2021-07-12
Il pagellone degli europei
Roberto Mancini (Ansa)
È stato un mese di gagliarde vittorie ma segnato anche da eventimai accaduti prima: un torneo itinerante, con il distanziamento, pieno di errori di arbitri e giocatori, e di ipocrisie. Ecco i nostri voti.
La folle corsa dietro al pallone è finita. Allora è giusto cercare il senso di un mese pazzo che non ha riguardato solo il calcio e che noi italiani abbiamo vissuto con la Nazionale di Roberto Mancini nella galoppata verso Wembley. Abbiamo negli occhi i gol di Manuel Locatelli e Andrea Pessina, di Federico Chiesa e Nicolò Barella; abbiamo nel cuore le parate decisive di Gianluigi Donnarumma. Ma la folle corsa è stata molto altro. La paura per il drammatico malore di Christian Eriksen, la caduta degli dei multirazziali e presuntuosi, il balletto degli inginocchiati, il torneo delle quarantene e dei divieti, l'Europeo degli svarioni, la formula folle con le squadre trasformate in palline da flipper. E rotolate con e senza mascherina dentro un destino comune.
Inchinarsi è un ordine. E i fischi a Spinazzola?
«Non ci inginocchieremo ma cercheremo di combattere il nazismo in altro modo». Era partito bene Giorgio Chiellini, per poi finire dentro una sceneggiatura surreale di Woody Allen con la gaffe bohémienne fra nazismo e razzismo. L'Italia con l'Austria non si è inginocchiata, qualche giorno prima con il Galles si era fatta trovare impreparata: cinque genuflessi e sei perplessi a guardarli. Quel quadretto aveva provocato il mal di fegato a Enrico Letta, precipitatosi a supplicare: «Vorrei vederli tutti in ginocchio». Ne è nato il più stucchevole e politico dei tormentoni, davanti al quale gli azzurri hanno fatto una scelta tartufesca, in sintonia con l'ésprit de finesse nazionale (camerieri forever). Davanti alla Nazionale metrosexual arcobaleno del Belgio hanno deciso: «Mettiamo il ginocchio a terra se ce lo chiedono loro». Nessuna responsabilità, sdraiati a comando. E se Romelu Lukaku vi avesse chiesto di mettervi le dita nel naso? È stato l'Europeo delle genuflessioni per sensibilizzare la lotta al razzismo, celebrando con quel gesto («take the knee») il movimento di estrema sinistra americano Black Lives Matter. La ricorderemo come una sceneggiata dem, consolandoci con il fatto che gli azzurri si sono inginocchiati solo per 10 secondi; poi hanno mostrato coesione nazionale, identità e spirito di gruppo.L'Uefa ha lasciato fare con uno sguardo materno: sono ragazzi. Il gotha che comanda il calcio europeo si è sempre definito «apolitico e apartitico». Ha bocciato l'arlecchinata studiata allo stadio di Monaco (cupola illuminata con luci arcobaleno) per mettere in imbarazzo Viktor Orban durante la sfida Germania-Ungheria; ha impedito che gli ucraini si presentassero con uno stemma nazionale che comprendeva la Crimea. Ma ha preferito non intervenire nel gioco della rotula e nei suoi cascami più innocenti, come la fascia arcobaleno mostrata da Manuel Neuer e Harry Kane, capitani di Germania e Inghilterra. Il gay pride è passato come acqua fresca e il club degli inginocchiati ha avuto pochi proseliti. Tre squadre si sono distinte per l'insistenza: Inghilterra, Galles e Belgio, regolarmente subissate di fischi da parte dei loro tifosi. Francesi e italiani sono andati a rimorchio, danesi e olandesi sono rimasti in piedi ad applaudire gli avversari. Ma tutti gli altri si sono tenuti alla larga dal simbolismo da terza media. I buoni si sono sentiti più buoni, salvo poi insultare e tirare bottigliette contro Leonardo Spinazzola (dalla curva belga multicult) a terra per la rottura del tendine d'Achille. Anche qualche arbitro si è inginocchiato, come Daniele Orsato. Ma non se n'è accorto nessuno. Le pantomime per politicizzare il pallone sono insopportabili. Voto 4.
