una scena che mi dovevo baciare con la Sandrelli, “eh, si vede che sei un maiale”. E allora dico “porca miseria, è imbarazzante”. Però alla fine, amicizia con tutti».

Come ci si sente a baciare una donna ripresi dall’obiettivo?

«È lavoro. Non è che uno si eccita. Per i film porno, bisognerebbe chiedere a loro cosa si sentono. Ma noi… Si può anche decidere “vuoi un bacio vero? completo, con bocca aperta e lingua?”. Ma poi siamo amici e finisce lì. Non è che uno prende per mano la collega e se la porta a casa».

Che ricordo ha di Gian Maria Volonté con cui ha fatto Tre colonne in cronaca, di Carlo Vanzina?

«L’avevo incontrato già altre volte perché avevo lavorato con Carla Gravina in uno spettacolo teatrale. Mi è capitato di trovarmi seduto nel salotto a casa della Gravina con lui e abbiamo chiacchierato per mezz’ora. Mi spiegò la differenza tra l’essere attori di cinema e di teatro, cose che già sapevo da mio padre…».

Volonté aveva un modo di fare serio?

«Sì, metteva un po’ di soggezione».

In Segreto di Stato, del 1995, regia di Giuseppe Ferrara, lei fa un agente del Sisde accusato da un mafioso di essere il mandante di due stragi. Ma che razza di Italia era quella degli anni Settanta e Ottanta, in cui capitò di tutto?

«Da schifa’ proprio. Non mi piace il Paese dove sono stato. Politicamente non è mai stato chiaro. Io sono di sinistra ma accetto anche alcune cose della destra. Il mio socialismo è quasi pretesco. L’Italia di quel periodo non mi piaceva affatto. Quando hanno rapito Moro stavo per lavoro a Bolzano… Vedere persone del luogo che scherzavano su questo rapimento, quasi contenti, ridendo… Non mi piace questa Italia…».

E a interpretare il giudice Giovanni Falcone, nella fiction di Rai 1 del 2006, come si sentiva?

«Sono arrivato a Palermo in aereo e poi passato per Capaci. Ho guardato con attenzione la stele con i nomi dei caduti. Quando, dopo un mese e mezzo, ho finito la lavorazione e ho rivisto la stessa stele mi sono commosso, perché avevo rivissuto quel periodo, una cosa che mi ha toccato profondamente».

Come lo vede il futuro dei giovani italiani di oggi?

«Preoccupante, preoccupante. I giovani sono impreparati e ignoranti su molti campi. Poi alcuni sono validissimi e su questa base bisogna sperare… Nel mio campo, quello dello spettacolo, fai dei nomi a futuri attori che studiano, non ti chiedono chi è, perché non lo sanno, vanno a cercarlo su Google. È di un avvilente tremendo. Uno dice “Vittorio Gassman”. “Andiamo a vedere chi è…”. Porca puttana, così non se po’…».

In Un mondo di marionette, di Bergman, un personaggio non si capacita di abitare in un corpo ormai vetusto e dice: «Eppure sono un ragazzo».

«È quello che succede a me… Vedo che sto invecchiando come epidermide però, dentro, lo spirito, quello con cui parlo in questo momento… Perché distinguo tra corpo e spirito e sono convinto della continuazione, anche su altri corpi, si faranno altre esperienze, poi ci dimenticheremo ciò che siamo stati, non finiremo mai di fare esperienze, è il Signore che… La verità la sapremo solo dopo il trapasso. Non ce sta’ niente da fare… Dico trapasso perché, nella preghiera, uno dice “nell’ora della nostra morte”. Si dovrebbe dire “del trapasso”…».

È credente, quindi…

«Io credo. Ho sempre creduto. Ma anche in modo infantile. Quando ero piccolo, diciamo a 11 anni, in prima media, avevo dei voti brutti – per questo ho fatto l’attore – mettevo la pagella in un cassetto e speravo me la firmasse l’angelo e ancora adesso mi affido all’angelo custode per non disturbare il Creatore, la Vergine Maria o Gesù, che hanno molte cose da fare. La differenza tra uno che crede e uno che non crede è che, dopo morti, quello che non crede non potrà mai dire a quello che crede “vedi che avevo ragione io?”».

Ha fatto anche il sacerdote nello sceneggiato Un prete tra noi.

«La missione di un sacerdote è molto simile a quella dell’attore. Mentre facevo Un prete tra noi, in una sacrestia ho letto questa frase: “Celebrerò questa messa” – e io dico “celebrerò questo spettacolo” – “come se fosse la prima, come se fosse l’ultima, come se fosse l’unica”».

Il personaggio che più le è piaciuto doppiare?

«Senz’altro Buzz Lightyear, quel cartone che pensa di essere umano in Toy Story di Walt Disney. Quando il film uscì, alcuni chiedevano l’autografo, ma non quello di Massimo Dapporto, “no, devi firmare Buzz Lightyear!”»

Suo padre ci ha lasciati nel 1989. Le è accaduto di sentire, dopo, un forte desiderio di parlare ancora con lui?

«Sì, tantissimo. Credo sia un problema comune. Tanti di noi hanno perso il padre quando siamo diventati uomini adulti e lì si è potuto aprire un discorso con lui, molto più che da piccoli. E invece va via proprio quando potresti capire com’è fatto lui, raccontare come sei fatto te… È un gran peccato».

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