Ilva, pure Federacciai attacca Mittal
Antonio Gozzi: «Asfissia finanziaria. In dieci anni niente investimenti sugli impianti». Ieri sciopero in tutti gli stabilimenti. I sindacati: «Lo Stato deve prendere il controllo».

«L’asfissia finanziaria di Taranto è spiegata dal fatto che Arcelormittal non sostiene finanziariamente l’Ilva, perché altrimenti l’Ilva non sarebbe strangolata come è. Bisogna prendere atto della situazione, definire i problemi ed esplorare le strade che esistono per salvare questo asset strategico per l’economia italiana». L’attacco a Mittal è arrivato ieri da Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, a margine dell’assemblea di Confindustria a Genova. E proprio nel giorno dello sciopero di 24 ore degli operai dell’Ilva a Taranto e negli altri stabilimenti del gruppo Acciaierie d’Italia. Per Gozzi «bisogna partire dalla considerazione che l’Ilva è un asset strategico nazionale. L’Italia senza Ilva è un’altra Italia dal punto di vista industriale. La situazione oggi è di blocco tra un privato che ha cessato di investire a Taranto da anni, che ha tolto i finanziamenti a Taranto». Su chi dovrà risollevare le sorti dell’azienda, il presidente di Federacciai ha aggiunto che «noi siamo disponibili a fare la nostra parte: siamo siderurgici, ci intendiamo del mestiere e siamo disponibili attorno a un tavolo col governo e i sindacati per ragionare su cosa sia possibile fare per salvare questo asset». Gozzi ha poi ricordato «i Riva che investivano a Taranto e negli altri impianti 350-400 milioni di euro l’anno perché la siderurgia ha bisogno di investimenti continui per mantenere il livello di qualità dei prodotti e di sicurezza delle produzioni. Purtroppo in questi dieci anni investimenti sugli impianti non ci sono stati, ma si sono fatti importantissimi investimenti di ambientalizzazione». Secondo il presidente di Federacciai, «esistono oggi le condizioni per un piano industriale di rilancio, ma bisogna decidere chi lo fa. Non siamo più nell’era delle partecipazioni statali gloriose per la città di Genova e della Finsider, non è immaginabile la riedizione di una cosa che non esiste più, ma potrebbe essere che lo Stato, in fase transitoria, decida di intervenire seriamente su quell’azienda e costruisce un’ipotesi di privatizzazione a termine».

Il problema è che il mercato dell’acciaio in questo momento è in perdita. E se Arcelormittal va via il rischio è quello di farle un secondo regalo continuando a far pagare ai contribuenti la cassaintegrazione. Senza spiegare però quale sarà il futuro dell’azienda. Di certo, la politica locale e i sindacati invocano la nazionalizzazione. In un documento congiunto firmato da sindaco e presidente della Provincia di Taranto, Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Usb e dalle rispettive federazioni dei metalmeccanici, dei trasporti, degli edili e dei servizi si legge che «lo Stato deve acquisire il controllo e la gestione degli impianti nazionalizzando o diventando socio di maggioranza, rinegoziando l’accordo che prevede la transizione dei nuovi assetti societari al 2024, anticipandola da subito, stabilendo e vincolando l’utilizzo dei fondi pubblici e la loro destinazione». Si afferma poi che «Acciaierie d’Italia deve ritirare il provvedimento di taglio degli ordini e delle commesse delle imprese dell’indotto». Altra richiesta è che il governo costituisca «un tavolo permanente con tutti i soggetti interessati per subordinare i finanziamenti a un indirizzo chiaro da un punto di vista ambientale, sanitario, industriale e occupazionale prevedendo un monitoraggio costante a tutela del rispetto delle condizioni di salute e sicurezza all’interno del sito produttivo di Taranto». Infine, si chiede a Palazzo Chigi di garantire la prospettiva occupazionale dei lavoratori Ilva in amministrazione straordinaria, «emettendo, nel frattempo, il decreto apposito in legge di bilancio riguardante il rifinanziamento dell’integrazione salariale alla cassa integrazione straordinaria così come previsto da due accordi ministeriali in essere».

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