Fuoriclasse in difficoltà. Vincono i campioni operai
La caduta degli dei. La prima è una caduta vera, drammatica. Avviene subito, quasi a sublimare in un'immagine lo sgomento di tutto il mondo del calcio: Christian Eriksen si accascia in campo durante Danimarca-Finlandia e rischia di morire. I suoi compagni gli si stringono attorno, fanno scudo alle telecamere occhiute, proteggono lo sfortunato campione dalla spettacolarizzazione del dolore. Simon Kjaer è il primo a soccorrerlo, si teme che il fantasista dell'Inter muoia sul prato. Poi lentamente si riprende, viene trasferito all'ospedale a Copenaghen, si salva anche grazie a un intervento a cuore aperto. Molto difficilmente tornerà a giocare, almeno in Italia. Le altre sono cadute di gran lunga più leggere ma lasciano traccia. È l'Europeo dei fenomeni sgonfiati, vanno casa innanzitutto le Nazionali multirazziali senza identità, formate da collezioni di giocatori fortissimi ma privi di ideali comuni. Il tonfo più rumoroso è quello della Francia di Paul Pogba, Kylian Mbappé, Antoine Griezmann eliminata dalla coriacea Svizzera che l'Italia aveva battuto 3-0. Con rissa finale fra madri e padri di campioni sugli spalti che si rimbalzano responsabilità esattamente come all'oratorio. Anche l'Olanda di Memphis Depay, Matthijs DeLigt e Frankie De Jong fa le valigie, seguita a ruota dalla Germania; qui va in scena il crepuscolo degli dei, un tramonto wagneriano dello squadrone teutonico e del suo allenatore Joachim Löw, dal mondiale brasiliano alla polvere.Il destino non fa sconti a nessuno, men che meno ai fuoriclasse giocolieri senza una squadra capace di soffrire in umiltà alle spalle. E allora a casa pure Cristiano Ronaldo nonostante i 5 gol e giocate da extraterrestre. Si accomodi pure la Croazia di Luka Modric, Ivan Perisic e Marcelo Brozovic, fuori subito la Russia peggiore della storia. L'ultimo monumento a tornare anticipatamente davanti alla Tv è Romelu Lukaku, il formidabile centravanti belga rimbalzato dall'Italia nella notte più spettacolare per gli azzurri. Con lui partono, accompagnati da un distratto saluto, campioni veri come Kevin De Bruyne e brocchi mascherati (buoni per titoli di giornale durante il calciomercato) come Axel Witsel. È l'Europeo delle squadre operaie, umili, capaci di oltrepassare ogni soglia della fatica durante i supplementari e di rimanere fredde e concentrate ai rigori. Come l'Italia, come l'Inghilterra, come le eliminate con onore Spagna e Danimarca, che senza Eriksen riesce a issarsi fino alla semifinale nel nome di un campione malinconico e sfortunato. Un mese di thrilling e di passione fuori dal copione. Voto 8.
Gran rassegna di papere e autogol. Mai visti tanti momenti di comicità
Il primo ci ha portato fortuna, quando il turco della Juventus Merih Demiral ha deviato nella sua porta un pallone velenoso aprendo la strada al galoppo dell'Italia. L'undicesimo, del milanista Simon Kjaer, ha stroncato la Danimarca in semifinale. Stiamo parlando degli autogol, vera specialità dell'Europeo itinerante: 11 fino alla finale di Wembley, un record assoluto. Per comprendere l'enormità del dato basta aggiungere che nelle precedenti 15 edizioni il bilancio totale arrivava a 9. Il nuovo sport del suicidio assistito è un segnale di schizofrenia agonistica. Gli stessi protagonisti lo hanno spiegato in modo curioso. Il francese Antoine Griezmann: «Abbiamo perso l'abitudine a vedere e sentire i tifosi sugli spalti, eravamo tutti meno sereni».Un problema che ha contagiato anche i portieri, protagonisti di papere imbarazzanti come quella omerica dello spagnolo Unai Simon contro la Croazia o quella del polacco Wojciek Szczesny nel derby perso contro la Slovacchia. Il mondo al contrario, i campioni in ginocchio anche dal dischetto: mai sbagliati tanti rigori (sette su 17 assegnati prima della finale). In Croazia-Turchia addirittura tre. Il più contestato resta quello su Raheem Sterling nella semifinale con la Danimarca, un mezzo regalo arbitrale. Con uno strascico singolare: l'Uefa ha aperto un procedimento disciplinare contro gli inglesi perché i tifosi di casa avrebbero usato un puntatore laser per disturbare il portiere danese Kasper Schmeichel. Esiste anche una petizione online per far rigiocare la partita perché al momento del fallo c'erano due palloni in campo. Tutto così comico, voto 9.
Beffe e pasticci: bocciato il torneo più pazzo del mondo
«Anche Einstein, se sollecitato tutti i giorni, avrebbe detto delle sciocchezze». Era la frase preferita di Michel Platini quando non voleva parlare con i giornalisti. Il problema è che lui l'ha lasciata in eredità, la sciocchezza. È stato l'Europeo itinerante, senza un centro di gravità, giocato fra Siviglia e Baku (6.200 chilometri come andare da Roma a Chicago o a New Delhi), 12 ore di aereo per disputare una partita, con Nazionali protette come Inghilterra, Germania, Italia e altre sballottate agli antipodi del pallone come Galles e Turchia che hanno dovuto fare la spola fra Roma e Baku. Inventato da Roi Michel, il torneo più pazzo del mondo aveva l'imprinting di Bruxelles, doveva sancire l'esistenza di una grande nazione «che contiene tutte le altre». Un format eurolirico mai metabolizzato dall'attuale numero uno dell'Uefa, Alexander Ceferin, che alla vigilia della finale ha ripetuto: «Non ero favorevole a questa formula, non la riproporremo presto». Traduzione dal linguaggio diplomatico: mai più un simile pasticcio. La passerella europeista è fallita per tre motivi: il virus cinese ha impedito a molti stadi di fare il pieno di spettatori, le final four sono state attribuite a Londra, capitale della Brexit, con un messaggio contrario rispetto al previsto. Ultima beffa: l'unico impianto con la capienza al 100% è stato quello di Budapest, la Puskas Arena (nella foto). Un successo per il leader meno europeista, Viktor Orbán. Nessun imbarazzo per l'Uefa, vera vincitrice dell'Europeo distopico: l'incasso è stato di oltre 2 miliardi. Nel 2024 basta rave party continentali, si gioca in Germania e basta. Formula bocciata, voto 3.
Il ritorno degli abbracci (nonostante i soliti gufi)
Va in archivio come Europeo 2020 ma si è disputato nel 2021 per colpa del Covid. Il pallone ha scandito il ritorno alla vita del continente ma non è rimasto immune da precauzioni, diktat e isterie. C'era una volta il torneo degli hooligans e delle risse arbitrali. Questo passa alla storia come il torneo delle quarantene e dei divieti. Molti stadi, come l'Olimpico di Roma, hanno dovuto limitare al 25% la capienza. Per entrare bisognava essere vaccinati, negativi o immuni. A metà competizione, la variante Delta in crescita in Inghilterra ha creato un vento di paura, due focolai a Copenaghen e San Pietroburgo hanno ridato fiato ai chiusuristi. Per qualche giorno le finali di Wembley (nella foto, tifosi britannici) sono state in dubbio. A spingere per cambiare la sede anche Mario Draghi, che da economista poco incline alle ripartenze dal basso ha lanciato un anatema a Boris Johnson: «Non vanno giocate dove c'è un picco di contagi». Qualcuno ha cominciato a pensare che, viste le prestazioni vincenti dell'Italia, spingesse per trasferirle a Roma. L'Uefa ha chiuso la querelle con un comunicato: «Non c'è nessun piano per cambiare sede». Le preoccupazioni hanno creato caos, i biglietti comprati dai tifosi inglesi per la partita contro l'Ucraina a Roma sono stati annullati ma qualche furbo è entrato passando dagli Emirati Arabi per non subìre la quarantena. I nostri virologi rockstar hanno bocciato il torneo prima e durante, anche quando la Nazionale vinceva a raffica. Su tutti Roberto Burioni contro l'Uefa: «L'ottusa irresponsabilità dell'Uefa, che si rifiuta di spostare le partite degli Europei da città dove esiste un grave pericolo di contagio, è inaccettabile. Inaccettabile anche che i Paesi sovrani lo accettino, mettendo a rischio la salute dei loro cittadini». I gol lo avevano emarginato, tutta invidia. Voto 8 nonostante i gufi.
È stato un mese di gagliarde vittorie ma segnato anche da eventimai accaduti prima: un torneo itinerante, con il distanziamento, pieno di errori di arbitri e giocatori, e di ipocrisie. Ecco i nostri voti.La folle corsa dietro al pallone è finita. Allora è giusto cercare il senso di un mese pazzo che non ha riguardato solo il calcio e che noi italiani abbiamo vissuto con la Nazionale di Roberto Mancini nella galoppata verso Wembley. Abbiamo negli occhi i gol di Manuel Locatelli e Andrea Pessina, di Federico Chiesa e Nicolò Barella; abbiamo nel cuore le parate decisive di Gianluigi Donnarumma. Ma la folle corsa è stata molto altro. La paura per il drammatico malore di Christian Eriksen, la caduta degli dei multirazziali e presuntuosi, il balletto degli inginocchiati, il torneo delle quarantene e dei divieti, l'Europeo degli svarioni, la formula folle con le squadre trasformate in palline da flipper. E rotolate con e senza mascherina dentro un destino comune.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pagellone-degli-europei-2653749612.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="inchinarsi-e-un-ordine-e-i-fischi-a-spinazzola" data-post-id="2653749612" data-published-at="1626049505" data-use-pagination="False"> Inchinarsi è un ordine. E i fischi a Spinazzola? «Non ci inginocchieremo ma cercheremo di combattere il nazismo in altro modo». Era partito bene Giorgio Chiellini, per poi finire dentro una sceneggiatura surreale di Woody Allen con la gaffe bohémienne fra nazismo e razzismo. L'Italia con l'Austria non si è inginocchiata, qualche giorno prima con il Galles si era fatta trovare impreparata: cinque genuflessi e sei perplessi a guardarli. Quel quadretto aveva provocato il mal di fegato a Enrico Letta, precipitatosi a supplicare: «Vorrei vederli tutti in ginocchio». Ne è nato il più stucchevole e politico dei tormentoni, davanti al quale gli azzurri hanno fatto una scelta tartufesca, in sintonia con l'ésprit de finesse nazionale (camerieri forever). Davanti alla Nazionale metrosexual arcobaleno del Belgio hanno deciso: «Mettiamo il ginocchio a terra se ce lo chiedono loro». Nessuna responsabilità, sdraiati a comando. E se Romelu Lukaku vi avesse chiesto di mettervi le dita nel naso? È stato l'Europeo delle genuflessioni per sensibilizzare la lotta al razzismo, celebrando con quel gesto («take the knee») il movimento di estrema sinistra americano Black Lives Matter. La ricorderemo come una sceneggiata dem, consolandoci con il fatto che gli azzurri si sono inginocchiati solo per 10 secondi; poi hanno mostrato coesione nazionale, identità e spirito di gruppo.L'Uefa ha lasciato fare con uno sguardo materno: sono ragazzi. Il gotha che comanda il calcio europeo si è sempre definito «apolitico e apartitico». Ha bocciato l'arlecchinata studiata allo stadio di Monaco (cupola illuminata con luci arcobaleno) per mettere in imbarazzo Viktor Orban durante la sfida Germania-Ungheria; ha impedito che gli ucraini si presentassero con uno stemma nazionale che comprendeva la Crimea. Ma ha preferito non intervenire nel gioco della rotula e nei suoi cascami più innocenti, come la fascia arcobaleno mostrata da Manuel Neuer e Harry Kane, capitani di Germania e Inghilterra. Il gay pride è passato come acqua fresca e il club degli inginocchiati ha avuto pochi proseliti. Tre squadre si sono distinte per l'insistenza: Inghilterra, Galles e Belgio, regolarmente subissate di fischi da parte dei loro tifosi. Francesi e italiani sono andati a rimorchio, danesi e olandesi sono rimasti in piedi ad applaudire gli avversari. Ma tutti gli altri si sono tenuti alla larga dal simbolismo da terza media. I buoni si sono sentiti più buoni, salvo poi insultare e tirare bottigliette contro Leonardo Spinazzola (dalla curva belga multicult) a terra per la rottura del tendine d'Achille. Anche qualche arbitro si è inginocchiato, come Daniele Orsato. Ma non se n'è accorto nessuno. Le pantomime per politicizzare il pallone sono insopportabili. Voto 4. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pagellone-degli-europei-2653749612.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="fuoriclasse-in-difficolta-vincono-i-campioni-operai" data-post-id="2653749612" data-published-at="1626049505" data-use-pagination="False"> Fuoriclasse in difficoltà. Vincono i campioni operai La caduta degli dei. La prima è una caduta vera, drammatica. Avviene subito, quasi a sublimare in un'immagine lo sgomento di tutto il mondo del calcio: Christian Eriksen si accascia in campo durante Danimarca-Finlandia e rischia di morire. I suoi compagni gli si stringono attorno, fanno scudo alle telecamere occhiute, proteggono lo sfortunato campione dalla spettacolarizzazione del dolore. Simon Kjaer è il primo a soccorrerlo, si teme che il fantasista dell'Inter muoia sul prato. Poi lentamente si riprende, viene trasferito all'ospedale a Copenaghen, si salva anche grazie a un intervento a cuore aperto. Molto difficilmente tornerà a giocare, almeno in Italia. Le altre sono cadute di gran lunga più leggere ma lasciano traccia. È l'Europeo dei fenomeni sgonfiati, vanno casa innanzitutto le Nazionali multirazziali senza identità, formate da collezioni di giocatori fortissimi ma privi di ideali comuni. Il tonfo più rumoroso è quello della Francia di Paul Pogba, Kylian Mbappé, Antoine Griezmann eliminata dalla coriacea Svizzera che l'Italia aveva battuto 3-0. Con rissa finale fra madri e padri di campioni sugli spalti che si rimbalzano responsabilità esattamente come all'oratorio. Anche l'Olanda di Memphis Depay, Matthijs DeLigt e Frankie De Jong fa le valigie, seguita a ruota dalla Germania; qui va in scena il crepuscolo degli dei, un tramonto wagneriano dello squadrone teutonico e del suo allenatore Joachim Löw, dal mondiale brasiliano alla polvere.Il destino non fa sconti a nessuno, men che meno ai fuoriclasse giocolieri senza una squadra capace di soffrire in umiltà alle spalle. E allora a casa pure Cristiano Ronaldo nonostante i 5 gol e giocate da extraterrestre. Si accomodi pure la Croazia di Luka Modric, Ivan Perisic e Marcelo Brozovic, fuori subito la Russia peggiore della storia. L'ultimo monumento a tornare anticipatamente davanti alla Tv è Romelu Lukaku, il formidabile centravanti belga rimbalzato dall'Italia nella notte più spettacolare per gli azzurri. Con lui partono, accompagnati da un distratto saluto, campioni veri come Kevin De Bruyne e brocchi mascherati (buoni per titoli di giornale durante il calciomercato) come Axel Witsel. È l'Europeo delle squadre operaie, umili, capaci di oltrepassare ogni soglia della fatica durante i supplementari e di rimanere fredde e concentrate ai rigori. Come l'Italia, come l'Inghilterra, come le eliminate con onore Spagna e Danimarca, che senza Eriksen riesce a issarsi fino alla semifinale nel nome di un campione malinconico e sfortunato. Un mese di thrilling e di passione fuori dal copione. Voto 8. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pagellone-degli-europei-2653749612.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="gran-rassegna-di-papere-e-autogol-mai-visti-tanti-momenti-di-comicita" data-post-id="2653749612" data-published-at="1626049505" data-use-pagination="False"> Gran rassegna di papere e autogol. Mai visti tanti momenti di comicità Il primo ci ha portato fortuna, quando il turco della Juventus Merih Demiral ha deviato nella sua porta un pallone velenoso aprendo la strada al galoppo dell'Italia. L'undicesimo, del milanista Simon Kjaer, ha stroncato la Danimarca in semifinale. Stiamo parlando degli autogol, vera specialità dell'Europeo itinerante: 11 fino alla finale di Wembley, un record assoluto. Per comprendere l'enormità del dato basta aggiungere che nelle precedenti 15 edizioni il bilancio totale arrivava a 9. Il nuovo sport del suicidio assistito è un segnale di schizofrenia agonistica. Gli stessi protagonisti lo hanno spiegato in modo curioso. Il francese Antoine Griezmann: «Abbiamo perso l'abitudine a vedere e sentire i tifosi sugli spalti, eravamo tutti meno sereni».Un problema che ha contagiato anche i portieri, protagonisti di papere imbarazzanti come quella omerica dello spagnolo Unai Simon contro la Croazia o quella del polacco Wojciek Szczesny nel derby perso contro la Slovacchia. Il mondo al contrario, i campioni in ginocchio anche dal dischetto: mai sbagliati tanti rigori (sette su 17 assegnati prima della finale). In Croazia-Turchia addirittura tre. Il più contestato resta quello su Raheem Sterling nella semifinale con la Danimarca, un mezzo regalo arbitrale. Con uno strascico singolare: l'Uefa ha aperto un procedimento disciplinare contro gli inglesi perché i tifosi di casa avrebbero usato un puntatore laser per disturbare il portiere danese Kasper Schmeichel. Esiste anche una petizione online per far rigiocare la partita perché al momento del fallo c'erano due palloni in campo. Tutto così comico, voto 9. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pagellone-degli-europei-2653749612.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="beffe-e-pasticci-bocciato-il-torneo-piu-pazzo-del-mondo" data-post-id="2653749612" data-published-at="1626049505" data-use-pagination="False"> Beffe e pasticci: bocciato il torneo più pazzo del mondo «Anche Einstein, se sollecitato tutti i giorni, avrebbe detto delle sciocchezze». Era la frase preferita di Michel Platini quando non voleva parlare con i giornalisti. Il problema è che lui l'ha lasciata in eredità, la sciocchezza. È stato l'Europeo itinerante, senza un centro di gravità, giocato fra Siviglia e Baku (6.200 chilometri come andare da Roma a Chicago o a New Delhi), 12 ore di aereo per disputare una partita, con Nazionali protette come Inghilterra, Germania, Italia e altre sballottate agli antipodi del pallone come Galles e Turchia che hanno dovuto fare la spola fra Roma e Baku. Inventato da Roi Michel, il torneo più pazzo del mondo aveva l'imprinting di Bruxelles, doveva sancire l'esistenza di una grande nazione «che contiene tutte le altre». Un format eurolirico mai metabolizzato dall'attuale numero uno dell'Uefa, Alexander Ceferin, che alla vigilia della finale ha ripetuto: «Non ero favorevole a questa formula, non la riproporremo presto». Traduzione dal linguaggio diplomatico: mai più un simile pasticcio. La passerella europeista è fallita per tre motivi: il virus cinese ha impedito a molti stadi di fare il pieno di spettatori, le final four sono state attribuite a Londra, capitale della Brexit, con un messaggio contrario rispetto al previsto. Ultima beffa: l'unico impianto con la capienza al 100% è stato quello di Budapest, la Puskas Arena (nella foto). Un successo per il leader meno europeista, Viktor Orbán. Nessun imbarazzo per l'Uefa, vera vincitrice dell'Europeo distopico: l'incasso è stato di oltre 2 miliardi. Nel 2024 basta rave party continentali, si gioca in Germania e basta. Formula bocciata, voto 3. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pagellone-degli-europei-2653749612.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="il-ritorno-degli-abbracci-nonostante-i-soliti-gufi" data-post-id="2653749612" data-published-at="1626049505" data-use-pagination="False"> Il ritorno degli abbracci (nonostante i soliti gufi) Va in archivio come Europeo 2020 ma si è disputato nel 2021 per colpa del Covid. Il pallone ha scandito il ritorno alla vita del continente ma non è rimasto immune da precauzioni, diktat e isterie. C'era una volta il torneo degli hooligans e delle risse arbitrali. Questo passa alla storia come il torneo delle quarantene e dei divieti. Molti stadi, come l'Olimpico di Roma, hanno dovuto limitare al 25% la capienza. Per entrare bisognava essere vaccinati, negativi o immuni. A metà competizione, la variante Delta in crescita in Inghilterra ha creato un vento di paura, due focolai a Copenaghen e San Pietroburgo hanno ridato fiato ai chiusuristi. Per qualche giorno le finali di Wembley (nella foto, tifosi britannici) sono state in dubbio. A spingere per cambiare la sede anche Mario Draghi, che da economista poco incline alle ripartenze dal basso ha lanciato un anatema a Boris Johnson: «Non vanno giocate dove c'è un picco di contagi». Qualcuno ha cominciato a pensare che, viste le prestazioni vincenti dell'Italia, spingesse per trasferirle a Roma. L'Uefa ha chiuso la querelle con un comunicato: «Non c'è nessun piano per cambiare sede». Le preoccupazioni hanno creato caos, i biglietti comprati dai tifosi inglesi per la partita contro l'Ucraina a Roma sono stati annullati ma qualche furbo è entrato passando dagli Emirati Arabi per non subìre la quarantena. I nostri virologi rockstar hanno bocciato il torneo prima e durante, anche quando la Nazionale vinceva a raffica. Su tutti Roberto Burioni contro l'Uefa: «L'ottusa irresponsabilità dell'Uefa, che si rifiuta di spostare le partite degli Europei da città dove esiste un grave pericolo di contagio, è inaccettabile. Inaccettabile anche che i Paesi sovrani lo accettino, mettendo a rischio la salute dei loro cittadini». I gol lo avevano emarginato, tutta invidia. Voto 8 nonostante i gufi.
Il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, risponde al Maestro Riccardo Muti e si impegna a lavorare con il ministero degli Esteri per avviare contatti ai più alti livelli con la Francia per riportare a Firenze le spoglie del grande compositore Cherubini.
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Prima di essere lapidati da musicofili inflessibili o da fanatici ammiratori di Beethoven (lo siamo anche noi) lasciamo allo stesso Ludwig Vchean l’ultima parola sull’argomento: «Solo i puri di cuore», affermò il genio tedesco, «possono cucinare una buona zuppa». Capito? Il sommo compositore a tavola amava i piatti semplici e disprezzava quelli troppo complicati. Adorava la zuppa, soprattutto quella di pane e uova: era il suo piatto preferito insieme ai maccheroni con il formaggio. Era sordo, ma le papille gustative gli funzionavano alla grande.
Una vera e propria zuppa di verdure musicale la serve al pubblico un gruppo austriaco formato da musicisti, designer, scenografi, autori. Si chiama The Vegetable Orchestra, che usa le verdure come strumenti musicali: una carota intagliata in una certa maniera diventa un flauto, la zucca uno strumento di percussione, le melanzane diventano dopo un sapiente lavoro di intaglio delle nacchere, le zucchine strumenti a fiato e così via. Con questi strumenti suonano pezzi di jazz o di dub, un genere musicale che deriva dal reggae giamaicano, e altra musica. Finito il concerto, dopo gli applausi del pubblico stupito da tanta musica «verde», i musicisti si trasformano in cuochi, gettano gli strumenti in pentoloni e preparano una bella zuppa per il pubblico dopo aver lavato gli strumenti, soprattutto quelli a fiato.
La zuppa vanta una storia vecchia come l’homo sapiens. Fu uno dei primi piatti elaborati dai nostri cavernicoli progenitori centinaia di migliaia di anni fa. Gli studiosi del periodo paleolitico ci documentano che la scoperta dell’acqua calda e il suo impiego per cuocere verdure e altri cibi avvenne nell’età della pietra antica, in incavi di roccia pieni d’acqua nella quale gli uomini primitivi tuffavano pietre roventi per farla bollire. Fu così che nacquero i primi minestroni. La parola «zuppa» arriverà molti millenni dopo, ma sempre in tempi molto antichi rispetto a noi, mutuata dal termine germanico suppa che definiva la fetta di pane inzuppata. Il pane era nell’antichità il cucchiaio dei poveri, le dita della mano la forchetta. La «posateria» delle classi più umili era tutta lì. Una sorta di brodaglia nera molto spartana chiamata melas zomos, nera zuppa, fatta con sangue di porco, budella e vino era la zuppa dei duri soldati di Sparta. A loro, che non cercavano mollezze, piaceva così, brutta da vedere ma semplice e nutriente, adatta a sostenere il fisico durante le campagne militari. Spostandoci in altre parti dell’antica penisola ellenica troviamo una cucina meno rigorosa, ma sempre con un menu nel quale zuppe e piatti brodosi a base di verdure, cereali, erbe spontanee e legumi vari, abbondavano.
Cotture e metodi a parte, quelle preparazioni sono le bis-bis-bisnonne delle zuppe che mangiamo noi oggi fatte, come allora, con cereali tipo orzo e farro, o con legumi, ceci, lenticchie, fave. Borlotti e cannellini erano al di là dell’Atlantico che aspettavano di essere scoperti. Il Phaseolus vulgaris arriverà dopo i viaggi di Colombo e degli altri viaggiatori su caravelle dirette verso il Nuovo mondo. Dalla Grecia a Roma le zuppe sostanzialmente non cambiano: erano piatti che facevano parte della dieta quotidiana dei Romani. Fonti di proteine e nutrienti, erano il comfort food delle classi plebee e dei contadini. Tra le altre zuppe, i legionari amavano quella fatta con pane, aglio, olio e aceto. Furono loro a introdurla in Spagna dove si evolverà fino a diventare il moderno gazpacho, zuppa fredda che si arricchì dal Cinquecento in poi con il pomodoro e i peperoni venuti dall’America.
Una zuppa leggendaria è la soupe à la pavoise, la zuppa pavese, che ha trovato posto nei libri di storia gastronomica dove si racconta di Francesco I di Valois, re di Francia sconfitto e fatto prigioniero dagli spagnoli di Carlo V nella battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525. L’accasciato François du grand nez, come lo chiamavano i suoi sudditi per via del nasone che gli troneggiava sopra la bocca, fu portato dai nemici vincitori in un cascinale di campagna dove trovò ristoro e consolazione nella povera zuppa preparatogli dalla contadina del casolare che mise in una rozza scodella due croste di pane raffermo sopra le quali scocciò un uovo versando poi sul tutto il brodo bollente di erbe spontanee che gorgogliava quotidianamente nella marmitta sul camino. Francesco I, con il morale a terra per la sconfitta («Tutto è perduto fuorché l’onore»), apprezzò talmente quella zuppa villana che quando ritornò sul trono convocò i cuochi di corte insegnando loro la ricetta della zuppa pavese che fu perfezionata dagli chef i quali aggiunsero altri ingredienti ricchi elevandola da contadina che era ad aristocratica.
C’è da dire che la zuppa in Francia troverà il successo che merita grazie a una figura più leggendaria che reale, tale Monsieur Boulanger marchand de bouillon, mercante di brodo. Siamo a Parigi 25 anni prima della presa della Bastiglia e dello scoppio della rivoluzione. Il mitico Boulanger vende zuppe restaurateurs, restauratrici, che sistemano lo stomaco dei clienti cagionevoli rimettendoli in salute in un ambiente tutto sommato comodo con i tavoli accoglienti. Nasce da queste zuppe il restaurant, il ristorante che prende il nome dal ristoro, il conforto, che regalano le zuppe. Dando ragione in questo all’antico e saggio proverbio italiano regalatoci dalla civiltà contadina fin dal Medioevo: «Sette cose fa la zuppa: cava la fame e la sete tutta, empie il ventre, netta il dente, fa dormire, fa smaltire e la guancia fa arrossire».
Il più alto riconoscimento a questo piatto umile ma tanto utile alla sopravvivenza della povera umanità, lo firmano, tra gli altri, alcuni grandi artisti moderni: Paul Cézanne con la sua Natura morta con zuppiera (1884), Pablo Picasso che affronta il tema della povertà ne La zuppa, opera del periodo blu che mostra una vecchia paurosamente magra che porge una scodella di zuppa a una bambina, ma soprattutto Andy Warhol. Il re della Pop art che confessò di aver mangiato a pranzo per vent’anni i barattoloni di zuppa Campbell’s rivoluzionò i concetti di natura morta e di bellezza immortalando le stesse lattine zuppesche in una serie di opere seriali la più importante delle quali è la Campbell’s Soup Cans che presenta tutta la produzione di zuppe della Cambell’s: al pomodoro, agli asparagi, alla carne, al pollo, ai fagioli neri, e così via per 200 volte. Paradossalmente a dare importanza alla zuppa nell’arte sono stati anche le attiviste per il clima che il 28 gennaio dello scorso anno lanciarono la zuppa contro la Gioconda di Leonardo, ben protetta dal vetro antiguai, invocando un’agricoltura mondiale sana.
È profondamente ingiusto nei confronti della zuppa il detto «Se non è zuppa è pan bagnato». Come sopra detto la zuppa è salvifica, ristoratrice, ristoro e medicina attraverso i secoli dell’umanità misera. E poi la famiglia zuppesca è molto varia. Oltre alla zuppa-madre ci sono la minestra, il minestrone, la crema, la vellutata, il passato. Non sono sinonimi, ogni piatto ha la sua caratteristica che riguarda gli ingredienti e le tecniche di preparazione per le quali rimandiamo ai libri di cucina.
Concludiamo con la mistica zen. Un allievo chiede al maestro: «Cosa devo fare per raggiungere l’Illuminazione?». Gli risponde il maestro: «Hai mangiato la zuppa?» «Sì». «Allora lava la scodella».
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Gabriele D'Annunzio (Ansa)
Il patrimonio mondiale dell’umanità rappresentato dalla cucina italiana sarà pure «immateriale», come da definizione Unesco, ma è fatto di carne, ossa, talento e creatività. È il risultato delle centinaia di migliaia di persone che, nel corso dei secoli e dei millenni, hanno affinato tecniche, scoperto ingredienti, assemblato gusti, allevato animali con amore e coltivato la terra con altrettanta dedizione. Insomma, dietro la cucina italiana ci sono... gli italiani.
Ed è a tutti questi peones e protagonisti della nostra storia che il riconoscimento va intestato. Ma anche a chi assapora le pietanze in un ristorante, in un bistrot o in un agriturismo. Alla fine, se ci si pensa, la cucina italiana siamo tutti noi: sono i grandi chef come le mamme o le nonne che si danno da fare tra le padelle della cucina. Sono i clienti dei ristoranti, gli amanti dei formaggi come dei salumi. Sono i giornalisti che fanno divulgazione, sono i fotografi che immortalano i piatti, sono gli scrittori che dedicano pagine e pagine delle loro opere ai manicaretti preferiti dal protagonista di questo o quel romanzo. Insomma, la cucina è cultura, identità, passato e anche futuro.
Giancarlo Saran, gastropenna di questo giornale, ha dato alle stampe Peccatori di gola 2 (Bolis edizioni, 18 euro, seguito del fortunato libro uscito nel 2024 vincitore del Premio selezione Bancarella cucina), volume contenente 13 ritratti di personaggi di spicco del mondo dell’italica buona tavola («Un viaggio curioso e goloso tra tavola e dintorni, con illustri personaggi del Novecento compresi alcuni insospettabili», sentenzia l’autore sulla quarta di copertina). Ci sono il «fotografo» Bob Noto e l’attore Ugo Tognazzi, l’imprenditore Giancarlo Ligabue e gli scrittori Gabriele D’Annunzio, Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri. E poi ancora Lella Fabrizi (la sora Lella), Luciano Pavarotti, Pietro Marzotto, Gianni Frasi, Alfredo Beltrame, Giuseppe Maffioli, Pellegrino Artusi.
Un giro d’Italia culinario, quello di Saran, che testimonia come il riconoscimento Unesco potrebbe dare ulteriore valore al nostro made in Italy, con risvolti di vario tipo: rispetto dell’ambiente e delle nostre tradizioni, volano per l’economia e per il turismo, salvaguardia delle radici dal pericolo di una appiattente omologazione sociale e culturale. Sfogliando Peccatori 2, si può possono scovare, praticamente a ogni pagina, delle chicche. Tipo, la passione di D’Annunzio per le uova e la frittata. Scrive Saran: «D’Annunzio aveva un’esperienza indelebile legata alle frittate, che ebbe occasione di esercitare in diretta nelle giornate di vacanza a Francavilla con i suoi giovani compagni di ventura in cui, a rotazione, erano chiamati “l’uno a sfamare tutti gli altri”. Lasciamogli la cronaca in diretta. Chi meglio di lui. “In un pomeriggio di luglio ci attardavamo nella delizia del bagno quando mi fu rammentato, con le voci della fame, toccare a me le cura della cucina”. La affronta come si deve. “Non mancai di avvolgermi in una veste di lino rapita a Ebe”, la dea della giovinezza, “e di correre verso la vasta dimora costruita di tufo e adornata di maioliche paesane”. Non c’è storia: “Ruppi trentatré uova e, dopo averle sbattute, le agguagliai (mischiai) nella padella dal manico di ferro lungo come quello di una chitarra”. La notte è illuminata dal chiaro di luna che si riflette sulle onde, silenziose in attesa, e fu così che “adunai la sapienza e il misurato vigore... e diedi il colpo attentissimo a ricevere la frittata riversa”. Ma nulla da fare, questa, volando nel cielo non ricadde a terra, ovvero sulla padella. E qui avviene il miracolo laico. “Nel volgere gli occhi al cielo scorsi nel bagliore del novilunio la tunica e l’ala di un angelo”. Il finale conseguente. “L’angelo, nel passaggio, aveva colta la frittata in aria, l’aveva rapita, la sosteneva con le dita” con la missione imperativa di recarla ai Beati, “offerta di perfezione terrestre...”, di cui lui era stato (seppur involontario) protagonista. “Io mi vanto maestro insuperabile nell’arte della frittata per riconoscimento celestiale”.
La buona e sana cucina, dunque, ha come traino produttori e ristoratori «ma ancor più valore aggiunto deriva da degni ambasciatori e, con questo, i Peccatori di gola credo meritino piena assoluzione», conclude l’autore.
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Dal primo luglio 2026, in tutta l’Unione europea entrerà in vigore un contributo fisso di tre euro per ciascun prodotto acquistato su internet e spedito da Paesi extra-Ue, quando il valore della spedizione è inferiore a 150 euro. L’orientamento politico era stato definito già il mese scorso; la riunione di ieri del Consiglio Ecofin (12 dicembre) ne ha reso operativa l’applicazione, stabilendone i criteri.
Il prelievo di 3 euro si applicherà alle merci in ingresso nell’Unione europea per le quali i venditori extra-Ue risultano registrati allo sportello unico per le importazioni (Ioss) ai fini Iva. Secondo fonti di Bruxelles, questo perimetro copre «il 93% di tutti i flussi di e-commerce verso l’Ue».
In realtà, la misura non viene presentata direttamente come un’iniziativa mirata contro la Cina, anche se è dalla Repubblica Popolare che proviene la quota maggiore di pacchi. Una delle preoccupazioni tra i ministri è che parte della merce venga immessa nel mercato unico a prezzi artificialmente bassi, anche attraverso pratiche di sottovalutazione, per aggirare le tariffe che si applicano invece alle spedizioni oltre i 150 euro. La Commissione europea stima che nel 2024 il 91% delle spedizioni e-commerce sotto i 150 euro sia arrivato dalla Cina; inoltre, valutazioni Ue indicano che fino al 65% dei piccoli pacchi in ingresso potrebbe essere dichiarato a un valore inferiore al reale per evitare i dazi doganali.
«La decisione sui dazi doganali per i piccoli pacchi in arrivo nell’Ue è importante per garantire una concorrenza leale ai nostri confini nell’era odierna dell’e-commerce», ha detto il commissario per il Commercio, Maroš Šefčovič. Secondo il politico slovacco, «con la rapida espansione dell’e-commerce, il mondo sta cambiando rapidamente e abbiamo bisogno degli strumenti giusti per stare al passo».
La decisione finale da parte di Bruxelles arriva dopo un iter normativo lungo cinque anni. La Commissione europea aveva messo sul tavolo, nel maggio 2023, la cancellazione dell’esenzione dai dazi doganali per i pacchi con valore inferiore a 150 euro, inserendola nel pacchetto di riforma doganale. Nella versione originaria, l’entrata in vigore era prevista non prima della metà del 2028. Successivamente, il Consiglio ha formalizzato l’abolizione dell’esenzione il 13 novembre 2025, chiedendo però di anticipare l’applicazione già al 2026.
C’è poi un secondo balzello messo a punto dall’esecutivo Meloni. Si tratta di un emendamento che prevede l’introduzione di un contributo fisso di due euro per ogni pacco spedito con valore dichiarato fino a 150 euro.
La misura, però, non sarebbe limitata ai soli invii provenienti da Paesi extra-Ue. Rispetto alle ipotesi circolate in precedenza, l’impostazione è stata ampliata: se approvata, la tassa finirebbe per applicarsi a tutte le spedizioni di piccoli pacchi, indipendentemente dall’origine, quindi anche a quelle spedite dall’Italia. In origine, l’idea sembrava mirata soprattutto a intercettare le micro-spedizioni generate da piattaforme come Shein o Temu. Il punto, però, è che colpire esclusivamente i pacchi extra-europei avrebbe reso la misura assimilabile a un dazio, materia che rientra nella competenza dell’Unione europea e non dei singoli Stati membri. Per evitare questo profilo di incompatibilità, l’emendamento alla manovra 2026 ha quindi «generalizzato» il prelievo, estendendolo all’intero perimetro delle spedizioni. L’effetto pratico è evidente: la tassa non impatterebbe solo sulle piattaforme asiatiche, ma anche sugli acquisti effettuati su Amazon, eBay e, in generale, su qualsiasi negozio online che spedisca pacchi entro quella soglia di valore dichiarato.
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